venerdì 30 maggio 2014

Storia dei Mondiali di calcio: Italia 1990

Forse non sarà una canzone/a cambiare le regole del gioco/ma voglio viverla così questa emozione/senza frontiere e con il cuore in gola”. Sulle note della canzone di Gianna Nannini ed Edoardo Bennato, all’avvicinarsi dell’estate 1990 un intero paese era praticamente regredito allo stato infantile. Un’estate italiana era qualcosa di più di un tormentone musicale, era diventato l’inno di un intero paese in sostituzione di quello di Mameli. Un paese che non aspettava che di mettersi a giocare a pallone e per un mese non pensare ad altro.
Nel 1984 la F.I.F.A., dopo aver deciso il ritorno in Messico per la tredicesima edizione della Coppa del Mondo di calcio, aveva deciso  un altro grande ritorno anche per la quattordicesima. Il dirigente federale di lungo corso Franco Carraro, poi soprannominato il “poltronissimo”, aveva avanzato la candidatura per conto dell’Italia, e non aveva trovato ostacoli. La F.I.F.A. battezzò in un batter d’occhio Italia 90, e Carraro divenne il presidente del comitato organizzatore del secondo mondiale che si sarebbe disputato nella nostra penisola, dopo quello del 1934.
"Ciao", la mascotte di Italia 90
La macchina organizzativa di Italia 90, sotto la guida operativa di Luca Cordero di Montezemolo – ex tante cose, ma soprattutto ex direttore sportivo della Ferrari nel quadriennio d’oro di Niki Lauda e poi della spedizione di Azzurra a Newport, Rhode Island, per la Coppa America 1983 – si mise in moto nel 1986, mentre si disputava il Mundial messicano. Le parole d’ordine di quell’impresa italiana le avevano dettate all’unisono proprio Carraro e Montezemolo: “realizzare un sogno, per fare del mondiale una vetrina dell’Italia tecnologica e industriale proiettata verso il Duemila”. Qualcuno peraltro non tardò a tradurre questo slogan in parole povere, definendo quell’organizzazione con il termine suggestivo di “truppe d’appalto”.
Alla vigilia del secondo mondiale italiano, i nostri stadi erano oggettivamente più o meno quelli costruiti all’epoca del primo. Dagli anni trenta era stato fatto, o rifatto, poco o nulla, e per adeguarsi alle norme F.I.F.A. necessitavano opere pubbliche ingenti. Il governo De Mita stanziò per la realizzazione di queste opere qualcosa come 6.000 miliardi di lire. Secondo la prassi invalsa nel Belpaese e che poi sarebbe venuta alla luce pochi anni dopo nell’ambito dell’inchiesta Mani Pulite, era pressoché inevitabile che un simile giro d’affari consegnasse alla storia Italia 90, dal punto di vista della finanza pubblica e della realizzazione di grandi opere civili ed infrastrutturali, come una delle possibili madri di tutti gli scandali.
Bari, stadio San Nicola
Nel mese in cui il mondo si sarebbe fermato per una nuova tregua sportiva ed il football sarebbe tornato in una delle sue case (per parafrasare i cosiddetti maestri inglesi) di quando ancora si chiamava “calcio”, era previsto che si disputassero 52 partite in ben 12 città italiane. In molti casi si optò per un restyling dell’esistente, come a Firenze dove lo Stadio Comunale fu riadattato fin dove il vincolo della Soprintendenza alle Belle Arti sul gioiellino di Pier Luigi Nervi lo consentiva, con l’eliminazione della pista d’atletica e anche del muro esterno che fasciava parzialmente le scale d’accesso e le fiancate dello stadio. In altri casi, come quello del Delle Alpi di Torino e del San Nicola di Bari, si andarono a costruire appositamente nuovi impianti, alla vista dei quali le cittadinanze interessate cominciarono però ben presto a storcere la bocca, sia per il risultato estetico finale che per il costo.
Stadio Comunale di firenze, prima della ristrutturazione del 1990
Ma nella primavera del 1990 erano poche le voci di dissenso che riuscivano a farsi udire nel clima di euforia generale con cui ci si apprestava ad assistere al primo calcio a Etrusco Unico, il pallone ufficiale realizzato dall’omnipresente e omnisponsorizzante Adidas per Italia 90. In quei mesi, peraltro, non solo nel Belpaese si viveva una specie di ritorno collettivo all’adolescenza. Erano una sorta di primavera del Mondo, che aveva appena subito cambiamenti importanti e determinanti e che da essi traeva nuove ragioni di speranza.
Nell’autunno dell’anno precedente era venuto giù nientemeno che il Muro di Berlino. Questo significava non soltanto che Italia 90 sarebbe stato l’ultimo torneo mondiale a cui si sarebbe presentata una Germania con la didascalia Ovest, una federazione denominata U.R.S.S. ed un’altra denominata Jugoslavia. Significava la fine della Guerra Fredda, quell’equilibrio del terrore che per 40 anni aveva tenuto il mondo intero sul filo del rasoio di una pace precaria e obbligata dalle testate nucleari. Qualcuno parlava addirittura di “fine della storia”, molti più semplicemente avevano ritrovato la voglia di giocare alla fine di un lunghissimo inverno. Di lì a poco sarebbe esplosa la questione del Kuwait, che avrebbe portato alla prima Guerra del Golfo e al ritorno alla realtà più confacente ad una razza umana per la quale i periodi di pace sono sempre stati brevi e precari. Ma al momento di sorteggiare i gironi di Italia 90, mentre risuonavano le note di To be number one di Giorgio Moroder o della versione nostrana, Un’estate italiana di Nannini-Bennato, tutto questo era di là da venire, o anche solo da immaginare.
Il mondo stava cambiando anche nel calcio, se è vero che potenze come la Germania Ovest ed il Brasile faticarono non poco a qualificarsi ad Italia 90, rischiando di restare a casa. Cosa che accadde per la Francia e la Polonia, rispettivamente orfane di Platini e Boniek. Una nuova generazione di campioni si era affacciata sul palcoscenico. L’Olanda aveva rimesso insieme una truppa degna della mitica e sfortunata armata del 1974. Gullit, Van Basten, Rijkaard avevano fatto grande il Milan di Arrigo sacchi, ma soprattutto avevano vendicato Cruyff e compagni, andando a vincere l’Europeo del 1988 proprio in Germania a spese dei padroni di casa e dell’U.R.S.S.
Da sinistra: Zenga, Maldini, De Napoli, Ferri, Bergomi,
Giannini, Baggio, Schillaci, Baresi, De Agostini
Ma i favori del pronostico in quel 1990 andavano principalmente all’Italia, e non solo perché avrebbe giocato in casa. Mentre a Città del Messico si concludevano mestamente i giorni di Enzo Bearzot e dei suoi ragazzi che una volta erano saliti sul tetto del mondo, a Valladolid la Under 21 azzurra cedeva ai rigori il titolo europeo di categoria ai pari età della Spagna, allenata da una vecchia conoscenza del calcio italiano, Luisito Suarez, uno dei fuoriclasse della grande Inter di Herrera. Malgrado la sconfitta, i ragazzini italiani erano stati elogiati per il bel gioco messo in mostra, ed il merito era andato anche giustamente al loro mister, Azeglio Vicini, un tecnico che al pari di Enzo Bearzot aveva fatto tutta la trafila all’interno della Federazione.
La F.I.G.C. non poteva che prendere atto del dono della sorte, e travasò nella nazionale maggiore tecnico e giocatori. La nouvelle vague italiana si comportò bene all’europeo di Germania, costringendo al pareggio i padroni di casa e battendo le forti Spagna e Danimarca prima di cedere all’U.R.S.S. in semifinale. Qualificata di diritto al mondiale in quanto ospitante, l’Italia aveva raccolto comunque consensi in tutte le sue apparizioni anche amichevoli, a cominciare da quella di lusso a Zurigo contro l’Argentina il 10 giugno 1987, conclusasi con la vittoria per 3-1 degli azzurri. Dal portiere Walter Zenga al centravanti Gianluca Vialli, passando per Franco Baresi ed il principe Giuseppe Giannini, la nostra sembrava proprio una squadra di predestinati.
