giovedì 29 maggio 2014

Fiorentina, un anno vissuto pericolosamente: il girone di andata

La lunga stagione della Fiorentina comincia il 22 agosto al Letzigrund di Zurigo, dove il sorteggio ha spedito Montella & C. a saldare un vecchio conto in sospeso. I ragazzi in viola fanno anche di più, mettono in mostra un gioco da stropicciarsi gli occhi e un Cuadrado da fantascienza. Le Cavallette sono sgominate con un gol del colombiano che ricorda tanto quello di Batistuta a Wembley ed un altro provocato dal nuovo gioiello di stagione, Mario Gomez, che salta il portiere e costringe un difensore all’autorete.
Salerno è vendicata, l’anno che dovrebbe riportare “molto in alto” la Fiorentina può cominciare sotto i migliori auspici. Alla prima di campionato arriva a Firenze il Catania, che nutre l’illusione di ripetere il brillante campionato precedente. Spolli & C. ancora badano a giocare, più che a picchiare, e vorrebbero mettere in difficoltà una squadra viola che vola sulle ali dell’entusiasmo e che parte subito bene presentando l’altro gioiello che autorizza qualsiasi fantasticheria: Pepito Rossi al 13’ è già in gol. Firenze sogna, ma subito Pizarro rispolvera l’auto-dribbling già brevettato contro Montolivo l’anno prima, offrendo a Barrientos il pareggio, salvo poi andare a rimettere le cose a posto con un missile dei suoi.
Il 30 agosto rende visita il Grasshoppers, che incredibilmente sbanca il Franchi per 1-0. Passa comunque la Fiorentina, che lascia intravedere però quali saranno le sue difficoltà nell’anno appena iniziato. Squadre chiuse, che fanno pressing alto e affondano in contropiede ne dovrà affrontare tante, e quelle più forti le faranno puntualmente male. Ma per il momento non si dà peso alle avvisaglie, la qualificazione all’Europa League è in tasca, ci si rituffa in campionato, Marassi incombe con l’ex Gilardino che pare aver ritrovato la luce smarrita proprio a Firenze. E’ un massacro per il Genoa, apre Aquilani, poi Rossi e Gomez ne fanno due a testa. 5-2, del gol dell’ex nessuno si accorge neppure, viola a punteggio pieno e voli di fantasia neanche tanto pindarici.
L'infortunio di Mario Gomez
Si torna subito coi piedi per terra la settimana dopo. Arriva al Franchi il Cagliari, stavolta ad essere massacrata è la Fiorentina, ma di botte. Dopo 20 minuti vola letteralmente fuori Cuadrado (fermo tre settimane), dopo 60 Mario Gomez (fermo sette mesi), assassinato dal portiere Agazzi. De Marco dal canto suo inaugura una serie di arbitraggi alla “non vedo, non sento, non parlo”, Daniele Conti e soci possono malmenare a piacimento, la Fiorentina tenta invano di far gioco lo stesso, andando anche in vantaggio con Borja Valero quando nessuno ci spera più. All’89’ Pinilla sfrutta un’altra delle costanti stagionali dei viola, la difesa Emmenthal, e pareggia. Due punti e un centravanti perso.
Ci si consola con il girone di Europa League, che la Dea Bendata ha elargito benigna. Il primo avversario è l’improbabile Pacos de Ferreira, squadra portoghese che sembra assoldata per un allenamento defatigante. Rossi segna il gol numero 100 in competizioni internazionali (dopo due anni di attività forzata), di Gonzalo Rodriguez e del neo-ri-acquisto Matos Ryder (della nidiata di Corvino) gli altri gol. Si prosegue a Bergamo dove è Mati Fernandez ad aprire la strada al successo viola contro l'Atalanta e a mostrare progressi confortanti, chiude quindi il discorso Pepito, già saldamente capocannoniere. Ancora nerazzurro una settimana dopo davanti ai viola, che a San Siro si illudono di avere svoltato, dopo un’ora di gioco che mette alle corde l’Inter e un rigore trasformato da Rossi che li porta in vantaggio. Una difesa amatoriale regala due gol ai padroni di casa e a Walter Mazzarri la possibilità di allungare la sua striscia positiva contro Montella.
A Dnipropetrovsk ci sarebbero le condizioni per lo Sci di Fondo, più che per il calcio, ma la Fiorentina non trema e regge botta al gioco “maschio” degli ucraini e all’arbitraggio leggero che lo consente. Rodriguez su rigore e Ambrosini strappano tre punti importanti al Generale Inverno e ipotecano la qualificazione europea. Si ritorna in campionato rinfrancati, arriva il Parma imbottito di “vecchie glorie” viola (dell’epoca degli schiaffi di Delio Rossi, dati e non dati), che vuoi che sia? E invece altra delusione, dopo che Rodriguez fa autorete e poi la va a pareggiare. Il vantaggio viola lo segna il figliol prodigo, Juan Manuel Vargas, una risorsa ritrovata grazie alla pazienza di Montella. Sembra fatta, ma un’altra risorsa perduta, Massimo Gobbi pareggia nel recupero grazie alla difesa che proprio non riesce a fare reparto.
All’Olimpico di Roma, sponda Lazio, è il momento di tirare il fiato. 0-0 incolore, la testa è già alla partita successiva, la “madre di tutte le partite”. Il 20 ottobre arriva al Franchi la Juventus, è il giorno atteso tutti gli anni, da tanti anni. Comincia male, come peggio non si può, Tevez su rigore e Pogba sembrano chiudere il discorso già nel primo tempo. Nella ripresa comincia il Rossi-show. Due invenzioni dell’italo-americano riportano la Fiorentina in pareggio, due contropiedi devastanti di Cuadrado danno al neo-acquisto Joaquin prima e allo stesso Rossi poi l’occasione di portare squadra e città in paradiso. 4-2, in quel momento niente sembra precluso alla Fiorentina, anche senza Gomez, il cui rientro si allontana anziché avvicinarsi ad ogni settimana che passa.
E’ il momento di mangiare il Pandurii, la terza squadra del girone europeo, regolata da Joaquin, Matos Ryder e Cuadrado. Quindi tocca al Chievo, che si illude andando in vantaggio ma poi subisce la devastazione del “ciclone Cuadrado”. Pochi giorni dopo arriva il Napoli al Franchi, e la devastazione la subisce la Fiorentina, ma dall’arbitro Calvarese. Nello scontro che dovrebbe – per il momento - decidere la terza forza del campionato, i viola vanno sotto due a uno, ma all’ultimo minuto Cuadrado viene abbattuto in area partenopea in modo talmente plateale che il rigore appare lapalissiano. Calvarese lo nega ed espelle Cuadrado per simulazione. Il colombiano verrà poi squalificato sulla base di un referto arbitrale che nessuno in Federazione si prende la briga di contestare, la stessa prova TV viene dichiarata inapplicabile.
Il ciclone Cuadrado
Malgrado l’aria che tira sia poco propizia, la Fiorentina continua a giocare e a far punti. In Romania il Pandurii va in vantaggio con una prodezza del brasiliano Pereira, poi Cuadrado dimostra che quando non viene abbattuto da avversari o da arbitri inadeguati non ce n’è per nessuno. Fa segnare Matos Ryder e poi segna da solo il vantaggio. Tocca quindi tornare a san Siro, per scoprire che l’odiato Milan è ancora più dimesso di quello che nella scorsa stagione fu “aiutato” a soffiare la Champion’s alla Fiorentina, e che il diavolo Mazzoleni non è così brutto come lo si dipinge. L’arbitro fa il suo dovere, fischia quando deve e nulla più, a cominciare dalla punizione che Vargas trasforma per l’1-0. Raddoppia poi Borja valero, che con i rossoneri ha una questione personale, e alla fine Mazzoleni non casca nella trappola di Balotelli, negandogli un rigore inesistente.
Due gol di Rossi bastano a sconfiggere una Sampdoria che negli ultimi minuti però rischia di beffare i viola, come già Cagliari e Parma. Poi c’è la pratica Pacos de Ferreira, chiusa di malavoglia sullo 0-0 da una Fiorentina che comincia evidentemente a sognare le vacanze di Natale. Di ritorno dal Portogallo, c’è l'Udinese, ma il Friuli una volta di più si dimostra amaro per i nostri colori. I viola giocano per mezz’ora, poi Di Natale imposta ed Hertaux segna, ed è notte fonda. Per fortuna dopo al Franchi scende il Verona, che gioca bene ma a viso aperto, e malgrado Luca Toni sia un ex ancora più temibile della scorsa stagione la Fiorentina può giocare come sa, in scioltezza e senza tatticismi. Finisce 4-3, con Borja Valero che ne fa due, seguito da Vargas e da Pepito su rigore.
Vargas si ripete all’Olimpico, dando alla Fiorentina il pareggio dopo il gol iniziale del romanista Maicon, su “boiata” della difesa. Ma è destino che da Roma si torni a mani vuote, e ci pensa Mattia Destro a sorprendere ancora il reparto arretrato viola. Meno male che pochi giorni dopo si riesce a salvare almeno il primo posto nel girone di Europa League. Il Dnipro va in vantaggio, ma Joaquin e Cuadrado rimontano. Ai sedicesimi la Fiorentina sarà testa di serie. E’ quindi il momento del derby dell’Appennino, dove la Fiorentina non ha pietà di un Bologna messo malissimo. Vantaggio con l’oggetto misterioso Ilicic, poi con Borja Valero e infine con Rossi.
L'infortunio di Giuseppe Rossi
Una settimana dopo si va a Reggio Emilia, ad affrontare la matricola Sassuolo. Gli emiliani corrono e non giocano neanche male, la Fiorentina controlla e mostra di aver tanta voglia di Natale. Ma c’è Rossi che trasforma in oro tutto quello che tocca, e si torna a casa con tre punti d’oro. Alla ripresa del campionato, il giorno prima della Befana, il capocannoniere del campionato si ripresenta in grande spolvero, intenzionato a togliere le castagne dal fuoco alla sua squadra forse ancora un po’ appesantita dal panettone. Ma di fronte c’è un Livorno già disperato, e soprattutto un Rinaudo che ha capito che in Italia si può picchiare chiunque e comunque. Quando il suo ginocchio fa fuori quello di Pepito sul Franchi cala la disperazione. Il bomber esce in lacrime appoggiandosi al massaggiatore, la gente è livida di rabbia e Rinaudo addirittura la provoca sostenendo a muso duro le sue “ragioni”. Meno male che il solito Gonzalo Rodriguez la butta dentro ed evita ulteriori beffe.

