mercoledì 31 dicembre 2014

Auguri a Diego Della Valle ed alla Fiorentina

30 dicembre 2012



Con gli auguri di buon compleanno a Diego Della Valle, non più padre patron lontano e inarrivabile, ma di nuovo oggetto del desiderio di una tifoseria viola tornata a sognare in grande all’ombra del babbo ricco, si chiude un anno tra i più incredibili tra quelli vissuti – e fatti vivere a chi la segue e la ama – dalla Fiorentina.
Un anno che emblematicamente si era aperto con il Lecce (già con un piede in B) venuto a maramaldeggiare a Firenze su una squadra ormai prossima a diventare sua avversaria diretta nella corsa alla retrocessione, una squadra che si preparava alla cerimonia degli schiaffi in mondovisione, per non parlare degli schiaffi presi in casa dalla Juventus e di tante altre prestazioni sconcertanti scivolate via in quello che appariva ormai il disinteresse più assoluto da parte di una proprietà oscillante tra l’assente e l’assenteista, e che si sarebbe salvata solo all’ultimo grazie ai gol di un giocatore separato in casa da due anni che non vedeva l’ora di andare via e di un altro che essendo completamente instabile aveva finito per trovare in una squadra più instabile di lui la sua dimensione ideale.
Un anno che incredibilmente si chiude con le stesse maglie viola indosso ad una squadra completamente diversa, alla quale è difficile dare proprio una dimensione, perché qualunque aggettivo (positivo) in questo momento appare assai limitativo. Gli unici schiaffi che volano adesso sono quelli che prendono gli altri, sportivamente parlando, quando affrontano una Fiorentina di stampo sempre più spagnolo a guardia abbassata e senza turbative – diciamo così – arbitrali.
Nel mezzo a questi due estremi che vanno dal rigore di Di Michele per il Lecce a gennaio a quello a cucchiaio di Jovetic a Palermo a dicembre per la Fiorentina, c’è una rivoluzione tra le più clamorose messe in atto da una società di calcio nella storia recente. Forse l’unico precedente in questo senso l’ha offerto proprio la Fiorentina, quando nel 2002 rinacque dal fallimento proprio grazie all’uomo che oggi festeggia 59 anni, quel Diego Della Valle che in 20 giorni reinventò prima una società e poi una squadra. Stavolta bastava la squadra, anche se c’era molto da rifondare anche in società.
Cos’è successo esattamente tra i fratelli Della Valle tra la fine di luglio e l’inizio di agosto lo scriveranno gli storici, un giorno. A giudicare dai fatti, qualcosa accaduto a Firenze nell’area Mercafir ha rimesso in moto negli imprenditori di Casette d’Ete entusiasmi e determinazioni che sembravano ormai morte, spingendoli a reinfondere vita e valore in quello dei loro investimenti che non sarà forse il più redditizio, ma di sicuro è quello che ha dato loro più visibilità e notorietà: la Fiorentina. In particolare Andrea Della Valle è apparso in via di definitiva maturazione come terminale decisionale della famiglia per le cose del calcio, indovinando quasi tutte le scelte operative e gli interventi personali fatti dalla fine dell’estate ad oggi. Una specie di Matteo Renzi della Fiorentina, non a caso sono stati spesso seduti l’uno accanto all’altro ad esaltarsi e ad esaltare in occasione delle uscite vittoriose della squadra viola.
Gli ultimi quattro mesi, oggettivamente, ripagano i tifosi fiorentini di tante amarezze vissute a partire dal giorno in cui fu chiaro che il ciclo di Cesare Prandelli era finito, nel marzo del 2010. Sembrava che fossimo giunti al termine dello stesso ciclo dei Della Valle, ormai solo in attesa di vendere di fronte ad un’offerta conveniente. Ai primi di agosto, quando i ritiri delle squadre di serie A cominciano di solito ad entrare nel vivo, qui non c’era neanche una squadra. C’era però un direttore sportivo, Daniele Prade’, che aveva già fatto cose egregie nella A.S. Roma crepuscolare degli ultimi Sensi, e che coadiuvato dal talent scout iberico Macia, non appena ha avuto via libera, ha cominciato a fare miracoli. Che sono andati al di là delle più rosee previsioni, perché 18 giocatori completamente nuovi si sono assemblati d’incanto in pochi giorni, finendo per far parlare di sé come di un piccolo Barcellona italiano. Anche grazie al fatto che nel frattempo la Fiorentina aveva indovinato alla grande anche l’allenatore, quel Vincenzo Montella che ora vengono a studiare da ogni parte del mondo.
Tempo di auguri, dunque, e di brindisi. E di sogni. E’ il caso di godersi appieno ogni sorso dello champagne che stiamo sorseggiando, durante queste splendide feste viola che attenuano persino – da queste parti – gli effetti di una delle più brutte crisi economiche della storia.
Gennaio, quando arriverà, sarà un mese di fuoco con la Coppa Italia, il campionato ed un equilibrio quasi perfetto da ritrovare subito e da mantenere. Quando si fa un miracolo, la cosa più difficile quasi quasi è gestirlo, più che farlo. Da mesi si dice che a gennaio bisogna intervenire sul mercato di riparazione, come effetto a lungo termine non solo della vicenda Berbatov, ma anche dei risultati della squadra che hanno fatto venire francamente l’acquolina in bocca.
Il guaio è proprio questo, intervenire su un giocattolo che funziona quasi alla perfezione può far rischiare di romperlo quasi quanto non farlo. E’ difficile trovare l’affare vero a gennaio, e nessuno dei nomi che si sentono fare finora lo è, francamente. In più si rischia di portare qualcuno nello spogliatoio che non abbia una reale utilità e che al contrario ne possa turbare umori ed equilibri. Se era difficile il compito di Pradè e Macia ad agosto, non vorremmo essere nei loro panni adesso. Né in quelli dei Della Valle, di nuovo al bivio fra grandezza e ridimensionamento.
E’ una fase di grande incertezza, i sogni sono ancora intatti, e sono grandi sogni. Gli sviluppi futuri non li conosce nessuno, la palla è quanto mai rotonda e l’anno prossimo in Italia ci sono in ballo tante di quelle cose che i Maya stessi ringraziano per essere stati costretti a terminare i loro calendari e le loro previsioni all’anno precedente. Perfino Jovetic nelle sue dichiarazioni più recenti non appare più così sicuro di trovare altrove una dimensione migliore di quella della Fiorentina. C’è la possibilità di fare come qualcun altro che pensava di dare una svolta alla propria carriera andando al Milan, e invece per ora guarda la squadra viola da assai indietro.
Molto è nelle mani del destino. Molto in quelle dell’uomo che compie oggi 59 anni. Auguri Diego della Valle. E auguri a tutti i tifosi della Fiorentina. Che il 2013 ci porti soltanto conferme. Buon anno a tutti!

