giovedì 20 marzo 2014

RENZIADE: La Procura indaga sull'affitto di Renzi


La Procura della Repubblica di Firenze ha aperto un fascicolo per fare luce nei rapporti tra il Presidente del Consiglio Matteo Renzi e Marco Carrai, imprenditore fiorentino notoriamente legato al premier che qualcuno già definisce “il Gianni Letta di Renzi”. Carrai risulta aver pagato, dal 14 marzo 2011 al 22 gennaio scorso, l’affitto dell’appartamento di via degli Alfani 8, nei pressi di palazzo Vecchio, dove viveva l’ex sindaco di Firenze.
L’obiettivo della Procura in particolare è quello di stabilire se Carrai abbia ottenuto favori in cambio del pagamento degli affitti del Sindaco. Per il momento non sono state formulate ipotesi di reato, né sono state iscritte persone sul registro degli indagati. Giuliano Giambartolomei, procuratore aggiunto di Firenze, intenderà semplicemente accertare che non sia stato danneggiato in alcun modo l’interesse pubblico.
Matteo Renzi aveva trasferito la residenza a Firenze all’inizio del suo mandato di Sindaco, dopo averla avuta a Pontassieve. Nei primi tempi, aveva vissuto in una mansarda nei pressi di Palazzo Vecchio, il cui affitto tuttavia sarebbe stato proibitivo anche per il suo stipendio. Ecco allora intervenire Carrai, che avrebbe -  secondo quanto ricostruito dai mezzi di informazione – offerto al Sindaco di pagare l’affitto del nuovo appartamento via degli Alfani, prima ammontante a 900 euro, poi a 1.200.
Proprietario dell’appartamento è Alessandro Dini, consigliere d’amministrazione della Rototype, il cui sito web è stato realizzato dalla Dotmedia, l’agenzia di comunicazione di cui è socio anche il cognato di Renzi. Marco Carrai, imprenditore alla guida in passato di una società partecipata del Comune, la Firenze Parcheggi, è oggi presidente di ADF, società che gestisce l’aeroporto di Firenze. Carrai è inoltre socio della C&T Crossmedia, azienda operativa nel campo multimediale che si è aggiudicata un appalto del comune per l’organizzazione di un servizio per visitare Palazzo Vecchio con la guida di un tablet interattivo. Per ogni dispositivo noleggiato dai turisti, la C&T riceve una percentuale.

Da questo complesso di rapporti deriva evidentemente l’interesse della Procura della Repubblica per la situazione abitativa del Presidente del Consiglio negli ultimi tempi del suo mandato di amministratore del capoluogo toscano.

mercoledì 19 marzo 2014

RENZIADE: Rossi sfida Renzi e dice no all'Europarlamento


Aria di resa dei conti nel Partito Democratico toscano. Se nel Centrodestra la situazione vede un leader, Silvio Berlusconi che vorrebbe tanto candidarsi alle prossime europee per riguadagnarsi uno status di parlamentare malgrado l’ennesimo stop impostogli dalla Corte di Cassazione (che ha confermato ieri i due anni di interdizione), nel Centrosinistra si va verso uno scontro al vertice, una vera e propria sfida all’OK Corral.
Il segretario premier Matteo Renzi ha offerto una candidatura “blindata” alle prossime elezioni europee al governatore della Toscana Enrico Rossi, personaggio evidentemente sempre più scomodo nel quadro politico locale e nazionale malgrado le recenti svolte tattiche e gli apparenti accordi intercorsi tra Roma e Firenze, o per meglio dire tra Roma e Pontedera, visto che ormai Rossi nel partito toscano riscuote un credito sempre più minoritario, come le primarie nazionali stesse hanno dimostrato.
Per Renzi si tratta di liberarsi di una figura ingombrante, che si porta dietro un modello di gestione – ed una gestione concreta – sicuramente deficitario dal punto di vista sia economico che amministrativo, al netto delle questioni ancora aperte presso varie procure della repubblica. Si tratta altresì di pacificare il proprio partito nella propria terra d’origine, visto che alcune sacche di resistenza “bersaniane” (tra cui lo stesso governatore Rossi, in modo talvolta celato talvolta palese) permangono, come hanno dimostrato alcune recentissime consultazioni elettorali primarie minori, ma non per questo da sottovalutare.
Alla “renziana” Stefania Saccardi, insediatasi da poco meno di un mese nella carica di vicepresidente della Giunta regionale, con delega al welfare e al sociale, sono bastati pochi “giri di valzer” con i vertici dell’amministrazione per rendersi conto che le condizioni in cui versa quest’ultima sono drammatiche, con un bilancio per niente risanato e con politiche da ridisegnare completamente, in linea con i nuovi indirizzi impressi dal neo-leader alla politica nazionale.
Ecco allora che a quest’ultimo è riapparsa appetibile la scelta di favorire un’uscita di scena soft per il principale “oppositore interno”, sotto forma di candidatura alle prossime europee, con dimissioni ovviamente immediate per favorire l’inserimento dello stesso Rossi nell’apposita lista e conseguente voto anticipato a ottobre.
Il governatore ha esitato per qualche ora, per poi trarre nuova linfa e ulteriore vis polemica dalle sopra citate consultazioni che hanno visto un timido rialzar la testa degli anti-renziani. E ieri ha comunicato a gran voce, il suo niet. “Resto governatore, sono in tanti a chiedermelo.” C’è da crederci, tutto l’establishment che ha governato insieme la “cosa rossa” e la Toscana in questi ultimi anni non vuole arrendersi al rottamatore, e vede nel governatore l’ultima “ridotta” in cui resistere, in attesa di tempi migliori.
Una politica di ispirazione d’alemiana che nell’immediato proietta il PD toscano nell’atmosfera di un film western. Quella di Rossi a Renzi è una vera e propria sfida all’OK Corral. L’appuntamento a questo punto non è più a ottobre ma a febbraio, scadenza naturale della legislatura. La domanda è se questa sfida ha possibilità di successo, qualcuno dice che un anno è lungo anche per Renzi, altri sottolineano l’investitura della Merkel come una definitiva investitura papale di stampo medievale. L’altra domanda è in che condizioni arriverà la Toscana alla primavera del 2015. ma di questo è probabile che nelle segreterie locali del PD neanche si discuta.