Quella sera c’è posto solo per la preoccupazione per il prosieguo di campionato e addirittura per la carriera di Giuseppe Rossi. E nell’immediato, per una stagione viola che doveva essere trionfale e che invece – con Gomez sempre fuori a tempo indeterminato - appare adesso più in salita che mai. Il girone d’andata si chiude la settimana seguente in casa del Torino, la Fiorentina domina ma non ha più attaccanti. E’ uno 0-0 emblematico. La palla passa inevitabilmente alla società. Tocca trovare d’urgenza qualcuno che la butti dentro, altrimenti sono guai.

lunedì 26 maggio 2014

RENZIADE: Elezioni europee 2014, la valanga Renzi salva l’Euro



Svegliarsi e scoprire di essere diventato il principale alleato della Germania. O perlomeno è quello che dice il corrispondente della Bild da Roma, quello che lui ha capito del voto italiano. I tedeschi, si sa, sono gente pratica, badano al sodo. Delle molte implicazioni della vittoria epocale di Matteo Renzi a Euro 2014 questa è l’unica che a loro interessi.
Il panorama continentale per loro è poco rassicurante. La resistenza al nuovo Reich nasce ancora in Gran Bretagna e Francia, anche se stavolta è di segno un po’ più destrorso. UKIP ed il Front National di Madame Le Pen sono movimenti antieuropeisti, cioè in sostanza antitedeschi, con consistenti venature xenofobe. Dalle Alpi alle Piramidi, la paura dello straniero è seconda forse solo a quella di Frau Merkel, la strega cattiva.
Improvvisamente, l’Europa è un posto meno ospitale per chi parla tedesco. Era inevitabile, ma la mattina in cui ti svegli ed è successo è sempre uno shock. E allora, vista da Berlino, l’unica cosa rassicurante forse è la faccia di quel ragazzo italiano che è stato capace di fermare nel suo paese la marea montante anti-euro e anti-Europa.
Così la pensano i tedeschi, ma così la pensano soprattutto gli italiani. Il risultato di Matteo Renzi è storico, unico precedente la Dc di De Gasperi alle elezioni del 1948, quelle dove si sceglieva tra Dio e Stalin. Nessuno in seguito era riuscito a catalizzare i consensi in questa misura, né nella Prima né nella Seconda Repubblica.
Il ragazzo di Rignano sull’Arno può a buon diritto commentare: «sono commosso». Gli è riuscita addirittura l’impresa di resuscitare un cadavere come il Partito Democratico, e qui il precedente risale addirittura a Lazzaro, e a Chi gli impose di camminare malgrado lo stato di morte accertata.
Ma soprattutto Matteo Renzi adesso ha quello che gli mancava, l’investitura popolare. Con un consenso come questo alle spalle, che oscura perfino quello ottenuto da Berlusconi 20 anni fa, adesso tocca governare, e governare bene. I sorrisi rassicuranti non bastano più, ci vogliono decisioni importanti, come quelle che verranno prese in altri paesi come ad esempio la Francia, dove è presumibile che Marine Le Pen passerà in un modo o nell’altro all’incasso.
Scrivevamo nei giorni scorsi a proposito del Giorno del Silenzio. L’unico silenzio che perdura è quello di Beppe Grillo, che ha visto il suo consenso diminuire anziché aumentare. Dal vinciamo noi al vinciamo poi, come gli rinfaccia stamattina su Twitter qualche post-comunista un po’ troppo esuberante. Qualcosa sicuramente va rivisto nelle strategie del leader di 5 Stelle, sia a livello politico che di comunicazione.
I sorrisi e le affabulazioni di Renzi convincono più delle urla di Grillo, è questo per ora non è dato sapere se sia un male o un bene. Di certo gioca su questo risultato il carattere degli italiani, diverso da quello di qualunque altro popolo. Ma Beppe ha sbagliato tanto, su questo non ci piove sopra, anche se i suoi voti restano sempre tanti, ai livelli della Le Pen o quasi. E’ un po’ come il campionato della Roma. L’exploit della Juve l’ha ridimensionato a normale, facendolo apparire come una sconfitta.
Il terzo posto di Berlusconi è una via di mezzo fra un Oscar alla carriera e l’urlo di Rocky alla fine del film, quell’Adriana! con cui comunica al mondo di essere ancora in piedi. L’annus horribilis del Cavaliere si chiude molto meglio di quanto poteva sperare. Non può votare, ma di voti altrui ne può raccogliere ancora tanti.
Si chiudono le urne, il bello comincia adesso. Continuerà a sorridere il ragazzo di Rignano? E noi con lui?

sabato 24 maggio 2014

Il giorno del silenzio

Verrebbe quasi da dire che la cosa che funziona meglio del nostro sistema politico, quella che non ha bisogno di essere sicuramente riformata, è la giornata di silenzio elettorale. La fine degli urli e delle promesse, degli insulti e dello scatenamento delle piazze più o meno ruggenti rappresenta sempre quel momento impagabile in cui l’elettore – ma vorremmo dire piuttosto l’essere umano – resta solo con se stesso, nel chiuso ed al riparo della propria coscienza. Un momento che purtroppo dura soltanto un giorno. Un giorno che a volte, come adesso, vorremmo durasse per sempre.
Diceva Mark Twain, se votare servisse a cambiare qualcosa, è sicuro che non ce lo lascerebbero fare. Detto da un americano (tra i più brillanti e sagaci, tra l’altro) vissuto a cavallo del secolo americano, è un aforisma che fa riflettere. Le urla si sono appena acquietate, da domani riprenderanno gli exit poll, le analisi “a caldo”, le proiezioni, le prime dichiarazioni dei vincitori (tutti) e degli sconfitti (nessuno). Da martedi, business as usual, qualcuno rivorrà indietro gli 80 euro elargiti in fretta e furia, qualcuno avvierà i processi popolari sulla “rete”, qualcuno chiederà nuove elezioni o farà appello al senso di responsabilità delle forze politiche e – già che ci siamo – di tutti i cittadini.
E’ la democrazia, bellezze. Quel sistema che Winston Churchill definì “pessimo, ma tuttavia il meno peggiore tra quanti elaborati dalla razza umana per governarsi”. E’ un film già visto e rivisto tante volte, ma che non si può fare a meno di rivedere. Chiedere a chi vedeva film molto peggiori, e per di più in bianco e nero. Il 25 aprile è passato da poco.
E allora perché questo scoramento, questa disaffezione, questo montare della marea degli scontenti? A quanto arriverà domani sera l’astensionismo? E l’antieuropeismo? Già, si vota per la più discreditata delle istituzioni planetarie in questo anno di grazia 2014, il Parlamento Europeo. Si vota pro o contro una moneta, l’Euro, che è diventata il simbolo di tutto quanto è malvagio nella nostra società e nella nostra economia continentale. Sembra quasi di essere tornati ai tempi delle monarchie costituzionali, quando per salvare la testa al re si decapitavano i suoi ministri. Per salvare una casta che comunque continuerà a prosperare, a bivaccare in quel di Bruxelles producendo normative e direttive sempre più allucinanti, ce la prendiamo con la moneta che quindici anni fa sembrava il biglietto vincente della lotteria. Eravamo allucinati allora, o lo siamo adesso? O lo siamo sempre stati?
L’anno numero 14 è sempre critico. Un secolo fa entrò in crisi un mondo in cui grandi ricchezze si confrontavano con povertà sempre più abissali, caste “nobiliari” si guardavano in cagnesco con “plebi” sempre più affamate, assetti territoriali venivano messi in discussione da aspirazioni di indipendenza o di mutamento comunque di confini e di aggregazioni, i tedeschi erano mal visti a causa di una politica estremamente aggressiva, anglosassoni e francesi erano stati miopi fino a quel momento ed eccessivamente fiduciosi nella propria forza “imperiale”, mercati fino a poco tempo prima lontani facevano sentire le conseguenze della loro turbolenza e – anche qui – aggressività, la Russia era sull’orlo di un sommovimento di proporzioni epocali. Nel giro di pochi giorni, dopo un lungo accumular di tensione, tutto precipitò, e fu quella che il Papa avrebbe chiamato “l’inutile strage”. Di proporzioni colossali. La Prima Guerra Mondiale.
Siamo nel 2014 e sembra di leggere la descrizione del mondo attuale. Con in più gli effetti della globalizzazione, della asiatizzazione, degli sbarchi a Lampedusa. Per questo si vota oggi, non per Renzi, né per Grillo né per Berlusconi. I quali hanno smesso ieri sera di arringare piazze che chiedono sempre più a gran voce quei processi popolari su cui si sta scherzando amabilmente sopra a proposito del comico genovese e della sua Rete, ma di cui in realtà c’è una gran voglia diffusa. C’è voglia di individuare il nemico, “etnico” o “di classe”, e poi di scatenargli contro la furia di quella belva che nella storia ritorna a intervalli regolari.
Dopo il 1914 e la trageda della guerra, venne un biennio rosso e poi uno nero. In Italia anche allora c’era chi prometteva una normalizzazione, un Giolitti che cercava di salvare il vecchio sistema come oggi Berlusconi, dei giovani dirigenti socialisti o popolari che cercavano di riformarlo se possibile come oggi Renzi, e un guitto prestato alla politica che aveva capito prima e meglio degli altri che l sistema poteva crollare facilmente, bastava una spallata. Si chiamava Gabriele D’Annunzio, oggi Beppe Grillo. Non aveva un programma politico, dopo il crollo del sistema qualcosa sarebbe venuto, qualcosa uscito dalla fantasia, dalla creatività dei tempi nuovi, perché darsi pena prima del tempo?
Gabriele D'Annunzio e Benito Mussolini
Allora il guitto servì ad aprire la strada a chi poi faceva sul serio, e il suo programma ce l’aveva chiaro e dettagliato fino in fondo. Gli strumenti messi a punto da D’Annunzio servirono alla perfezione a Benito Mussolini, e il resto é storia nota.

E’ il giorno del silenzio, e le contraddizioni di tutto quanto abbiamo sentito urlare e di tutto quello che non abbiamo sentito dire risuonano più forte che mai, in questo silenzio. Difficile dire se avesse ragione Mark Twain, se votare serve a qualcosa. La storia del Ventesimo Secolo una cosa però ce la dice: i più grandi disastri sono stati fatti proprio con il voto liberamente esercitato dai cittadini. Poi, rimediare è tutt’altra questione.