martedì 30 dicembre 2014

Della Valle tra compleanno e progetti



Diego Della Valle compie oggi 61 anni. Nel rinnovargli gli auguri come ormai da 12 anni a questa parte – da quando cioè ha aggiunto l’A.C.F. Fiorentina all’elenco delle sue controllate o partecipate – mai come questa volta è il caso di chiedersi se abbia deciso che cosa fare da grande. L’imprenditore marchigiano è ormai da tempo uno dei più importanti e prestigiosi che questo paese può vantare ed è forse quello più conosciuto all’estero insieme ai suoi competitors Berlusconi e Marchionne. Le sue aziende sono leader nei rispettivi settori. Tutte meno una, la Fiorentina giustappunto, che non riesce ancora (la proprietà Della Valle è la seconda più longeva della storia viola, dopo quella del fondatore marchese Ridolfi) a salire i gradini del podio nella sua specialità.
Il miglior risultato di questa gestione continua ad essere quel quarto posto in campionato raggiunto due volte con Prandelli e due con Montella. Gli unici trofei alzati da lui e dal fratello Andrea si riducono ad alcune Coppe estive, disputate più che altro per beneficiare di lucrosi ingaggi a discapito di una preparazione che puntualmente viene rimpianta più avanti, a stagione regolare iniziata.
Da quando i fratelli di Casette d’Ete hanno riportato la Fiorentina in serie A, dieci anni or sono dopo l’epico e drammatico spareggio con il Perugia al termine del quale sembrarono dare un senso del tutto nuovo e passionale al loro essere proprietari gettandosi vestiti di tutto punto nella piscina del Franchi, non c’è quasi stato anno in cui la loro creatura non sia sembrata all’inizio in procinto di un salto di qualità, di una svolta decisiva per un progetto finalmente vincente. Salvo poi ritrovarsi puntualmente durante la stagione successiva a fare i conti con una delusione più o meno cocente. Sogni e progetti coltivati durante il mercato estivo non sono mai sopravvissuti a quello invernale. E i titoli, per dirla con Mourinho secondo il suo celebre aforisma, sono rimasti fermi a zero.
E allora, che cos’è che impedisce alla Fiorentina di diventare nel rispettivo settore un’azienda di vertice come è successo alla Tod’s? Cos’è che frena nel calcio l’altrimenti ambizioso e capace imprenditore marchigiano che pare stia addirittura meditando in politica una discesa in campo sul modello berlusconiano (per ovviare, come ha affermato lui stesso, alla delusione offerta dal “sindaco ragazzino”, quel Renzi a braccetto del quale andava una volta a seguire la propria squadra del cuore – e del portafoglio -  e con il quale ormai la sintonia sembra decisamente un ricordo del passato)?
Al pari degli auguri di compleanno, e più o meno regolarmente nello stesso periodo, la spiegazione ricorrente alle delusioni viola è sempre la solita. Vuole la leggenda che nei giorni bui di Calciopoli Diego Della Valle si sia convinto che il sistema calcio non possa essere affrontato e “sconfitto” come lui aveva sognato e intrapreso, e che in un paese a forte crisi economica come è l’Italia adesso investire nel pallone come un tempo sia ormai equivalente a follia pura.
I Della Valle, è noto, non nascono tifosi viola. Il giglio di Firenze è più un brand commerciale che un simbolo di qualcosa di affettivamente importante. La Fiorentina è stata ed è più un veicolo pubblicitario che un amore o un passatempo (per quanto remunerativo) come lo era la Juventus per Agnelli, l’Inter per Moratti o il Milan per Berlusconi. Che gli attuali proprietari del giglio viola vogliano gestirlo come un’azienda più che come una società sportiva del resto non c’è niente di strano, o di male. E’ il futuro del calcio, se il calcio ha un futuro, e soprattutto se ha un futuro l’economia di questo paese.
Più o meno dai tempi in cui finì il primo progetto di grandeur viola, quello di Prandelli, insieme al sogno di costruire in tempi brevi una cittadella sportiva a Castello, è chiaro inoltre che il modello di gestione societaria dei Della Valle non fa più riferimento al bianconero della Juventus ma piuttosto a quello dell’Udinese. Gli uomini mercato non cercano di montare pezzo dopo pezzo la squadra che diventerà prima o poi lo “squadrone”, ma di cogliere piuttosto occasioni di mercato e di valorizzare giovani e/o rivalorizzare vecchie glorie che poi si traducano in plusvalenze di bilancio.
Tutto chiaro, tutto comprensibile. E’ il signor Diego insieme al fratello Andrea che ci mette i soldi, ci mancherebbe altro. Peccato che quei sogni di gloria restino sospesi nell’aria di Firenze, alimentati a scadenza regolare proprio da loro, il freddo industriale venuto dalle Marche ed il fratello che si è scoperto passionale una domenica di qualche campionato fa, seduto accanto al sindaco ragazzino, tutti e due ridotti a fine partita come nemmeno i più scatenati Ultras dei tempi eroici.
I sogni sono sempre un’arma a doppio taglio. L’animo del tifoso è schizofrenico per definizione, combattuto tra la voglia di esultare e la paura di soffrire. Sono molti ormai in riva all’Arno quelli che preferiscono neanche più immaginare di vivere giorni come quelli del 2002, quando la “settima sorella” di Cecchi Gori finì nel baratro della retrocessione e del fallimento e da Wembley la torcida viola si ritrovò a seguire la squadra a Gualdo Tadino. Mai più, dissero molti, a costo di “vivacchiare” in una esistenza senza sussulti, quarti posti come Champion’s League, perfino la Coppa Italia (un trofeo che Fiorentine sicuramente più povere di quella attuale erano riuscite ad alzare con gioia e orgoglio in faccia agli squadroni del Nord) un miraggio inarrivabile.
Dopo dodici anni e mezzo, a Diego e Andrea Della Valle vengono quindi ancora perdonate tante cose che ai predecessori invece non erano state minimamente graziate. E’ pur vero d’altra parte che ad ogni annata che si avvita su se stessa riprende quota il partito di coloro che “rosicano” (come disse una volta il buon Diego quando ancora non lesinava la sua presenza in città e in società) non perché hanno “risicato”, come dice il proverbio, ma perché appunto rosicano e basta, stanchi di vedere vincere gli altri.
Vecchi discorsi, che puntualmente tornano di attualità. A rileggere quello che scrivevamo l’anno scorso in occasione del precedente genetliaco del patron, viene un po’ di malinconia. A incrociare questa malinconia con l’attualità, viene qualcosa di più, che si chiama sottile inquietudine. Mentre Diego Della Valle spegne le sue sessantuno candeline, i suoi uomini si preparano ad una campagna acquisti (o per meglio dire cessioni) che ha precedenti solo in quella di due anni fa, quando in pochi giorni arrivarono a Firenze qualcosa come 18 giocatori nuovi di zecca. Più o meno lo stesso numero che se ne dovrebbe andare adesso, almeno a star dietro alle voci di mercato.
A leggere i nomi, c’è da chiedersi se un altro progetto dellavalliano non sia sul punto di concludersi, anzitempo e malamente. Pilastri della squadra attuale, come Neto e Aquilani, sono in predicato di arrivare alla scadenza contrattuale senza che la società abbia fatto seri tentativi per trattenerli. Altri, come Cuadrado, si stanno ritrovando ai margini di un disegno tecnico-tattico, quello di Montella, che peraltro aggiunge difficoltà alle difficoltà.
Il tecnico campano, a sua volta sempre più fuori sintonia con le scelte societarie tanto da far pensare che questa possa essere la sua ultima stagione in viola, sa giocare e far giocare i suoi in un modo solo, quello reso produttivo e piacevole a vedersi soltanto dalle brevi stagioni di Stevan Jovetic e Giuseppe Rossi. La classe cristallina e l’altrettanto prepotente indisciplina tattica di Cuadrado non rientrano nei suoi piani, non fanno vibrare le corde del suo gioco prediletto. Il colombiano rischia di trovarsi ai margini, intristito o peggio infastidito, in procinto di deprezzarsi tecnicamente prima ancora che economicamente, qualsiasi cosa voglia fare di lui la Fiorentina a fine stagione.
Nel frattempo, Rossi è ancora lontano dal rientro, Gomez sta facendo di tutto per tornare fuori (anche lui per niente aiutato nel ritorno ai suoi livelli da schemi tattici che non lo prevedono e non lo supportano), i due ragazzi che sembravano in grado di non farli rimpiangere, Baba e Berna, si sono rivelati per ora troppo fragili, quanto e più dei titolari.
Poi c’è il gran numero dei giocatori in soprannumero, o comprati per fare numero. Il bisticcio di parole vuole indicare quella ampia parte della rosa destinata a costituire – se non ora a gennaio al prossimo giugno – l’ennesimo “pulmino” da trasbordare altrove. Dagli sloveni Ilicic e Kurtic al prode Yakovenko fino al vecchio glorioso capitano Pasqual (lui si che si meriterebbe un po’ di gratitudine da parte di una società e di addetti ai lavori che fanno in altre circostanze largo uso se non addirittura abuso di questa parola), sono molti gli esuberi e poche le idee per trarne qualcosa di veramente buono. Il tutto condito da un Pizarro forse arrivato alla fine naturale della carriera e da una difesa dalle buone individualità ma che non è mai riuscita a diventare un vero e proprio reparto. E da un Daniele Prade’ che dovrebbe provvedere a tutto questo e che invece viene dato ormai sempre più esplicitamente in partenza a sua volta.
Più che una squadra, sembra un cantiere della “tramvia”, chi abita a Firenze può cogliere la similitudine. Da un terzo posto che tutto sommato disterebbe soltanto pochi punti a un decimo nel quale la società si è ritrovata a concludere l’annata in circostanze forse non troppo dissimili in passato il passo è breve.
Di doman non v’è certezza, insomma, come diceva un altro patròn dei tempi andati, che era arrivato nel suo campo ad essere il numero uno indiscusso. E’ per questo motivo che gli auguri al patròn attuale quest’anno sono più mesti del solito. Ce l’avessero detto un anno fa, tra l’altro, non ci avremmo creduto.
Auguri comunque Diego Della Valle. E soprattutto auguri Fiorentina.