A Italia 90 si presentarono 24 squadre che si sarebbero eliminate a vicenda con la stessa formula di Messico 86: Austria, Belgio, Cecoslovacchia, Germania Ovest, Inghilterra, Irlanda, Jugoslavia, Italia, Olanda, Romania, Scozia, Spagna, Svezia e U.R.S.S. per l’Europa, Argentina, Brasile, Colombia e Uruguay per il Sudamerica, Costa Rica e Stati uniti per l’America Centro-Nord, Corea del Sud e Emirati Arabi Uniti per l’Asia, Camerun ed Egitto per l’Africa. L’Italia ebbe sorteggiato un girone apparentemente facile, in realtà assai ostico, con Austria, Cecoslovacchia e Stati Uniti, che avrebbero giocato tra Roma e Firenze.
Roberto Baggio e Totò Schillaci
Come era successo in Argentina con Paolo rossi e Antonio Cabrini, all’ultimo momento alla comitiva azzurra si erano aggiunte quelle che sarebbero risultate poi le stelle più brillanti: Salvatore Schillaci, il bomber esploso in tarda età nella Juventus, e Roberto Baggio, il talento esploso giovanissimo nella Fiorentina. Ma se per Totò non c’erano stati problemi di inserimento nel corpo di una squadra già collaudata da diversi anni nei quali aveva giocato sempre assieme, per il Codino le cose erano destinate ad andare diversamente.
Mentre l’Argentina ripeteva la sconfitta nella partita inaugurale di otto anni prima (1-0 dal sempre più sorprendente Camerun, capace di resisterle in nove uomini), l’Italia esordì all’Olimpico di Roma contro l’Austria, e per ben 78’ minuti vide le streghe. Giocavano bene gli azzurri, ma non trovavano la porta, dando coraggio agli austriaci man mano che il tempo passava. Finché Vicini si risolse a togliere il centravanti titolare carnevale e a buttare dentro Schillaci, che lo ripagò segnando un minuto dopo la prima delle sei reti con cui sarebbe diventato capocannoniere di quel torneo.
La Cecoslovacchia aveva marcato cinque reti agli U.S.A., l’Italia nella seconda partita gliene fece solo una. Se la nazionale di Vicini aveva un difetto era quello di segnare molto meno di quanto avrebbe potuto. Nella terza partita bisognava battere i cechi, altrimenti a Roma ci sarebbero rimasti loro. Al 9’ segnò subito Schillaci, poi l’arbitro francese Quiniou annullò ai nostri avversari un gol dubbio. Quindi assistemmo al replay del gol di Maradona in Messico all’Inghilterra. Solo che stavolta lo segnò un ragazzo italiano, Roberto Baggio da Caldogno, messo nella ripresa da un Vicini non troppo convinto a rivitalizzare la manovra azzurra.
Negli altri gironi, l’Argentina riuscì a qualificarsi soltanto come migliore terza, e sembrava destinata a fare poca strada. Pochi problemi per Germania, Inghilterra, Spagna e Brasile, mentre l’Olanda incredibilmente si qualificava anch’essa tra le terze ripescate. Agli ottavi cominciarono le sorprese. L’Argentina sembrava invecchiata e malmessa rispetto a quattro anni prima, malgrado un Maradona ancora nei suoi panni. Una facile preda per il Brasile capitanato da Dunga il cucciolo e registrato alleuropea da Sebastiao Lazaroni, il tecnico peraltro più contestato dell’intera storia verdeoro. L’1-0 in contropiede con cui fu eliminato dagli odiati rivali biancocelesti rappresenta uno dei peggiori risultati brasiliani ai mondiali.
Anche la Spagna si fece eliminare dalla Jugoslavia, mentre l’Olanda usciva per mano della Germania (dopo che la partita era diventata una rissa, con gli olandesi che avevano perso il controllo dei nervi). L’Italia venne a capo dell’Uruguay non senza fatica, grazie al solito Schillaci che si ripeté poi anche nei quarti contro l’Eire. Gli azzurri avanzavano nel mondiale giocando bene ma segnando poco, con un Vialli in precarie condizioni di forma e un Baggio sottoutilizzato da Vicini. Anche gli altri segnavano poco. L’Inghilterra passò solo ai supplementari contro il Camerun per il quale non c’erano più aggettivi se non positivi. La Germania regolò la Cecoslovacchia con il minimo sforzo e l’Argentina la Jugoslavia ai rigori.
In semifinale, l’Italia era accreditata di ogni pronostico contro un’Argentina che sembrava aver fatto anche troppo ad arrivare dov’era arrivata. Si giocava però a Napoli, in casa di Maradona che non mancò di sfruttare il fattore campo avviando nel pre-partita una polemica indirizzata a far sì che i suoi tifosi si rivoltassero contro il proprio paese (chiamato “matrigna”) a suo esclusivo vantaggio. Napoli purtroppo cadde nella trappola, e come già Firenze – scottata dal passaggio di Baggio dalla Fiorentina alla Juventus e dall’esito avvelenato della finale UEFA sempre contro i bianconeri – finì per fare almeno in parte il tifo contro la nazionale azzurra.
"...Hijos de puta....."
Il 3 luglio 1990 è un giorno amaro nella storia della Nazionale italiana. Vicini schierò Vialli fuori condizione, e tenne fuori Baggio che di condizione ne aveva da vendere. Fu il primo di una serie di allenatori italiani che non seppe cosa fare di un talento immenso come quello del Codino, come se Hidalgo avesse lasciato fuori Platini o Bilardo Maradona. Il solito Schillaci portò avanti gli azzurri, che sembravano dominare una delle peggiori Argentine di sempre, almeno finché Caniggia non uccellò Zenga sorprendendolo in una uscita che sembrava senza problemi. Gli assalti furibondi degli azzurri per ritornare in vantaggio, con la tardiva immissione di Baggio, non ebbero esito. Ai calci di rigore, furono determinanti gli errori di Donadoni e Serena, gente che avrebbe dovuto trasformarli ad occhi chiusi. L’Argentina invece non ne sbagliò uno e andò in finale. Per l’Italia le notti magiche si interrompevano bruscamente, e cominciava la notte fonda avvelenata dalla maledizione dei calci di rigore che l’avrebbe perseguitata per tutti gli anni 90.
Nell’altra semifinale stessa storia tra Inghilterra e Germania. Anche gli inglesi avevano un’idiosincrasia per i rigori, e cedettero il passo a una Germania che fin lì aveva fatto tutto bene e niente benissimo. L’Inghilterra finì a giocare la finale di consolazione al San Nicola di Bari, battuta da un’Italia troppo tardi rivitalizzata da Roberto Baggio, che concluse al terzo posto un Mondiale già vinto prima ancora di giocare.
L’8 luglio all’Olimpico il pubblico romano si trovò di fronte per l’atto conclusivo due squadre per le quali non provava francamente alcuna simpatia. La Germania praticamente da sempre non rientrava tra quelle squadre (e tra quei paesi) per cui gli italiani stravedevano. L’Argentina lo era diventata pochi giorni prima “scippando” la finale all’Italia. Alla fine prevalsero nella scelta le polemiche di un Maradona ormai decisamente poco simpatico nel paese dove aveva giocato per sei anni. I romani fischiarono l’inno argentino, l’ex pibe de oro rispose con un hijos de puta in mondovisione.
Matthaus e Littbarski portano in trionfo la Coppa del Mondo
Fu a detta di tutti la più brutta finale di un Mondiale di sempre. Gli argentini cercarono di ripetere con i tedeschi il gioco riuscito fino a quel momento: tirarla per le lunghe con le buone o meglio se con le cattive e sperare. I tedeschi risposero colpo su colpo. Alla fine decise un rigore negli ultimi minuti che Brehme trasformò dando alla sua nazionale la terza vittoria mondiale contro un avversario ridotto in nove uomini. Dopo la riunificazione, a Berlino c’era adesso qualcos’altro da festeggiare e di sicuro la Germania avrebbe ricordato a lungo le notti magiche, a differenza dell’Italia alla quale in fondo restavano soltanto una serie di cattedrali del deserto e tanto, tanto rimpianto.