lunedì 10 marzo 2014

Storia dei Mondiali di calcio: Brasile 2014

Brasil. Da quando le nazioni della Terra avevano ripreso a confrontarsi sul campo di calcio invece che su quello di battaglia, si era diffusa rapidamente una nuova mitologia. Si narrava di una terra favolosa, dove tutti sapevano giocare a calcio, dove tutti giocavano a calcio meglio di chiunque altro sotto il cielo. La Terra degli Dei del Pallone.
Da quando Amerigo Vespucci aveva esplorato per primo le sue coste, seguito poi dal portoghese Pedro Alvares Cabral che ne aveva preso possesso in nome di Sua Maesta Manuel I O Venturoso re del Portogallo con la benedizione di Papa Alessandro VI Borgia, erano passati esattamente quattrocento anni il giorno in cui lo studente paulista Charles Miller aveva riportato dall’Inghilterra, dove studiava in un college, due palloni e le regole del football, dando ufficialmente inizio all’epopea del calcio brasiliano.
Negli anni della Preistoria, il Brasile era salito alla ribalta solo in occasione di una comparsata ai mondiali francesi del 1938 dove aveva raggiunto la semifinale, da cui era uscito sconfitto per mano dell’Italia poi divenuta campione del mondo. La storia vera e propria della nazionale carioca era cominciata nel 1950, quando aveva organizzato in casa propria il primo mondiale del secondo dopoguerra. Era una storia che si sarebbe ammantata appunto di leggenda. Ma come ogni mitologia che si rispetti, prese il via da un peccato originale. Il Maracanazo.
O Maracanazo
La squadra di casa, capitanata dal mitico Danilo, pensava di fare un sol boccone del resto del mondo, vendicando la sconfitta anteguerra dell’altrettanto mitico Leonidas. Nella partita conclusiva, giocata nel nuovo stadio di Rio de Janeiro, il Maracanà costruito apposta per l’occasione, le bastava un pareggio contro l’Uruguay. Ma la celeste aveva giocatori altrettanto mitici, e con Schiaffino prima e Ghiggia poi gelò l’entusiasmo del più grande e più potente vicino, catapultandolo nella disperazione più nera.
Il Brasile mantenne il tempio del calcio malgrado l’esordio maledetto, cambiò casacca alla Nazionale che si era macchiata della sconfitta con gli uruguagi, dal bianco al verdeoro, e si rituffò a capofitto nelle competizioni internazionali, convinto che prima o poi la gloria sarebbe arrivata a risarcirlo con gli interessi. E la gloria arrivò, insieme alla Perla Nera, Pelé, O Rey, ed a tutta una generazione di fenomeni che venne a vincere il primo mondiale in Europa, impresa mai più eguagliata da nessun’altra squadra. Dalla Svezia del 1958 alla Corea del 2002 il mito del Brasile pentacampeao, del paradiso del futebol, fu costruito anno dopo anno, vittoria dopo vittoria da una serie infinita di fuoriclasse da fare invidia a qualsiasi altro paese.
Ma c’era sempre quel peccato originale, come un tarlo fastidioso che impediva di godere fino in fondo di 60 anni di spettacolo e trionfi. O Maracanazo andava vendicato, e poi definitivamente dimenticato, nei secoli dei secoli. Il Brasile voleva un nuovo mondiale in casa propria, e – ciò era sottinteso – voleva vincerlo, anzi stravincerlo. Il sesto titolo avrebbe rafforzato nel ventunesimo secolo la sua leadership sul calcio mondiale. La candidatura fu avanzata negli stessi giorni della conquista del quinto alloro da parte di Ronaldo e soci. Ma c’erano altri candidati forti, come la Germania ed il Sudafrica. Non si poteva dire di no all’Adidas e ad altre multinazionali tedesche, né a Nelson Mandela, così fu trovato l’accordo di far disputare la Coppa in successione nei tre paesi. Ai sudamericani sarebbe toccata nel 2014.
Non c’era che attendere, con la consapevolezza che la ventesima edizione della Coppa F.I.F.A. di calcio sarebbe stata insieme un grande spettacolo ed una pura formalità, almeno per quanto riguardava l’assegnazione del titolo. La Coppa sarebbe tornata nella Terra del Dio Pallone nel giugno del 2014 e vi sarebbe rimasta per almeno quattro anni, nessuno lo dubitava.
Il quadriennio che portò da Johannesburg a Rio de Janeiro fu il periodo di regno della Spagna, divenuta un vero e proprio El Dorado del calcio. Le Furie Rosse vincevano tutto, seguiti a livello di club da Barcellona e Real Madrid. Nel 2012 portarono a casa il secondo Europeo consecutivo, il terzo in assoluto, andando a trionfare a Kiev a spese dell’Italia. Gli azzurri avevano ben figurato contro di loro nella prima partita nel girone di qualificazione, conclusa in parità. Ma nella finale avevano dovuto inchinarsi alla maggior classe spagnola, concretizzatasi in un 4-0 che non ammetteva repliche. La Spagna sembrava l’unico serio avversario del Brasile. I Conquistadores speravano di soggiogare anche la ex colonia portoghese.
L’Italia, che tutto sommato non aveva meritato i quattro gol di scarto dagli spagnoli, proveniva da un quadriennio di luci ed ombre. Il nuovo tecnico, Cesare Prandelli, veniva dalla Fiorentina che aveva guidato per cinque stagioni con buoni risultati che ne avevano fatto l’allenator giovane più promettente del calcio nostrano. Dalla Panchina d’Oro alla panchina azzurra il salto era sembrato breve, anche se favorito da un burrascoso divorzio con i patron viola, i fratelli Della Valle.
Balotelli - Prandelli, Italia a brandelli
Malgrado un esordio infausto contro la Costa d’Avorio, la fiducia in Prandelli riposta dalla Federazione era sembrata ben riposta. L’argento all’Europeo conquistato battendo l’Inghilterra e la fortissima Germania grazie ad un Balotelli in stato di grazia era sembrato un risultato prestigiosissimo, ancorché insperato. Erano perfino passate in second’ordine alcune polemiche circa le scelte sbagliate di Prandelli in finale, allorché si era rifiutato di accantonare alcuni “senatori” acciaccati a vantaggio di nuove e più fresche leve.
Il girone eliminatorio in vista di Brasile 2014 era stato sorteggiato da una mano benevola per l’Italia.  Danimarca, Rep. Ceca, Bulgaria, Armenia e Malta non potevano dirsi avversari trascendentali. Gli azzurri si erano qualificati senza problemi e senza sconfitte, anche se rispetto al biennio precedente era emersa la difficoltà da parte di Prandelli di trovare un nuovo modulo basato su un nuovo gruppo. In una parola, il tecnico azzurro era parso, a torto o a ragione, intenzionato a confidare sugli eroi superstiti di Berlino e sugli estri di Balotelli e Cassano. Quattro anni di esperimenti non avevano prodotto una nuova generazione di fenomeni, tutt’altro.
Nel giugno 2013 l’Italia era stata invitata in qualità di vicecampione europeo alla Confederation’s Cup, il torneo premondiale che si teneva nel paese organizzatore della Coppa del Mondo tra le prime di ogni competizione continentale (la Spagna partecipava come campione del mondo in carica). Il risultato era stato buono, ma con il senno di poi ingannevole. Pareggio ed eliminazione ai rigori con la Spagna in semifinale, vittoria sempre ai rigori con l’Uruguay nella finalina del terzo posto. Il gap con le Furie Rosse e con una selezione come la celeste tradizionalmente ostica e che schierava il gioiello Cavani sembrava colmato. Il problema – lo si sarebbe visto un anno dopo – era che a quel torneo le squadre più forti non c’erano.
La Confederation’s Cup si era conclusa con la vittoria per 3-0 della Seleçao sulla Spagna, a cui la tifoseria locale aveva riservato tra l’altro un pessimo trattamento. I fischi assordanti della Torcida verso quella che sembrava l’avversaria più pericolosa del Brasile lungo la strada per la conquista del sesto Mundial la dicevano lunga sull’aria che tirava nella terra che si preparava a vivere un conto alla rovescia lungo un anno. Ma proprio all’avvio di questo countdown si era registrata la prima incredibile sorpresa.
Il Brasile aveva fama di paese che viveva solo di pallone, per il pallone. E allora come si spiegava la comparsa improvvisa di folle autoctone manifestanti contro il mondiale brasiliano? Di gente che non aveva paura di lanciarsi in gran numero contro i manganelli della polizia per far sapere al mondo che era contraria allo sperpero di denaro (14 miliardi di dollari stimati alla fine dei lavori) per un torneo di calcio, quando il paese si dibatteva più che mai nella contraddizione tra la grande ricchezza di pochi (che ne faceva uno dei paesi maggiormente emergenti, al quinto posto per produzione industriale e al sesto per prodotto interno lordo) e l’altrettanto grande miseria di molti?
La stampa mondiale in gran parte aveva scelto di non spiegare proprio niente, limitandosi ad omaggiare la F.I.F.A. e le stelle del pallone che si apprestavano a dare spettacolo dentro stadi che a poche ore dal fischio d’inizio della gara inaugurale non erano neanche finiti. Mentre una Shakira invecchiata di quattro anni tornava a danzare sulle note di una nuova hit (bruttina, come tutta la cerimonia del resto) composta per l’occasione, affiancata da una ispessita Jennifer Lopez, fuori del Maracanà nelle favelas di Rio ancora polizia e dimostranti se le davano di santa ragione. Ma la stampa aveva occhi e microfoni solo per le forme delle procaci cantanti sul palco, e per Joseph Blatter e Michel Platini (altrettanto procace, se non di più) in tribuna in attesa di Brasile e Croazia che avrebbero aperto la ventesima Coppa del Mondo.