Addio a Orgoglio Viola, arriva InViola Gold

Come sempre, nessuno risarcirà chi si sobbarcò nell’estate 2010 lunghe, interminabili, estenuanti code per il rilascio della Tessera del Tifoso, senza della quale dalla stagione successiva addio squadra del cuore. Fu una marchetta dell’allora Ministro dell’Interno Roberto Maroni, in apparenza un provvedimento dovuto nel quadro di quelli adottati successivamente all’omicidio dell’ispettore di polizia Filippo Raciti a Catania nel 2007 durante una partita di calcio. In realtà si trattò di un assist da un lato a chi non aveva voglia di fare il proprio dovere perseguendo violenti e criminali che erano – o avrebbero dovuto essere – ormai arcinoti a Questure e Commissariati, dall’altro alle banche, e non sarebbe stato in questo caso né il primo né l’ultimo.
A Firenze, la Fiorentina si “consorziò” con la Cassa di Risparmio. Fu presentata Orgoglio Viola – la versione locale della TdT - in pompa magna dall’amministratore delegato viola Sandro Mencucci insieme allo stato maggiore della Cassa. Mentre le parole come di consueto scorrevano a fiumi, i fiorentini facevano quello che di solito fanno la maggior parte degli italiani: seguono la corrente d quei fiumi e si mettono in coda. Per una tessera, almeno quattro viaggi e le rotture di scatole consuete per chiunque abbia da ottenere il rilascio di un qualsiasi documento da parte dello Stato italiano.
Cominciò quindi la stagione della Tessera, dopo quella del Tornello. Salvo scoprire subito che per quanto furbi possano essere gli italiani, ci sono sempre i più furbi. O i più italiani. Alle prime trasferte si scopriva per esempio che a Roma e Napoli, due nomi – si fa per dire - a caso, la Tessera del tifoso non sapevano nemmeno che cos’era. Dei decreti Pisanu e Maroni non c’era traccia, all’Olimpico e al San Paolo gli “indigeni” entravano come sempre: a scavalco.
Nel frattempo, anche nelle zone controllate dalla pubblica sicurezza dello stato italiano, montava la protesta del mondo Ultras, geloso della libertà accordata di fatto ai colleghi capitolini e partenopei, nonché comprensibilmente recalcitrante a qualsiasi forma di “schedatura” suscettibile di favorire provvedimenti giudiziari “restrittivi” in caso di torbidi. Il tifo ai tempi del DASPO, insomma.
In parallelo si muoveva anche il controverso mondo che ruota attorno al Garante della Privacy, quella curiosa istituzione che in Italia è preposta di consueto alla scoperta dell’acqua calda. Se andate di fronte ad un qualunque sportello bancario, assicurativo o di finanziaria, scoprite che i vostri dati sono già in possesso di una quantità di persone e di istituzioni neanche immaginabile. I dati che compaiono sull’ennesima tesserina di plastica dunque sarebbero il minore dei problemi, ma come sempre in questo paese le battaglie di principio servono a nascondere le questioni sostanziali.
Sia come sia, qualcuno alla fine deve aver tirato una riga e fatto la somma. Addio Tessera del Tifoso, ma non addio allo sciocchezzario normativo che l’ha prodotta. O forse, benvenuta a qualche nuova forma di intermediazione finanziaria o bancaria, magari anche questa colorata di viola. Non resta che rimettersi in coda, cari amici e compagni, e seguire fedelmente le istruzioni dell’A.C.F. Fiorentina, di seguito riportate.
ACF Fiorentina informa i propri tifosi  che, col termine della Stagione Sportiva 2013/2014, tutte le Tessere Orgoglio Viola, anche non in scadenza, cesseranno il proprio corso di validità quale strumento di accesso allo stadio Franchi e di funzionalità di tessera del tifoso. Pertanto si invitano tutti gli abbonati 2013/14, possessori di Orgoglio Viola, a recarsi sin da subito presso uno dei quattro punti vendita ufficiali per sottoscrivere gratuitamente la tessera Inviola Gold. Per la sottoscrizione è indispensabile presentarsi personalmente muniti della vecchia tessera e di un documento di identità in corso di validità con foto recente e in buono stato. Per i minorenni occorre che la registrazione sia effettuata da un genitore munito del proprio documento di identità e di un documento e fototessera del minore.
Questo l’elenco dei punti vendita ufficiali:
BIGLIETTERIA UFFICIALE
Via dei Sette Santi 28R (angolo Via Giovanni Duprè)
50137 Firenze
Tel: +39 055 5532803
Fax: +39 055 5004530
E mail: tickets@acffiorentina.it
Orario: 9.30-13.00
14.30-18.30
FIORENTINA POINT
Viale Manfredo Fanti 85/A
50137 Firenze
Tel: +39 055 571259
Fax: +39 055 5359502
mail: fiorentinapoint@acffiorentina.it
Orario: 9.30-13.00
14.30-18.30
FIORENTINA STORE GIGLI
Centro Commerciale “I GIGLI”
Corte Tonda, Secondo Piano
Via San Quirico 165
50013 Campi Bisenzio (Firenze)
Orario: 10.00-21.30

FIORENTINA STORE MERCATO CENTRALE
Piazza del Mercato Centrale
50123 Firenze
Tel: +39 055 2741149
Orario: 10.00-14.00
15.30-19.30

venerdì 23 maggio 2014

Ventidue anni fa a Capaci la bomba che cambiò le nostre vite per sempre

Poco dopo le 17:00 del 23 maggio 1992 l’aereo che portava in Sicilia da Roma Giovanni Falcone e la moglie Francesca Morvillo atterrò a Punta Raisi vicino Palermo. Antonio Montinaro, il caposcorta del giudice, si era già mosso con le auto blindate dalla Caserma Lungaro per andarlo a prendere. Come sempre, i viaggi di Falcone e dei suoi colleghi venivano decisi all’ultimo momento affinché nessuno ne sapesse nulla.
Come sempre, il Capo dei Capi, Totò Riina, ed i suoi uomini sapevano tutto in anticipo grazie alle talpe infiltrate al Ministero di Grazia e Giustizia, dove Falcone era stato chiamato a collaborare da più di un anno dal Ministro Claudio Martelli, o alla Procura della Repubblica di Palermo, dove il magistrato aveva operato negli anni precedenti, dove rimanevano i suoi amici e colleghi come Antonino Caponnetto, Paolo Borsellino e Giuseppe Ayala, dove il Corvo l’aveva perseguitato per anni facendogli terra bruciata intorno.
Giovanni Falcone era nel mirino della Mafia siciliana da anni. Nel 1989 era sfuggito ad un attentato presso la sua villa all’Addaura sul Golfo di Mondello vicino Palermo. Era condannato a morte dai Corleonesi, che a febbraio avevano inviato un gruppo di fuoco fino a Roma, dove avrebbero dovuto "giustiziarlo" insieme addirittura al Ministro Martelli. Poi Totò Riina optò per una soluzione siciliana, pretese che l’attentato fosse eseguito in patria, e così fu, perché al Capo dei Capi non si poteva dire di no. A quell’epoca nemmeno Bernardo Provenzano, in disaccordo sulla strategia di guerra allo Stato italiano ripresa con l’omicidio di Salvo Lima, poteva opporsi.
A Capaci, presso lo svincolo autostradale dove il corteo delle auto di Falcone e della sua scorta dovevano transitare, c’erano Giovanni Brusca ed Antonino Gioé, appostati sulla collina da cui potevano azionare a distanza di sicurezza i 400 kg. di tritolo piazzati sotto la sede stradale. Le auto in transito erano seguite fin dall’aeroporto da Gioacchino La Barbera, che avvisò dell’arrivo imminente Santino Di Matteo, il terzo uomo sulla collina di Capaci. Fu Giovanni Brusca, alle 17,58, ad azionare il telecomando che mise fine alla speranza dei siciliani e degli italiani onesti, faticosamente rinata dieci anni dopo l’omicidio del Generale Dalla Chiesa per merito del pool di Caponnetto, di cui Giovanni Falcone era stato la punta di diamante. Alle 17,58, la storia d’Italia cambiò per sempre. Niente sarebbe più stato come prima. Niente poteva più esserlo.
Quando esplose la bomba a Capaci, si era nel pieno delle Elezioni Presidenziali del 1992. L'indagine Mani Pulite non era ancora entrata nel vivo, la Prima Repubblica era ancora in piedi, i candidati principali erano Giulio Andreotti e Arnaldo Forlani. Quasi una sorta di Premio Oscar alla carriera, per chi aveva governato per 40 anni e non poteva o non voleva ascoltare il rumore di sottofondo della marea montante della rivolta popolare. Per chi aveva permesso che le cose arrivassero a quel punto, quando la bomba esplose.
La bomba di Capaci non si portò via soltanto il Giudice Coraggioso, ma anche quella Prima Repubblica, con i suoi rappresentanti. Nel giro di poche ore, Andreotti, Forlani e tutta quella classe politica furono messi da parte, si dovette trovare in fretta e furia un outsider da presentare al voto parlamentare per l'elezione al Quirinale, nel tentativo disperato e impossibile di riproporre l’Operazione Pertini. Così venne eletto Oscar Luigi Scalfaro, una vita da mediano, avrebbe detto il cantante Ligabue. Un curriculum vitae fuori dai grandi giochi di potere. Gli altri passarono da candidati a imputati, per l’azione di altri giudici che in quel momento non temevano le bombe, chi le metteva e chi le commissionava. Fu la breve e controversa stagione di Mani Pulite. Altri giudici invece venivano lasciati soli, in Sicilia, a combattere una battaglia di giustizia in nome di uno Stato che in quel momento non c’era più.
A Via D’Amelio già qualcuno si aggirava per i primi sopralluoghi in preparazione dell’attentato successivo. Paolo
Borsellino scriveva i suoi appunti nella famosa Agenda Rossa che nessuno avrebbe visto più, dopo la sua scomparsa. Il Capitano Ultimo stava mettendo insieme la CRIMOR, il reparto speciale dei Carabinieri che nel gennaio dell’anno seguente avrebbe messo finalmente le mani sul Capo dei Capi. “Vi perdono, ma inginocchiatevi”, aveva detto Rosaria Schifani moglie di Vito, uno degli agenti della scorta di Falcone, al funerale di suo marito rivolta ai suoi assassini. La stagione delle bombe era appena all’inizio.