giovedì 29 maggio 2014

Storia dei Mondiali di calcio: Messico 1986

Nel 1986 toccava di nuovo al Sudamerica. Paese organizzatore designato della tredicesima edizione dei Campionati Mondiali di calcio sarebbe stata la Colombia, un’altra delle zone martoriate di quel sub-continente in cui sembrava che il grande divario tra oligarchie smisuratamente ricche e popolazioni in grandissima parte spaventosamente povere non lasciasse altro destino che essere il sanguinoso campo di battaglia tra gruppi guerriglieri di ispirazione più o meno comunista e forze repressive militari e/o paramilitari.
La Colombia, che aveva l’aggravante di essere terreno fertile per il narcotraffico, a proposito del quale già dagli anni cinquanta-sessanta si erano costituiti i primi cosiddetti “cartelli” che avevano influenza sempre crescente sui governi locali, quale che fosse il loro colore, aveva vissuto un alternarsi di colpi di stato, attentati terroristici e tentativi di ricomposizione costituzionale tra liberali e conservatori. Alla cerimonia di chiusura dei Mondiali di Spagna era già evidente che il quadro politico presentato dal paese sudamericano difficilmente avrebbe consentito di ospitare l’edizione successiva.
Quetzacoatl il Serpente Piumato
Proprio nel 1982 il nuovo presidente Belisario Betancourt aveva tentato una “normalizzazione” del paese, avviando un dialogo con le fazioni della guerriglia. Ma l’anno dopo si vide, tra le altre cose, costretto a restituire alla F.I.F.A. l’incarico ricevuto anni prima. Tra l’altro, la stessa F.I.F.A. aveva complicato le cose non solo alla Colombia ma a qualsiasi paese aspirante organizzatore dei Mondiali, portando il campo dei partecipanti a 24 squadre ed esigendo il rispetto di una serie di standards: almeno 12 stadi da 40.000 posti, 4 da 60.000 e 2 da 80.000, dotati di una rete di infrastrutture che a Bogotà in quel momento si potevano soltanto sognare. Inoltre, come di prassi inveterata, il “carrozzone” F.I.F.A. pretendeva una serie di benefits per insediarsi nella terra dei Mondiali, tra cui una serie di agevolazioni nelle tariffe. La Colombia non poteva permettersi una simile invasione di cavallette, e passò la mano nel 1983.
A quel punto, a tre anni scarsi dal fischio d’inizio della gara inaugurale dei tredicesimi mondiali, ci fu un solo paese che si dichiarò disposto ad ereditarne l’onere. Il Messico aveva già avuto in casa il grande circo del calcio nel 1970, le sue strutture avevano bisogno soltanto di una rinfrescata e di una tutto sommato contenuta modernizzazione. Nulla vietava – a termini di regolamento - che si tornasse là dove si era già stati, in una bella edizione del torneo tra l’altro. E Messico fu, per la seconda volta.
Ma in quegli anni evidentemente gli dei dello sport ce l’avevano con il calcio, perché nel 1985 Città del Messico ed altre località del paese furono devastate da una serie di terremoti che causarono complessivamente oltre 10.000 morti e danni a strutture che richiesero oltre 2 miliardi di dollari di investimenti per la ricostruzione. La vecchia terra degli Aztechi stavolta sembrava in ginocchio, ma Huitzilopotchli e Quetzacoatl alla fine volsero un occhio più benevolo verso il loro popolo, che alla fine ce la fece a rimettersi in piedi a tempo di record.
Pique, la mascotte del mondiale messicano
Il 31 maggio 1986 l’Italia poté tornare in quello stadio Azteca che conosceva molto bene per disputare la partita inaugurale del secondo Mundial messicano. Era un torneo che ritornava a battere vecchie piste anche nella formula con cui si disputava: niente più deliranti gironi all’italiana nella seconda fase, si tornava all’eliminazione diretta dagli ottavi in poi, passavano le prime due di ognuno dei sei gironi e le migliori quattro classificate tra le terze.
Da quel 31 maggio al 29 giugno successivo, le squadre che avrebbero lottato per togliere la Coppa d’oro all’Italia erano Belgio, Bulgaria, Francia, Germania Ovest, Inghilterra, Spagna, Danimarca, Irlanda del Nord, Polonia, Portogallo, Scozia, Ungheria ed URSS per l’Europa, Argentina, Brasile, Uruguay e Paraguay per il Sudamerica, Canada e Messico per il Nordamerica (che aveva la sua federazione separata dal resto del continente), Algeria e Marocco per l’Africa,  Corea del Sud e Iraq per l’Asia. Mancava l’Oceania, che poi voleva dire o Australia o Nuova Zelanda.
L’Italia che tornava in Messico per difendere il suo titolo mondiale era parente alla lontana di quella che l’aveva conquistato quattro anni prima. La maggior parte dei campioni del Bernabeu avevano chiuso il proprio ciclo in azzurro due anni prima mancando la qualificazione agli Europei francesi del 1984. Cecoslovacchia e Romania erano risultate ostacoli troppo alti per i vecchi guerrieri di Bearzot. La finale di Madrid era stata la partita n. 400 della Nazionale italiana. Già la n. 401 era stata da dimenticare, con la Svizzera che aveva rovinato la festa italiana nell’amichevole celebrativa del settembre 1982 a Roma. A Città del Messico Enzo Bearzot portò alcuni dei “senatori” giusto per allungare la lista fino ai 22 previsti. In pratica, il solo Spillo Altobelli era ancora “nei suoi cenci”, come si suol dire, gli altri andavano in panchina, mentre in campo andavano quelle che una volta erano le seconde linee, oppure una nuova generazione che stentava a mostrarsi all’altezza della vecchia.
Maradona segna all'Italia
Come ogni buon padre di famiglia che si rispetti, Bearzot aveva faticato non poco a staccarsi dai suoi figli, da quella squadra che aveva raccolto 10 anni prima dalle mani di Fulvio Bernardini e che aveva allevato, cresciuto giorno dopo giorno fino alla vittoria mondiale. E solo tardivamente aveva volto lo sguardo a cercare dei sostituti, che peraltro ancora non c’erano. In più aveva commesso l’errore madornale di tenere i due eredi in pectore di Dino Zoff, il viola Giovanni Galli (già in squadra in Spagna come terzo portiere) ed il giallorosso Franco Tancredi in ballottaggio – cioè di fatto sulle spine - fino al giorno prima del mondiale messicano, risolvendosi a scegliere il fiorentino solo all’ultimo momento e facendolo arrivare abbastanza scarico all’appuntamento più importante della sua carriera.
Nel 1983 era venuto inoltre a mancare Artemio Franchi, figura carismatica e assai rispettata in ambito internazionale di dirigente della Federcalcio italiana e dell’UEFA. La ricaduta in termini di peso politico degli azzurri non si fece attendere. La F.I.F.A. si inventò un girone con due teste di serie, Italia e Argentina, che sommate a Bulgaria e Corea del Sud lo qualificavano come molto impegnativo. Il 31 maggio all’Azteca Altobelli riprese dove aveva lasciato quattro anni prima, segnando il primo gol messicano dopo aver segnato l’ultimo spagnolo. Il vantaggio azzurro resse fino a cinque minuti dalla fine, allorché Syrakov soprese Galli in elevazione e complicò la vita ai detentori del titolo.
Nella seconda partita, l’Italia iniziò molto bene mettendo sotto l’Argentina di Maradona. Ancora Altobelli sbloccò il risultato su rigore, ma stavolta il vantaggio resse solo fino al 34’. Maradona ricevette palla a centro area e, come ha raccontato in seguito Giovanni Galli, ipnotizzò il nostro portiere con “lo sguardo del cobra”, lasciando partire un tiro tutt’altro che irresistibile ma dalla traiettoria beffarda e diabolica. Dopodiché, gli argentini non osarono di più, memori di otto anni prima a Buenos Aires. Gli italiani avevano esaurito il loro momento migliore, fini 1-1, come tra bulgari e coreani.
Tutto era rimandato alla terza partita. Valdano e Burruchaga liquidarono i bulgari, gli azzurri invece andarono avanti con il solito Spillo, poi si fecero riprendere. Dovevano segnarne molti per passare avanti all’Argentina, e invece finì solo 3-2. La Corea decisamente non portava bene ai nostri colori, l’Italia finì seconda e sommersa di critiche, con la prospettiva di affrontare nel suo ottavo di finale la Francia campione d’Europa di Roi Michel Platini, qualificatasi insieme all’URSS. Negli altri gironi, Messico, Paraguay e Belgio si univano a Brasile e Spagna, a Danimarca, Germania Ovest ed Uruguay e a Marocco, Inghilterra e Polonia.
Il gol di Platini che eliminò l'Italia
Non era un mondiale di altissimo contenuto tecnico fino a quel momento, salvo poche eccezioni. Era un mondiale destinato comunque a proseguire senza l’Italia. Il 17 giugno a Città del Messico Platini e compagni misero a nudo il re italiano. Al gol del fuoriclasse transalpino seguì quello di Stopyra, che chiuse di fatto l’epopea di Enzo Bearzot e di 10 e passa anni gloriosi. Negli altri ottavi, il Belgio sorprese la bellissima URSS del colonnello Lobanovsky nella partita più bella del mondiale per 4-3, il Messico ebbe ragione della Bulgaria, il Brasile della Polonia, l’Inghilterra del Paraguay, la Germania Ovest del Marocco, la Spagna della Danimarca con ben cinque reti, e per finire l’Argentina vinse il derby del Rio de la Plata battendo 1-0 l’Uruguay.
I biancocelesti erano una squadra ben diversa da quella che aveva vinto il titolo otto anni prima. Ormai era stata presa per mano dal pibe de oro, Diego Armando Maradona, che aveva estromesso tutti gli elementi a lui sgraditi, a cominciare dallo storico capitano Daniel Alberto Passarella, l’unico forse che poteva stargli alla pari in quanto a carisma. Ma il talento di Diego era tale, ed esplose in maniera talmente eclatante a quel mondiale, che tutto gli fu perdonato. A cominciare dal gol più irregolare della storia del calcio.
Argentina - Inghilterra, la Mano de Diòs
Il 22 giugno all’Azteca andò in scena la rivincita della guerra delle Falkland-Malvinas. L’Inghilterra era una squadra probabilmente non inferiore all’Argentina, con il cannoniere di quel mondiale tra le sue fila, Gary Lineker. Ma i biancocelesti tra le loro fila avevano il numero uno del mondo, ribattezzato per l’occasione la Mano de Diòs. Solo l’arbitro non vide il nuovo colpo del cobra, il tocco di mano con cui Dieguito mandò al palla alle spalle di Shilton. Entusiasmo argentino ed esecrazione inglese (e del resto del mondo), ma non ci fu quasi tempo per stigmatizzare la scorrettezza. Poco dopo il numero 10 argentino prese palla nella sua metà campo e se ne andò via, scartando mezza Inghilterra e mettendo ancora in rete. Dal gol più irregolare al gol più bello del mondiale, e uno dei più belli di sempre. 2-1, e da quel momento i pronostici andarono a convergere sull’Argentina.
Negli altri quarti la Germania Ovest eliminò il Messico ai calci di rigore, e sempre ai rigori il Belgio fece fuori la Spagna e soprattutto la Francia eliminò il Brasile. I carioca erano meno brillanti di quattro anni prima ma erano inveleniti alla caccia del quarto titolo. L’eliminazione finì dunque per bruciare quanto quella di Barcellona ad opera dell’Italia. In semifinale, l’Argentina ritrovava il Belgio e la possibile vendetta della partita inaugurale in Spagna, la Francia ritrovava la Germania Ovest e anche lei aveva una vendetta da compiere.
I tedeschi erano alle prese anche loro con un ricambio generazionale, apparentemente più facile di quello italiano. La Francia invece era all’apice di un ciclo iniziato addirittura in Argentina, ma l’esperienza non le bastò. Stavolta i poco brillanti ma estremamente solidi tedeschi andarono in vantaggio subito e ci restarono fino alla fine. Dall’altra parte, due gol di Maradona fecero sembrare la partita con il Belgio una pratica semplice per l’Argentina da liquidare.
La finale del 29 giugno cominciò bene per i biancocelesti, l’erede di Passarella, Brown, e Jorge Valdano misero subito due gol nella saccoccia tedesca, ma i tedeschi non mollano mai. Il vecchio Rummenigge ed il giovane Voeller riaprirono il discorso all’80’. Che fu chiuso due minuti dopo da una rasoiata del pibe che mandò in porta Burruchaga.
Alla Germania rimase in mano il classico bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto. All’Argentina la seconda coppa del mondo della sua storia. Stavolta una coppa che si poteva festeggiare senza remore, visto che il paese da due anni era ritornato alla democrazia. Pumpido, Brown, Cuciuffo, Ruggeri, Batista, Giusti, Burruchaga, Enrique, Olarticoechea, Maradona e Valdano si misero in fila sulle gradinate dell’Azteca per andare a ricevere il trofeo dalle mani di un non troppo entusiasta presidente della F.I.F.A., il brasiliano Joao Havelange. In realtà, il mondo aveva occhi soltanto per lui, indiscutibilmente il miglior giocatore non solo di quel torneo appena conclusosi. Il campione del mondo Diego Armando Maradona.