Al mondiale che ha preso il via il 12 giugno, l’Italia era stata sorteggiata in un girone di ferro. Uruguay, Inghilterra e Costa Rica erano avversarie da prendere con le molle e da augurarsi semmai di trovare più avanti. Le 32 partecipanti erano nell’ordine: per l’UEFA Italia, Olanda, Belgio, Svizzera, Germania, Russia, Bosnia-Erzegovina, Inghilterra, Spagna, Grecia, Croazia, Portogallo, Francia; per il CONMEBOL Brasile, Argentina, Uruguay, Colombia, Cile, Ecuador; per la CONCACAF Stati Uniti, Messico, Honduras, Costa Rica; per l’AFC Giappone, Corea del Sud, Australia, Iran; per la CAF Nigeria, Ghana, Algeria, Camerun, Costa d’Avorio.
Shakira canta "La La La", inno dei Mondiali
Le sorprese cominciarono subito. La Croazia mise subito a nudo i difetti di un Brasile allestito per vincere obbligatoriamente con troppi giocatori non all’altezza. Neymar, Thiago Silva, Julio Cesar e poco altro, una serie di comprimari sopravvalutati andarono sotto contro i croati e ci volle tutta l’improntitudine dell’arbitro giapponese Nishimura per trasformare in rigore un fallo fuori area e dare alla Seleçao i primi immeritati e determinanti punti. Negli altri gironi, la sorpresa più grossa la provocò la Spagna, che andata dapprima in vantaggio contro l’Olanda nella prima partita riedizione della finale di quattro anni prima si fece sorprendere da Van Persie e finì per prenderne addirittura cinque. La manita, come dicono gli spagnoli, fu seguita da una sconfitta contro il coriaceo Cile. Clamorosamente i campioni in carica tornavano subito a casa.
Meno clamorosamente, i primi a seguirli furono proprio gli Azzurri. Le cose avevano girato bene alla prima uscita contro l’Inghiterra. Marchisio, Sturridge e Balotelli avevano dato vita ad un 2-1 che aveva complicato la vita agli inglesi e illuso gli italiani. Contro il Costarica Prandelli aveva schierato una squadra sbagliata e senza spina dorsale, dimostrando di non avere portato gli uomini giusti, nemmeno per quel poco che passava il convento del calcio italiano. Sconfitta per 1-0, bissata nello spareggio successivo contro l’Uruguay. Tiri in porta in totale uno solo, inguardabile, ad opera di un Balotelli per il resto da reimpatrio immediato. Con la celeste era finita con il gol di Godin segnato a 10 minuti dalla fine e con il morso di Suarez a Chiellini. Cornuti e mazziati. Mesto ritorno, con il rapper Balotelli a fare il consueto buffone e il fuggiasco Prandelli a fare la vittima incompresa. Che pochi giorni dopo comunque era già sotto contratto con il Galatasaray.
Klose capocannoniere dei mondiali (16 reti in 4 edizioni diverse)
Anche la Germania aveva sfiorato la sorpresa in negativo, andando sotto con il Ghana. Ma proprio in questo momento di difficoltà il suo Mondiale aveva avuto la svolta decisiva. L’ingresso di Klose le aveva valso un prezioso pareggio, e al centravanti tedesco della Lazio aveva fruttato il record di segnature mondiali in coabitazione con l’ex fenomeno Ronaldo. E non era finita qui.
Negli ottavi, la Germania aveva sputato ancora sangue contro l’Algeria prima di batterla ai supplementari. Altrettanto aveva fatto l’Argentina contro la legione straniera Svizzera. Il suo miglior giocatore, non il sopravvalutato Messi ma quell’Angel Di Maria che aveva già fatto la fortuna del Real Madrid le aveva cavato le castagne dal fuoco un minuto prima dei calci di rigore. Nelle altre partite, facile successo della sorprendente Colombia con l’Uruguay privo del cannibale Suarez (squalificato) e con Cavani a mezzo servizio, rimonta olandese nei due minuti finali contro il Messico, vittorie faticose del Belgio sugli Stati Uniti e della Francia sulla Nigeria. Successi infine ai calci di rigore per il Costarica contro la Grecia e soprattutto del Brasile contro il Cile, dopo che Pinilla aveva centrato una traversa clamorosa al 119’. In un clima da psicodramma collettivo Neymar aveva calciato un pesantissimo quinto rigore trasformandolo e Julio Cesar aveva parato il tiro successivo dei cileni.
La ginocchiata micidiale di Zuniga a Neymar
Dopo il Cile, i padroni di casa affrontavano nei quarti la Colombia. Nei primi minuti aggredirono gli avversari assomigliando a tratti al Brasile che tutti credevano di trovare in quel Mondiale, all’altezza del suo passato. Ma era durata poco, la Colombia aveva inesorabilmente scoperto il bluff verdeoro cominciando a giocare ed anche a picchiare. Aveva finito per perdere 2-1, ma Zuniga aveva fatto fuori Neymar con una spaventosa ginocchiata nella colonna vertebrale. Thiago Silvia invece si era fatto fuori da solo. Il Brasile aveva perso in un colpo solo gli unici suoi giocatori di livello mondiale. Negli altri quarti, la Germania aveva costretto all'impotenza la Francia capitalizzando l’unico gol di Hummels. L’Argentina aveva fatto altrettanto con il Belgio, Higuain aveva segnato un gran gol, poi però Di Maria si era fatto male. Mondiale finito, ed era una tegola per i biancocelesti. Infine l’Olanda aveva sprecato come suo solito, riuscendo ad avere la meglio sul Costarica solo ai calci di rigore.
David Luiz, uno dei peggiori di un pessimo Brasile
Semifinali. A Belo Horizonte il Brasile aveva messo a confronto il suo sogno con la realtà della Germania. Per uscirne con le ossa rotte, frantumate. I tedeschi giocavano a memoria, sublimando il ciclo di Loew che ormai durava da otto anni. I brasiliani da troppo tempo si erano illusi di essere all’altezza dei propri sogni, del proprio passato, della voglia di vendicare l’onta del 1950. Dopo un quarto d’ora stavano già sotto 2-0, Klose si era già preso il record di Ronaldo. Dopo 45 minuti stavano 5-0, lacrime brasiliane ed euforia tedesca. Alla fine sarebbe stato 7-1, il Maracanazo era stato cancellato, sì, ma da una disfatta ben più grande, che probabilmente peserà sul futuro sportivo e sociale del paese ospitante per diverso tempo a venire.
Nell’altra semifinale, la paura aveva fatto 90. Argentina e Olanda non avevano tirato in porta una sola volta, preoccupate solo di non prenderle. Alla fine, ai calci di rigore la sorte si era ripresa con gli interessi ciò che aveva elargito all’Olanda nel turno precedente. Argentina in finale, a cullare il sogno di alzare la Coppa proprio nel tempio del calcio brasiliano. Maradona è meglio di Pelé, cantavano i suoi tifosi per le strade di Rio, dove erano giunti in 100.000 nelle ore precedenti la finale. Più che Rio sembrava Buenos Aires. Messi si sentiva già il nuovo Maradona. Peccato che nessuno aveva fatto i conti con una Germania che, stanca di arrivare seconda o terza, di giocare bene e non vincere nulla, stavolta non voleva mancare questo incredibile (ed insperato soltanto alla vigilia) appuntamento con la storia.
Leo Messi, il pallone d'oro più immeritato della storia dei Mondiali
Poco dopo che il Brasile aveva lasciato anche la finalina del terzo posto nelle mani degli orange prendendo altri tre gol (per un totale di 10 in due partite, record assoluto), Germania e Argentina scesero in campo al Maracanà. Cinque titoli mondiali già vinti si disputavano il sesto.  I tedeschi, campioni nel ’54, ’74 e ’90, avevano avuto il controllo del gioco per lunghi tratti senza riuscire a perforare l’arcigna difesa biancoceleste guidata dal fuoriclasse Mascherano. Gli argentini, campioni nel ’78 e nel ’86, avevano avuto però le migliori occasioni, malgrado un Messi deludente come pochi altri nella storia dei Mondiali e l’assenza pesantissima di Di Maria.
Quando già l’arbitro italiano Rizzoli (non impeccabile, ma che aveva distribuito equamente i suoi errori) si apprestava a far tirare i calci di rigore per la terza volta nella storia delle finali mondiali, il golden boy tedesco Mario Goetze aveva trovato la prodezza che valeva per la Germania la quarta stella della sua storia, ponendola al pari dell’Italia al secondo posto nella speciale classifica dei plurivincitori mondiali, una lunghezza dietro al Brasile. E l’orgoglio di essere la prima europea - proprio lì, in casa dello stesso Brasile che si era fregiato da solo di quel record a parti invertite fino ad un attimo prima – a vincere nel continente sudamericano.
Sotto gli occhi attoniti dei presuntuosi argentini e sotto quelli avviliti degli annichiliti padroni di casa, Angela Merkel poteva finalmente abbracciare ad uno ad uno i nuovi eroi della sua nazione. La più bella squadra tedesca di sempre, senza alcun dubbio. Che rimetterà in gioco fra quattro anni a Mosca la Coppa del Mondo alzata da Philip Lahm nel tempio del calcio, nella Terra degli Dei del Pallone.