Auguri a Diego Della Valle... e Lodi alla Fiorentina?

30 dicembre 2013



Gli uomini passano, la Fiorentina resta. Quante volte l'abbiamo sentito dire, in concomitanza di qualche addio, o di qualche cambiamento più o meno epocale e magari in un primo momento faticoso o doloroso? E' una frase sempre di attualità, a Firenze, e più passa il tempo più si arricchisce di significati. In questi sgoccioli di 2013 ce ne sono alcuni che saltano agli occhi in modo particolare.
Diego Della Valle compie oggi 60 anni. Una bella cifra tonda, di quelle che invitano ai festeggiamenti ma anche ai bilanci. Di questi anni, gli ultimi 13 l'imprenditore marchigiano più famoso nel mondo li ha passati sul ponte di comando della ACF Fiorentina. E' stato l'uomo della rinascita, dopo che tutto sembrava finito; del progetto, per tornare a vincere e magari per farlo in modo diverso dagli altri; del male non fare paura non avere, quando il sistema gli si rivoltò contro nella maniera più brutale; del "vivacchiare" quando sembrava che non avesse più voglia di andare contro il "sistema", almeno non per la Fiorentina; della nuova rinascita e del nuovo progetto, quando la Fiorentina nel breve volger di una estate diventò la ventunesima squadra della Liga spagnola.
E' stato tante cose Diego Della Valle. Da quando sembra aver deciso che vale la pena tentare di essere il numero uno anche nel calcio, è tornato ad essere l'imprenditore più amato dai fiorentini. Le pagine dei giornali sono tornate a riempirsi delle sue parole, dei suoi progetti, delle sue promesse. La maggior parte dei quali ancora da realizzare, o da mantenere. Ma intanto è bello vedere la sua squadra che a tratti gioca come a Firenze si è visto raramente e che si è piazzata stabilmente al limitare della zona che conta, quella che permette di giocare la sospirata Champion's League. L'erede della Coppa con le Orecchie, di cui la Fiorentina si onorerà per sempre di essere stata la prima squadra italiana a disputare (e perdere immeritatamente) una finale.
Sembra che tra le certezze esistenziali acquisite con l'età, per la quale ci associamo agli auguri, il patron viola abbia acquisito quella che giocare con fair play è bello, ma vincere lo è ancora di più. E che voglia fare di conseguenza tutti gli sforzi necessari al riguardo. Al pari del fratello, che possiamo – per così dire – monitorare ogni domenica, mentre lui preferisce ormai un profilo più defilato. Caratterialmente diversi, i fratelli Della Valle si sono allineati nella determinazione a rimanere nella storia della Fiorentina per qualcosa che deporranno nella sua bacheca, e poco importa chi dei due ha convinto l'altro. Hanno in mano un giocattolo che si trova in quella fase in cui con la stessa probabilità si può sviluppare o rompere. La volta scorsa lo ruppero, stavolta paiono intenzionati a migliorarlo, forti anche dell'esperienza acquisita.
Montella insomma non farà la fine di Prandelli, né Pradè e Macia quella di Corvino. I gossip sportivi sono pieni del tourbillon consueto che si scatena ad ogni sessione di mercato, e domani l'altro ne comincia appunto una. Nella quale la Fiorentina è chiamata a fare, se possibile, un altro salto di qualità in vista dell'obbiettivo stagionale, la qualificazione alla Champion's che allo stato attuale non è affatto garantita. La Juventus sembra anche quest'anno il solito tritacarne inarrivabile, malgrado abbia patito l'unica sconfitta proprio al Franchi. La Roma ha sorpreso tutti con un progetto partito in tono minore rispetto a quello viola ma che finora ha raccolto molto di più, e non è detto che come in passato cali alla distanza. Il Napoli è partito con un attacco stellare e con il vento in poppa, e non è detto che quel vento cali. L'Inter è stata resuscitata da Mazzarri quanto basta da essere lì, con il fiato sul collo dei viola. Gli scontri diretti sono andati malino, miracolo contro la Juve a parte. Se non si vuole rigiocare l'Europa League l'anno prossimo, conviene che gli uomini di mercato viola stiano alla finestra, forti di quel mandato ricevuto dai Della Valle Bros.: se capita un'occasione come quella di Pepito, prendetela.
Un anno fa si facevano più o meno gli stessi discorsi, ed arrivò un fuoriclasse come ce ne sono pochi, il secondo di nome Rossi nella storia del calcio italiano. Quest'anno il discorso si fa più complesso. E qui torna in gioco la frase storica. Questa Fiorentina è una squadra che fa stropicciare gli occhi agli osservatori italiani e stranieri, eppure perde continuamente pezzi a causa di giocatori che vogliono andarsene. Qualcosa non torna.
L'anno scorso allorché il progetto di gioco di Montella decollò scoppiò la crisi di Jovetic, che fece di tutto per costringere la società a cederlo. A fine stagione scoppiò la crisi di Pizarro, parzialmente rientrata in estate e poi riesplosa nell'ultimo mese. Sempre nell'estate scorsa sono maturati i dolori del giovane Llajic, andato poi a rinforzare una diretta concorrente, la Roma che ci sta davanti di diversi punti. Nel frattempo abbiamo salutato Alonso, promettente e utile difensore spagnolo che non aveva sfigurato in Coppa, mentre stiamo per dire ciao a Roncaglia, Wolski e Bakic, per non parlare di Yakovenko e Olivera. In pratica, buona parte della campagna acquisti 2013, da utili rincalzi e giovani promesse a pulmino di corviniana memoria da sfoltire quanto prima. Cosa resterà, oltre alle plusvalenze?
Conta solo la maglia. I nomi che si fanno sarebbero più che degni di vestirla. Da Criscito a D'Ambrosio, da Leandro Paredes a Musacchio. Nomi altisonanti, c'è mezza Europa dietro, e tutte le concorrenti italiane. Può darsi che sia il solito gioco di società che si verifica ad ogni mercato, sparala più grossa e vendi più copie. Ma in fondo anche un anno fa si dicevano le stesse cose, e poche ore prima di prendere Giuseppe Rossi Daniele Prade' assicurò alla stampa che non rientrava tra gli obbiettivi della società. Per un imprenditore al top, come direbbero Crozza e anche Briatore, è venuto il momento di vincere qualcosa e questi sono i nomi giusti per vincere. Di Lodi, con tutto il rispetto, è pieno il calcio italiano.
Nel frattempo, c'è comunque da lavorare anche sotto altri profili. Gli uomini passano, la Fiorentina resta, ma quando qualcuno si fa male è sempre la solita storia. Nelle passate stagioni ci fu il tormentone Jovetic, vittima di un grave infortunio, poi forse rientrato in anticipo e fino alla fine dei suoi giorni viola altalenante nelle apparizioni e prestazioni, tanto da meritarsi il soprannome del Bua. Un anno dopo, assistiamo più o meno allo stesso film con protagonista uno che non avresti mai detto: Mario Gomez, un tedesco, un duro, uno che la bua non la sente, la gamba non la tira indietro.
Non si tratta di tirare in ballo vecchie e nuove gestioni del settore medico, ma piuttosto quella complessiva della società. Gomez doveva rientrare due mesi fa, ancora non è sicuro che torni in Coppa Italia l'8 gennaio prossimo. Qualcuno ha sbagliato – di nuovo – e pazienza, succede. Ma così si vanificano gli investimenti importanti. Pensate a una Juventus senza Tevez o a un Napoli senza Higuain (il buon Gonzalo per la verità ci aveva anche provato, spaccandosi la testa su uno scoglio a Mergellina...). Tra la medicina fiorentina e quella tedesca ci dev'essere un punto d'incontro e sarà bene trovarlo presto. Come sarà bene trovare presto un addetto stampa che dica le cose come stanno agli addetti ai lavori. Si evita se non altro di creare illusioni tra i tifosi che poi se le cose non vanno bene si ritorcono contro come un boomerang. Dalla gestione Berti a quella Teotino c'era già stato un decadimento, con l'arrivo di Elena Turra non pare che le cose siano migliorate granché.
Insomma, ce n'è di carne al fuoco per realizzare le ambizioni dei proprietari della Fiorentina e dei suoi stessi tifosi. Auguri a Diego Della Valle e a tutte le sue imprese. Soprattutto a quella che ci sta più a cuore. Gli uomini passano, la Fiorentina resta.
Buon 2014 a tutti.