Fiorentina, un anno vissuto pericolosamente: il girone di andata

La lunga stagione della Fiorentina comincia il 22 agosto al Letzigrund di Zurigo, dove il sorteggio ha spedito Montella & C. a saldare un vecchio conto in sospeso. I ragazzi in viola fanno anche di più, mettono in mostra un gioco da stropicciarsi gli occhi e un Cuadrado da fantascienza. Le Cavallette sono sgominate con un gol del colombiano che ricorda tanto quello di Batistuta a Wembley ed un altro provocato dal nuovo gioiello di stagione, Mario Gomez, che salta il portiere e costringe un difensore all’autorete.
Salerno è vendicata, l’anno che dovrebbe riportare “molto in alto” la Fiorentina può cominciare sotto i migliori auspici. Alla prima di campionato arriva a Firenze il Catania, che nutre l’illusione di ripetere il brillante campionato precedente. Spolli & C. ancora badano a giocare, più che a picchiare, e vorrebbero mettere in difficoltà una squadra viola che vola sulle ali dell’entusiasmo e che parte subito bene presentando l’altro gioiello che autorizza qualsiasi fantasticheria: Pepito Rossi al 13’ è già in gol. Firenze sogna, ma subito Pizarro rispolvera l’auto-dribbling già brevettato contro Montolivo l’anno prima, offrendo a Barrientos il pareggio, salvo poi andare a rimettere le cose a posto con un missile dei suoi.
Il 30 agosto rende visita il Grasshoppers, che incredibilmente sbanca il Franchi per 1-0. Passa comunque la Fiorentina, che lascia intravedere però quali saranno le sue difficoltà nell’anno appena iniziato. Squadre chiuse, che fanno pressing alto e affondano in contropiede ne dovrà affrontare tante, e quelle più forti le faranno puntualmente male. Ma per il momento non si dà peso alle avvisaglie, la qualificazione all’Europa League è in tasca, ci si rituffa in campionato, Marassi incombe con l’ex Gilardino che pare aver ritrovato la luce smarrita proprio a Firenze. E’ un massacro per il Genoa, apre Aquilani, poi Rossi e Gomez ne fanno due a testa. 5-2, del gol dell’ex nessuno si accorge neppure, viola a punteggio pieno e voli di fantasia neanche tanto pindarici.
L'infortunio di Mario Gomez
Si torna subito coi piedi per terra la settimana dopo. Arriva al Franchi il Cagliari, stavolta ad essere massacrata è la Fiorentina, ma di botte. Dopo 20 minuti vola letteralmente fuori Cuadrado (fermo tre settimane), dopo 60 Mario Gomez (fermo sette mesi), assassinato dal portiere Agazzi. De Marco dal canto suo inaugura una serie di arbitraggi alla “non vedo, non sento, non parlo”, Daniele Conti e soci possono malmenare a piacimento, la Fiorentina tenta invano di far gioco lo stesso, andando anche in vantaggio con Borja Valero quando nessuno ci spera più. All’89’ Pinilla sfrutta un’altra delle costanti stagionali dei viola, la difesa Emmenthal, e pareggia. Due punti e un centravanti perso.
Ci si consola con il girone di Europa League, che la Dea Bendata ha elargito benigna. Il primo avversario è l’improbabile Pacos de Ferreira, squadra portoghese che sembra assoldata per un allenamento defatigante. Rossi segna il gol numero 100 in competizioni internazionali (dopo due anni di attività forzata), di Gonzalo Rodriguez e del neo-ri-acquisto Matos Ryder (della nidiata di Corvino) gli altri gol. Si prosegue a Bergamo dove è Mati Fernandez ad aprire la strada al successo viola contro l'Atalanta e a mostrare progressi confortanti, chiude quindi il discorso Pepito, già saldamente capocannoniere. Ancora nerazzurro una settimana dopo davanti ai viola, che a San Siro si illudono di avere svoltato, dopo un’ora di gioco che mette alle corde l’Inter e un rigore trasformato da Rossi che li porta in vantaggio. Una difesa amatoriale regala due gol ai padroni di casa e a Walter Mazzarri la possibilità di allungare la sua striscia positiva contro Montella.
A Dnipropetrovsk ci sarebbero le condizioni per lo Sci di Fondo, più che per il calcio, ma la Fiorentina non trema e regge botta al gioco “maschio” degli ucraini e all’arbitraggio leggero che lo consente. Rodriguez su rigore e Ambrosini strappano tre punti importanti al Generale Inverno e ipotecano la qualificazione europea. Si ritorna in campionato rinfrancati, arriva il Parma imbottito di “vecchie glorie” viola (dell’epoca degli schiaffi di Delio Rossi, dati e non dati), che vuoi che sia? E invece altra delusione, dopo che Rodriguez fa autorete e poi la va a pareggiare. Il vantaggio viola lo segna il figliol prodigo, Juan Manuel Vargas, una risorsa ritrovata grazie alla pazienza di Montella. Sembra fatta, ma un’altra risorsa perduta, Massimo Gobbi pareggia nel recupero grazie alla difesa che proprio non riesce a fare reparto.
All’Olimpico di Roma, sponda Lazio, è il momento di tirare il fiato. 0-0 incolore, la testa è già alla partita successiva, la “madre di tutte le partite”. Il 20 ottobre arriva al Franchi la Juventus, è il giorno atteso tutti gli anni, da tanti anni. Comincia male, come peggio non si può, Tevez su rigore e Pogba sembrano chiudere il discorso già nel primo tempo. Nella ripresa comincia il Rossi-show. Due invenzioni dell’italo-americano riportano la Fiorentina in pareggio, due contropiedi devastanti di Cuadrado danno al neo-acquisto Joaquin prima e allo stesso Rossi poi l’occasione di portare squadra e città in paradiso. 4-2, in quel momento niente sembra precluso alla Fiorentina, anche senza Gomez, il cui rientro si allontana anziché avvicinarsi ad ogni settimana che passa.
E’ il momento di mangiare il Pandurii, la terza squadra del girone europeo, regolata da Joaquin, Matos Ryder e Cuadrado. Quindi tocca al Chievo, che si illude andando in vantaggio ma poi subisce la devastazione del “ciclone Cuadrado”. Pochi giorni dopo arriva il Napoli al Franchi, e la devastazione la subisce la Fiorentina, ma dall’arbitro Calvarese. Nello scontro che dovrebbe – per il momento - decidere la terza forza del campionato, i viola vanno sotto due a uno, ma all’ultimo minuto Cuadrado viene abbattuto in area partenopea in modo talmente plateale che il rigore appare lapalissiano. Calvarese lo nega ed espelle Cuadrado per simulazione. Il colombiano verrà poi squalificato sulla base di un referto arbitrale che nessuno in Federazione si prende la briga di contestare, la stessa prova TV viene dichiarata inapplicabile.
Il ciclone Cuadrado
Malgrado l’aria che tira sia poco propizia, la Fiorentina continua a giocare e a far punti. In Romania il Pandurii va in vantaggio con una prodezza del brasiliano Pereira, poi Cuadrado dimostra che quando non viene abbattuto da avversari o da arbitri inadeguati non ce n’è per nessuno. Fa segnare Matos Ryder e poi segna da solo il vantaggio. Tocca quindi tornare a san Siro, per scoprire che l’odiato Milan è ancora più dimesso di quello che nella scorsa stagione fu “aiutato” a soffiare la Champion’s alla Fiorentina, e che il diavolo Mazzoleni non è così brutto come lo si dipinge. L’arbitro fa il suo dovere, fischia quando deve e nulla più, a cominciare dalla punizione che Vargas trasforma per l’1-0. Raddoppia poi Borja valero, che con i rossoneri ha una questione personale, e alla fine Mazzoleni non casca nella trappola di Balotelli, negandogli un rigore inesistente.
Due gol di Rossi bastano a sconfiggere una Sampdoria che negli ultimi minuti però rischia di beffare i viola, come già Cagliari e Parma. Poi c’è la pratica Pacos de Ferreira, chiusa di malavoglia sullo 0-0 da una Fiorentina che comincia evidentemente a sognare le vacanze di Natale. Di ritorno dal Portogallo, c’è l'Udinese, ma il Friuli una volta di più si dimostra amaro per i nostri colori. I viola giocano per mezz’ora, poi Di Natale imposta ed Hertaux segna, ed è notte fonda. Per fortuna dopo al Franchi scende il Verona, che gioca bene ma a viso aperto, e malgrado Luca Toni sia un ex ancora più temibile della scorsa stagione la Fiorentina può giocare come sa, in scioltezza e senza tatticismi. Finisce 4-3, con Borja Valero che ne fa due, seguito da Vargas e da Pepito su rigore.
Vargas si ripete all’Olimpico, dando alla Fiorentina il pareggio dopo il gol iniziale del romanista Maicon, su “boiata” della difesa. Ma è destino che da Roma si torni a mani vuote, e ci pensa Mattia Destro a sorprendere ancora il reparto arretrato viola. Meno male che pochi giorni dopo si riesce a salvare almeno il primo posto nel girone di Europa League. Il Dnipro va in vantaggio, ma Joaquin e Cuadrado rimontano. Ai sedicesimi la Fiorentina sarà testa di serie. E’ quindi il momento del derby dell’Appennino, dove la Fiorentina non ha pietà di un Bologna messo malissimo. Vantaggio con l’oggetto misterioso Ilicic, poi con Borja Valero e infine con Rossi.
L'infortunio di Giuseppe Rossi
Una settimana dopo si va a Reggio Emilia, ad affrontare la matricola Sassuolo. Gli emiliani corrono e non giocano neanche male, la Fiorentina controlla e mostra di aver tanta voglia di Natale. Ma c’è Rossi che trasforma in oro tutto quello che tocca, e si torna a casa con tre punti d’oro. Alla ripresa del campionato, il giorno prima della Befana, il capocannoniere del campionato si ripresenta in grande spolvero, intenzionato a togliere le castagne dal fuoco alla sua squadra forse ancora un po’ appesantita dal panettone. Ma di fronte c’è un Livorno già disperato, e soprattutto un Rinaudo che ha capito che in Italia si può picchiare chiunque e comunque. Quando il suo ginocchio fa fuori quello di Pepito sul Franchi cala la disperazione. Il bomber esce in lacrime appoggiandosi al massaggiatore, la gente è livida di rabbia e Rinaudo addirittura la provoca sostenendo a muso duro le sue “ragioni”. Meno male che il solito Gonzalo Rodriguez la butta dentro ed evita ulteriori beffe.

Quella sera c’è posto solo per la preoccupazione per il prosieguo di campionato e addirittura per la carriera di Giuseppe Rossi. E nell’immediato, per una stagione viola che doveva essere trionfale e che invece – con Gomez sempre fuori a tempo indeterminato - appare adesso più in salita che mai. Il girone d’andata si chiude la settimana seguente in casa del Torino, la Fiorentina domina ma non ha più attaccanti. E’ uno 0-0 emblematico. La palla passa inevitabilmente alla società. Tocca trovare d’urgenza qualcuno che la butti dentro, altrimenti sono guai.