Auf wiedersen welt fussball.

Il selfie di Angela Merkel con Mustafi


L'arrivo dei Weltmeister a Berlino, Tempelhof

Storia dei Mondiali di calcio: Sudafrica 2010

This time for Africa, cantava Shakira nel 2010. Questa volta toccava all’Africa. Anche se lo avesse voluto, nemmeno l’onnipotente Sepp Blatter avrebbe potuto dire di no a Madiba. E di certo non voleva, perché l’Africa era uno dei mercati emergenti per il pallone verso cui l’Uomo della F.I.F.A. aveva rivolto gli occhi da tempo.
Zakumi, la mascotte dei mondiali sudafricani
La candidatura sudafricana era stata avanzata nel 2002, quando ancora Nelson Mandela era non soltanto di nome ma anche di fatto il carismatico leader non solo del paese che dalla fine dell’Apartheid aveva assunto la denominazione di Rainbow Nation (“il paese dai tanti colori”), ma anche e soprattutto di tutti coloro che in tutto il mondo lottavano ancora per l’affermazione dei propri diritti civili e politici.
Nel 2002 era stata l’ora dell’Asia, con Giappone e Corea. Nel 2006 era scoccata di nuovo l’ora della Germania, il cui peso politico ed economico era – piacesse o no – superiore a qualsiasi carisma, compreso quello di Mandela. Ma per evitare spiacevoli scontri, l’Esecutivo della F.I.F.A. aveva comunque convenuto che l’edizione successiva, la XIX^, sarebbe toccata al Continente Nero e per la precisione al paese che aveva assunto la leadership della sua riscossa, grazie a quell’uomo che aveva trascorso 27 anni in carcere a Robben Island, un’isola al largo di Capetown da cui era stato liberato l’11 febbraio 1990 per diventare poco dopo il Presidente del Sudafrica e il simbolo della libertà dall’oppressione in tutto il pianeta.
Nelson Mandela con la Coppa del Mondo
Nelson Mandela aveva creduto profondamente nel valore propagandistico dello sport, come qualsiasi leader politico dotato di un minimo di acume nel Ventesimo secolo. Il veicolo funzionava sempre, quello che cambiava semmai era il messaggio. Per Mandela, il messaggio era la fratellanza fra i popoli che lo sport poteva favorire come poche altre cose. L’Apartheid era cessato da soli cinque anni quando il Paese dell’Arcobaleno organizzò i Mondiali di Rugby imponendosi all’attenzione del mondo intero dopo i lunghi anni in cui era stato discriminato e boicottato per la sua politica razzista.
Gli Springbok, la squadra sudafricana, avevano vinto quel Mondiale tirandosi dietro il tifo di una nazione intera, per la prima volta nella sua storia unita per qualcosa. Questo successo, celebrato tra l’altro magistralmente dalla pellicola di Clint Eastwood Invictus (dal nome della poesia di William Ernest Henley che era stata la fonte di ispirazione e consolazione di Mandela nei lunghi anni della prigionia) aveva esaltato la causa del Sudafrica libero e spinto il suo leader a riprovarci. Il Rugby era uno sport popolarissimo in un paese di lingua, cultura e tradizione anglosassone. Ma a livello mondiale non c’era niente che desse visibilità come il Football.
Quando scoccò l’ora del Calcio in Africa, Nelson Mandela era ormai un signore di 92 anni, orgoglioso e splendido nel crepuscolo della sua vita ma che ne portava visibilmente ormai tutto il peso. Un peso aggravato peraltro all’ultimo momento da una sorte tragica. Determinato a presenziare almeno alla cerimonia d’apertura, sarebbe stato costretto a rinunciarvi dal grave lutto familiare causato dalla perdita della vita della sua nipotina tredicenne in un incidente stradale. Era troppo anche per il vecchio guerriero, che si sarebbe affacciato allo Stadio di Johannesburg per un veloce saluto solo per pochi minuti prima della finale. Il Sudafrica ormai doveva imparare a camminare sulle proprie gambe, godendosi peraltro i numerosi doni che Madiba gli aveva lasciato.
Non fu uno scherzo organizzare un Mondiale in un paese che a fatica stava ancora cercando di normalizzare una convivenza civile fra bianchi e neri e che inseguiva una modernizzazione strappandola palmo a palmo alla giungla. Ad un certo punto sembrava che il Sudafrica dovesse soccombere, e qualcuno chiese a Blatter se avesse un piano B, proponendo addirittura un ritorno in Germania, sede dell’ultima edizione del 2006. Blatter, che da bravo svizzero non scherzava con gli affari e gli impegni economici, non si sognava nemmeno di ritornare sulle sue decisioni mettendo a rischio investimenti colossali, e disse chiaramente che esisteva semmai solo un piano C: il Sudafrica, il Sudafrica e ancora il Sudafrica.
Nel giugno 2009 per fortuna, in occasione della F.I.F.A. Confederations Cup (il torneo che tradizionalmente si svolgeva un anno prima nel paese organizzatore del successivo Mondiale tra le vincitrici delle Coppe delle Confederazioni continentali) il mondo poté prendere atto di due cose. La prima, apprezzatissima, era che il Paese dell’Arcobaleno ce l’aveva fatta e che un anno dopo tutto sarebbe stato pronto per il calcio d’inizio della FIFA Sokker Wereldbekertoernooi, come si chiamava la Coppa del Mondo in lingua Afrikaans, la seconda del paese dopo l’inglese, che discendeva dalla colonizzazione originaria degli olandesi, i cosiddetti Boeri. La seconda, molto meno gradita, era che il Mondiale si sarebbe svolto al suono ininterrotto delle Vuvuzelas, una sorta di corno tribale riadattato ai tempi moderni capace di assordare e mettere in fuga un branco di elefanti così come il più agguerrito branco di tifosi.
In positivo, c’era che il torneo che si sarebbe svolto dall’11 giugno all’11 luglio non avrebbe sofferto il caldo. Per la prima volta dai tempi di Argentina 1978, il Mondiale tornava nell’Emisfero Australe, e quindi si sarebbe disputato in inverno. Non c’erano novità organizzative, la formula era la solita a 32 squadre con gironi di qualificazione ed eliminazione diretta dagli ottavi. C’erano semmai grosse novità tecniche, che avrebbero determinato il risultato finale.
I campioni del mondo in carica, come già nel 1982, si erano goduti poco o niente il loro titolo. Dopo Berlino, Marcello Lippi aveva valutato giustamente che più di così in una vita professionale (o in una vita in generale) non si poteva fare e aveva dato le dimissioni. Sulla panchina si era seduto Roberto Donadoni, la cui esperienza di allenatore era assai ridotta e non certo vissuta nel grande calcio che conta. E si vide subito, dalla sconfitta in amichevole con la Croazia che avrebbe dovuto festeggiare l’Italia a quattro stelle fino alla tribolata qualificazione all’Europeo 2008 di Svizzera ed Austria, dove la Francia inizialmente si prese la rivincita sulla finale mondiale costringendoci a qualificarci secondi nel girone. A Milano la Marsigliese era stata addirittura fischiata, e l’immagine del calcio italiano, per non dire dell’Italia in generale, non ne aveva certo beneficiato.
Euro 2008: Spagna - Italia 4-2 dopo i calci di rigore
All’Europeo, l’Italia aveva finalmente battuto nei tempi regolamentari i francesi per la prima volta dopo 30 anni, estromettendoli dal torneo. Nei quarti, però, era venuto il suo turno di andare a casa, anche se non era stata sconfitta dall’avversario che aveva poi finito per vincere il torneo. I calci di rigore stavolta non erano stati benevoli come a Berlino. Malgrado il risultato non pessimo, la Federcalcio ritenne insoddisfacente e conclusa l’esperienza di Donadoni e fece un errore madornale, quello di richiamare Marcello Lippi, che, sbagliando anche per parte sua, accettò di condurre la squadra a Sudafrica 2010.
Come Vittorio Pozzo ed Enzo Bearzot, Lippi non seppe accantonare le ragioni del cuore favorendo il ricambio generazionale a scapito dei suoi eroi di Germania. Il fatto di non giocare le qualificazioni mascherò molti problemi e illuse circa la possibilità se non di un bis del tecnico viareggino quantomeno di un’altra prestazione alla Lippi, appunto. La squadra che volò in Sudafrica invece purtroppo assomigliava più a quella di Germania 1974 o di Messico 1986 che a quelle che in passato ci avevano dato le maggiori soddisfazioni.
Chi invece stava cominciando a dare soddisfazione ai propri tifosi era la Spagna. Era lei che ci aveva eliminati dall’Europeo, mettendo in mostra il solito gioco arrembante che le aveva meritato lo storico soprannome di Furie Rosse, ma anche e finalmente una consistenza di squadra unita insieme alle giocate di diversi fuoriclasse che ne facevano stavolta una favorita seria del pronostico. Tante volte la Spagna si era fermata ai confini del sogno, lasciando i propri tifosi in lacrime dopo averli illusi. Dai tempi di Ricardo Zamora fino a quelli di Luis Butragueno, le camisetas rubias avevano vinto soltanto una volta, all’Europeo casalingo del 1964, e poi si erano sempre arrese o ad arbitraggi discutibili, o alla sfortuna, o alla mancanza di chi poteva finalizzare il suo gioco adeguatamente.