Auf wiedersen, Michael Schumacher. Sei stato il più grande.



 4 ottobre 2012

Mentre a Suzuka Michael Schumacher sta tenendo la conferenza stampa con cui annuncia il suo ritiro definitivo dalle corse alla fine di questa stagione, sono tante le immagini che tornano alla mente. Per chi ha il cuore rosso Ferrari, Schumi è e resterà sempre il più grande, in una galleria di grandissimi.
L’uomo della rinascita, voluto a Maranello personalmente dall’Avvocato Agnelli per riportare alla vittoria nel campionato del mondo di Formula 1 la scuderia del Cavallino dopo vent’anni di amarezze, si presentò ai cancelli di Maranello una mattina dell’inverno 1995. Aveva appena vinto il secondo mondiale consecutivo con la Benetton, allora gestita da Flavio Briatore, un altro che come l’Avvocato di piloti se ne intendeva, e che all’Avvocato non aveva saputo, o voluto dire di no.
Il ragazzo nato e cresciuto a Kerpen, vicino alla frontiera tedesca con il Belgio, dove il padre gestiva un autodromo di kart e dove aveva imparato ad andare più veloce di tutti, aveva vinto nel 1994 di un’incollatura su Damon Hill della Williams, con il quale nell’ultima corsa - sempre a Suzuka - aveva fatto a sportellate mantenendo il vantaggio grazie all’incidente che li mise fuori gara tutti e due (nella migliore tradizione dai tempi di Prost e Senna).
Era l’anno in cui l’automobilismo aveva perso il suo mito, Ayrton Senna, morto a Imola il 1° maggio, ed era disperatamente in cerca di un erede. Lo trovò in questo tedesco di poche parole, che alla prima occasione fece centro, e si ripeté l’anno dopo questa volta con ampio distacco.
Una volta alla Ferrari, Michael si trovò a dover risollevare sia dal punto di vista morale che tecnico una scuderia piegata da anni di batoste. Insieme a lui, altri due fuoriclasse nel loro genere, Jean Todt e Ross Brown, a poco a poco misero a punto una macchina in grado di assecondare un pilota veloce e freddo (quasi sempre) come non se ne vedevano dai tempi di Niki Lauda, anche lui a suo tempo uomo del destino della rossa. La vittoria a Barcellona sul bagnato e poi a Monza, dove i ferraristi soccombevano da anni, portarono subito il campione tedesco nel cuore dei tifosi.
Mancava solo la vittoria mondiale, e dovette aspettare altri quattro anni. Nel 1997, il destino risarcì la famiglia Villeneuve dando a Jacques quello che non era stato concesso a Gilles, vincere e anche sopravvivere per raccontarlo, e in qualche modo i tifosi della Ferrari se ne fecero una ragione. Per quanto avevano voluto bene al padre accettarono la vittoria del figlio, forse ancora di più per una intemperanza di Schumi che all’ultima gara, nel sorpasso decisivo, dimostrò di non essere sempre così freddo come voleva la leggenda.
Negli anni successivi, l’errore di Spa con il tamponamento sul bagnato di un Coulthard già doppiato e l’incidente di Silverstone dove la Ferrari ruppe i freni e Michael ci rimise per fortuna solo una gamba, dettero la vittoria alla McLaren di Hakkinen, che si presentava come un avversario temibile anche nell’anno 2000. Ma a quel punto la macchina rossa ed il campione tedesco erano diventati un tutt’uno. Michael non sbagliò nulla, la Ferrari nemmeno, il mondiale fu vinto a Monza, in casa, con due giornate di anticipo. Ce lo ricordiamo tutti il tedesco (quasi sempre) di ghiaccio con indosso la parrucca rossa a fare baldoria per festeggiare una vittoria attesa vent’anni da tutta l’Italia dei motori.
Per quattro anni, dal 2001 al 2004, fu solo questione poi di capire con quanto anticipo Schumacher avrebbe rivinto il mondiale. Il suo record, sette titoli di cui i 5 con la rossa consecutivi, sarà difficilmente battibile, se non ci riuscirà il suo erede Fernando Alonso, l’uomo che – grazie al solito Briatore, stavolta in Renault – lo spodestò nel 2005 e poi anche nel 2006, grazie anche a un motore Ferrari traditore nella penultima corsa, sempre nella fatale Suzuka. Sazio di vittorie e forse consapevole di avere incontrato un altro se stesso, in quel ragazzo nato molto più a sud, nelle Asturie spagnole, che gli aveva tenuto testa vittoriosamente, Michael fece un figurone, andando a ringraziare comunque i suoi meccanici tutti dal primo all’ultimo e annunciando il suo ritiro alla fine di quella stagione.
Rimase come uomo immagine e consigliere della Ferrari negli anni successivi, il primo vittorioso di Raikkonen e gli altri in cui Felipe Massa cercò la vittoria prima e la guarigione poi da un brutto incidente. Nel 2009, interpellato sulla sua disponibilità a sostituire il brasiliano infortunato, non fu disponibile causa quel mal di schiena che è sempre stato il suo tallone di Achille e il motivo del suo lungo rapporto con il fisioterapista Balbir Singh. Nel frattempo, forse, si era già fatta sentire all’uscio di casa sua anche la Mercedes, decisa a ritornare nel mondo delle corse in proprio e non più in sodalizio con  una chiacchieratissima McLaren.
L’annuncio bomba del ritorno di Michael alle corse nel 2010 alla guida di una monoposto della casa di Stoccarda movimentò il mondo della Formula 1 forse più di quello del passaggio di Fernando Alonso alla Ferrari. I cui tifosi si divisero tra quelli che non potevano ignorare i battiti del loro cuore e quelli che si sentirono traditi. Ma Schumi aveva ignorato il noto proverbio secondo cui gli eroi muoiono giovani (nel suo caso, per fortuna, solo metaforicamente). Sfidare la sorte che gli aveva dato così tanto per tentare un secondo miracolo, far rinascere la Mercedes dopo averlo fatto con la Ferrari, non si dimostrò pagante. In tre anni la Mercedes ha avuto risultati paragonabili a quelli della Toro Rosso e della Force India, e vedere Schumi tamponare come un pivellino il francese Verne a Singapore per colpa di freni che non funzionano è stato un momento molto triste. Forse Schumi ha capito lì che il destino non paga due volte, e che è bene che la gente si ricordi dell’altra sua vita, quella in cui lui era il numero uno.
La conferenza stampa nel frattempo è finita. Michael ha fatto gli auguri al suo successore, quel Lewis Hamilton strappato a sorpresa all’ex partner McLaren che l’aveva cresciuto ma che non lo fa vincere più. In testa al mondiale c’è il tedesco di Spagna Fernando Alonso. E’ ora di godersi la sua splendida famiglia, e i continui ritorni ad un Albo d’Oro – nei prossimi anni – che non sarà modificato tanto presto, almeno per quello che riguarda il vertice.
Auf wiedersen, Michael. Du bist am moisten grossen. Sei stato il più grande. Con Fernando la tua rossa è in buone mani.