martedì 27 maggio 2014

Storia dei Mondiali di calcio: Spagna 1982

Dopo il mondiale delle matite spezzate, alla F.I.F.A. serviva un’edizione che restasse nella memoria degli appassionati di tutto il mondo per il calcio giocato e basta. Dal 1968 al 1980 non c’era stato evento sportivo che non fosse stato “inquinato” dalla politica, con buona pace del marchese De Coubertin. Le Olimpiadi di Mosca erano state pesantemente condizionate dal boicottaggio americano, lo sport non poteva illudersi di restare un’isola felice in un mondo sempre più infelice e complicato, ma l’intromissione della politica lo stava comunque portando ad una fine ingloriosa.
Il manifesto del Mundial spagnolo disegnato da Joan Mirò
C’era bisogno di una manifestazione di successo, che si svolgesse in un paese che potesse presentare al mondo una “faccia pulita”. Che riconciliasse il mondo con il calcio. La sede dei Mondiali del 1982, la dodicesima edizione della Coppa F.I.F.A., era stata scelta insieme a quella dell’undicesima. Argentina e Spagna erano state designate nella stessa sessione. Se nel primo caso si era trattato di un boomerang, perché il paese sudamericano era precipitato nel frattempo nella tragedia della dittatura militare e nell’orrore dei desaparecidos che aveva per forza di cose obnubilato le imprese di Passarella & C., nel secondo la sorte aveva tracciato il percorso inverso.
La Spagna aveva vissuto il suo orrore in un’altra epoca. Negli anni trenta, la sua Guerra Civile aveva spaccato in due un’Europa che vi aveva fatto le prove generali della Seconda guerra Mondiale. Alla fine, era risultato vincitore El Caudillo, Francisco Franco, il generale ribelle che aveva abbattuto nel sangue il governo repubblicano e instaurato l’unica dittatura sopravvissuta poi alla guerra, grazie alla lungimiranza dello stesso Franco prima ed alle necessità di far fronte al blocco sovietico da parte della NATO poi. La Spagna di Franco era sopravvissuta nel dopoguerra come un parente mal tollerato dal resto d’Europa, legato da vincoli di sangue o di opportunità agli altri paesi dell’Occidente ma a fatica sopportato per il suo aspetto impresentabile, almeno per chi dava valore alla democrazia.
Quando ebbe assegnata l’organizzazione dei mondiali dell’82, la Spagna era un paese che cercava di tenere il passo del mondo moderno malgrado la palla al piede del crepuscolo del Caudillo, il quale tuttavia aveva cercato di sfruttare tutte le occasioni – comprese quelle sportive, come i trionfi a livello di club del Real Madrid e a livello di Nazionale delle Furie Rosse agli europei del 1964 – per rilanciare l’immagine iberica. Quando arrivò il momento di disputare i Mondiali, la Spagna era invece diventato un paese che si affacciava prepotentemente sul palcoscenico delle nazioni civili e democratiche, avviando quell’escalation che nel giro di dieci anni – tra il Mundial e i Giochi Olimpici di Barcellona – l’avrebbe proiettata all’avanguardia culturale e perfino politica del mondo intero.
El Naranjito, la mascotte dei mondiali di Spagna
La Movida spagnola, di cui la F.I.F.A. fu la prima riconoscente beneficiaria, era cominciata nel 1975 con la morte del Caudillo, e l’ascesa al trono dell’erede designato dei Borbone, Juan Carlos, nato a Roma nell’esilio della sua famiglia e destinato fin da subito ad incarnare perfettamente la voglia di rinascita della sua nazione. Nel 1981, il tentativo di restaurazione franchista concretizzatosi nell’occupazione delle Cortes da parte del colonnello Tejero, che a mano armata tenne per qualche ora non solo la Spagna ma il mondo intero con il fiato sospeso per la sorte della giovane democrazia iberica, fu in realtà l’ultimo momento in cui si rischiò l’aborto di quella che nei trent’anni successivi sarebbe stata una grande storia. Sua Maestà Juan Carlos tenne duro e non cedette al ricatto militare, e il popolo gli andò dietro. Un anno dopo era al Santiago Bernabeu alla cerimonia inaugurale di Spagna 1982: “Declaro abierto el Mundial de Espana”.
La grande storia del calcio ripartiva da Madrid, incrociandosi felicemente con quella di una Spagna che nutriva legittime ambizioni anche sportive. A quella edizione casalinga del Mondiale, le Furie Rosse si presentavano con parte dei pronostici favorevoli, anche se il favorito d’obbligo numero uno sembrava il Brasile, che per la prima volta dal 1970 appariva aver selezionato una squadra all’altezza dei tricampeones dei tempi di Pelé. Falcao, Zico, Socrates, Junior, Eder, Toninho Cerezo e chi più ne ha più ne metta, era uno squadrone che i tifosi italiani ed europei conoscevano bene perché molti dei suoi componenti erano venuti a rinforzare le nostre squadre, portando la magia dello spettacolo carioca. Il quarto titolo, il primo dopo la conquista definitiva della Coppa Rimet, sembrava davvero a un passo per la seleçao verdeoro.
Anche se, bisogna dirlo, la F.I.F.A. aveva reso le cose più difficili a chiunque coltivasse ambizioni di vittoria finale. Nel tentativo di rivitalizzare lo spettacolo e aumentare l’interesse complessivo per la manifestazione, il governo del calcio aveva stabilito che le partecipanti passassero da 16 a 24. Grazie a questa decisione, quello spagnolo fu il primo mondiale a cui parteciparono tutti e cinque i continenti. Brasile, Argentina, Perù, Honduras, Cile, El Salvador per la federazione americana, Spagna, Italia, Inghilterra, Francia, Germania Ovest, Belgio, Polonia, Cecoslovacchia, Irlanda del Nord, Austria, Ungheria, URSS, Jugoslavia, Scozia per quella europea, Algeria e Camerun per l’Africa, Kuwait per l’Asia e infine Nuova Zelanda per l’Oceania.
La Spagna rispose attrezzando ben 17 stadi in tutto il paese per ospitare le nazionali che dal 13 giugno all’11 luglio 1982 si sarebbero contese il trofeo di Silvio Cazzaniga, appena riconsegnato da un’Argentina tutt’ora sotto il tallone di ferro della dittatura militare di Galtieri, che non aveva trovato di meglio che scatenare poco primauna guerra con la Gran Bretagna di Margaret Thatcher per il possesso delle Falkland – Malvinas, perdendola tra l’altro ignominiosamente. La Nazionale biancoceleste si presentava ancora tra le favorite, avendo innestato sullo chassis della squadra campione del 1978 il talento incommensurabile del nuovo numero uno mondiale, Diego Armando Maradona, el pibe de oro. Dieguito era stato giudicato troppo giovane da Menotti, ma il suo successore Carlos Bilardo non aveva avuto dubbi, portandolo già a Roma nel 1979 nell’amichevole di lusso che aveva visto i campioni pareggiare contro l’Italia di Bearzot, uno spettacolare 2-2 che aveva onorato il calcio.
Delle altre candidate al successo, la Francia di Michel Platini e l’Inghilterra di Kevin Keegan si presentavano in ottimo stato di forma, insieme alla Spagna di Carlos Alonso Gonzalez Santillana. E poi c’era l’Italia. La splendida nazionale che aveva fatto tremare l’Argentina a Buenos Aires quattro anni prima era arrivata fino al 1980, anno in cui avrebbe dovuto disputare in casa propria gli Europei, in grande spolvero. Aveva schiantato 3-0 l’Olanda a Milano nella rivincita di Mar del Plata, ad ogni uscita i giudizi della critica erano unanimi, gli azzurri erano favoriti contro chiunque.
Poi era arrivato il Calcioscommesse, lo scandalo delle partite truccate dai giocatori-scommetitori. Fu una delle indagini mai del tutto chiare e convincenti di cui è piena la storia giudiziaria italiana. Fatto sta che emersero come coinvolti nientemeno che capisaldi della Nazionale come Paolo Rossi e Bruno Giordano. La squalifica comportava l’esclusione dalla rappresentativa nazionale. Privata dei suoi bomber, l’Italia giocò malamente e perse l’Europeo di casa a vantaggio di Germania e Belgio. Affrontò quindi le qualificazioni al Mundial spagnolo tra lo scetticismo generale, riuscendo tuttavia a vincere le prime cinque partite consecutivamente, contro Jugoslavia, Danimarca e Grecia, poi ebbe un calo che la portò ad essere sopravanzata dagli slavi, ma siccome passavano due squadre fu poco male.
Gli azzurri tuttavia arrivarono nel ritiro di Vigo, nella provincia spagnola della Galizia, già subissati dalle critiche avvelenate di una stampa che aveva mal digerito l’involuzione degli ultimi due anni di un calcio – il nostro – che sembrava avviato a risorgere ai fasti di anteguerra e che invece era sprofondato negli scandali e nelle figuracce da Italietta. Gli azzurri, su cui nessuno scommetteva una lira, giocarono un girone eliminatorio con il freno tirato e la paura di perdere. La Polonia di Zbignew Boniek, il Perù di Cubillas ed il sorprendente Camerun di N’kono e Roger Milla costrinsero l’Italia ad altrettanti pareggi, e alla fine il passaggio del turno avvenne per differenza reti dietro la Polonia, con il Camerun che sembrò addirittura lasciare il Mondiale pur avendo fatto una figura migliore dell’Italia. Le critiche di fuoco travolsero Bearzot e i suoi ragazzi, che risposero con il silenzio stampa: nessuno avrebbe più parlato fino alla fine del torneo con la stampa italiana. La quale reagì schernendoli, dicendo che quella fine sarebbe comunque arrivata presto. Mai pronostico fu più infelice.
Zoff, Gentile, Cabrini, Oriali, Collovati, Scirea, Conti, Tardelli, Rossi, Antognoni, Graziani
Negli altri gironi, l’Argentina si era fatta sorprendere dal Belgio nella partita inaugurale, ed era passata anch’essa come seconda. Il Brasile aveva tremato con l’URSS, ma poi aveva travolto tutto e tutti, la Germania Ovest aveva perso dall’incredibile Algeria e la Spagna dalla tremenda Irlanda del Nord. Inghilterra e Francia si erano qualificate nel loro girone. Al secondo turno, la cervellotica formula sperimentata in Germania ed Argentina era stata sostituita da un’altra ancora più assurda: quattro gironi da tre squadre che avrebbero espresso le quattro semifinaliste. Al Brasile, vincitore del suo girone, toccavano le due seconde dei gironi contigui, Argentina e Italia. Un girone di ferro che non lasciava scampo agli azzurri, secondo la critica italiana e mondiale.
Ne giorni in cui si trasferì da Vigo a Barcellona, alla squadra italiana scattò dentro qualcosa. Non aveva più nulla da perdere, e anche se il riconvocato paolo Rossi sembrava l’ombra del Pablito argentino, la squadra si ricordò di essere quella che aveva messo sotto tutti in Sudamerica, sfiorando il titolo. Tanto valeva giocarsela, e stare a vedere. Allo stadio Sarrià di Barcellona (al Nou Camp giocavano Polonia, URSS e Belgio), uno stadio entrato nella mitologia sportiva italiana al pari dell’Azteca e purtroppo demolito nel 1997, il 29 giugno l’Italia travolse l’Argentina di un attonito Maradona e di un livido Passarella, con due gol di Tardelli e Cabrini a cui rispose il capitano biancoceleste. 2-1, l’Italia aveva rialzato la testa, ma contro il Brasile che agli argentini ne dette tre due giorni dopo sembrava comunque ci fosse poco da fare.
Il 5 luglio al Sarrià la portaerei brasiliana scese in campo per fare un sol boccone degli azzurri. La partita giocata quel giorno fa il paio con Italia-Germania dei mondiali messicani, in quanto a leggenda. Dopo cinque minuti Rossi aveva già messo dentro il primo dei suoi tre gol. Socrates aveva pareggiato, ma i brasiliani non avevano avuto tempo di festeggiare. Ancora Rossi, e Italia al riposo sul 2-1. Pareggio di Falcao a metà ripresa, e terzo gol di Pablito, risorto insieme alla sua Nazionale. Parata decisiva di Zoff sulla riga al 90°, quel giorno ci fu gloria e riscatto per tutti. I brasiliani non riuscivano a credere di essere stati eliminati, gli italiani di aver vendicato l’Azteca e di ritrovarsi di colpo favoriti per la vittoria finale.
La Coppa del Mondo nelle mani di Dino Zoff
Nel frattempo, la Polonia aveva avuto ragione di URSS e Belgio, mentre la Spagna non ce l’aveva fatta ad uscire dalla morsa di Germania Ovest (qualificata) e Inghilterra. Completava il quadro la Francia, uscita dal girone più facile con Austria e Irlanda del Nord. Italia-Polonia era la ripetizione del match del primo turno, ma stavolta gli azzurri giocavano con lo spirito lieve, sulle ali della storia. Un gol per tempo di Rossi, e dopo dodici anni gli azzurri tornavano a qualificarsi per una finale mondiale. Avrebbero trovato la rivale di sempre, la Germania Ovest che aveva rimontato rocambolescamente Platini e soci, 3-3 ai supplementari e poi i rigori.
11 luglio 1982. Quien va a ganar entre Italia y Alemania? titolavano i quotidiani spagnoli. Chiunque avesse vinto avrebbe raggiunto il Brasile in testa alla classifica dei conquistatori della Coppa del Mondo. La Germania Ovest era al culmine del ciclo della generazione successiva a quella dei campioni del 1974, ed era campione d’Europa in carica. L’Italia però aveva più fame. L’Europeo perso in casa bruciava, così come bruciava ancora il Mundial argentino sfumato su tiracci di Brandts e Haan. Neanche l’infortunio di Antognoni in semifinale e di Graziani nei primi minuti della finale riuscirono a piegare le gambe agli azzurri. Neanche il gioco duro dei tedeschi, e il rigore malamente sprecato da Cabrini a metà del primo tempo.
L'urlo di Marco Tardelli
Quando La testa di Paolo Rossi sbucò da un nugolo di azzurri e bianchi tedeschi per mettere alle spalle di Harald Schumacher, arrogante difensore della porta di una troppo altezzosa Germania a cui non bastavano assi come Karl Heinz Rummenigge o il vecchio guerriero di tante battaglie Paul Breitner, sembrò un rintocco della campana del destino. Dieci minuti dopo l’urlo più famoso della storia insieme a quello di Munch. Marco Tardelli finalizzò una melina azzurra in area di rigore germanica, e poi si lanciò verso la panchina stravolto di felicità, mentre in tribuna il presidente Pertini sbatteva la pipa sulla balaustra, strappando un sorriso perfino a Re Juan Carlos, combattuto tra la simpatia per la patria adottiva italiana e per il vecchio partigiano-presidente e i doveri di stato verso il cancelliere tedesco Schmidt. Al terzo gol di Altobelli, Pertini disse al mondo: “Non ci riprendono più”.
Dopo, ci fu solo la voce di Nando Martellini che riempiva la notte spagnola al fischio finale dell’arbitro brasiliano Coelho. “Campioni del mondo! Campioni del mondo! Campioni del mondo!”. E nella notte della nostra penisola, mentre a Madrid gli azzurri facevano il giro di campo stringendo per la prima volta una coppa che aveva sostituito quella che era stata loro per due volte, tanti anni prima, ricompariva il tricolore nelle mani di tanta gente che d’improvviso si ricordava di essere italiana. E finalmente, non se ne vergognava più.