E’ successo di rado nella storia del calcio di assistere ad una concentrazione di campioni nello stesso momento e nello stesso luogo come quella che fin dai primi anni 2000 ha avuto la Spagna. Forse, nel dopoguerra, soltanto negli anni 50 in Ungheria e negli anni 70 in Olanda si è assistito ad un fenomeno del genere. Barcellona e Real Madrid finalmente mandavano nella nazionale iberica dalle rispettive canteras talenti di valore assoluto che non si guardavano in cagnesco per i noti motivi di antagonismo storico, ma che riuscivano finalmente a collaborare per portare la Spagna dove non era ancora mai stata: sul tetto del mondo. Il vecchio re Juan Carlos, malato, non aveva potuto seguire la squadra in Sudafrica, ma vi aveva mandato il figlio Felipe con la speranza di vederlo tornare con qualcos’altro da aggiungere alla Coppa Europa del 2008.
Oltre a Spagna e Italia, l’Europa iscrisse al Mondiale sudafricano l’Olanda, la Francia, l’Inghilterra, la Germania, la Danimarca, la Serbia, la Svizzera, la Grecia, la Slovenia, il Portogallo e la debuttante Slovacchia. Il Sudamerica iscrisse l’Argentina, il Brasile, l’Uruguay, il Paraguay ed il Cile. Il Nordamerica il Messico, l’Honduras e gli Stati Uniti. L’Asia partecipò con Giappone, Sud Corea, Nord Corea (che tornava ai Mondiali per la prima volta dal 1966) e Australia, che era passata dalla federazione dell’Oceania a quella asiatica. L’Oceania schierava la Nuova Zelanda. Per finire, l’Africa partecipava con altre cinque squadre oltre al Sudafrica: Ghana, Costa d’Avorio, Camerun, Algeria e Nigeria.
Shakira: Waka Waka!
Al ritmo di Waka! Waka! (cammina! cammina!) di Shakira, i Mondiale si mise in cammino l’11 giugno con la partita inaugurale tra i padroni di casa ed il Messico, terminata in parità. Il loro era un girone di ferro, con Francia e Uruguay. Per il Sudafrica, la festa era consistita nell’organizzare il Mondiale, passare anche solo il primo turno era un’impresa impossibile. La sorpresa fu che i sudafricani si tirarono dietro la Francia nell’eliminazione, lasciando via libera alle due sudamericane. Negli altri gironi, passeggiata dell’Argentina qualificata insieme alla Corea del Sud, ennesima beffa degli USA all’Inghilterra, che passò a fatica per seconda dietro la ex colonia, grande impressione destata dalla Germania in cui militava uno dei fratelli Boateng, naturalizzato, l’altro era rimasto nel Ghana che passò per secondo. Passarono anche una forte Olanda e un sorprendente Giappone, il solito Brasile ed un Portogallo in forma, la Spagna che cominciava la sua cavalcata e il Cile.
Cannavaro consola Quagliarella dopo l'eliminazione degli Azzurri
Il Mondiale degli azzurri cominciò e finì all’interno di un girone di qualificazione che normalmente avrebbe dovuto essere di tutto riposo. Per la squadra a fine corsa del Marcello Lippi-bis si rivelò una montagna impossibile da scalare. Due pareggi con Paraguay e Nuova Zelanda e una sconfitta con la Slovacchia di Marek Hamsick, sotto gli occhi attoniti non solo del mister ma anche dell’infortunato Gigi Buffon, ridettero una tonalità tenebra all’azzurro. L’Italia tornò a casa tra fischi e insulti dei tifosi, peraltro ingenerosi nell’aver dimenticato in fretta quanto era successo quattro anni prima. Lippi trascorse un’estate da segregato, senza potersi recare in un posto qualunque a pena di ricevere pesanti offese. Nessuno sembrava ricordare più che solo pochi anni prima aveva stretto in mano la Coppa del Mondo.
Nell’Africa Nera, era rimasto il Ghana a difendere l’onore del Continente, e continuò a farlo eliminando gli USA agli ottavi, con un gol al 93’. Stesso risultato per l’Uruguay contro la coriacea Sud Corea. L’Olanda ridimensionò i nostri giustizieri slovacchi, il Brasile scherzò con il Cile, il Paraguay eliminò il Giappone ai rigori, l’Argentina regolò il Messico abbastanza facilmente. Nel derby della penisola iberica, la Spagna di David Villa ebbe ragione del Portogallo di Cristiano Ronaldo, facendo salire le sue quotazioni per la vittoria finale. Salirono anche quelle della Germania, malgrado l’errore clamoroso dell’arbitro uruguaiano Larrionda che annullò all’Inghilterra il gol del 2-2. Se il gol di Hurst che dette al vittoria agli inglesi nel 1966 solleva tutt’ora dei dubbi, l’annullamento di quello di Lampard che avrebbe dato loro il pareggio nel 2010 non ne consente: era dentro di almeno un metro.
Ai quarti, Argentina – Germania era una delle tante rivincite, ma né Messi in campo né Maradona in panchina furono condottieri capaci di arrestare la marcia dei tedeschi, che sembravano un rullo compressore. La politica di naturalizzazione di calciatori di origine straniera aveva dato i suoi frutti. Ozil, Boateng e compagnia bella travolsero i biancocelesti per 4-0. Delusione argentina a cui seguì subito quella brasiliana. I carioca si illusero con Robinho, poi Snejider li buttò fuori con due reti delle sue. L’Uruguay eliminò il Ghana ai rigori. La Spagna faticò molto a superare un Paraguay che faceva del catenaccio la sua arma migliore. Casillas dovette parare un rigore, poi il solito David Villa risolse la questione portando le Furie Rosse in semifinale.
Il polpo Paul pronostica la Spagna vincente sulla Germania
Fino a quel momento, il torneo mondiale aveva avuto un esperto in pronostici d’eccezione. Pescato due anni prima nelle acque dell’Isola d’Elba da un sub tedesco, il polpo Paul viveva sereno nell’acquario di Oberhausen, finché qualcuno ebbe la brillante idea di fargli vaticinare i risultati delle partite della nazionale germanica. Fino ai quarti ci aveva sempre indovinato, depositandosi sempre sui colori della sua patria d’adozione. Quando gli chiesero però il risultato della semifinale tra Spagna e Germania, il polpo andò a posarsi sulla bandiera giallorossa (e probabilmente decise così il suo destino, visto che sopravvisse di poco al Mondiale).
Paul aveva ragione. I panzer attaccarono il fortino iberico, che resistette senza tremare. Tutti si resero conto che in qualità c’era solo una squadra superiore a quella Germania, ed era la Spagna. Che al 73’ toccò il cielo con il primo dito quando Puyol buttò dentro di testa il pallone che valeva la prima finale nella storia iberica. Nell’altra semifinale si impose l’Olanda, con l’onore delle armi all’Uruguay che si arrese soltanto per 3-2.
Per Spagna e Olanda era il momento della verità, l’appuntamento con la storia a lungo rimandato. La Spagna era alla prima finale, l’Olanda alla terza, dopo le due degli anni 70 che avevano lasciato l’amaro in bocca a chi tifava per il calcio totale ed i suoi profeti. Gli orange rispetto al 1974 ed al 1978 erano meno belli da vedersi ma sicuramente più “tosti”. Badavano al sodo, come si dice dalle nostre parti. Forse proprio per questo l’attestato di simpatia più importante arrivò alla Spagna da un olandese, uno che la Spagna la conosceva bene quanto il proprio paese. Johann Cruyff, il Profeta del Gol, aveva scelto il Barcellona come squadra quando aveva lasciato l’Ajax e proprio in Spagna aveva predicato quel verbo che tanti anni dopo stava dando i suoi frutti. Gli spagnoli giocano il calcio come piace a me, non gli olandesi, disse l’ex Pelé bianco. Ad Amsterdam lo maledissero, a Madrid sperarono che il suo pronostico fosse efficace come quello del polpo Paul. Che per la cronaca aveva detto ancora Spagna.
La finale fu roba da uomini duri. I marines olandesi riuscirono a non far giocare i giocolieri spagnoli per quasi tutta la partita. Furono loro anzi ad avere le occasioni migliori con Robben e Snejider che però quel giorno non la beccavano. Come se ci fosse davvero un dio del pallone, all’Olanda veniva negato quello che aveva meritato in passato e che forse per le chances avute non demeritava nemmeno l’11 luglio 2010, allFNB Stadium di Johannesburg. Ma a differenza del 1954 e del 1974 stavolta la sorte era schierata a favore di chi giocava meglio, in termini di tecnica pura.
Andres Iniesta ha appena segnato il gol della vittoria in finale
Casillas, Sergio Ramos, Piqué, Puyol, Capdevila, Busquets, Xabi Alonso, Xavi, Pedro, Iniesta, Villa erano dei fenomeni, Vicente Del Bosque si poteva permettere di lasciare in panchina gente come Fabregas e Fernando Torres. Alla fine riuscirono a mandare fuori giri gli olandesi, che persero dapprima Heitinga per un fallo assassino. Al 116’, buttatisi in avanti per cercare l’ennesimo assalto, subirono invece il break spagnolo in contropiede, con la palla che arrivava ad Andres Iniesta smarcato sulla destra. Il tiro del fuoriclasse spagnolo era quello del giustiziere e non lasciò scampo al portiere olandese Stekelenburg.