Michael Schumacher, la battaglia più difficile



 30 dicembre 2013

E' possibile dare la colpa al destino crudele se si trova in gravi condizioni uno che ha vissuto gran parte della sua vita a 300 all'ora? Pare di sì, poiché è quello che stanno scrivendo su tutti i social network amici, ex colleghi e semplici supporters a commento di quanto sta succedendo a Michael Schumacher, indimenticato e indimenticabile campione e recordman di Formula 1, sette volte iridato di cui cinque consecutive con la Ferrari.
Michael aveva dato l'addio definitivo alle corse nel 2012, a 43 anni e dopo essere sopravvissuto ad almeno un grave incidente, nel 1999 a Silverstone allorché se la cavò con una gamba rotta "soltanto". Ciò non gli aveva impedito di cominciare l'anno dopo la serie di vittorie leggendarie con il Cavallino Rampante, fino a concludere nel 2006 la prima parte della sua carriera con un palmares che rimarrà ineguagliato per chissà quanto. Poi il ritorno, nel 2010, altri tre anni di vita spericolata senza più successi, ma con un gusto immutato per il rischio.
Lo stesso gusto, lo stesso bisogno di adrenalina pura, che lo portava a cimentarsi in altre discipline sportive molto pericolose, come lo sci fuori pista praticato nei pressi della sua residenza francese di Meribel. Ieri la fortuna gli ha presentato il conto, e ancora non è dato sapere quanto sarà salato. Schumi ha perso il controllo degli sci durante una discesa al di fuori delle piste tracciate. La caduta rovinosa l'ha portato a sbattere la testa violentemente contro una roccia.
Malgrado il tedesco – spericolato ma metodico come sempre – indossasse
il casco, l'impatto gli ha prodotto una commozione cerebrale ben presto degenerata in emorragia durante il pur tempestivo ricovero nel vicino ospedale di Grenoble. I soccorsi sono scattati subito grazie al fatto che l'ex ferrarista non era solo, con lui sciava il figlio Mick. La situazione all'arrivo al nosocomio è parsa subito seria, Michael era in coma ed è stato mantenuto in tale stato farmacologicamente, mentre veniva sottoposto ad un intervento chirurgico per l'arresto dell'emorragia e la riduzione del trauma cranico.
Dopo quasi 24 ore, il bollettino medico parla di condizioni che restano "stabili ma critiche", con prognosi strettamente riservata. «Non possiamo pronunciarci sulle possibilità di sopravvivenza e sul futuro di Schumacher», ha chiosato l'equipe medica che lo segue, con la supervisione di quel professor Saillant dell'Università di Parigi, esperto di neurochirurgia, che già lo rimise a posto nel 1999 in una circostanza peraltro che adesso sembra molto meno grave dell'attuale.
Al capezzale dell'ex campione del mondo, tanti amici e colleghi, a cominciare dai compagni d'avventura Ross Brown e Jean Todt, e ovviamente la moglie Corinna ed i figli Gina Maria e Mick. Sebastian Vettel, l'attuale campione del mondo, nel rivolgergli gli auguri ha parlato di Schumi come di un secondo padre per lui. Giancarlo Fisichella, ex rivale in pista del tedesco, gli ha scritto: «Io ti conosco Michael, sei un grande. Questa è la corsa più difficile, ma sono certo che vincerai di nuovo».
La situazione rimane in continua ed imprevedibile evoluzione. Intanto, è il caso di dire che il campionissimo tedesco, sempre riservato e non molto espansivo durante tutta la sua carriera, non ha forse mai avuto così tante manifestazioni di affetto come adesso che la sua vita a 300 all'ora sembra davvero appesa ad un filo, a pochi giorni da quello che sarebbe il suo quarantacinquesimo compleanno, il 3 gennaio.

mercoledì 17 dicembre 2014

LA NOTTE DELLA REPUBBLICA: Ustica, il Muro di Gomma è crollato. Lo Stato risarcirà le famiglie delle vittime

29 gennaio 2013



Trentatre anni. Tanti ce ne sono voluti perché la frase fatidica fosse scritta sui un documento ufficiale di un organo istituzionale della Repubblica Italiana, la sentenza con cui ieri la Corte di Cassazione ha respinto il ricorso presentato dai Ministeri della Difesa e dei Trasporti avverso la condanna a risarcire i parenti delle vittime della strage del 27 giugno 1980 sul tratto di mare compreso tra Ponza e Ustica.
La sentenza è quindi passata in giudicato, è definitiva. La frase che contiene, altrettanto definitiva, incancellabile, inappellabile, è quella che abbatte una volta per tutte il muro di gomma creatosi attorno alla strage e alle sue responsabilità, già all’indomani di quell’ormai lontana tragedia: a causare l’esplosione del DC9 Itavia decollato alle 20,08 da Bologna e di cui alle 20,59 i controllori di volo persero le tracce sopra Ustica, ha detto la Terza sezione civile della corte di Cassazione, fu un missile e non un’esplosione interna, un cedimento strutturale, come hanno sempre sostenuto le autorità militari e civili dello Stato, e come nessuno fino ad oggi aveva avuto la possibilità di smentire.
Adesso lo fa la Corte Suprema, squarciando il velo su quello che è stato uno dei più incredibili misteri di quella che Sergio Zavoli definì la Notte della Repubblica, il lungo periodo delle stragi senza risposta, da Piazza Fontana alla strage di Natale del rapido 904. In questo panorama di enigmi ricoperti di sangue, quella di Ustica è sempre stata una strage particolare. Fu chiaro da subito che il terrorismo non c’entrava nulla, che l’evento aveva avuto luogo semmai in un contesto che vedeva in gioco le forze armate di diversi paesi in un teatro estremamente delicato quale il Mediterraneo centrale, nonché i delicati equilibri di un mondo allora prigioniero della Guerra Fredda e dei rapporti altrettanto conflittuali fra oriente arabo e occidente cristiano. Fu altrettanto chiaro che la ricostruzione offerta all’opinione pubblica dalle autorità non convinceva, ed era semmai dettata da quella che era (e sarebbe rimasta fino ad oggi) una ragion di stato inconfessabile.
Un giovane Emilio Fede dà la notizia della strage al TG1
La tesi del cedimento strutturale sostenuta dal Governo italiano fu presto messa in discussione pesantemente dalle varie perizie eseguite più o meno ufficialmente, e dal lavoro di alcuni giornalisti coraggiosi, tra cui quell’Andrea Purgatori del Corriere della Sera che è stato interpretato dal compianto Corso Salani nel Muro di Gomma di Marco Risi, il film che nel 1991 effettuò una precisa e drammatica ricostruzione della tragedia, dei successivi dieci anni di indagine, delle prime verità emerse e della fatica per farle emergere, tra minacce, incidenti e umiliazioni subite da chi lottava per onorare almeno la memoria delle 81 vittime (tra cui 13 bambini), parenti o addetti ai lavori che fossero.
Molte cose tra quelle successe dopo la strage contribuirono infatti ad aggiungere mistero al mistero: dal caccia libico la cui caduta sull’Aspromonte fu evidentemente posticipata di un paio di mesi, alle
misteriose sparizioni a seguito di incidenti fortuiti di quasi tutti i testimoni dell’incidente, soprattutto il personale in servizio presso le sale controllo di Marsala e Palermo, alle minacce anonime ma non troppo ricevute da Purgatori e da altri, al muro di omertà e rigetto trovato dai parenti delle vittime presso le stesse istituzioni italiane, all’affidamento del recupero dei relitti dell’aereo ad una ditta francese, la Ifremer, quando già si erano diffuse voci di un coinvolgimento della stessa Francia nell’incidente, alla conturbante presenza della portaerei americana Saratoga nel porto di Napoli la notte del 27 giugno (ma - si badi bene la coincidenza - con tutti i radar inspiegabilmente fuori uso per manutenzione), al clamoroso contrasto tra le risultanze delle indagini della procura di Palermo e del giudice Rosario Priore prima e della Commissione Stragi di Libero Gualtieri poi, che suggerivano con evidente verosimiglianza una responsabilità ascrivibile ad azioni militari (in altre parole, all’abbattimento del DC9 Itavia da parte di un missile) e che tuttavia si arrendevano di fronte all’impotenza ad andare oltre nell’accertamento delle responsabilità accettando un non luogo a procedere forse peggiore dello stesso muro di gomma messo su da chi quelle responsabilità voleva nasconderle.
Il DC9 Itavia ricostruito dopo il recupero in mare
Dopo il film di Risi e Salani, non fu più possibile per l’opinione pubblica italiana e per le istituzioni mentire a se stesse, e la tesi del missile sparato da un aereo militare durante una vera e propria azione di guerra svoltasi sui cieli italiani acquistò sempre più fondamento, anche se una vera e propria azione penale nei confronti di chicchessia non è mai stata intentata. Ai parenti delle vittime non restò altro che l’azione civile contro lo Stato, per ottenere un risarcimento sicuramente più morale che materiale, motivato dall’omissione di una condotta tesa ad assicurare la sicurezza nel cielo ai velivoli dell’aviazione civile. In altre parole, il DC9 come qualunque altro velivolo non avrebbe dovuto esser stato fatto transitare in un corridoio aereo dove era in svolgimento una qualunque azione di tipo militare, sia di esercitazione che realmente operativa.
Si è sicuramente trattato della solita via traversa all’italiana, secondo cui una verità così scottante non può mai essere accertata per la strada principale ma deve emergere in modo accessorio, attraverso procedimenti tardivi e che comunque non investono il nocciolo della questione, lasciando intatte le responsabilità personali e collettive.
Tuttavia, confermando la sentenza della corte d’Appello di Palermo, la Cassazione ha stabilito che lo Stato risarcirà i familiari delle vittime, anche oltre il milione e 240 mila euro già concessi, riconoscendo finalmente la ragione delle vittime. Anche se né lo Stato né nessun altro soggetto, nazione o individuo, sono mai stati individuati come colpevoli di quanto successe ad Ustica. Neppure le ammissioni dell’ex Presidente della Repubblica Francesco Cossiga, all’epoca dei fatti Presidente del Consiglio, che nel 2007 dichiarò esplicitamente che la colpa della strage era da attribuire ad un missile lanciato da un aereo militare francese secondo quanto riportatogli dai servizi segreti italiani, hanno costituito la base per una azione penale o quantomeno per il sollevamento in sede internazionale della questione tra Stati.
E’ una amara vittoria per le famiglie delle vittime, quindi. E per chi ha lottato per buona parte della sua vita (o magari ce l’ha rimessa) per far sì che questa verità scomoda venisse fuori. Nel frattempo, oltre alle 81 vittime e a molti dei loro familiari, non ci sono più molti attori della vicenda, e lo stesso quadro internazionale è profondamente cambiato, con la deposizione sanguinosa di quel Muhammar Gheddafi che tutti ormai indicano come il bersaglio di quel missile che doveva toglierlo di mezzo con 31 anni di anticipo, e che invece andò a impattare sul volo tranquillo di 81 persone che nessuno aveva avvisato di essere finite in mezzo ad una guerra. 43 dei quali giacciono per sempre sul fondo del Mar Tirreno.
Una vittoria amara, ed una sensazione per descrivere la quale ricorriamo ancora una volta a Marco Risi ed alle immagini finali del suo Muro di Gomma, con Andrea Purgatori/Corso Salani che detta la sua notizia con la voce rotta dall’emozione, senza trionfo ma solo con stanchezza e tristezza, e poi la voce fuori campo che elenca il nome e cognome degli 81 passeggeri.