La partita a carte più famosa della storia del calcio

sabato 24 maggio 2014

Il giorno del silenzio

Verrebbe quasi da dire che la cosa che funziona meglio del nostro sistema politico, quella che non ha bisogno di essere sicuramente riformata, è la giornata di silenzio elettorale. La fine degli urli e delle promesse, degli insulti e dello scatenamento delle piazze più o meno ruggenti rappresenta sempre quel momento impagabile in cui l’elettore – ma vorremmo dire piuttosto l’essere umano – resta solo con se stesso, nel chiuso ed al riparo della propria coscienza. Un momento che purtroppo dura soltanto un giorno. Un giorno che a volte, come adesso, vorremmo durasse per sempre.
Diceva Mark Twain, se votare servisse a cambiare qualcosa, è sicuro che non ce lo lascerebbero fare. Detto da un americano (tra i più brillanti e sagaci, tra l’altro) vissuto a cavallo del secolo americano, è un aforisma che fa riflettere. Le urla si sono appena acquietate, da domani riprenderanno gli exit poll, le analisi “a caldo”, le proiezioni, le prime dichiarazioni dei vincitori (tutti) e degli sconfitti (nessuno). Da martedi, business as usual, qualcuno rivorrà indietro gli 80 euro elargiti in fretta e furia, qualcuno avvierà i processi popolari sulla “rete”, qualcuno chiederà nuove elezioni o farà appello al senso di responsabilità delle forze politiche e – già che ci siamo – di tutti i cittadini.
E’ la democrazia, bellezze. Quel sistema che Winston Churchill definì “pessimo, ma tuttavia il meno peggiore tra quanti elaborati dalla razza umana per governarsi”. E’ un film già visto e rivisto tante volte, ma che non si può fare a meno di rivedere. Chiedere a chi vedeva film molto peggiori, e per di più in bianco e nero. Il 25 aprile è passato da poco.
E allora perché questo scoramento, questa disaffezione, questo montare della marea degli scontenti? A quanto arriverà domani sera l’astensionismo? E l’antieuropeismo? Già, si vota per la più discreditata delle istituzioni planetarie in questo anno di grazia 2014, il Parlamento Europeo. Si vota pro o contro una moneta, l’Euro, che è diventata il simbolo di tutto quanto è malvagio nella nostra società e nella nostra economia continentale. Sembra quasi di essere tornati ai tempi delle monarchie costituzionali, quando per salvare la testa al re si decapitavano i suoi ministri. Per salvare una casta che comunque continuerà a prosperare, a bivaccare in quel di Bruxelles producendo normative e direttive sempre più allucinanti, ce la prendiamo con la moneta che quindici anni fa sembrava il biglietto vincente della lotteria. Eravamo allucinati allora, o lo siamo adesso? O lo siamo sempre stati?
L’anno numero 14 è sempre critico. Un secolo fa entrò in crisi un mondo in cui grandi ricchezze si confrontavano con povertà sempre più abissali, caste “nobiliari” si guardavano in cagnesco con “plebi” sempre più affamate, assetti territoriali venivano messi in discussione da aspirazioni di indipendenza o di mutamento comunque di confini e di aggregazioni, i tedeschi erano mal visti a causa di una politica estremamente aggressiva, anglosassoni e francesi erano stati miopi fino a quel momento ed eccessivamente fiduciosi nella propria forza “imperiale”, mercati fino a poco tempo prima lontani facevano sentire le conseguenze della loro turbolenza e – anche qui – aggressività, la Russia era sull’orlo di un sommovimento di proporzioni epocali. Nel giro di pochi giorni, dopo un lungo accumular di tensione, tutto precipitò, e fu quella che il Papa avrebbe chiamato “l’inutile strage”. Di proporzioni colossali. La Prima Guerra Mondiale.
Siamo nel 2014 e sembra di leggere la descrizione del mondo attuale. Con in più gli effetti della globalizzazione, della asiatizzazione, degli sbarchi a Lampedusa. Per questo si vota oggi, non per Renzi, né per Grillo né per Berlusconi. I quali hanno smesso ieri sera di arringare piazze che chiedono sempre più a gran voce quei processi popolari su cui si sta scherzando amabilmente sopra a proposito del comico genovese e della sua Rete, ma di cui in realtà c’è una gran voglia diffusa. C’è voglia di individuare il nemico, “etnico” o “di classe”, e poi di scatenargli contro la furia di quella belva che nella storia ritorna a intervalli regolari.
Dopo il 1914 e la trageda della guerra, venne un biennio rosso e poi uno nero. In Italia anche allora c’era chi prometteva una normalizzazione, un Giolitti che cercava di salvare il vecchio sistema come oggi Berlusconi, dei giovani dirigenti socialisti o popolari che cercavano di riformarlo se possibile come oggi Renzi, e un guitto prestato alla politica che aveva capito prima e meglio degli altri che l sistema poteva crollare facilmente, bastava una spallata. Si chiamava Gabriele D’Annunzio, oggi Beppe Grillo. Non aveva un programma politico, dopo il crollo del sistema qualcosa sarebbe venuto, qualcosa uscito dalla fantasia, dalla creatività dei tempi nuovi, perché darsi pena prima del tempo?
Gabriele D'Annunzio e Benito Mussolini
Allora il guitto servì ad aprire la strada a chi poi faceva sul serio, e il suo programma ce l’aveva chiaro e dettagliato fino in fondo. Gli strumenti messi a punto da D’Annunzio servirono alla perfezione a Benito Mussolini, e il resto é storia nota.

E’ il giorno del silenzio, e le contraddizioni di tutto quanto abbiamo sentito urlare e di tutto quello che non abbiamo sentito dire risuonano più forte che mai, in questo silenzio. Difficile dire se avesse ragione Mark Twain, se votare serve a qualcosa. La storia del Ventesimo Secolo una cosa però ce la dice: i più grandi disastri sono stati fatti proprio con il voto liberamente esercitato dai cittadini. Poi, rimediare è tutt’altra questione.

Addio a Orgoglio Viola, arriva InViola Gold

Come sempre, nessuno risarcirà chi si sobbarcò nell’estate 2010 lunghe, interminabili, estenuanti code per il rilascio della Tessera del Tifoso, senza della quale dalla stagione successiva addio squadra del cuore. Fu una marchetta dell’allora Ministro dell’Interno Roberto Maroni, in apparenza un provvedimento dovuto nel quadro di quelli adottati successivamente all’omicidio dell’ispettore di polizia Filippo Raciti a Catania nel 2007 durante una partita di calcio. In realtà si trattò di un assist da un lato a chi non aveva voglia di fare il proprio dovere perseguendo violenti e criminali che erano – o avrebbero dovuto essere – ormai arcinoti a Questure e Commissariati, dall’altro alle banche, e non sarebbe stato in questo caso né il primo né l’ultimo.
A Firenze, la Fiorentina si “consorziò” con la Cassa di Risparmio. Fu presentata Orgoglio Viola – la versione locale della TdT - in pompa magna dall’amministratore delegato viola Sandro Mencucci insieme allo stato maggiore della Cassa. Mentre le parole come di consueto scorrevano a fiumi, i fiorentini facevano quello che di solito fanno la maggior parte degli italiani: seguono la corrente d quei fiumi e si mettono in coda. Per una tessera, almeno quattro viaggi e le rotture di scatole consuete per chiunque abbia da ottenere il rilascio di un qualsiasi documento da parte dello Stato italiano.
Cominciò quindi la stagione della Tessera, dopo quella del Tornello. Salvo scoprire subito che per quanto furbi possano essere gli italiani, ci sono sempre i più furbi. O i più italiani. Alle prime trasferte si scopriva per esempio che a Roma e Napoli, due nomi – si fa per dire - a caso, la Tessera del tifoso non sapevano nemmeno che cos’era. Dei decreti Pisanu e Maroni non c’era traccia, all’Olimpico e al San Paolo gli “indigeni” entravano come sempre: a scavalco.
Nel frattempo, anche nelle zone controllate dalla pubblica sicurezza dello stato italiano, montava la protesta del mondo Ultras, geloso della libertà accordata di fatto ai colleghi capitolini e partenopei, nonché comprensibilmente recalcitrante a qualsiasi forma di “schedatura” suscettibile di favorire provvedimenti giudiziari “restrittivi” in caso di torbidi. Il tifo ai tempi del DASPO, insomma.
In parallelo si muoveva anche il controverso mondo che ruota attorno al Garante della Privacy, quella curiosa istituzione che in Italia è preposta di consueto alla scoperta dell’acqua calda. Se andate di fronte ad un qualunque sportello bancario, assicurativo o di finanziaria, scoprite che i vostri dati sono già in possesso di una quantità di persone e di istituzioni neanche immaginabile. I dati che compaiono sull’ennesima tesserina di plastica dunque sarebbero il minore dei problemi, ma come sempre in questo paese le battaglie di principio servono a nascondere le questioni sostanziali.
Sia come sia, qualcuno alla fine deve aver tirato una riga e fatto la somma. Addio Tessera del Tifoso, ma non addio allo sciocchezzario normativo che l’ha prodotta. O forse, benvenuta a qualche nuova forma di intermediazione finanziaria o bancaria, magari anche questa colorata di viola. Non resta che rimettersi in coda, cari amici e compagni, e seguire fedelmente le istruzioni dell’A.C.F. Fiorentina, di seguito riportate.
ACF Fiorentina informa i propri tifosi  che, col termine della Stagione Sportiva 2013/2014, tutte le Tessere Orgoglio Viola, anche non in scadenza, cesseranno il proprio corso di validità quale strumento di accesso allo stadio Franchi e di funzionalità di tessera del tifoso. Pertanto si invitano tutti gli abbonati 2013/14, possessori di Orgoglio Viola, a recarsi sin da subito presso uno dei quattro punti vendita ufficiali per sottoscrivere gratuitamente la tessera Inviola Gold. Per la sottoscrizione è indispensabile presentarsi personalmente muniti della vecchia tessera e di un documento di identità in corso di validità con foto recente e in buono stato. Per i minorenni occorre che la registrazione sia effettuata da un genitore munito del proprio documento di identità e di un documento e fototessera del minore.
Questo l’elenco dei punti vendita ufficiali:
BIGLIETTERIA UFFICIALE
Via dei Sette Santi 28R (angolo Via Giovanni Duprè)
50137 Firenze
Tel: +39 055 5532803
Fax: +39 055 5004530
E mail: tickets@acffiorentina.it
Orario: 9.30-13.00
14.30-18.30
FIORENTINA POINT
Viale Manfredo Fanti 85/A
50137 Firenze
Tel: +39 055 571259
Fax: +39 055 5359502
mail: fiorentinapoint@acffiorentina.it
Orario: 9.30-13.00
14.30-18.30
FIORENTINA STORE GIGLI
Centro Commerciale “I GIGLI”
Corte Tonda, Secondo Piano
Via San Quirico 165
50013 Campi Bisenzio (Firenze)
Orario: 10.00-21.30