Nel cielo africano risuonarono le note di Que Viva Espana. L’Infante Felipe riportò al padre quella Coppa dorata che lui aveva visto soltanto per pochi istanti al Bernabeu nel 1982, prima di lasciarla al presidente italiano Sandro Pertini. Finalmente poteva stringerla in mano, ed offrirla per quattro anni di festa al suo paese.
Que viva Espana
Re Juan Carlos e le Furie Rosse campioni del mondo

Storia dei Mondiali di calcio: Germania 2006

The time of our lives. Il momento più importante delle nostre vite. Era l’inno ufficiale dei Mondiali di calcio 2006, cantato dalla pop singer americana Toni Braxton e dal gruppo anglo-spagnolo Il Divo. Per noi italiani era un titolo profetico.
Dopo Spagna 1982 avevamo vissuto altre notti magiche, senza però godercele mai fino in fondo. Per tre volte i maledetti calci di rigore, alla fine Byron Moreno, un arbitro di quelli di cui avevamo sentito parlare solo dai nostri vecchi, l’ineffabile Ken Aston di Cile 1966 o Istvan Zsolt di Belfast 1958, avevano interrotto i nostri sogni sul più bello, trasformandoli in incubi senza risveglio. Se perfino Italia 90, il mondiale giocato in casa e con la squadra migliore, era rimasto come un qualcosa a cui si preferiva non ripensare, chissà quando mai avremmo potuto attaccare accanto al poster di Tardelli che urla al Bernabeu una immagine più attuale ma altrettanto significativa.
Nel 2006 i Mondiali toccavano alla Germania, che aveva battuto (non senza polemiche, peraltro consuete da quando a capo di tutto c’era Sepp Blatter) la concorrenza di Sudafrica e Brasile (accontentate non a caso con le due edizioni successive del 2010 e 2014). Proprio i tedeschi erano stati i trionfatori di Italia 90, festeggiando sul prato dell’Olimpico di Roma la vittoria che li poneva a parità di titoli conquistati proprio con noi: tre a testa, dietro il Brasile che nel frattempo era salito a cinque.
La Germania per noi rievocava memorie infauste anche per altri motivi. Quella del 2006 era la XVIII edizione, e la seconda volta che la Fussball Weltmeisterschaft tornava nel paese di Fritz Walter, di Franz Beckenbauer, di Jurgen Klinsmann. La volta precedente, la X^, i bianchi padroni di casa avevano trionfato contro la mitica Olanda di Cruyff e Neeskens. Allora si giocava a Monaco di Baviera, perché il paese era diviso in Ovest ed Est secondo l’assetto della Guerra Fredda, e Berlino era solo una città occupata dalle potenze vincitrici della seconda Guerra Mondiale.
Per l’Italia, quel torneo del 1974 era uno dei peggiori ricordi dell’intera storia calcistica. Al momento di partire per Stoccarda, l’azzurro delle maglie italiane era sfolgorante dopo anni di successi brillanti che ci avevano posti tra i principali favoriti di quell’anno. Con l’andare delle partite, l’azzurro era diventato color tenebra, per usare la definizione di Giovanni Arpino. Ci eravamo scoperti improvvisamente invecchiati al cospetto del calcio totale, il nuovo verbo, e la Polonia di Szarmack, Lato e Deyna ci aveva mandati a casa già nel girone eliminatorio.
Il pallone di vetro di Norimberga
Per quanto proprio contro i tedeschi ci fossimo tolti storicamente alcune delle più grandi soddisfazioni, la Germania da noi era vissuta anche stavolta come una terra inospitale, calcisticamente parlando e non solo. Il mondo – credevamo – era pronto a fare un sol boccone dell’Italia e a risputarne i brandelli in faccia ai nostri emigrati, che aspettavano la disputa del secondo Mondiale von Deutscheland 32 anni dopo il primo se possibile con maggiore trepidazione e minori speranze.
Germania e Italia erano agli antipodi, come sensazioni di partenza. I tedeschi venivano dalla finale di Yokohama, dove si erano arresi più al genio esplosivo del fenomeno Ronaldo che al Brasile, forte ma meno brillante che ai tempi d’oro di Pelé. Con quattro anni di più di esperienza, pareva che il quarto titolo difficilmente potesse sfuggire a Ballack & soci, malgrado agli Europei portoghesi del 2004 fossero stati eliminati al primo turno, fatto più unico che raro.
Per l’Italia, per la quale invece il Mondiale precedente si era chiuso con il disastro e la beffa di Moreno ed una nuova “Corea”, proprio l’Europeo del 2004 era stato uno spartiacque. L’eliminazione per mano di Danimarca e Svezia, unite a braccetto nel famigerato “biscotto”, aveva posto termine alla esperienza in azzurro di Giovanni Trapattoni. Anche stavolta l’acqua santa del Trap – ed un Cassano in forma stratosferica – non erano stati sufficienti a salvare la patria calcistica, gravemente menomata dalla trappola tesa da Poulsen a Totti nel primo match. Il fuoriclasse romano c’era cascato in pieno, reagendo con il famigerato sputo ai falli del danese, e aveva lasciato in 10 un’Italia che di lui non poteva fare a meno.
Sulla panchina azzurra era quindi andato a sedersi un allenatore emergente, quel Marcello Lippi che aveva riportato la Juventus a fasti non più vissuti dai tempi proprio del Trap. Lippi era un vincente, aveva riportato la Coppa dei Campioni a Torino 11 anni dopo l’Heysel, aveva cominciato in Nazionale in sordina portandola alla fine a qualificarsi per il Mondiale senza patemi, e a vincere anche en passant una amichevole di lusso in Olanda.
Gli azzurri con lui erano cresciuti nella testa e nel gioco partita dopo partita. Ad aprile 2006 a Firenze era scesa proprio la Germania per un test assai probante a due mesi dal Mondiale. I tedeschi ne erano usciti con le ossa rotte, l’Italia aveva fatto un figurone malgrado fosse ancora una volta priva di Totti, rimasto vittima a gennaio di un gravissimo infortunio. Mentre il fantasista giallorosso si rimetteva, era esplosa la stella di Luca Toni, in procinto di vincere la Scarpa d’Oro europea con i suoi 31 gol stagionali segnati con la Fiorentina. Tutto sembrava insomma girare alla perfezione o quasi, autorizzando di nuovo (con un ricorso storico che poteva anche sembrare sinistro) un pronostico favorevole per gli Azzurri in vista dell’imminente mondiale tedesco. All’improvviso però, il disastro.
Il campionato di serie A quell’anno finiva il 14 maggio. L’ultima giornata avrebbe dovuto coincidere con la grande festa della Juventus che aveva conquistato il suo ventinovesimo scudetto dopo una cavalcata trionfale. Quella festa però non c’era stata, al posto della coppa che spetta al vincitore e dello scudetto da cucire sulle amglie ai bianconeri (e ad altre squadre) erano stati consegnati i deferimenti alla giustizia sportiva e gli avvisi di garanzia nei confronti di quella ordinaria per le indagini sullo scandalo che sarebbe passato alla storia come Calciopoli.
Il terremoto che sconvolse in brevissimo tempo il calcio italiano aveva un solo precedente di tale portata: il Calcioscommesse che nel 1980 aveva decapitato la Nazionale privandola di Paolo Rossi e altri campioni, accusati di essere in combutta con la Banda Cruciani che aveva truccato alcune partite del massimo campionato. Stavolta era sotto accusa il sistema che faceva capo al potente direttore sportivo della Juventus Luciano Moggi, accusato di essere il governatore di quel sistema, colui che non permetteva si muovesse foglia al di fuori del suo controllo. Insieme a Moggi erano finiti sul banco degli accusati i vertici di altre società. Nessuno dei giocatori era implicato stavolta, ma come nel 1980 lo scandalo era sembrato il prodromo di un nuovo disastro azzurro.
La spedizione italiana partì tra le contestazioni di tifoserie inferocite per aver scoperto che il giocattolo preferito era marcio, ed in alcuni casi che la propria squadra del cuore rischiava l’osso del collo. Scommettere su una buona prestazione azzurra in quelle condizioni era velleitario. I venditori di elettrodomestici promettevano tranquillamente ai loro clienti di regalare i televisori da loro acquistati nel mese prima del mondiale in caso di vittoria dei ragazzi di Lippi, sapendo di correre in tal senso rischi infinitesimali.
In realtà, nessuno poteva sapere che nella testa degli Azzurri e del loro allenatore stava scattando qualcosa di molto simile a ciò che era scattato a Bearzot e ai suoi ragazzi nel 1982 a Vigo, in Spagna. Solo contro tutto e contro tutti, il gruppo italiano si ricompattò, fece squadra più che mai e quando il 9 giugno finalmente il torneo prese il via e invece di ufficio inchieste si ricominciò a parlare di calcio giocato, si fece trovare pronto a vendere cara la pelle.
Alla XVIII Coppa del Mondo parteciparono 32 squadre. L’Europa per la prima volta era scesa a 14 rappresentative, Germania, Ucraina, Polonia, Italia, Inghilterra, Croazia, Olanda, Portogallo, Svezia, Serbia-Montenegro, Francia, Rep. Ceca, Svizzera, Spagna. Il posto in meno all’Europa era andato all’Oceania, presente con l’Australia. Il Sudamerica aveva quattro squadre, Argentina, Brasile, Ecuador e Paraguay. Il Nordamerica altre quattro, Stati Uniti, Messico, Costarica, Trinidad y Tobago. Quattro squadre anche l’Asia, con Giappone, Iran, Corea del Sud e Arabia saudita. Cinque infine l’Africa, con Angola, Costa d’Avorio, Togo, Ghana e Tunisia.