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LA NOTTE DELLA REPUBBLICA: Muore Prospero Gallinari. Con lui se ne vanno i Misteri d'Italia

15 gennaio 2013


«Eravamo in guerra, come quei poveri ragazzi mandati in Vietnam. Il contesto nazionale e internazionale era questo. Tutto è partito dal movimento operaio. Alle nostre manifestazioni per una migliore condizione sociale, contro la disoccupazione, lo Stato ha risposto con le azioni di polizia, con le cariche. Le forze reazionarie hanno risposto con la strage di Piazza Fontana. A quel punto, non potevamo fare altro, a nostra volta, che rispondere con le armi. Una vera e propria dichiarazione di guerra».
Raccontava così Prospero Gallinari la storia sua e di una intera generazione che aveva visto trasformarsi gli anni più verdi, quelli che dovrebbero essere i più spensierati, in Anni di Piombo. E’ morto ieri mattina stroncato dall’ultimo e più grave di una serie di attacchi di cuore mentre usciva dal garage dell’abitazione dove da qualche anno scontava il resto della sua pena (trasformata da ergastolo in arresti domiciliari per motivi di salute) l’ex leader delle Brigate Rosse che non si era mai pentito, l’irriducibile ex-operaio passato alla lotta armata che era arrivato a diventare il capo militare della Stella a Cinque Punte.
Aveva 62 anni, 36 dei quali li aveva trascorsi tra carcere e arresti domiciliari, dai quali negli ultimi anni aveva il permesso di uscire per recarsi al lavoro nella ditta che l’aveva assunto come autista a Reggio Emilia, dove abitava attualmente. Era nato nel 1951 proprio a Reggio Emilia, da famiglia contadina e di idee comuniste, in una terra dove era rimasta viva più che altrove la memoria della lotta partigiana e dove il vento della ribellione alla fine degli anni sessanta soffiava inevitabilmente più forte. Iscritto giovanissimo alla FGCI, il giovane operaio Gallinari era uscito presto dal Partito Comunista Italiano, ritenendo come tanti giovani militanti di allora insoddisfacente e insufficiente la linea legalitaria adottata dai dirigenti di allora.
Proprio in provincia della sua città, a Pecorile, nel 1970, si era costituita una formazione politica estremista con ambizioni paramilitari destinata presto a diventare la più famosa, o famigerata, di tutte: le Brigate Rosse. Prospero Gallinari era stato tra i fondatori insieme a Renato Curcio, Alberto Franceschini, Roberto Ognibene, Mario Moretti, Adriana Faranda. Dopo un breve periodo di dissidenza, era rientrato nel gruppo ormai consacratosi al terrorismo puro, sotto la direzione di Moretti che aveva rilevato i leader più politici Curcio e Franceschini nel frattempo arrestati, e giusto in tempo per partecipare al rapimento del giudice Mario Sossi, uno dei primi sequestri spettacolari operati dall’organizzazione contro esponenti dello Stato. Gallinari, che nel sequestro e in altre operazioni di commando aveva già messo in luce le sue qualità di capo militare (in sintonia con la leadership politica di Moretti e Faranda), venne arrestato una prima volta a fine 1974.
Nel 1976, al processo di Torino dove si giudicavano i Capi storici BR, Gallinari si mise in mostra leggendo il volantino con cui si rivendicava l’omicidio del procuratore di Genova Francesco Coco ad opera di una colonna dell’organizzazione rimasta in clandestinità. Nel 1977 riuscì ad evadere
dal carcere di Treviso e da quel momento di lui si persero le tracce. Fino al 15 marzo 1978, quando riapparve agli onori della cronaca nel modo più drammatico.
Gallinari fu infatti il leader del commando che in Via Fani rapì il segretario della Democrazia Cristiana Aldo Moro (mentre si sta recando in Parlamento per ricevere il voto di fiducia al suo governo che per la prima volta avrebbe dovuto avere l’appoggio del Partito Comunista, il Compromesso Storico), e ne massacrò la scorta. Da quel momento, e per i fatidici 55 giorni, Gallinari insieme a Moretti, Anna Laura Braghetti (che poi avrebbe sposato in carcere) e – pare – Germano Maccari, fu uno dei carcerieri dello statista, e probabilmente quello che lo giustiziò il 9 maggio, nel bagagliaio della R4 poi ritrovata in Via Caetani, al termine dello psicodramma collettivo che cambiò per sempre la storia d’Italia.
Catturato nel 1979 dalla polizia al termine di una sparatoria a Roma nella quale venne gravemente ferito alla testa, riuscì a sopravvivere e ad affrontare il processo che nel 1983 lo condannò all’ergastolo insieme ai suoi compagni. Nello stesso anno subì il primo della serie di infarti che si è conclusa ieri.
Prospero Gallinari è sempre stato uno degli irriducibili delle Brigate Rosse, uno di quelli che non si è mai pentito e non è mai venuto a patti con lo stato, confessando alcunché di tutto ciò di cui era a conoscenza relativamente al periodo della lotta armata. Nel 1988 decise di unirsi allo storico documento con cui Curcio, Moretti ed altri riconoscevano che “la lotta armata è finita e lo Stato ha vinto”, ma senza alcuna concessione al pentimento né desiderio di fare chiarezza circa le responsabilità sue e dei suoi compagni negli eventi drammatici degli Anni di Piombo. Pochi anni dopo, Mario Moretti lo scagionò circa l’esecuzione materiale del delitto Moro assumendosene le responsabilità, ma pare che quel gesto fosse dettato dal tentativo di favorire l’uscita dell’amico e compagno dal carcere, per motivi di salute. Uscita che fu poi accordata nel 1996 con la sospensione della pena e la concessione degli arresti domiciliari.
Con la sua scomparsa, si riducono ulteriormente le possibilità per la giustizia italiana di far luce sul periodo più controverso della storia d’Italia contemporanea, ed in particolare sul sequestro e l’uccisione di Aldo Moro. Era veramente lui l’Ing. Altobelli che aveva preso in affitto l’appartamento di Via Montalcini in cui lo statista fu tenuto prigioniero? C’era veramente qualcun altro la mattina del 15 marzo 1978 in Via Fani insieme agli uomini delle Brigate Rosse capitanati da Gallinari? Chi ha bruciato o fatto sparire le carte di Moro conservate nel covo, e che cosa contenevano esattamente? E infine, la domanda più importante di tutte, che cosa sono state esattamente le Brigate Rosse? L’organizzazione terroristica che tenne in scacco lo Stato italiano per più di dieci anni nel tentativo idealistico e ideologico di riprendere e portare a compimento una lotta partigiana che si riteneva fosse stata interrotta troppo presto? O una pedina più o meno consapevole su una scacchiera e in un gioco in cui la posta era molto, ma molto più alta, attraversando addirittura i destini stessi dell’Occidente? Chi armò veramente la mano che sparò ad Aldo Moro, di Gallinari o di chiunque altro fosse?
Queste sono le domande a cui adesso si trova a rispondere Prospero Gallinari, davanti al Tribunale a cui si è presentato ieri, alla fine di una delle tante vite spezzate o distorte vissute in quei terribili e incomprensibili anni 70. Chissà se almeno per un attimo, in questi 62 anni in cui ha vissuto (molti di più di quelli che ha concesso a tante sue vittime), ha avuto un attimo non si dice di pentimento, ma almeno di dubbio. Su quei segreti di stato che si è portato con sé per sempre.