FIORENTINA STORE MERCATO CENTRALE
Piazza del Mercato Centrale
50123 Firenze
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venerdì 23 maggio 2014

Ventidue anni fa a Capaci la bomba che cambiò le nostre vite per sempre

Poco dopo le 17:00 del 23 maggio 1992 l’aereo che portava in Sicilia da Roma Giovanni Falcone e la moglie Francesca Morvillo atterrò a Punta Raisi vicino Palermo. Antonio Montinaro, il caposcorta del giudice, si era già mosso con le auto blindate dalla Caserma Lungaro per andarlo a prendere. Come sempre, i viaggi di Falcone e dei suoi colleghi venivano decisi all’ultimo momento affinché nessuno ne sapesse nulla.
Come sempre, il Capo dei Capi, Totò Riina, ed i suoi uomini sapevano tutto in anticipo grazie alle talpe infiltrate al Ministero di Grazia e Giustizia, dove Falcone era stato chiamato a collaborare da più di un anno dal Ministro Claudio Martelli, o alla Procura della Repubblica di Palermo, dove il magistrato aveva operato negli anni precedenti, dove rimanevano i suoi amici e colleghi come Antonino Caponnetto, Paolo Borsellino e Giuseppe Ayala, dove il Corvo l’aveva perseguitato per anni facendogli terra bruciata intorno.
Giovanni Falcone era nel mirino della Mafia siciliana da anni. Nel 1989 era sfuggito ad un attentato presso la sua villa all’Addaura sul Golfo di Mondello vicino Palermo. Era condannato a morte dai Corleonesi, che a febbraio avevano inviato un gruppo di fuoco fino a Roma, dove avrebbero dovuto "giustiziarlo" insieme addirittura al Ministro Martelli. Poi Totò Riina optò per una soluzione siciliana, pretese che l’attentato fosse eseguito in patria, e così fu, perché al Capo dei Capi non si poteva dire di no. A quell’epoca nemmeno Bernardo Provenzano, in disaccordo sulla strategia di guerra allo Stato italiano ripresa con l’omicidio di Salvo Lima, poteva opporsi.
A Capaci, presso lo svincolo autostradale dove il corteo delle auto di Falcone e della sua scorta dovevano transitare, c’erano Giovanni Brusca ed Antonino Gioé, appostati sulla collina da cui potevano azionare a distanza di sicurezza i 400 kg. di tritolo piazzati sotto la sede stradale. Le auto in transito erano seguite fin dall’aeroporto da Gioacchino La Barbera, che avvisò dell’arrivo imminente Santino Di Matteo, il terzo uomo sulla collina di Capaci. Fu Giovanni Brusca, alle 17,58, ad azionare il telecomando che mise fine alla speranza dei siciliani e degli italiani onesti, faticosamente rinata dieci anni dopo l’omicidio del Generale Dalla Chiesa per merito del pool di Caponnetto, di cui Giovanni Falcone era stato la punta di diamante. Alle 17,58, la storia d’Italia cambiò per sempre. Niente sarebbe più stato come prima. Niente poteva più esserlo.
Quando esplose la bomba a Capaci, si era nel pieno delle Elezioni Presidenziali del 1992. L'indagine Mani Pulite non era ancora entrata nel vivo, la Prima Repubblica era ancora in piedi, i candidati principali erano Giulio Andreotti e Arnaldo Forlani. Quasi una sorta di Premio Oscar alla carriera, per chi aveva governato per 40 anni e non poteva o non voleva ascoltare il rumore di sottofondo della marea montante della rivolta popolare. Per chi aveva permesso che le cose arrivassero a quel punto, quando la bomba esplose.
La bomba di Capaci non si portò via soltanto il Giudice Coraggioso, ma anche quella Prima Repubblica, con i suoi rappresentanti. Nel giro di poche ore, Andreotti, Forlani e tutta quella classe politica furono messi da parte, si dovette trovare in fretta e furia un outsider da presentare al voto parlamentare per l'elezione al Quirinale, nel tentativo disperato e impossibile di riproporre l’Operazione Pertini. Così venne eletto Oscar Luigi Scalfaro, una vita da mediano, avrebbe detto il cantante Ligabue. Un curriculum vitae fuori dai grandi giochi di potere. Gli altri passarono da candidati a imputati, per l’azione di altri giudici che in quel momento non temevano le bombe, chi le metteva e chi le commissionava. Fu la breve e controversa stagione di Mani Pulite. Altri giudici invece venivano lasciati soli, in Sicilia, a combattere una battaglia di giustizia in nome di uno Stato che in quel momento non c’era più.
A Via D’Amelio già qualcuno si aggirava per i primi sopralluoghi in preparazione dell’attentato successivo. Paolo
Borsellino scriveva i suoi appunti nella famosa Agenda Rossa che nessuno avrebbe visto più, dopo la sua scomparsa. Il Capitano Ultimo stava mettendo insieme la CRIMOR, il reparto speciale dei Carabinieri che nel gennaio dell’anno seguente avrebbe messo finalmente le mani sul Capo dei Capi. “Vi perdono, ma inginocchiatevi”, aveva detto Rosaria Schifani moglie di Vito, uno degli agenti della scorta di Falcone, al funerale di suo marito rivolta ai suoi assassini. La stagione delle bombe era appena all’inizio.


«Gli uomini passano, le idee restano.Restano le loro tensioni morali e continueranno a camminare sulle gambe di altri uomini» (John Fitzgerald Kennedy, citazione conservata nel portafoglio di Giovanni Falcone)

giovedì 22 maggio 2014

Storia dei Mondiali di calcio: Argentina 1978

L’assegnazione all’Argentina dell’organizzazione della Coppa del Mondo di calcio da parte della F.I.F.A. era il pagamento di un vecchio debito. Il paese che contendeva a Brasile ed Uruguay la supremazia calcistica nell’America Latina aspettava da tanto tempo il suo turno, fin dall’immediato dopoguerra. Buenos Aires voleva il suo momento di gloria come l’avevano avuto Montevideo e Rio de Janeiro, e non soltanto in termini “politici”, di immagine. Organizzare un mondiale significava partire in vantaggio per vincerlo, se si aveva una squadra sufficientemente forte. Gli argentini attendevano la rivincita del 1930, la vendetta del 4-2 subito in finale dai “cugini” uruguaiani in casa loro, poi non avevano avuto per la verità più chances reali di vincere.