«Gli uomini passano, le idee restano.Restano le loro tensioni morali e continueranno a camminare sulle gambe di altri uomini» (John Fitzgerald Kennedy, citazione conservata nel portafoglio di Giovanni Falcone)

martedì 20 maggio 2014

Emergency chiama, Firenze risponde

Emergency chiama, Firenze risponde. Gino Strada decide di celebrare qui il ventesimo compleanno della sua creatura, e i fiorentini gli riempiono lo stadio come ormai non fanno più nemmeno quasi per le partite di cartello della loro squadra del cuore. Ma questa è appunto la Partita del Cuore, la madre di tutte le partite.
Lo stadio è vecchio, anche se glorioso e ancora bello a vedersi, l’impianto acustico è fatiscente, la RAI lo è ancor di più perché non consente l’uso delle sue attrezzature, o forse è la Fiorentina lenta a muoversi, nell’organizzazione di questo evento. Ma non importa, è festa grande per i 40.000 del Franchi e per tutti quelli che da casa si stringono attorno ai campioni della solidarietà.
Da una parte gli uomini in rosso, la squadra di Emergency, in rappresentanza di chi da vent’anni, a partire da quella tremenda guerra civile in Ruanda, va in giro per il mondo a portare cure mediche a chi non ha più nemmeno gli occhi per piangere. Dall’altra gli uomini in blu, la Nazionale Cantanti, un’altra meravigliosa invenzione italiana che da più di vent’anni fa beneficienza per tutte le istituzioni che cercano di portare una goccia di sollievo nell’oceano della sofferenza. Quest’anno hanno scelto Emergency, e come luogo hanno scelto ancora una volta Firenze, come sempre la capitale della solidarietà quando si tratta di fare calcio benefico.
Ci sono più persone stasera sugli spalti di quante ce n’erano a vedere Fiorentina-Juventus, e questo la dice lunga. Stasera nessuno ha la sciarpa o la bandierina viola, tutti hanno quella bianca con scritte rosse su cui campeggia la E più celebre del mondo. Quella brevettata da Gino Strada, che ha fatto tante cose nella vita e da oggi può dire di aver fatto anche il calciatore. E siccome lui e i “suoi”, per mestiere, hanno dovuto diventare grandi organizzatori sia di eventi che di strutture sanitarie, ecco che i suoi compagni di squadra se li è scelti con cura. Si gioca a Firenze, il colpo di genio è proporre alla platea insieme Antognoni, Baggio e Batistuta. Di più non esiste, almeno da queste parti. Non può esistere.
Dall’altra parte vecchi fuoriclasse della canzone e del buon cuore come Baglioni, Barbarossa e Raul Bova si mescolano a calciatori che se si tratta di cuore in quello dei fiorentini un bel posto ce l’hanno anche loro, Luca Toni e Vincenzo Montella su tutti. L’attualità è inoltre assicurata da Manuel Pasqual da una parte e da Borja Valero dall’altra. Come dire, le stelle passano e tramontano, ma lasciano una scia nel cielo indelebile, inseguite da nuove stelle che forse un giorno stringeranno il nostro cuore, tornando in questo stadio e su questo prato ormai imbiancati nei capelli, ancora capaci di un gesto atletico o di un sorriso che emozionano perdutamente un intero stadio.
Giancarlo Antognoni ha sessant’anni, qualche anno fa il suo cuore aveva fatto i capricci, eppure eccolo qui a testa alta, per settanta minuti nel cuore dell’azione, con i suoi lanci di quaranta metri che nessuno ha dimenticato e tutti rimpiangono. Gabriel Omar Batistuta  ne ha 45 di anni, ma le sue caviglie ne hanno molti di più. Passa solo un minuto e tutti si ricordano perché qui lo chiamavano il Re Leone, sulla prima palla segna un gol da trenta metri come non si vedeva più fare dal 2.000. Guarda caso dalla sua ultima partita in viola. Poi segna ancora girandosi e calciando con l’istinto e la velocità del cobra, del grande goleador che era. Dopo un’ora di gioco ancora se ne va saltando l’uomo e presentandosi davanti al portiere. L’arbitro da un rigore, il pubblico lo invoca a tirarlo, ma i giocatori di Emergency hanno un’idea migliore. Tutti conoscono la storia dell’ex ragazzo che stasera siede in panchina perché le sue ginocchia sono più rovinate delle caviglie di Bati. Tutti ricordano quel rigore che non volle tirare contro il proprio passato ed i propri sentimenti, tutti ricordano anche quell’altro rigore, a Pasadena, che invece andò a tirare coraggiosamente malgrado fosse su una gamba sola.

A tirare il rigore del 4-4 ci va dunque Roberto Baggio, ed è un’altra storia a lieto fine. Firenze si è riconciliata con lui e con il destino da tanto tempo, ma rivederlo sorridente dopo un gol segnato sotto la "sua" curva è tanta roba. Alla fine, malgrado il pareggio, la Coppa non può andare che ad Emergency. Gino Strada ha giocato solo pochi minuti, ma il premio è alla sua carriera, a tutto quello che è stato fatto da lui e con lui, e a tutto quello che verrà fatto in futuro, anche con l’incasso di questa serata che si vorrebbe non finisse mai, nel cuore pulsante di Firenze.

lunedì 19 maggio 2014

Niente biscotto, la Fiorentina finisce a testa alta

La buona notizia è che il “biscotto” non c’è stato, chi aveva voglia di biscotti è dovuto andare in pasticceria, la Premiata Ditta Della Valle non li produce, e quando va sotto come contro il Sassuolo ci va per “meriti – o demeriti – sportivi”, come si diceva una volta. La Fiorentina ha salutato il proprio pubblico al termine di questa lunga ed emotivamente impegnativa stagione evitando l’onta della settima sconfitta interna, in parte grazie all’aver raschiato il fondo del barile del proprio impegno e in parte grazie al piedino fatato del suo ex di giornata, quell’Alessio Cerci il cui talento è da sempre inversamente proporzionale alla propria testa.
Juan Guillermo Cuadrado con la sorellina
La cattiva notizia per ora non c’è, per quelle c’è sempre tempo, anche se il periodo comincia ufficialmente oggi. L’uscita anticipata di Juan Guillermo Cuadrado ieri sera ha avuto sicuramente nelle intenzioni del tecnico Vincenzo Montella nient’altro che dare al fuoriclasse colombiano l’occasione di ricevere una standing ovation da parte del Franchi meritata come poche altre nell’intera storia della Fiorentina. Ma alzi la mano chi, mentre si spellava le mani ad applaudire l’Unico Undici non ha avuto un brivido lungo la schiena, mentre un retro-pensiero si insinuava subdolo ed insistente tra le immagini festanti che si imprimevano nelle rétine del popolo viola: quel “quarto d’ora granata” di Cuadrado, giocato in maniera devastante proprio di fronte ai legittimi possessori del brevetto (gli eredi un po’ dimessi del Grande Torino), potrebbe essere stato l’ultimo a cui abbiamo assistito, almeno con il colore viola.
Ma facciamo così, non sciupiamoci queste poche ore di festa che abbiamo vissuto al fischio finale del sig. Rizzoli di Bologna. Per amareggiarci c’è una intera estate, a partire da quando un direttore sportivo dal contratto tutt’ora scaduto si siederà con altri direttori sportivi a discutere di chi va e chi viene, e per il momento non aggiungiamo altro. Teniamoci impressa nella mente la faccia sorridente di Andrea della Valle, come testimonianza della volontà della famiglia proprietaria di questa squadra del cuore nostro di vivere e far vivere ancora altre feste (magari ancora più intense) in futuro.
Il film di Fiorentina – Torino lo fermiamo dunque su questa immagine. I primi fotogrammi, per la verità, non ci erano piaciuti, e non per colpa degli addetti ai lavori ma di quella parte del pubblico (tra l’altro pagante) che aveva la irresistibile tentazione di trasformare quello che è storicamente un sano gemellaggio tra due tifoserie in una ghiotta occasione di vendicare torti passati. In una parola, di restituire ad un certo club dai colori sociali rosso e nero avente sede in Via Turati a Milano quanto successe l’anno scorso di questi tempi in quel di Siena, allorché l’impegno ammirevole profuso dai padroni di casa per quanto già retrocessi fu vanificato da una direzione di gara, diciamo così, non proprio olimpica. “Il modo ancor m’offende”, avrebbe detto un tifoso d’eccezione, Dante Alighieri. Ma l’occasione più ghiotta è sempre quella di fare i signori, dimostrando che noi non siamo come gli altri, che il fair play non si inventa, o ce l’hai dentro o non si compra con i soldi.
Per fortuna, i viola in questo scorcio di ventunesimo secolo hanno avuto ed hanno tanti difetti, ma tra i pregi c’è sicuramente quello di essere portatori sani di valori indiscutibili. Del resto, vaglielo a spiegare a un Cuadrado che deve tirare la gamba indietro e saltare solo due uomini anziche tre, facendo finta di inciampare sul terzo. O a Giuseppe Rossi che deve calciare il pallone come certi scarponi di periferia anziché come se stesso, cioè colui che ha due piedi (e purtroppo anche due ginocchia) come non si vedevano dai tempi di Roberto Baggio. E sta convincendo forse un certo Cesare Prandelli a nun fa’ lo stupido e a portarlo in Brasile.
Omar Gabriel Batistuta con Andrea Della Valle
Insomma, la Fiorentina gioca, magari alla sua maniera un po’ leggerina di questa primavera 2014, ma gioca. Lo spettacolo offerto a Batistuta e Riganò, che si siedono fianco a fianco in tribuna, ed agli oltre 30.000 del Franchi è genuino. E ci offre quindi l’ultimo spunto per alcune riflessioni di fine stagione, anche in prospettiva per la prossima.
Rosati è un portiere migliore di quanto visto con il Sassuolo, a cui peraltro probabilmente farà ritorno, e non solo per il rigore parato al 93’. Con i suoi interventi spesso riesce a dare sicurezza a una difesa che proprio non riesce a darne altrimenti a se stessa. Intorno ad un Gonzalo Rodriguez, la cui mancata convocazione in biancoceleste grida vendetta (ma sono fatti dell’Argentina, se è contento lo spettatore eccellente Batigol sono contenti tutti), si alternano figure che probabilmente presi uno ad uno sono buoni difensori per la serie A attuale, ma non si integrano mai come reparto, e la castroneria prima o poi la fanno sempre. Ieri è toccato a Facundo Roncaglia, che al terzo minuto di recupero ha fatto sognare i tifosi del Toro abbattendo Barreto in area e costringendo Rizzoli a fischiare un rigore fino a quel momento accuratamente – e giustamente - evitato. Si rivede finalmente Hegazy, detto a suo tempo il Nesta delle Piramidi e finora tenuto fuori da una sfiga pazzesca. Sbroglia un paio di situazioni parecchio complicate e nel complesso non se la cava peggio di chi è stato titolare prima di lui, è sicuramente da rivedere in altri contesti. Per il resto, Pasqual e Vargas sono ormai due splendide ali, a questa Fiorentina mancano due terzini come Dio comanda.
Il discorso sul centrocampo è complesso. A rischio di urtare le suscettibilità dei tifosi più sfegatati ripetiamo quanto detto più volte. Il Borja Valero visto nel 2014 (ieri compreso) è un giocatore fine a se stesso, impalpabile, inconcludente. O il ragazzo lavora a fondo su se stesso oppure rischia di diventare un sovrappiù per una squadra che dal punto di vista fisico, senza andare a scapito della qualità, nel reparto ha soltanto Aquilani (ieri apparso giustamente in forma mondiale, se Prandelli era sintonizzato….). Pizarro comincia a sentire i suoi anni e per quanto sia ancora il migliore nel suo ruolo in Italia assieme a Pirlo sarà difficile che possa reggere una ulteriore stagione a questi livelli. Difficile quasi quanto sostituirlo, peraltro.
In avanti, ieri eravamo messi bene, domani chissà. Immaginare l’attacco della Fiorentina del prossimo anno è come avventurarsi nella terra di nessuno. Detto subito che si è rivisto un Rebic immediatamente miracolato da una delle discese travolgenti di Cuadrado ed in seguito talmente rinfrancato da tentare passo doppio e tiro ad effetto manco fosse Garrincha, diciamo anche che Cuadrado e Rossi ce li abbiamo solo noi (magari ancora per poche ore soltanto). Con quei due lì davanti puoi giocare male quanto vuoi, puoi combinare in campo e fuori tutti i pastrocchi possibili e immaginabili, ma loro ti vincono le partite da soli. Del numero undici diciamo solo che non resta che sperare che la notte porti consiglio a della Valle, Prade’, Cognigni, Mencucci, Macia, e chi più ne ha più ne metta. A proposito di Rossi non resta che fare un bel pellegrinaggio alla Madonna del Legamento. Se questo ragazzo ha finito al quinto posto della classifica dei cannonieri a sei gol da Immobile avendo giocato solo metà campionato, ogni commento è superfluo.
La disperazione di Alessio Cerci dopo il rigore sbagliato
Del Torino, che dire? Dispiace vedere la disperazione sul volto dei tanti tifosi granata accorsi a Firenze per quella che è andata vicino ad essere una grande festa anche per loro. Il Toro non vince a Firenze dal 1976, segnò Ciccio Graziani, roba da storia del Calcio. E non va in Europa dal 1994. ieri aveva una chance consistente, malgrado la Fiorentina avesse fatto il suo dovere. Ci sono squadre, e giocatori, che incontrano bruscamente il proprio limite proprio quando credono di averlo superato. Sara Errani, la nostra coraggiosa e brava tennista, si stira in finale a Roma nel tentativo di stare incollata a quel “mostro” (in senso tecnico-atletico) della Williams. Alessio Cerci invece “telefona” a Rosati la direzione del suo calcio di rigore mezz’ora prima di tirarlo. In Europa League ci va alla fine il Parma, imbottito di “vecchie glorie” viola (si fa per dire). Unica consolazione, al Milan ci ha pensato san Giovanni, per una volta attento alle cose del calcio.
Finisce un campionato dalle molte sfaccettature, ma ci sarà tempo e modo di parlarne in seguito. Comincia una lunga estate, in parte distratta dal mondiale brasiliano, in parte dalle “sirene” che arrivano ad inquietare il riposo del guerriero viola. Ci sarà tempo e modo di riparlare anche di questo. Speriamo che, come dice una celebre canzone partenopea, sian tutte parole d’amore.