Prospero Gallinari e Mario Moretti

LA NOTTE DELLA REPUBBLICA: Addio a Giulio Andreotti e ai segreti d'Italia del XX° secolo

6 maggio 2013


Con la scomparsa di Giulio Andreotti va in archivio la Storia d’Italia del XX secolo, sia quella pubblica e conosciuta che quella segreta, o secretata, che chissà quando e se sarà mai conosciuta fino in fondo. L’uomo più potente della storia repubblicana si è spento oggi alle 12,25 nella sua abitazione romana, senza clamore così come aveva vissuto per 94 anni a partire dal 14 gennaio del 1919, malgrado per buona parte della sua vita si fosse trovato al centro degli eventi più importanti di quella storia, spesso e volentieri autore e/o partecipe di essi e ancor più spesso accreditato dall’opinione pubblica come responsabile, come deus ex machina di quegli eventi. Di tutti gli eventi.
Era l’ultimo sopravvissuto dei Padri Costituenti. La carriera politica di Giulio Andreotti era nata insieme alla Repubblica Italiana. Il giovane studente di diritto che si stava facendo rapidamente un nome nella Federazione Universitaria dei Cattolici Italiani e che trascorreva molto del suo tempo presso la Biblioteca Vaticana vi aveva fatto un paio di incontri importanti: Giovanni Batista Montini, Segretario di Stato di Papa Pio XII e destinato a diventare suo successore come Paolo VI, e Alcide De Gasperi, all’epoca uomo politico in disgrazia presso il regime fascista e che approfittava dell’ospitalità della Curia Vaticana, in seguito destinato ad essere l’uomo della rinascita italiana, il leader carismatico della neonata Democrazia Cristiana nonché di una intera nazione che cercava di riconquistarsi un posto nel consesso delle nazioni civili.
Con Pio XII
Il Cardinal Montini segnalò al segretario DC quel giovane promettente studente. De Gasperi, malgrado le differenze di carattere e di estrazione geografica aveva già notato e preso a ben volere Andreotti per conto proprio, e fu ben lieto di accogliere il suggerimento. Il 2 giugno 1946 Giulio Andreotti fu eletto all’Assemblea Costituente, entrando così a Montecitorio per la prima volta. Ne è uscito oggi per l’ultima, al termine della più longeva carriera politica della storia d’Italia, oltre che – come si è detto – la più importante e densa di avvenimenti.
Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio in tutti i Governi De Gasperi fino al 1954, si distinse inoltre per l’opera di riorganizzazione e rifondazione sia del cinema che dello sport italiano. Gli si devono sia la rinascita dell’industria cinematografica e degli stabilimenti di Cinecittà nel dopoguerra, sia la geniale intuizione dell’autofinanziamento del CONI e dello sport nazionale attraverso il collegamento con il Totocalcio. Per questi ed altri meriti, fu nominato Presidente del Comitato Organizzatore delle Olimpiadi di Roma 1960. Grande tifoso di calcio e in particolare della Roma, gli sono stati attribuiti da sempre numerosi interventi (soprattutto non ufficiali, in accordo con la leggenda nera che ha corso in parallelo a tutta la sua vita) volti a favorire la sua squadra del cuore.
Con Alcide De Gasperi
Finita l’era De Gasperi, la sua personalità ed i successi già conseguiti lo posero come antagonista dei cosiddetti “cavalli di razza”, Amintore Fanfani e Aldo Moro, che avevano preso la leadership del partito tentando di spostarne il baricentro più a sinistra. La leggenda nera delle trame andreottiane cominciò allora, quando alla metà degli anni 50 fu ascritta alla responsabilità delle sue manovre la implicazione dell’enfant prodige democristiano Piero Piccioni nel Delitto Montesi (il primo scandalo pubblico dell’Italia repubblicana) e la sua caduta in disgrazia, che favorì il via libera alla nuova generazione: da una parte i Moro e i Fanfani, dall’altra gli Andreotti e i Dorotei, Colombo, Rumor, Taviani e tutti coloro che non vedevano di buon occhio aperture a sinistra.
A metà anni sessanta il primo incarico importante, il Ministero della Difesa, ed insieme nuove accuse di manovre oscure, allorché fu individuato come responsabile della distruzione dei documenti relativi al tentato golpe del generale De Lorenzo, il cosiddetto Piano Solo. I fascicoli in cui erano schedati più o meno tutti i politici italiani dell’epoca furono distrutti, come prevedeva la legge, ma misteriosamente delle copie giunsero in possesso della P2 di Licio Gelli, all’epoca non ancora scoperta, con le conseguenze che ognuno può immaginare. E grazie alla campagna di stampa dell’Espresso la colpa, la prima di una lunga serie, fu addossata a Giulio Andreotti, in collaborazione con un altro politico di fama e di cui la vox populi aveva già cominciato a "chiacchierare" pesantemente: Francesco Cossiga.
Nel 1972, negli anni della reazione al centrosinistra con i socialisti e dei primi contraccolpi sociali alla strategia della tensione che avvelenava la lotta politica italiana, Andreotti ricevette l’incarico del primo dei suoi sette governi. Fu in seguito di nuovo Ministro della Difesa e poi del Bilancio sotto Moro. Ancora accuse di favoreggiamento a terroristi neri, relativamente alla strage di Piazza Fontana, ancora proscioglimenti o “non luogo a procedere”. Finché nel 1976 l’avanzata del PCI arginata a stento dalla Democrazia Cristiana convinse Enrico Berlinguer e Aldo Moro, gli autori del compromesso storico, a dare nuova forma e nuova sostanza alla loro formula politica coinvolgendo i comunisti nell’area di governo nell’intento di stemperare le tensioni sociali e di dare nuovo impulso ad una fase riformista ritenuta più che mai necessaria e per la quale l’appoggio dei socialisti non era più sufficiente.
Con Aldo Moro e Benigno Zaccagnini
Per guidare questa operazione di governo con appoggio esterno comunista (la cosiddetta non sfiducia) fu scelto proprio Andreotti, secondo una tecnica di compensazione tipica della DC. Era un monocolore che si reggeva sull’astensione di tutti i partiti dell’arco costituzionale, eccezion fatta per il MSI di Giorgio Almirante, e sopravvisse fino al gennaio 1978. Ritenendo che bisognasse aumentare il coinvolgimento della sinistra comunista nell’azione governativa, Moro propose allora un nuovo esecutivo a cui tutti i partiti, PCI compreso, dessero stavolta non l’astensione ma un voto esplicito di fiducia. Era il governo che doveva essere presentato alla Camera la mattina del 16 marzo 1978, quando lo statista pugliese fu rapito dalle Brigate Rosse in Via Fani e la sua scorta massacrata. Il dramma spinse il Parlamento a votare rapidamente la fiducia al IV° governo Andreotti, che passò alla storia come di “solidarietà nazionale”.