Le aspettative biancocelesti erano state fino a quel momento frustrate principalmente dalla feroce opposizione del Brasile, che fino al 1958 era rimasto a sua volta a bocca asciutta quanto a vittorie, e non voleva assolutamente restare indietro andando a contendere il titolo mondiale nella “tana del leone”, cioè della nazionale che storicamente le aveva dato il maggior filo da torcere. Anche se il più grande dispiacere la nazionale verdeoro l’aveva avuto a domicilio da quella celeste uruguaiana nel 1950.
All’inizio degli anni 70 la F.I.F.A. decise che l’Argentina aveva atteso abbastanza. Rompendo il felice binomio tra Olimpiadi (che nel 1976 si disputarono a Montreal in Canada) e Mondiali, il governo del calcio esaudì finalmente la richiesta dell’ultimo grande paese sudamericano che ancora non aveva ospitato un torneo, senza immaginare di essersi deciso a farlo nel momento più sbagliato possibile. Quando arrivò il 1978, infatti, l’Argentina non era più quella che tutti conoscevano e apprezzavano, la terra dei sogni di tanti emigranti (soprattutto italiani), il paese dei gauchos e del Rio de la Plata, del futbol come l’aveva raccontato la penna magistrale di Osvaldo Soriano e come l’avevano illustrato le gesta di fior di campioni, da Orsi a Sivori. Era diventata il teatro di un orrore con pochi precedenti nella storia.
Il mondo credeva di aver visto tutto quando nel 1973 il generale Augusto Pinochet aveva preso d’assalto la Moneda, il palazzo presidenziale di Salvador Allende a Santiago del Cile, massacrando lui e gettando il suo popolo sotto il tallone di ferro di una delle più brutali e sanguinarie dittature della storia non solo del Sudamerica ma del mondo intero. Credeva di aver visto tutto, ma ancora non aveva visto all’opera Videla e la Junta militare che prese il potere nel 1976 in Argentina, con il pretesto di combattere il terrorismo interno dei Montoneros. Come in Cile, fu subito chiaro di che natura fosse il nuovo governo insediatosi a Buenos Aires, e il mondo si trovò subito di fronte al consueto dilemma: quale tipo di relazione instaurare con una simile accozzaglia di delinquenti “gallonati”, che pur tuttavia in quel momento erano l’unico potere effettivo in un paese importante come l’Argentina?
La F.I.F.A. si era abbondantemente pentita della sua scelta, allorché presero il via le qualificazioni alla Undicesima edizione della Coppa del Mondo di calcio. Del resto, lo spirito decoubertiniano aveva da tempo abbandonato lo sport. Le Olimpiadi erano state il teatro della propaganda delle Black Panthers in Messico, del sangue versato da Settembre Nero e dalla polizei tedesca a Monaco di Baviera. A Montreal si ritenne equo ed opportuno discriminare il Sudafrica in ragione della politica di Apartheid che quel paese continuava a perseguire. Anche il calcio era arrivato al dunque, e non poteva più chiudere gli occhi. Nel 1976 la squadra italiana di tennis era andata a giocare e vincere la Coppa Davis a Santiago del Cile, dopo mesi di polemiche alimentate soprattutto dai partiti di sinistra, favorevoli al boicottaggio. Alla fine, Pietrangeli & C. erano partiti, ma a prezzo di un lavoro “politico” estenuante.
Anche sulla partecipazione ai mondiali argentini l’Italia si divise, al pari del resto del mondo. Anche in questo caso prevalse il partito della partecipazione, in parte con l’idea di non dare troppa rilevanza al regime militare di Videla proprio con il boicottaggio, in parte per “interesse sportivo”. La nazionale azzurra stava andando assai bene nelle qualificazioni, prometteva di fare un grande mondiale, e a sinistra come a destra molti italiani erano come sempre più “tifosi” che “impegnati”.
Nel 1974, dopo che la tenebra era calata sugli azzurri di Valcareggi, eliminati in Germania al primo turno dalla Polonia del “calcio totale”, la Federcalcio aveva promosso un’opera di rifondazione e di ricambio generazionale, affidandola alle mani di un personaggio leggendario. Fulvio Bernardini era già nella storia del calcio italiano per essere stato uno dei più grandi centravanti d’anteguerra (talmente grande da risultare ingestibile per un fanatico della disciplina come Vittorio pozzo, che non lo convocò per Italia 1934). Nel dopoguerra aveva vinto da allenatore due scudetti mitici: quello della Fiorentina nel 1956 e quello del Bologna nel 1964, rompendo per primo il predominio degli squadroni del Nord. Fu a lui che spettò il compito di “pensionare” Rivera, Mazzola, Riva e tutti gli eroi dell’Azteca e di Wembley, e di tirare su una nuova generazione.
Enzo Bearzot
Bernardini visionò praticamente tutte le nuove leve del calcio italiano, basandosi sui blocchi di Juventus e Torino che in quegli anni facevano corsa a sé nel campionato italiano, e innestandovi sopra dei talenti emergenti come quel “ragazzo che giocava guardando le stelle” e che sembrava in grado di non far rimpiangere il grande Gianni Rivera: Giancarlo Antognoni. A Rotterdam nell’ottobre 1974, nelle qualificazioni del campionato europeo 1976, all’Italia toccò affrontare la mitica Olanda di Johan Cruyff. Antognoni ebbe addirittura gli elogi pubblici del Pelé Bianco, i ragazzini in maglia azzurra andarono addirittura in vantaggio e misero paura ai “marziani” in maglia arancione, che finirono per vincere e qualificarsi all’Europeo. Ma fu subito chiaro che anche quell’Italia aveva un grande futuro davanti a sé, una nuova generazione prometteva di tenere saldamente il testimone ricevuto dalla vecchia.
Nelle qualificazioni per Argentina 1978, l’Italia fu sorteggiata contro l’Inghilterra, e ne passava una sola. I maestri erano in declino da tempo, l’Italia aveva rotto il tabu storico battendoli sia in casa propria che in casa loro. L’Inghilterra non aveva nessuna intenzione di restare fuori dal Mondiale per la seconda volta consecutiva, ma gli azzurri sembravano acquisire forza e coscienza di sé ad ogni loro esibizione. Dal 1976 la panchina era passata da Fulvio Bernardini ad Enzo Bearzot, che completò l’opera amalgamando, fortificando e difendendo (perché in Italia le critiche non mancano mai) i talenti scoperti dal suo predecessore. L’Inghilterra di Keegan, che a livello di club dominava in quegli anni la Coppa dei Campioni con Liverpool ed Aston Villa, fu battuta a Roma con due gol, Antognoni su punizione e l’indimenticabile colpo di testa a volo radente di Roberto Bettega su cross-magia di Franco Causio. Bettega si consacrò come il miglior erede di Gigi Riva, segnando tanti gol in quel girone, in cui all’Italia bastò controllare la differenza reti per staccare il biglietto per l’Argentina, malgrado le polemiche e la sconfitta a Wembley nel match di ritorno.
Zoff, Gentile, Cabrini, Benetti, Bellugi, Scirea,
Causio, Tardelli, Rossi, Antognoni, Bettega
A detta di molti, se non di tutti, quella nazionale azzurra fu una delle più spettacolari di sempre. Inserita nel girone dell’Argentina in quanto non testa di serie, dovette superare anche il peggior esordio di sempre. Dopo 40 secondi, Lacombe aveva segnato il gol più veloce della storia dei Mondiali e l’Italia era sotto contro la Francia di Michel Platini. Pareggiò un altro astro nascente, quel Paolo Rossi venuto fuori nell’ultima stagione nelle file del Lanerossi Vicenza dei miracoli e imbarcato assieme ad Antonio Cabrini all’ultimo tuffo da Bearzot sull’aereo per Mar del Plata. Segnò il gol della vittoria Renato Zaccarelli, esponente di un Torino che aveva saputo, anche se per poco, far sognare i tifosi granata, dopo i lunghi anni bui seguiti alla tragedia di Superga.
Dopo l’ostica e brillante Francia, fu la volta dell’Ungheria di Toroczick e Nyilasi, che aveva impressionato nelle qualificazioni e anche nel primo incontro perso con i padroni di casa argentini. Gli azzurri schiantarono i magiari per 3-1, mentre i biancocelesti rimontarono la Francia. Già qualificatesi, Argentina e Italia si incontrarono al Monumental di Buenos Aires per decidere il primo posto nel girone. La stampa invocò da Bearzot un turnover per dare riposo ai titolari, in vista della seconda fase. Ma il tecnico friulano sapeva di avere una panchina corta, e per il match più prestigioso schierò l’undici titolare. Fu ripagato con una delle vittorie più importanti di sempre, allorché a venti minuti dalla fine Bettega trafisse il portiere Fillol in contropiede, spedendo l’Argentina a Rosario e tenendo per gli azzurri come sede Buenos Aires.
Il gol di Bettega all'Argentina
Gli altri gironi vennero vinti da una Polonia ancora in grande spolvero su una Germania Ovest in calo, da una sorprendente Austria che finì davanti ad un Brasile non più brillante come ai tempi di Pelé, e da un Perù che grazie al portiere funambolo Quiroga era riuscito a prendere pochissimi gol e a finire davanti ad un’Olanda che non schierando più Cruyff sembrava anch’essa un po’ sfiorita rispetto a 4 anni prima. Nel match contro la matricola Iran, Rensembrink aveva segnato il gol numero 1.000 della storia dei Mondiali, poi era arrivato il pareggio con i peruviani e quindi la sconfitta contro la Scozia, che ottenne così il suo primo storico successo alla Coppa del Mondo.
La seconda fase si giocava a gironi, come in Germania. L’Italia capitò con tedeschi, austriaci ed Olandesi, dall’altra parte argentini, brasiliani, peruviani e polacchi. Il gioco si faceva duro, i duri cominciarono a giocare. L’Olanda ne dette 5 all’Austria, mentre l’Italia non riusciva a segnare contro una Germania Ovest messa incredibilmente sotto per 90 minuti. Nel match successivo, mentre Germania e Olanda ripetevano in tono minore (2-2) la finale di 4 anni prima, gli azzurri batterono l’Aurstria di Krankl con un gol di colui che ormai tutti chiamavano el nino de oro, Pablito Rossi. Nellla partita conclusiva, l’Austria ci fece il piacere di battere il tedeschi 3-2 nel derby germanofono, a noi toccava lo scontro epocale con gli Orange.
Nel primo tempo non ci fu partita, il tempo era passato apparentemente inclemente per i maestri del calcio totale, mentre era stato generoso con i ragazzini di quattro anni prima a Rotterdam. Causio costrinse Brandts all’autorete, ma prima del riposo l’Italia avrebbe potuto chiudere il conto con almeno altri due gol. Nella ripresa purtroppo la stanchezza cominciò a farsi sentire. Quando Brandts pareggiò con un tiro da fuori qualcuno maledisse il mancato turnover. Quando Haan a metà ripresa sorprese Dino Zoff con un tiro da quasi centrocampo molti maledissero vista e riflessi del nostro portiere. L’Italia uscì sconfitta dal confronto con l’Olanda, anche se era apparsa la migliore interprete della rivoluzione avviata proprio dai tulipani al mondiale precedente.
Cesar Luis Menotti, detto El Flaco
Nell’altro girone, Brasile e Argentina non si fecero male nello scontro diretto, rimandando alla differenza reti il discorso qualificazione alla finale. Nella giornata decisiva, i padroni di casa giocavano più tardi rispetto ai brasiliani, sapendo già quanti gol sarebbero serviti loro. Ne servivano sei, da segnare contro il portiere rivelazione del torneo. La notte del 21 giugno Quiroga sembrò diventare improvvisamente e stranamente una schiappa, l’Argentina ne fece sei al Perù e volò in finale. Manco a dirlo, tra nuove roventi polemiche.
Mentre l’Italia lasciava al Brasile la finalina per il terzo posto (con nuove papere di Zoff a determinare il risultato), l’Olanda scese in campo il 25 giugno senza timore reverenziale contro un intero paese per una notte sollevato dalla cappa di piombo del coprifuoco militare. Un paese che ruggiva sugli spalti reclamando il Mundial argentino. A parte Cruyff, gli Orange erano quelli di Monaco di Baviera, ed erano entrati in forma con l’andare del torneo. I biancocelesti erano quanto di meglio offriva al momento il calcio platense, accuratamente selezionati dalla mano di Cesar Luis Menotti detto El Flaco, che si era permesso di lasciare a casa anche la sua stella nascente, un ragazzino di nome Diego Armando Maradona. Fillol, Olguin, Tarantini, Passarella, Gallego, Galvan, Bertoni, Ardiles, Luque, Kempes, Ortiz, erano le speranze dell’Argentina, che si affidava soprattutto al carisma di Daniel Alberto Passarella in difesa e alla potenza devastante di Mario Alberto Kempes in attacco.
Jorge Videla consegna la Coppa a Passarella
Kempes portò avanti l’Argentina, l’Olanda pareggiò con Nanninga e addirittura all’ultimo minuto regolamentare centrò un palo con Rensembrink che avrebbe valso per i padroni di casa una tragedia sportiva (e non) pari a quella vissuta dal Brasile nel 1950. Nei supplementari ancora Kempes liberò la sua gente dall’angoscia di non farcela. Chiuse il conto l’ala destra, Daniel Ricardo Bertoni, che aveva sognato la notte prima della finale di fare il gol decisivo. A volte i sogni si avverano.

Il sogno dell’Olanda di salire sul tetto del mondo si fermò per la seconda volta contro i padroni di casa in finale. Quello dell’Italia, come otto anni prima in Messico, si era fermato di nuovo invece in quella terra di nessuno in cui è difficile stabilire il confine tra la bravura degli avversari e la stanchezza dei nostri. Il sogno dell’Argentina, al contrario, si era finalmente avverato, l’Albo d’Oro della Coppa del Mondo si arricchiva di un nuovo paese vincitore. Passarella andò a ritirare la Coppa dalle mani insanguinate di Jorge Rafael Videla. Per una notte almeno nessuno pensò ai desaparecidos. L’Argentina era ridiventato un paese felice, e almeno in quel momento invidiato da tutti.