Buona estate a tutti.

sabato 17 maggio 2014

Intrigo internazionale: abbattete Silvio Berlusconi!


Sembra la trama di un romanzo di Jan Fleming o di John Le Carré. Alcuni funzionari di governi europei non meglio identificati avvicinano un Segretario del Tesoro americano per un colloquio estremamente riservato. Argomento, un complotto per destabilizzare la situazione economica di un altro paese europeo, fino a farne cadere il governo e a sostituirlo con un altro a loro gradito.
Non sono le avventure di James Bond agente 007, né quelle di George Smiley il cacciatore di spie. E’ tutto vero, sta scritto nelle memorie di Tim Geithner, ex Segretario del Tesoro nella prima amministrazione Obama.
Si chiama Stress Test, riflessioni sulla crisi finanziaria. E’ destinato a diventare uno dei memoriali più famosi di questo scorcio di ventunesimo secolo. L’ex funzionario di governo americano racconta tra le altre le vicende di quell’autunno 2011 in cui esplose la grave crisi finanziaria dell’Unione Europea, ed essa “chiese” ad alcuni stati membri di sostituire i rispettivi governi – ritenuti responsabili della situazione – con altri a cui le potenze continentali egemoni, la Germania di Frau Angela Merkel e la Francia di M.sieur Nicholàs Sarkozy, avevano conferito la patente di virtuosità.
Abbiamo sospettato in molti che qualcosa fosse andato in controtendenza a quanto previsto dagli ordinamenti giuridici, e che per quanto riguarda l’Italia la Costituzione fu tirata quantomeno per i capelli proprio da chi avrebbe dovuto vigilare sul rispetto di essa, sia formale che sostanziale. Le memorie di Geithner aggiungono retroscena che configurano un intrigo internazionale degno di Hitchcock, alimentando le accuse di colpo di stato da parte di chi, come l’ex premier italiano Silvio Berlusconi, si trovò - dans l’espace d’un matin, per dirla alla Sarkozy – dalle stelle di Palazzo Chigi alle stalle di responsabile unico di una crisi che aveva avuto origine altrove,  in ambienti finanziari più simili alla Spectre acerrima avversaria di 007 che a quei circoli finanziari a cui si continua a guardare come attori principali del circolo virtuoso o vizioso dell’economia europea e mondiale. O da parte di chi, come tanta gente comune, si ritrovò al ritorno dalle vacanze del 2011 senza lavoro, senza più risparmi, senza futuro, perché “l’Europa ce lo chiede” (Giorgio Napolitano, cit.).
Tm Geithner racconta come in quella tarda estate 2011 gli emissari di Merkel & soci contattassero il presidente Obama affinché appoggiasse una eventuale decisione del Fondo Monetario Internazionale di chiudere i rubinetti del credito ad alcuni paesi, tra cui l’Italia. Obama rifiutò, preferendo – a detta del suo ex Segretario al Tesoro – la via di una exit strategy dalla crisi fianco a fianco con la B.C.E. guidata dall’italiano Mario Draghi. Le parole di Geithner, avallate da Obama, furono: “non possiamo avere il suo sangue (di Berlusconi, n.d.r.) sulle nostre mani”.
La citazione riecheggia molto una analoga di Ponzio Pilato allorché lasciò Gesu Cristo al destino per lui deciso dai sacerdoti del Tempio. In questo caso, dai sacerdoti di una economia internazionale drogata dai titoli tossici sui mercati azionari. Come Pilato, Obama si limitò a “lavarsi le mani”, ma almeno di fronte alla storia – o a una probabile cambio di strategia politica nei confronti dell’Europa, che sembra piuttosto il motivo reale dell’uscita di queste memorie di Geithner e dell’avallo che hanno avuto dalla nuova amministrazione americana -  può dire adesso di essere rimasto estraneo a quanto successe. Merkel e Sarkozy andarono a dritto, con l’appoggio di alcune istituzioni italiane, che chiesero la testa di un governo democraticamente eletto e misero al suo posto un altro, una specie di Quisling adattato ai tempi, con la pretesa di una “salute pubblica” tutta da discutere.
Più che i commenti di un Berlusconi che adesso finalmente può reclamare giustizia storica – quella prima o poi non si nega a nessuno – sono interessanti quelli di alcuni analisti internazionali, che hanno cominciato a parlare senza mezzi termini di qualcosa molto simile ad un “colpo di stato”. Lo fa Edward Luttwak, il più celebre politologo americano che intervistato dalla RAI ha dichiarato che “il complotto fu ordito da Sarkozy e Merkel con l’appoggio di molte persone in Italia”. Un nome su tutti, tra quelli fatti dall’analista statunitense: Giorgio Napolitano. Secondo Luttwak, «ciò che accadde non fu un vero e proprio colpo di Stato ma un complotto dietro le quinte non so quanto in linea con la Costituzione». In altre parole, il Presidente della Repubblica (che doveva essere il garante della nostra sovranità) partecipò attivamente a un'operazione organizzata da governi stranieri, tesa a eliminare il premier italiano legittimo e sostituirlo con un altro gradito dai mandanti internazionali. 
Ancora più clamoroso ciò che ha scritto l’inglese Ambrose Evans-Pritchard, uno dei massimi analisti di economia internazionale, in un articolo pubblicato ieri sul prestigioso The Telegraph. Partendo dalle memorie di Tim Geithner, egli scrive che «ciò che ha rivelato l'ex ministro americano concorda con quanto noi sapevamo all'epoca circa le manovre dietro le quinte e l'azione sui mercati obbligazionari. Io ho sempre trovato bizzarro ciò che accadde. Fino a poco tempo prima l'Italia era ritenuta un esempio virtuoso, uno dei pochissimi Stati dell'Ue che si avvicinava a un surplus del bilancio primario (….)  e non era in grave violazione del deficit». Poi, aggiunge, invece: «La crisi italiana dell'autunno 2011 fu scatenata dalla Bce che alzò per due volte i tassi provocando una profonda recessione double-dip (il tipo di recessione che segue le fasi di limitata crescita artificiale). Eppure, la colpa di questo disastroso errore politico fu fatta ricadere sul governo italiano». In altre parole il famoso imbroglio dello spread, con il quale si manipolò l'opinione pubblica facendo credere che il nostro Paese fosse a rischio default, fu costruito per generare una pressione politica violentissima contro Berlusconi e il suo governo.
Evans-Pritchard è netto: quello che è avvenuto contro Berlusconi «è uno scandalo costituzionale di prim'ordine (….) ciò che fu fatto in Italia così come in Grecia con la destituzione del premier Papandreou furono colpi di Stato sicuramente nello spirito se non anche nel diritto costituzionale».
Tutte queste analisi ed accuse più o meno esplicite individuano, per restare nel nostro paese, una serie di responsabili di una azione politica che , alla luce di normali nozioni di educazione civica quali la stessa scuola dell’obbligo una volta forniva senza bisogno di approfondimenti di diritto costituzionale, può configurarsi in un range di fattispecie che vanno – a seconda della sensibilità democratica e giuridica di ognuno – dalla “Costituzione tirata per i capelli” del prudente Luttwak all’attentato alla Costituzione (con relativa opportunità di messa in stato di accusa degli autori) della parte in causa Silvio Berlusconi.
Due considerazioni oggettive. Parte in causa lo siamo tutti, in quanto cittadini di un paese in cui nell’autunno 2011 la normale prassi costituzionale e le regole di vita democratica sono state sconvolte, assieme al nostro modo di vivere nell’economia domestica e nella macroeconomia. L’altra, piaccia o no, è che c’è un responsabile principale di qualsiasi cosa sia andato storto nel rispetto della nostra Costituzione, ed è colui che aveva giurato di proteggerla e di farla osservare a chiunque. La replica del Colle arrivata oggi, “nessuna pressione, Berlusconi lasciò in piena libertà”, è tardiva e assolutamente non convincente. Non ci crede, azzardiamo, nemmeno il cane di Berlusconi.