Da Palazzo Chigi, Andreotti sposò la linea della fermezza e del rifiuto delle trattative con le BR., come del resto fecero tutte le forze politiche ad eccezione del PSI di Bettino Craxi e dei Radicali di Marco Pannella. Nei suoi memoriali dalla prigione del popolo, Aldo Moro ebbe delle parole durissime per Andreotti. Dopo il ritrovamento del suo cadavere a Via Caetani, la famiglia Moro mantenne tale atteggiamento, e rifiutò da allora in poi di avere a che fare con l’uomo che adesso guidava il partito che non aveva voluto salvare il suo congiunto.
Con Aldo Moro
Il dramma di Moro non impedì al governo Andreotti di conseguire importanti successi quale ad esempio la Riforma Sanitaria, quella legge 833 che a detta di tutti rimane una delle più avanzate di ogni tempo e di ogni luogo in materia. La richiesta da parte del PCI di avere maggior peso e coinvolgimento nella compagine governativa, unitamente all’assenza di un mediatore abile come Moro ed al mutato clima interno ed internazionale, portarono alla crisi del governo Andreotti ed alla fine dell’esperimento di Solidarietà Nazionale. Che fu seguito anche da una interruzione del cursus honorum andreottiano, per i veti sia di Berlinguer che di Craxi. Il quale ultimo ebbe a dire: “la vecchia volpe è finita finalmente in pellicceria”.
La vecchia volpe, invece, aveva sette vite, e lo dimostrò prendendosi l’incarico di Ministro degli Esteri proprio nello storico governo Craxi nel 1983, e mantenendolo fino al 1989 anche nel successivo esecutivo a guida di Ciriaco De Mita. In quegli anni, egli svolse un ruolo di mediazione importante tra gli USA del dopo Reagan e l’URSS in cui cominciava a produrre i suoi effetti la Perestrojika di Michail Gorbaciov. Analogo ruolo si trovò a svolgere all’interno, allorché la rotta di collisione tra Craxi e De Mita lo portò a riavvicinarsi al leader socialista, a discapito del proprio segretario di partito.
Quando nel 1989 cadde il Muro di Berlino, Andreotti riprese a De Mita la Presidenza del Consiglio, e si distinse per la sua posizione eterodossa (ma col senno di poi profetica e rivalutabile) circa la riunificazione tedesca. Il politico romano andò controcorrente dichiarando senza mezzi termini che la Germania unita prima o poi avrebbe prodotto ciò che aveva sempre prodotto nella storia d’Europa: guai.
Con Tina Anselmi
Mentre il Presidente della Repubblica Cossiga iniziava a tirare le picconate che avrebbero abbattuto la Prima Repubblica e Craxi tornava a rompere l’armonia ricreatasi e codificata nella celebre formula del C.A.F. (Craxi, Andreotti e Forlani), mentre esplodeva lo scandalo Gladio e si delineava un nuovo oscuro coinvolgimento del Presidente del Consiglio nelle trame nere di decenni di storia repubblicana, si arrivò all’anno terribile, quel 1992 che vide la fine del suo settimo governo e subito dopo il suo tentativo di accedere alla massima carica dello stato, succedendo proprio a quel Cossiga ex amico e adesso quasi rivale che tuttavia l’aveva nominato l’anno prima senatore a vita, assicurandogli senza saperlo un avvenire politico ed una immunità parlamentare che altrimenti sarebbero stati – come si vide poi – sicuramente compromessi.
La bomba che esplose a Capaci il 23 maggio 1992 non si portò via soltanto Giovanni Falcone, ma anche le ambizioni personali di Giulio Andreotti di ascesa al Quirinale, e della prima Repubblica di sopravvivere. Al Colle salì Oscar Luigi Scalfaro, mentre un paese scosso da Mani Pulite e dalle stragi di Mafia assisteva alla fine di una classe politica, in primis di quella DC che da esattamente 50 anni l’aveva guidato senza contendenti. Quando essa si sciolse, ai primi del 1994, Andreotti aderì al Partito Popolare di Martinazzoli, ma la sua carriera politica attiva era finita. Fu quello il momento in cui la Procura di Palermo, passata sotto la guida di Giancarlo Caselli dopo la decimazione del pool di Antonino Caponnetto, ritenne opportuno presentare il conto al senatore a vita relativamente a quello di cui si sussurrava da tempo: le sue frequentazioni e presunte collaborazioni con Cosa Nostra, dal dopoguerra agli anni dei Corleonesi e di quel Totò Riina che era stato appena catturato dai Carabinieri del Capitano Ultimo.
Negli oltre dieci anni intercorsi tra l’avvio del procedimento giudiziario e la sentenza definitiva della Cassazione, la Procura di Palermo non riuscì a provare il suo diretto coinvolgimento nella criminalità organizzata. La Corte si limitò a dichiarare prescritti i fatti antecedenti al 1980 (non luogo a procedere), mentre lo assolse per quelli successivi, addossandogli esclusivamente la responsabilità di "incontri" con personaggi scomodi, che se non costituivano di per sé reato certamente non alimentavano una accezione positiva della sua immagine.
Negli ultimi anni si era dedicato alla cura del suo sterminato archivio cartaceo nel suo studio a Piazza in Lucina a Roma, lasciato in eredità alla Fondazione Sturzo e da lui curato materialmente fino all’ultimo. E’ facile immaginare che adesso si tratti di uno dei tesori più importanti della Storia della Repubblica. Qualunque sia la verità, ed il peso che ciascuno vuole o vorrà darle, è certo che là dentro non si trova soltanto il contenuto degli scritti con cui per tutta la vita Giulio Andreotti ha alimentato la sua vena di autore letterario, anche gradevole e celebre per quel suo certo umorismo british-romanesco fatto di undestatement e di battute celeberrime come “il potere logora chi non ce l’ha”. Là dentro si trova molto di più, si trova la Storia d’Italia, quella che conosciamo e quella che non conosceremo mai, quella che immaginiamo e quella che non possiamo e non potremo mai neanche lontanamente immaginare.
Mentre Giulio Andreotti si presenta finalmente davanti ad un Giudice presso la cui giurisdizione niente va mai in prescrizione, per chi si accinge a salutarlo, nel bene e nel male, per l’ultima volta su questa terra, valgono più che mai le parole che gli dedicò Indro Montanelli: “delle due, l'una: o è il più grande, scaltro criminale di questo paese, perché l'ha sempre fatta franca; oppure è il più grande perseguitato della storia d'Italia.
Come fa dire Paolo Sorrentino al suo Eugenio Scalfari nel film Il Divo, ”allora Senatore Andreotti, le chiedo: tutte queste coincidenze sono frutto del caso o della volontà di Dio?".