Il 9 giugno 2006 nella partita d’apertura per la prima volta non scese in campo il paese detentore del titolo ma quello ospitante. La Germania inaugurò quindi il proprio Mondiale battendo 4-2 il Costa Rica. I padroni di casa passarono il turno eliminatorio insieme al sorprendente Ecuador ed eliminando la Polonia. Qualificate senza problemi Inghilterra e Svezia, Argentina e Olanda (a spese della Serbia- Montenegro), Portogallo e Messico, Brasile ed Australia (a spese della Croazia), Francia (che soffrì enormemente rischiando con il Togo) e Svizzera, Spagna e Ucraina.
L’Italia era nel gruppo E, un girone simile a quello di Italia 90, con Stati Uniti e Rep. Ceca ed il Ghana al posto dell’Austria. Ma da Italia 90 i valori erano cambiati, e di molto. Nella prima partita il Ghana apparve un avversario temibile, ci volle una magia di Pirlo per sbloccare il risultato e un contropiede di Iaquinta per metterlo al sicuro. Nella seconda partita gli U.S.A. mostrarono quanto fossero cresciuti negli ultimi anni, costringendo gli azzurri al pareggio dopo il vantaggio di Gilardino e la clamorosa autorete di Zaccardo su svirgolata. Gli U.S.A. si videro annullare anche un gol, e finirono in 9 contro 10. L’espulsione italiana fu assai grave, De Rossi prese 4 giornate di squalifica per una gomitata a McBride. Nell’ultima partita la qualificazione fu messa al sicuro da Materazzi e Pippo Inzaghi, 2-0 e primo posto che evitava agli azzurri lo scontro negli ottavi con il Brasile.
Agli ottavi, il gioco si fece più duro. Germania e Brasile ebbero ragione facilmente di Svezia e Ghana, vita più dura ebbero l’Inghilterra, che prevalse sull’Ecuador solo grazie ad una punizione di David Beckham, e l’Argentina, che vinse in rimonta sul Messico dopo essere andata addirittura sotto. Stessa sorte toccò alla Francia contro la Spagna, le Furie Rosse andarono in vantaggio ma ancora non era emersa quella che successivamente sarebbe stata la loro supremazia tecnica e si fecero rimontare da Zidane e compagni. La Svizzera fu eliminata ai rigori dall’Ucraina senza aver mai subito nemmeno un gol. Tra Portogallo e Olanda finì a botte, due espulsi per parte, ma i lusitani segnarono anche un gol mandando a casa gli orange.
Anche l’ultimo ottavo, quello dell’Italia contro l’Australia, fu condizionato da un’espulsione, quella di Materazzi all’inizio del secondo tempo. Gli Aussies erano già apparsi un osso più duro di quanto il loro palmarés facesse supporre, con l’uomo in più fecero vedere le streghe agli Azzurri, che si ritrovarono a dover reggere con le unghie e con i denti lo 0-0 e sperare nei calci di rigore o in un miracolo. Arrivarono tutti e due.
Al 90’ la matricola Fabio Grosso (promosso titolare dopo la “cappellata” di Zaccardo contro gli U.S.A.) si involò in dribbling dentro l’area fin quasi a presentarsi davanti al portiere australiano, prima di essere abbattuto da un difensore. Ad andare a tirare uno dei rigori più pesanti e importanti della storia recente dell’Italia pallonara ci voleva un gran coraggio, e quel coraggio l’ebbe Francesco Totti, che si presentò sul dischetto con i suoi occhi di ghiaccio e dimostrò che la sua gamba si era ristabilita e non tremava. Francesco lasciò la sua firma sul Mondiale a cui aveva rischiato di non partecipare. Sarebbe stato il suo unico gol, ma fu decisivo.
Si era ai quarti, il disastro azzurro non c’era stato, le cose cominciavano a farsi interessanti. Cominciarono Germania ed Argentina, con i padroni di casa che riuscirono a passare in semifinale solo grazie ai rigori. Gli stessi rigori che misero fuori una volta di più l’Inghilterra, contro il Portogallo. Italia-Ucraina era anche lo scontro tra due attaccanti di livello mondiale, Luca Toni e Andrij Shevchenko. Toccò alla nostra Scarpa d’Oro lasciare finalmente il segno sul Mondiale e mandare avanti la propria squadra con una doppietta, dopo la prodezza iniziale di Zambrotta. In chiusura, rivincita della finale di France 98 tra Francia e Brasile, e riconferma dei Coqs transalpini. Decise Thierry Henry, per il fenomeno Ronaldo l’unica consolazione di aver segnato in questo torneo i tre gol che lo consacravano capocannoniere mondiale di tutti i tempi: 15 gol contro i 14 di Gerd Muller e con un Miroslav Klose in rimonta.
Dortmund, 4 luglio 2006, semifinale del diciottesimo Campionato del Mondo di calcio. Eccoci di nuovo, era ancora una volta Germania-Italia. L’ennesimo appuntamento con il destino per due squadre che avevano fatto la storia di questo sport, soprattutto grazie ai loro scontri diretti. Quel giorno si scriveva di nuovo la storia. I tedeschi cercavano vendetta sportiva, avendo perso all’Azteca ed al Bernabeu. Dalla loro c’era il fattore campo. Gli italiani cercavano la conferma di quello che si erano sentiti crescere dentro, giorno dopo giorno: la forza che nasce dall’essere sopravvissuto a tutto, contro tutto e tutti. Dalla loro c’era il tifo commovente dei nostri emigrati, capaci per numero e passione di pareggiare in quantità e qualità il tifo dei padroni di casa.
Italia-Germania ci aveva abituati a tanti gol. Stavolta i tempi regolamentari finirono 0-0, con occasioni da ambo le parti non trasformate. Ma quelle italiane, a ben vedere, erano state molte di più. Gli Azzurri avevano giocato a viso aperto, come voleva la loro gente, e per lunghi tratti avevano messo sotto i bianchi di Germania. I supplementari se ne stavano scorrendo via con i due pugili che si assestavano gli ultimi colpi malgrado la fatica, senza che nessuno trovasse il colpo del knock out. Sullo sfondo, lo spettro dei calci di rigore. Ma Italia-Germania non era questo, non poteva finire così. L’appuntamento con la storia arrivò al 119’, quando Pirlo con una magia delle sue inventò un assist micidiale in area tedesca per l’uomo del destino di quel Mondiale, Fabio Grosso, che calciò di prima intenzione ad effetto, non lasciando scampo a Jens Lehmann, il portiere tedesco lanciatosi in un tuffo disperato.
Il secondo gol azzurro di Alessandro Del Piero, un minuto dopo, non tutti lo videro, perché molti erano ancora a festeggiare il primo, urlando di felicità alle finestre. Quando partì Cannavaro in break facendosi metà campo da solo per servire Gilardino che con la coda dell’occhio si vide arrivare Del Piero alle spalle e lo servì a sua volta ad occhi chiusi, poi quando Alex calciò in porta il tiro più bello della sua vita di Pinturicchio uccellando Lehmann con un pallonetto ad effetto, le urla degli italiani d’Italia e di quelli di Germania si fecero eco a vicenda. “Andiamo a Berlino!” fu il commento del telecronista che sintetizzava l’apoteosi dopo più di un mese di sofferenze. Non dovevamo quasi neanche partire, ed eccoci qua in finale, al posto degli orgogliosi padroni di casa, relegati in quella Stoccarda di infausta memoria per noi nel 1974 a giocare la finale per il terzo e quarto posto. Italia 90 era stata restituita, e con gli interessi.
In finale, altro giudizio di Dio, altro conto da regolare. Con i francesi, che avevano eliminato il Portogallo bello ma inconcludente di Luis Figo, negli ultimi 28 anni non avevamo mai vinto. Nelle ultime due circostanze poi,si era trattato di débacles dolorose, i quarti di France 98 con il rigore decisivo sbagliato da Di Biagio e il golden gol di David Trezeguet nella finale di Belgiolanda 2000. Gli Azzurri avevano sete di rivincita e ormai giocavano con il vento in poppa, come nell’82. Il problema era che anche i francesi si sentivano come sopravvissuti miracolati e vedevano uno storico traguardo in dirittura d’arrivo. E poi c’era Zidane, e il problema di marcarlo, come aveva sottolineato Berlusconi nel 2000. Chiedere al riguardo i particolari a Dino Zoff.
Il 9 luglio all’Olympiastadion di Berlino cominciò malissimo. Fallo da rigore su Malouda e trasformazione da brivido di Zidane, traversa e rete. Poi cominciò il Materazzi-show. Il difensore pareggio a metà primo tempo di testa su calcio d’angolo, poi cominciò a lavorarsi ai fianchi il fuoriclasse francese. Nella ripresa, dopo l’annullamento a Luca Toni del gol del 2-1, nessuna delle due squadre riuscì più a segnare e si andò ai supplementari.
Le squadre sembravano stanche, e soltanto un episodio avrebbe potuto spezzare l’equilibrio. Al 111’ l’incredibile: Materazzi disse qualcosa a Zidane (non sapremo mai esattamente cosa) e il francese tornò sui suoi passi e lo colpì con una testata al petto. All’arbitro Elizondo non restò che espellerlo, e l’immagine di Zizou che rientra mesto negli spogliatoi passando accanto alla Coppa del Mondo sembrò un buon auspicio per un’Italia che si ritrovò a giocarsi una volta di più il suo destino ai calci di rigore.
Era la seconda volta che una finale mondiale veniva decisa dal dischetto, e ancora una volta c’era proprio l’Italia di mezzo. Nel 1994 aveva pianto, ed il Brasile aveva sorriso. Stavolta le lacrime furono per Trezeguet (che commise l’unico errore della serie restituendoci il golden gol del 2000) e compagni, mentre gli Azzurri schizzavano ad intercettare Fabio Grosso, il ragazzo che era andato oltre il sogno diventando in pochi giorni l’eroe di una nazione intera, che aveva appena trasformato l’ultimo, decisivo rigore.
Stavolta, al cronista che non era più lo storico Nando Martellini, toccò urlare quattro volte “Campioni del Mondo!”, perché i titoli erano diventati quattro. Sepp Blatter non si smentì, rifiutando di scendere a premiare gli italiani, che si premiarono praticamente da soli. Quando Cannavaro alzò la Coppa, il mondo diventò finalmente quella giostra di colori che Bennato e Nannini avevano cantato nell’ormai lontano 1990.