Dal dibattito interno ed internazionale rinfocolato dalle memorie di Tim Geithner si attendono peraltro ulteriori sviluppi, che del resto non attengono a questioni accademiche circa la tenuta di un archivio di storia, né al semplice destino di un singolo un uomo politico. La questione in ballo è la fine della democrazia e della sovranità popolare. Né più o né meno.

lunedì 12 maggio 2014

La battaglia del divorzio

FIRENZE – Era il 12 maggio 1974, esattamente 40 anni fa. L’Italia si mise al passo con i paesi a democrazia avanzata recuperando in un colpo solo due istituti che per la nostra sensibilità moderna caratterizzano il grado di civiltà di un paese. Oggi li diamo per scontati, allora non era così. Gli italiani dovettero andare alle urne per confermare o meno la norma presentata quattro anni prima dal deputato socialista Loris Fortuna e dal collega liberale Antonio Baslini, che introduceva nel nostro ordinamento giuridico il divorzio e che fu approvata il 1 dicembre 1970 con legge n. 898.
Marco Pannella manifesta a favore del divorzio
Per il diritto romano, di cui l’Italia si era sentita a torto o a ragione per secoli la principale erede, il divorzio era un istituto normale e di uso comune, sia nella forma consensuale che unilaterale (in tal caso assumeva il nome di ripudio). Analoga consuetudine vigeva presso quei popoli germanici che a lungo ebbero rapporti di vicinato con l’Impero e che poi ne ereditarono popolo, governo e territorio dopo la caduta. A quell’epoca, però la Chiesa cattolica aveva già organizzato il proprio corpus dottrinale ed il proprio potere temporale, operando una drastica revisione di molte di quelle che per i romani antichi erano state regole di civiltà.
Per i Cesari, il matrimonio era stato nient’altro che un contratto di diritto privato tra i tanti che sono ammessi dal diritto naturale e da quello positivo. Per i Papi che ne ereditarono il potere, esso fu trasceso a sacramento, “l’uomo non separi ciò che Dio ha unito”, il matrimonio era un vincolo indissolubile che non poteva essere più sciolto, in nessun caso.
La situazione rimase tale fino alla Riforma Protestante, che riportando la dottrina cristiana al Vangelo grattò via tutte le incrostazioni dottrinali successive alla predicazione originaria di Cristo, preparando la strada alla laicizzazione del diritto. Il processo fu completato dalle grandi rivoluzioni liberali dei Sei-Settecento, culminate nella Grande Rivoluzione francese che reintrodusse una serie di istituti di diritto civile al bando da quasi quindici secoli. Tra essi il divorzio, che fu poi regolamentato nel Codice Napoleonico, la base del diritto privato moderno per la maggior parte dei paesi europei e del resto del mondo.
La Francia ebbe il divorzio già nel 1972, i paesi anglosassoni seguirono a ruota, alla metà dell’Ottocento Gran Bretagna, Stati Uniti e Commonwealth britannico ebbero le loro leggi in materia. Nell’Impero Germanico esisteva una legislazione base in materia di divorzio fin dai tempi di Martin Lutero. La Svizzera calvinista arrivò un po’ in ritardo, ai primi del ‘900. Belgio e Olanda pragmaticamente adottarono il Codice Napoleonico fin da subito. Nel 1902 all’Aja fu firmata una Convenzione internazionale che obbligava i paesi di tutta Europa ad adeguare la propria legislazione. Rimase lettera morta in molti paesi, tra cui l’Italia, fino a dopo la Seconda Guerra Mondiale.
Amintore Fanfani segretario D.C. e leader anti-divorzista
La Costituzione repubblicana del 1948 obbligava lo stato italiano ad ammodernarsi, ma fino a tutti gli anni sessanta quello stesso stato fu restio a provvedere. La cultura cattolica imperante vedeva di malocchio non solo il divorzio, ma in generale una liberalizzazione dei costumi e una democratizzazione della vita politica e civile degli italiani. Tanto più in presenza del maggior partito comunista d’occidente, che poteva beneficiare – come in effetti successe – del vento progressista.
Il 1970 fu l’anno della istituzione delle Regioni e anche della istituzione del Divorzio. La Costituzione veniva finalmente attuata in tutte le sue previsioni, il decentramento istituzionale e la liberalizzazione della società sconvolsero il quadro politico e l’assetto sociale. Delle forze politiche esistenti, la maggior parte dei partiti era restia a prendere posizione in merito al divorzio lasciando sostanzialmente libertà di coscienza agli iscritti, anche se non sfuggiva a nessuno il beneficio insito in una simile battaglia di libertà e progresso. A difendere le ragioni della conservazione della famiglia tradizionale “blindata da Dio” rimasero solo Democrazia Cristiana e Movimento Sociale Italiano, che si imbarcarono in una battaglia di retroguardia rivelatasi fatalmente perdente.
Amintore Fanfani legò il suo nome e quello del partito di cui era segretario al SI all’abrogazione della legge Fortuna-Baslini. Il referendum abrogativo era un altro strumento di democrazia che il legislatore italiano aveva esitato a lungo a concedere al popolo, intuendone le potenzialità devastanti per lo status quo. C’era un unico precedente, ancorché di fondamentale importanza storica: il referendum per la scelta tra Monarchia e Repubblica che nel 1946 aveva cambiato il volto dell’Italia per sempre. Fu la più strenua oppositrice di questo istituto di democrazia diretta, la Democrazia Cristiana, ad attivare irrevocabilmente lo strumento che completava la restituzione del potere al popolo italiano. E ne pagò le conseguenze in prima persona.
il voto nelle varie Regioni
Il 12 maggio 1974 la D.C. tentò di rimobilitare le masse cattoliche per una nuova battaglia di fede simile a quella che nel 1948 aveva sbarrato la strada al Fronte Popolare social-comunista. “Dio ti vede nella cabina elettorale, Stalin no”, era stato lo slogan di allora. Stavolta la scelta venne posta tra chi era a favore della famiglia e chi era per la sua distruzione. Ma il tempo non era passato invano e la discriminante decisiva fu più che altro tra cattolici progressisti e non. A votare andò l’87,7% degli aventi diritto, il quorum fu ampiamente raggiunto. Di questi aventi diritto il 40,9% si espresse a favore del Si, cioè dell’abrogazione, il 59,1% decretò la vittoria del NO.

L’Italia entrò così nel novero dei paesi civili, precedendo di poco gli ultimi paesi cattolici Spagna, Portogallo, Irlanda. Per la D.C. la sconfitta fu cocente. La carriera politica di Amintore Fanfani arrivò al capolinea, i suoi successori si trovarono ad affrontare un’onda lunga progressista che portò nel giro di due anni il P.C.I. ad una avanzata elettorale clamorosa, vicina ad un pareggio che avrebbe reso il quadro politico italiano ed internazionale drammaticamente sconvolto. Il Partito Radicale, che aveva condotto in prima persona con il suo leader Marco Pannella la battaglia divorzista, cominciò la sua lunga stagione riformista che avrebbe fatto largo uso dello strumento brevettato quel 12 maggio. A colpi di referendum, l’Italia nei successivi 40 anni sarebbe cambiata – è il caso di dire – radicalmente.

La Signora della Lampada

di Paola Stillo

«Gli infermieri lavorano con grande passione e guadagnano stipendi da fame». E’ uno dei J’accuse ricorrenti a proposito dei mali della nostra sanità di Gino Strada, forse l’ultimo e sicuramente il più celebre paladino del servizio pubblico ai tempi dell’aziendalismo imperante. E’ anche la frase che più di ogni altra dà il senso più profondo alla celebrazione odierna del 12 maggio, la data nella quale in tutto il mondo si celebra la Giornata dell’Infermiere, ricordando la nascita di Florence Nightingale.
Florence nacque il 12 maggio 1820 a Firenze in una ricca e agiata famiglia inglese, il padre William Edward Nightingale erede di latifondi e miniere, ma anche brillante intellettuale e uomo politico progressista, le diede il nome di Florence in ricordo di questa città, così come chiamo Parthenope la sorella maggiore in onore a Napoli dove nacque.
Il nome di Firenze era già stato legato alla storia della sanità, poiché qui nacquero già al tempo di Dante i primi ospitali che la munificenza dei ricchi signori fiorentini (tra cui la famiglia Portinari alla quale apparteneva la Beatrice a cui il Sommo Poeta dedicò l’intera sua arte) mettevano a disposizione dei poveri perché vi ricevessero conforto, sostegno e quelle cure mediche che erano disponibili contro le malattie dell’epoca. Era destino quindi che la vita e l’opera di colei che rivoluzionò l’assistenza sanitaria e creò la professione di infermiere prendesse le mosse da qui.
Intellettualmente dotata e insofferente della rigida vita riservata alle donne del tempo, la sua fama popolare inizia con la coraggiosa e indomita azione di denuncia delle condizioni igieniche in cui versavano i soldati inglesi e i loro alleati nelle caserme in India e negli ospedali da campo; sarà la guerra di Crimea (Turchia 1854-1856) a consacrarla eroina nazionale. La Nightingale diventata nel frattempo amica del ministro della difesa Sidney Herbert ottenne il permesso di recarsi nelle zone di guerra insieme a 38 infermiere volontarie da lei personalmente addestrate, sbarcando nell’ottobre del 1854 nel porto di Scutari (moderno Uskudar).
Nell’ospedale trovarono circa 3200 feriti di guerra ammassati a centinaia in grandi stanzoni sporchi, denutriti e soli. In tale situazione igienica, le malattie trasmesse e le ferite infette erano la causa di morte di gran lunga prevalente tra i soldati. Fu in Crimea che Florence si guadagnò il posto nell’immaginario collettivo che tutt’ora occupa: la signora con la lampada,così la chiamavano i soldati, quella che rimaneva a lavorare con i feriti fino a notte fonda quando tutti gli altri, medici e infermieri, erano crollati per la stanchezza.
Fu lì che mise a punto la sua teoria del nursing che costituisce il fondamento dell’assistenza infermieristica moderna: cinque requisiti essenziali che un ambiente deve possedere per essere salubre: aria pulita, acqua pura, sistema fognario efficiente, pulizia, luce; aggiunge anche requisiti come silenzio, calore e dieta e contatto umano. A pensarci oggi sembrano cose ovvie, banali. Non lo erano, erano invece la base di una nuova professione, indispensabile al mondo nuovo che stava cominciando, alla pretesa dell’essere umano di essere diventato civile. Come risultato del intervento di Nightingale e delle sue infermiere la mortalità tra i soldati, in sei mesi, scese dal 40% al 2% che lei documentò in maniera precisa e accurata facendo uso di statistica e grafici.
Rientrata in patria, il 24 giugno 1860 inaugurava la sua scuola per infermieri al St. Thomas Hospital di Londra, la prima a fornire educazione laica con elementi metodologici per l’assistenza e il tirocinio presso lo stesso ospedale. Per questi ed altri meriti, fu la prima donna a far parte della Società Reale di Statistica, a ricevere l’Ordine al Merito e a collezionare più onorificenze di quante lo spazio qui consenta di ricordare. Quando morì, nel 1910, la sua famiglia rifiutò nientemeno che la proposta di seppellirla nell’Abbazia di Westminster, dove riposano i grandi della storia inglese. A Firenze, nella Basilica di Santa Croce, tra i grandi della storia di Firenze c’è un monumento con la sua statua.

Se oggi Florence Nightingale fosse ancora viva guarderebbe con orgoglio la lunga e difficile strada che fino ad oggi gli infermieri italiani hanno percorso arrivando fino alla formazione universitaria, e si unirebbe certamente a Gino Strada ed a tutti gli infermieri e medici che non riconoscono più nel sistema sanitario attuale i valori fondanti le loro professioni. Un sistema sanitario dove la sofferenza dell’essere umano è merce, dove si guarda al profitto e alla riduzione dei costi a scapito della qualità e della dignità.

domenica 11 maggio 2014

Tutti al mare

Mettiamoci nei panni di questi giocatori. Qualcuno ha già prenotato le vacanze, e non sta più nella pelle contando giorni, ore e minuti che lo separano dalla partenza. Qualcun altro aspetta la rispettiva “lista dei 30”, sperando di salire a bordo dell’aereo per il Brasile. Per quanto in molti casi improbabile a verificarsi, la speranza è sempre l’ultima a morire, e farsi male proprio adesso sarebbe una beffa.
La tua società ti chiede di andare a giocare a Livorno, perché il quarto posto è tutt’altro che matematico. L’Inter ci sta con il fiato sul collo, grazie anche alla figuraccia con il Sassuolo. Te devi smettere di rovistare nei cassetti alla ricerca del costume da bagno, e andare a preparare la borsa. E anche la testa.
Ci vuole coraggio per scendere in campo contro questo Livorno, che si gioca l’ultima infinitesimale speranza di rimanere in Serie A. Gli amaranto hanno quella motivazione che nasce dalla forza della disperazione. Sono i famosi “occhi della tigre”, quelli che li faranno avventare su ogni palla come se fosse l’ultima. Perché è l’ultima davvero. I viola al contrario hanno gli occhi di chi vorrebbe essere altrove, e invece ha dovuto rimandare il “rompete le righe” perché il professore ha voluto fare un’ultima “verifica”. Ci si gioca la promozione all’anno prossimo, non è il caso di scherzare.
Il professore, Vincenzo Montella, ha fatto fuoco e fiamme per tutta la settimana. I suoi nervi hanno dovuto resistere alle sollecitazioni di una finale di Coppa Italia dove è successo tutto fuorché quello che aveva immaginato e sognato (anche in piccola parte per responsabilità sua), poi di un finale di stagione cominciato male contro una pericolante che dopo un’ora te ne aveva già ammollati quattro in casa tua e c’è stato bisogno di rischiare il gioiello in restauro, Pepito Rossi, per limitare i danni. E per finire, di un durissimo faccia a faccia a distanza con la società che alla luce di certi precedenti non prometteva – e non promette – niente di buono.
Quando si approssima la stagione del calciomercato, alla Fiorentina succedono sempre fenomeni strani. Direttori sportivi fanno un passo indietro (anche perché non hanno ancora il contratto rinnovato) e commercialisti e ragionieri si prendono le luci della ribalta. Ci sarà anche un progetto tecnico, ma se ad illustrarlo si manda Cognigni e Mencucci è inevitabile che si finisca a parlare piuttosto di quanti bei verdoni offre il Barcellona per Cuadrado che di come giocheremo all’attacco la prossima stagione.
Vincenzo Montella è uno che legge. Sicuramente sul suo comodino ci sono i commentari della Guerra Civile che oppose Claudio Cesare Prandelli a Don Diego De La Valle all’epoca della fine del “primo progetto”. Non venne, non vide e soprattutto non vinse nessuno, meno che mai la Fiorentina intesa come squadra. Tutto cominciò con un gioco delle parti innescato da un allenatore che voleva dei rinforzi. Il padrone gli disse di stare zitto e pensare a fare l’allenatore. L’allenatore la prese male, il ragioniere gli disse di trovarsi un’altra squadra, il padrone fece orecchi da mercante, arrivò la Federazione che si prese Cesare, noi ci prendemmo Sinisa, la squadra era bollita, da rinnovare, non fu rinnovata e per un puro miracolo non finì in serie B nel giro di due anni.
Vincenzo Montella a regola conosceva bene quel De Bello Civili. Sapeva cosa sarebbe successo a sollevare in pubblico la questione dei rinforzi. A dire che questa squadra più di così non può fare e che se non viene rinforzata il suo ciclo può darsi che sia già finito. Sapeva che i ragionieri l’avrebbero rampognato e la stampa schierata l’avrebbe accusato di ingratitudine. Sapeva di ritentare il gioco che non era riuscito a Prandelli con unico vero alleato Daniele Prade’, oltre al pubblico fiorentino che si è affezionato in questi due anni ad una squadra che ha rialzato l’asticella dell’orgoglio viola, pur con tutti i difetti di uno schema di gioco monotematico.
A quanto pare, al netto di cosa succederà per Cuadrado, per ora Montella la sta spuntando. Anziché accusarlo di essere in trattativa con mezzo mondo, la Fiorentina sta pensando ad accontentarlo. Andrea Della Valle  ha blindato tutti, e ha convocato Prade’ per il rinnovo. Quanto a Cuadrado, lì ci sono in ballo plusvalenze forti. Il colore dei soldi a Viale Manfredo Fanti è sempre stato più intenso del colore viola. Difficile che le ragioni tecniche prevalgano su quelle della cassa.
Chissà dunque che il gol segnato oggi all’Ardenza dal fuoriclasse colombiano, gol che vale la matematica certezza del quarto posto per la Fiorentina, non sia stato l’ultimo con la maglia viola. Montella ce l’aveva messa tutta per orientare a suo favore non solo il risultato finale di questa partita ma anche il giudizio complessivo della critica e dei tifosi. Nelle ultime partite il tecnico di Pomigliano d’Arco si è reso conto che le risorse d’attacco viola consistono essenzialmente nei numeri del colombiano, oltre che nei minuti giocabili accumulati nella gambe dell’unico altro fuoriclasse gigliato, Giuseppe Rossi.
Così oggi, oltre a ricevere una fascia di capitano assegnata molto intelligentemente, a fare il nueve – molto meno falso di altri tentativi nel corso della stagione – c’è finito ancora Juan Guillermo, e ogni volta che ha avuto un pallone minimamente giocabile i risultati si sono visti. Quando poi l’assist gli è arrivato da un piede altrettanto fatato del suo, quello di Pepito, è arrivato anche il sospirato gol, che ha reso la gita al mare dei tifosi viola decisamente più piacevole, malgrado il tempo incerto. Lo ripetiamo, vendere questo giocatore è da incompetenti (di calcio), a meno che il progetto dei Della Valle sia sostanzialmente identico a quello della partner Udinese. Un gran giro di quattrini e incidentalmente qualche buon giocatore e qualche discreto risultato.
Chi è andato in campo, comunque, il suo dovere oggi l’ha fatto, e non era facile. Il Livorno aveva il sangue agli occhi, e trattandosi della squadra che ci aveva già massacrati all’andata al Franchi, privandoci soprattutto di un Rossi meritatamente capocannoniere, la circostanza era assai preoccupante. Oggi di Rinaudo ce n’erano in campo undici, malamente supervisionati da un arbitro tra i meno capaci di quanti ne abbiamo visti in tanti anni di serie A. Non sbagliare nulla in modo eclatante, ma sbagliare quasi tutto sistematicamente è un’impresa riuscita al sig. Piero Giacomelli della sezione di Trieste come a pochi altri. E’ vero che bisogna mettere nel conto anche queste cose, tuttavia portare a casa ventidue gambe sane e salve da Livorno oltre ai tre punti oggi è stato un risultato non da poco.
Nella tonnara dell’Ardenza, la Fiorentina si è fatta apprezzare anche per alcuni timidi tentativi di superamento del tiki taka, con verticalizzazioni improvvise che hanno quasi commosso chi disperava di rivederne mai più. Con un attacco riorganizzato nella prossima stagione questa potrebbe essere un’arma in più, per una squadra che al di là della sfortuna e di altri tipi di avversità affrontati in questa ha avuto un rendimento significativamente altalenante tra trasferta, dove ha conseguito il record di vittorie, ben 10, e casa, dove ha collezionato fin troppe sconfitte, ben 6.