Era notte fonda, ma il cielo sopra Berlino non era mai stato così azzurro.
10 luglio 2006, Roma - Circo Massimo
Il pullman degli Azzurri in giro per Roma
Seven Nation Army.......

Storia dei Mondiali di calcio: Corea-Giappone 2002

Secolo nuovo, vita nuova. Il Football era entrato nel suo terzo secolo di vita, almeno nella versione moderna. Il ventunesimo secolo si era presentato subito come profondamente diverso da quello precedente. L’attentato alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001 aveva posto fine all’illusione di un mondo finalmente sulla via della pace con se stesso e a quella degli Stati Uniti di essere sostanzialmente invulnerabili, almeno in casa propria. Come il fungo di Hiroshima, il crollo delle Twin Towers simboleggiava un’epoca nuova, in cui lo sport – come ogni altra attività umana, del resto - avrebbe dovuto convivere con nuovi venti di guerra, anziché spazzarli via come ci si era illusi.
Il nuovo millennio prometteva la definitiva rottura di numerosi schemi consolidati anche nel calcio. Nel 1996 Sepp Blatter si apprestava a prendere il posto di Joao Havelange alla presidenza della F.I.F.A., ma aveva ormai consolidato il suo sistema di gestione affaristica del calcio mondiale. Come Ecclestone nella Formula 1, il segretario svizzero badava al sodo, il pallone doveva andare dove giravano i soldi. Se era sembrata due anni prima un po’ tirata per i capelli la disputa della quindicesima edizione della Coppa del Mondo in U.S.A., la decisione presa a Zurigo nel maggio 1996 fu addirittura uno strappo. La diciassettesima edizione fu assegnata a due paesi anziché uno, che non avevano tra l’altro alcuna tradizione calcistica di rilievo e che non appartenevano né al continente europeo né a quello americano.
La Corea del Sud aveva già organizzato i Giochi della XXIV Olimpiade nel 1988, gli ultimi della Guerra Fredda, ed era stato complessivamente un successo. Malgrado la frizione con la Corea del Nord che aveva minacciato di organizzare una contro-Olimpiade attirando così un nuovo boicottaggio del blocco comunista, alla fine a Seul si erano disputati dei Giochi destinati a passare alla storia per la spettacolarità delle gare, l’importanza sportiva dei risultati ed anche la rilevanza degli scandali, visto che furono le prime Olimpiadi in cui esplosero le questioni del doping e della corruzione, non più secretate e secretabli delle varie ragioni di stato.
Ma una Olimpiade degli anni 80 era una faccenda meno impegnativa di un Mondiale degli anni 2000, evidentemente, perché stavolta la Corea del Sud nell’avanzare la propria candidatura ritenne di non potercela fare da sola e di dover cercare una partnership. Se nel 1988 ai fini dell’assegnazione della sede olimpica il Giappone era stato un antagonista, stavolta fu un compagno di strada nella prima joint venture organizzativa della World Cup. Il modello era già stato sperimentato per gli Europei del 2000, allorché Olanda e Belgio si erano divisi i compiti e avevano allestito sedi e strutture in comune. Aveva funzionato talmente bene da togliere ogni scrupolo al governo del calcio, che aveva riproposto la soluzione anche per il successivo mondiale.
Corea del Sud e Giappone ebbero quindi il 17° Campionato del Mondo per Nazioni, con una formula compromissoria. Paese organizzatore preminente era la Corea, ma il Giappone avrebbe avuto la finale, il 30 giugno, all’International Stadium di Yokohama, lo stadio più grande di entrambi i paesi messi insieme. Non appena presa la decisione, ecco rifarsi sotto la Corea del Nord, con la proposta di contribuire all’organizzazione del torneo. Per la prima volta delegazioni delle due Coree si incontrarono per lavorare insieme, sotto l’occhio benevolo della F.I.F.A. e soprattutto di Blatter, su cui era apparso più brillante che mai il segno del dollaro. Ma malgrado le preghiere dello svizzero al dio degli affari, alla fine Nord e Sud non riuscirono a mettersi d’accordo, i paesi organizzatori rimasero due, Sud Corea e Giappone, e per la prima volta i paesi qualificati di diritto – insieme alla Francia campione in carica – furono quindi tre.
Per la prima volta il Mondiale approdava in Asia, ed anche questo era un segno dei tempi che cambiavano. Il vecchio accordo di alternanza tra Europa e Sudamerica era saltato, ormai superato. Il Giappone ormai aveva acquisito in pianta stabile la sede della Supercoppa Internazionale per club, tra il vincitore della Libertadores e quello della Champion’s. La vicina Cina cominciava ad interessarsi ai campionati nazionali europei, ed alle televisioni che li trasmettevano regolarmente. Il calcio, come detto, andava dove giravano i soldi. Era finito ben più di un secolo, si era conclusa addirittura un’epoca.
Ronaldo Luis Nazario da Lima, detto il Fenomeno
Tra le novità, il pallone utilizzato – prodotto sempre dall’Adidas, perché ci sono istituzioni nelle società umane che sono sempre e comunque più potenti di quelle previste ufficialmente dai vari statuti – era molto più leggero dei precedenti. Il Fevernova, evoluzione del Tango, fu subito criticato dai portieri perché le sue traiettorie erano molto più imprevedibili e meno controllabili di prima, e avrebbero favorito diverse figuracce. Pochi invece criticavano quanto stava già emergendo, cioè che questi palloni venivano fabbricati nel terzo mondo usando manodopera particolare a costo praticamente nullo: bambini di tenerissima età. Il progresso, si sa, è un carrozzone che si muove lento, e diventa ancora più lento quando i binari sono fabbricati da multinazionali come l’Adidas.
Il 31 maggio a Seul si presentarono 32 paesi per la cerimonia di apertura. L’Europa faceva ancora la parte del leone con quindici squadre: Belgio, Croazia, Danimarca, Francia, Germania, Inghilterra, Irlanda, Italia, Polonia, Portogallo, Russia, Slovenia, Spagna, Svezia e Turchia. Il Sudamerica ne aveva cinque: Argentina, Brasile, Ecuador, Paraguay, Uruguay.  Il Nordamerica tre: Messico, Stati Uniti e Costa Rica. L’Asia quattro: Arabia Saudita, Cina, Corea del Sud e Giappone. L’africa cinque: Camerun, Nigeria, Senegal, Sudafrica e Tunisia.
Proprio il Senegal dette subito un dispiacere alla Francia nella partita inaugurale, sfruttando il mancato ricambio generazionale dei campioni e l’infortunio di Zinedine Zidane e battendoli per 1-0. L’Italia era nel gruppo G, con Ecuador, Croazia e Messico. Era una Nazionale abbastanza rinnovata, che veniva dal classico periodo di bicchiere mezzo pieno, che avrebbe potuto essere pieno del tutto e che alla fine sembrava che fosse vuoto. Agli Europei del 2000 in Belgiolanda, Dino Zoff aveva portato una squadra in cui l’asse del gioco si stava spostando sempre più dalla vecchia staffetta tra Baggio e Del Piero alla nuova stella del centrocampo esplosa in quel di Roma: Francesco Totti, uno dei più forti giocatori italiani di tutti i tempi, uno che al pallone dava del tu contro chiunque. Una squadra che era stata brava e fortunata fino alla semifinale, dove aveva resistito ad una fortissima Olanda addirittura in dieci per poi superarla – finalmente! – ai tanto temuti calci di rigore. Totti aveva fatto il leggendario cucchiaio, Toldo aveva parato anche l’imparabile e l’Italia era finita in finale contro Zidane e compagni.
Fino al 47’ del secondo tempo si era presa la rivincita di France 98. Del Vecchio aveva portato gli azzurri in vantaggio, Totti aveva eclissato Zizou e l’Italia era apparsa in controllo. Poi era entrata l’oscura riserva Wiltord e aveva segnato un golletto quando già le panchine stavano recuperando borse e asciugamani. L’opera era stata completata da Trezeguet che con il Golden Gol aveva rinviato l’Italia a data tutt’ora da destinarsi, almeno per la vittoria del secondo titolo europeo. Al ritorno a casa, nientemeno che il leader di Forza Italia Berlusconi era sceso in campo attaccando l’improvvida strategia del mister Zoff, accusato di non aver fatto marcare Zidane opportunamente da Ringhio Gattuso. Zoff si era immediatamente dimesso, vuoi perché seccato da quelle critiche inattese vuoi perché desideroso di nuove avventure su nuove panchine. Il suo posto era stato preso da Giovanni Trapattoni, in fuga dal dissolvimento della Fiorentina di Vittorio Cecchi Gori.
Il “vecchio” Trap che si presentava a Corea-Giappone aveva una squadra forte, con Vieri e Totti che su tutti promettevano sfracelli. Ma al pari di Maldini Cesare aveva forse idee ormai poco adatte alla fase di sviluppo raggiunta dal calcio italiano. Spesso gli azzurri parevano giocare con il freno a mano tirato, a differenza di quanto sembravano fare nei mercoledi di coppa con i loro club. Fatto sta che dopo aver battuto facilmente l’Ecuador con due gol di Vieri, l’Italia andò a sbattere come qualche anno prima il muso contro una Croazia in calo ma forte abbastanza per mettere a nudo alcune sue magagne. Con Nesta infortunatosi subito e l’arbitro inglese Graham Poll che ripercorreva le strade del connazionale Ken Aston a Cile 1962 annullando agli azzurri due gol regolarissimi, a Vieri e Materazzi, l’Italia si ritrovò sotto per 2-1 e ci restò.
Alla terza giornata, ancora due gol annullati, a Inzaghi e Montella, e uno preso dal Messico grazie alla traiettoria pazza di Fevernova. Rispuntò a salvare la patria Del Piero, e l’Italia andò avanti grazie alla insperata vittoria dell’Ecuador sulla Croazia. Restavano enormi perplessità su arbitraggi talmente sconclusionati come non se ne vedevano da tanto tempo, e tali da sollevare dubbi di correttezza circa prestazioni e risultati che stavano maturando. Il bello però doveva ancora venire, agli ottavi.
Negli altri gironi, eliminazione a sorpresa della Francia a vantaggio di Senegal e Danimarca. Spagna e Paraguay (allenato da Cesare Maldini) passarono il turno così come Brasile e Turchia. La Corea del Sud si qualificò brillantemente a spese di Portogallo e Polonia, insieme ai sorprendenti Stati Uniti. La Germania andò avanti senza problemi assieme all’Irlanda. L’Italia, si è detto, passò dietro al Messico, e così fecero anche Giappone, alle sue prime vittorie mondiali, e Belgio.
Negli ottavi, una Germania assolutamente poco brillante ma dalla consueta solidità batté a fatica il Paraguay e mise fine all’avventura mondiale del nostro Maldini. L’Inghilterra fece fuori 3-0 la Danimarca, e la Spagna passò ai rigori contro l’Irlanda, dopo aver tentato di tutto per suicidarsi. Il derby nordamericano tra USA e Messico venne vinto incredibilmente dalla Nazionale che veniva da nord del Rio Grande, che ottenne così il suo miglior risultato di sempre ai mondiali. Il Brasile regolò il Belgio con Ronaldo che si propose come capocannoniere. Il Senegal sembrò completare le sorprese eliminando la Svezia.
Byron Moreno
Ma la vera sorpresa arrivò nell’ultimo ottavo, a Daejon tra Sud Corea ed Italia. Sugli spalti campeggivaa uno striscione, Again 1966! I padroni di casa volevano ripetere l’impresa del “cugino” Pak Doo Ik. La Corea non giocava affatto male, ma l’Italia avrebbe giocato meglio se non avesse patito l’assenza di Nesta e soprattutto lo strano, stranissimo arbitraggio dell’ecuadoriano Byron Moreno. Gli azzurri andarono in vantaggio con Vieri ma poi non chiusero la partita, i coreani picchiavano perché Moreno lasciava fare, Zambrotta e Del Piero ci rimisero le penne. Alla fine pareggiò una Corea sempre più imbaldanzita, e si andò ai supplementari. In conclusione del primo extratime Totti venne abbattuto in area e Moreno lo espulse per simulazione. Poco dopo annullò anche a Tommasi per fuorigioco un gol regolarissimo. Arrivò quindi il Golden Gol di Ahn, giocatore che militava nel Perugia di Gaucci, quasi come un destino inevitabile. L’Italia tornava a casa, come nel 1962, come nel 1966, come si suol dire cornuta e mazziata. Nemmeno l’acqua santa del Trap ci aveva salvati.
il Golden Gol di Ahn che eliminava l'Italia
Anni dopo Byron Moreno sarebbe finito in galera per corruzione. Nel tormentone canoro di quell’estate italiana la cosa più carina che gli venne augurata è – in perfetta rima -di finire sotto un treno. La F.I.F.A. non batté ciglio. Blatter non aveva mai visto di buon occhio l’Italia, mentre vedeva di occhio buonissimo l’avanzata dei padroni di casa. Che ripeterono il giochino nei quarti contro la Spagna, eliminandola anche in questo caso grazie all’arbitraggio. Gli spagnoli alla fine accerchiarono addirittura l’arbitro come per farsi giustizia da soli, dopo due gol annullati. L’Italia tenia razon! titolò il giorno dopo il quotidiano iberico AS. Niente da fare, Spagna-Italia sarebbe rimasto come il derby delle derubate, in quel mondiale del 2002 che fece scomparire in quanto a vergogna Seul 1988 e i suoi scandali culminati nella squalifica di Ben Johnson.
La Turchia eliminò il Senegal, il Brasile durò fatica con una brillante Inghilterra ma poi ne venne a capo grazie a Ronaldinho che uccellò il portiere Seaman, pescato fuori dai pali come un principiante. La Germania si salvò dall’avanzata americana grazie al portiere Oliver Khan, che stavolta si dimostrò più efficace delle difese sul Reno quasi 60 anni prima. Gli americani lamentarono un rigore grosso come una casa per fallo di mano sulla linea di porta tedesca. Ovviamente non dato. Blatter si dichiarava entusiasta del livello tecnico della competizione. E’ a tutt’oggi, peraltro, la più scadente e viziata nella regolarità dell’intera storia dei Mondiali.
In semifinale la corsa della Corea dovette terminare di fronte ai tedeschi, perché alla fine il torneo salvasse una qualche credibilità. Ballack, Klose, Khan & soci andarono in finale contro un Brasile che mise fine invece al sogno della migliore Turchia di sempre. Per i brasiliani era di nuovo il sogno di agguantare il quinto titolo. Per i tedeschi era un risultato inaspettato, che anticipava forse quello che si attendevano di conseguire nel mondiale casalingo di quattro anni dopo.
La "papera" di Khan ed il gol di Ronaldo
A Yokohama il 30 giugno si trovarono di fronte le squadre che avevano comunque all’attacco i due migliori cannonieri, coloro che erano destinati un giorno a raccogliere e superare l’eredità del mitico Gerd Muller, il più prolifico goleador di sempre con 13 reti mondiali fino a quel momento. Ronaldo e Miroslav Klose lo stavano per affiancare, qualcuno quel giorno sarebbe andato avanti ed avrebbe alzato la Coppa. Sarebbe toccato al Fenomeno, che si sarebbe ripreso così ciò che la sorte gli aveva negato quattro anni prima a Saint Denis a Parigi, a causa del misterioso e mai chiarito attacco epilettico. Lo sfortunatissimo campione verdeoro aveva giocato poco nei quattro anni trascorsi. L’Inter aveva dovuto aspettarlo mentre si rimetteva da due gravissimi infortuni alle ginocchia. Alla fine Ronaldo Luis Nazario de Lima era tornato, e il mondo gli si inginocchiava davanti.
Fu proprio Oliver Khan a commettere la papera che lo mandò in porta per il suo settimo gol di quella edizione, mentre l’ottavo – che chiuse la partita e laureò il Brasile pentacampeao – fu un’invenzione di Rivaldo che lo smarcò al limite dell’area, in una zona in cui il fenomeno non perdonava.

Fecero festa i brasiliani, soltanto loro però. Loro e i cassieri giapponesi, coreani e della Federazione Internazionale del Gioco del Calcio, con l’omino svizzero in testa a tutti. Una cosa era certa, così si sarebbe andati poco lontano. A Germania 2006 qualcosa avrebbe dovuto cambiare, e non soltanto arbitraggi come quello di Byron Moreno.