Manca l’ultimo appuntamento, la kermesse casalinga contro il gemellato Torino che ha bisogno di punti in chiave Europa League, e poi ognuno potrà raggiungere l’agognata destinazione, sia essa una spiaggia nostrana o un campo da gioco brasiliano. La parola passerà a ragionieri e commercialisti. Una prospettiva che, dopo dodici anni e zero titoli, pensiamo di poter considerare per niente allettante. Sono gradite le smentite.

mercoledì 7 maggio 2014

Sciocchezzario di Coppa Italia

Mentre proseguono le indagini sulla Coppa insanguinata, e siamo già arrivati al punto ormai ben noto in cui – secondo costume inquirente – non si sa più chi ha sparato a chi, ci corre l’obbligo di condurre una operazione di servizio civile. Non potendo più fare alcunché per risollevare l’immagine dell’Italia, al cui affossamento definitivo ha probabilmente provveduto egregiamente il capannello sportivo - istituzionale raccoltosi attorno alla figura di Genny ‘a carogna (a proposito del quale il mondo politico e giudiziario è tra l’altro impegnato nell’avvincente dibattito circa la definizione della posizione passata, presente e futura nei riguardi del casellario giudiziale), si ritiene di poter comunque aiutare il nostro paese a toccare il fondo più in fretta (a fini di una eventuale per quanto sempre meno probabile risalita) dando conto di una serie di posizioni pubbliche assunte da figure di altrettanto rilievo e spessore nel nostro panorama istituzionale, politico, civile, sportivo, giudiziario, e chi più ne ha più ne metta.
Giancarlo Abete e Giorgio Napolitano
Cominciare dal Presidente della Repubblica è un obbligo costituzionale, oltre che morale. Giorgio Napolitano a margine della finale di Coppa Italia risoltasi in una comparsata quale non si vedeva dai tempi di Masaniello (o secondo alcuni, di Pulcinella) ha dichiarato, con la consueta retorica di ispirazione risorgimentale: “I club (sportivi, n.d.r.) non scendano a compromessi con i teppisti”.
Caro Presidente, forse nella concitazione del momento e nel veder coinvolta quella città a Lei notoriamente molto cara e di cui porta il nome che si snoda ai piedi del Vesuvio, Le sarà sfuggito un particolare. I club non hanno rilevanza costituzionale nel nostro paese e quindi non rientrano tra i soggetti verso i quali la nostra Carta fondamentale ha inteso dotarLa del cosiddetto “potere di esternazione”. Vi rientrano invece a pieno titolo tutte le istituzioni pubbliche repubblicane, sottoposte alla vigilanza esplicita ed implicita della Sua che è la massima carica dello Stato e vincolate peraltro – diciamo così – “statutariamente” dai codici penale e civile a non scendere mai a compromessi con quei soggetti di diritto privato che Lei ha inteso ricomprendere nella categoria “teppisti”.
Del resto, va detto, non si può fare sempre d’ogni erba un fascio, e nel nostro ordinamento giuridico il precedente ha pur sempre il suo peso. Se nel caso della trattativa Stato-Mafia qualche “forma interpretativa” del suddetto principio più adeguata ai tempi – difficili – che abbiamo vissuto e stiamo vivendo si è dovuta trovare, al punto di dover disturbare sia pure per atto dovuto il Suo austero ufficio, figuriamoci se si può esser fiscali con chi per il proprio di uffici si reca a parlare con Genny ‘a carogna. Ma a meno che il Presidente del Consiglio incaricato da Lei recentemente abbia in serbo una riforma costituzionale assai più creativa di quella già presentata alle Camere ed al Paese, i club ancora non hanno sostituito le istituzioni repubblicane (anche se molti ormai dei quotidiani in edicola leggono solo le pagine sportive, et pour cause). Che forse, sempre nella concitazione del momento, erano le corrette destinatarie della Sua esternazione.
Marek Hamsick e Genny 'a carogna
Sempre per rimanere in ambito istituzionale, spiccano per singolarità le dichiarazioni, affidate come ormai di consueto nell’era della politica virtuale e della civiltà cibernetica a Facebook dal Governatore della Regione Toscana – forse interessata alla finale di Coppa Italia per competenza territoriale – Enrico Rossi. Andiamo a leggere: “45 milioni all'anno per l’ordine pubblico negli stadi. Soldi a carico di tutti a differenza di quanto avviene all'estero dove a pagare sono le società di calcio. Se poi i risultati sono questi sono soldi buttati via. Facciamo anche noi come in altri paesi e diamo queste risorse alla sanità o al trasporto pubblico”.
Ora, per quanto la scelta del social network come mezzo di comunicazione notoriamente favorisca se non induca al rilascio di amenità con scarso margine di controllo, è sempre bene, caro Governatore, documentare un minimo anche queste amenità che si “postano” – anche qui riteniamo – nella concitazione del momento. A quanto risulta a chi ha un minimo di studi giuridici – se non di viaggi più o meno organizzati e non esclusivamente di piacere – alle spalle, nei cosiddetti “paesi civili” (ma sull’appartenenza a tale categoria c’è da discutere e, conoscendoLa, si discuterebbe senz’altro) organizzazione e mantenimento dell’ordine pubblico sono funzioni tipiche e competenze specifiche dei soggetti pubblici. Leggasi autorità di pubblica sicurezza. L’intervento privato è quasi sempre demandato in deroga a tale principio a milizie assoldate più o meno a titolo personale laddove invece narcotraffico, malavita organizzata a vario titolo, ricchezza personale smodatamente accumulata in mezzo a miseria abissale e/o terrorismo anch’esso più o meno organizzato lo rendano opportuno, in concomitanza con forme statali più o meno fatiscenti (qualora qualcuno ravvisi nella precedente descrizione realtà riconducibili al nostro paese, ogni riferimento è, almeno nelle intenzioni di chi scrive, puramente casuale).
Quanto alla Sanità ed al Trasporto pubblico, caro Governatore, consenta anche a chi scrive un’amenità. Conoscendo come vanno le cose in quei settori dell’Amministrazione della Sua e di altre Regioni, forse è meglio che quei 45 milioni di euro continuino ad essere spesi per l’ordine pubblico, dove almeno la televisione le “carogne” ce le rende visibili.
E veniamo alle affermazioni di un ispettore della Digos - rimasto comprensibilmente anonimo – rilasciate alla testata Il Secolo XIX. Riportiamo fedelmente: “Perché parliamo con la Carogna? Perché una mano lava l’altra, meglio fare una brutta figura che correre il rischio che qualcuno si rompa la testa. E poi sono quelli che se ne stanno con il culo al caldo che la chiamano figura di merda, chiaro? La Carogna ha fatto da tramite, non c’è stata nessuna trattativa. Si, anche io lo faccio sempre, lo faccio al telefono, anche durante la partita. Sono allo stadio per garantire l’ordine pubblico. Gli Ultras? Ma quali delinquenti……Mi risulta che quel signore, la Carogna, avesse scontato il suo Daspo, quindi allo stadio ci poteva stare”.
Ecco, riteniamo superfluo commentare le parole di questo signore il cui nome rimarrà ignoto e che verosimilmente è un collega dell’Ispettore Raciti ucciso a Catania qualche anno fa da quello Speziale il cui nome campeggiava sulla maglietta del privato e libero cittadino sig. Carogna. Un agente della Polizia di Stato italiana, e non della polizia borbonica di re Franceschiello, o del Papa Re al tempo di Porta Pia. Ci limitiamo ad osservare che alla luce di queste affermazioni, viene da chiedersi se le 30.000 magliette ordinate a Napoli come replica di quelle del sig. Carogna abbiano per caso avuto l’autorizzazione preventiva della locale Questura. Così, sempre per garantire l’ordine pubblico, per carità. O almeno quello che intendono da quelle parti per ordine pubblico.
Achille Serra, delegato della Lega Calcio ed ex Prefetto di Firenze, ha comunque fiancheggiato l’ignoto collega. “Impossibile filtrare bombe e striscioni”, dice Serra. Se siete ancora in linea, non chiedetevi allora perché per entrare allo stadio Franchi a Firenze praticamente vi ignudano, vi fanno depositare anche gli accendini Bic e vi aprono le bottigliette di acqua minerale. Forse si vedono meglio di uno dei missili stinger lanciati dai colleghi napoletani dalla Curva Nord dell’Olimpico. Ma non è tutto, l’ex Questore và giù deciso: “Non mi vergogno di andare a parlare con i capi della tifoseria per chiarire quello che è successo (sic!) e chiedere calma. Farlo, per un poliziotto, è doveroso”. No comment.
Chiudiamo questa carrellata tornando ad un presidente, benché onorario e di una società sportiva. Che ha ritenuto di accogliere l’accorato appello del Presidente Napolitano, manco fosse una carica dello Stato anche lui. Parliamo di Diego Della Valle, che ha chiosato sui fatti dell’Olimpico come segue: “Io ero lì a Roma, sapevo le cose che stavano accadendo dal telefonino di una persona vicino a me, ma non sapevamo di più (….) Firenze è una città che ama il calcio, quando arrivammo noi c’erano piccoli gruppi di tifosi piuttosto “caldi” ed abbiamo spiegato che noi volevamo occuparci di una società che fosse protagonista di uno sport sano con valori veri e la città ha capito subito; i tifosi viola si sono comportati sempre molto bene. Il colloquio tra Hamsik e i tifosi? Noi capivamo poco dalla tribuna (….)  Pasqual a colloquio con Genny ‘a Carogna? Noi non lo avremmo mai mandato, né io né mio fratello. Sabato sera le autorità hanno fatto bene a rimanere sedute ma adesso si devono muovere e trovare delle soluzioni da adottare contro certi episodi”.
Caro Dott. Della Valle, dalle immagini che sono andate in mondovisione tutti hanno potuto vedere che sabato sera a Roma c’erano solo due persone sedute, mentre succedeva quello che succedeva, tra cui l’abbandono dei vostri 30.000 tifosi (che forse avevano pagato con valuta di minor pregio rispetto ai dirimpettai napoletani) all’oblio totale. Queste due persone erano lei ed il Presidente del Consiglio Matteo Renzi (forse anch’egli aggiornato approssimativamente dal telefonino di qualche amico). E lo siete rimasti fino alla fine dello psicodramma orchestrato dalla Carogna & C. senza muovere la parte del corpo accomodata sulla poltrona dello stadio. Mentre il suo omologo De Laurentiis non mollava un attimo autorità civili e sportive, lei e suo fratello sorridevate alle telecamere come turisti giapponesi in gita o fedeli polacchi a Roma per assistere alla canonizzazione di Papa Woytila.
Quanto a Pasqual, se lo lasci dire caro della Valle. Non c’è bisogno di mandarlo a parlare con nessuno, perché a Firenze gente come Genny ‘a carogna non c’é. Nun ce sta, per dirla nella lingua ufficiale della Federcalcio. La Coppa è andata a Napoli perché era chiaro che altrimenti nessuno sarebbe uscito con le ossa intere da quello stadio. Nessuno di quelli tenuti dentro un cancello chiuso, intendiamo, gli altri potevano andare invece dove volevano, e l’hanno fatto. E questo è quello che ci hanno guadagnato i tifosi viola a comportarsi bene.

Grazie dott. Della Valle, ce ne ricorderemo. La prossima volta che le viene voglia di far scrivere a qualcuno dei suoi dipendenti che “potrebbe stancarsi e lasciare la Fiorentina”, faccia una bella cosa. Pensi che potrebbe essere la gente di Firenze a stancarsi di lei. Cosa succede in quel caso, chieda a Pontello. Dovrebbe ricordarselo ancora molto bene.