giovedì 31 luglio 2014

DIARIO VIOLA: A San Paolo una Fiorentina bella e sprecona

Sarà anche un momento difficile per il calcio brasiliano, il 7-1 subito dalla Germania pesa, malgrado le parole dolci di Mario Gomez, il tedesco più diplomatico che ci sia. Ma la passione della torcida non è venuta meno, a giudicare dagli oltre 20.000 che assiepano gli spalti del Estadio Municipal Paulo Machado de Carvalho, detto anche Pacaembu (dal nome del quartiere di San Paolo su cui sorge) per questo Palmeiras – Fiorentina, secondo test match per i viola nel quadro della Coppa Euroamericana 2014.
Era lo stadio del Corinthians fino a poco tempo fa. Per i più giovani, o per chi avesse la memoria corta, il Corinthians era la società che vendette alla Fiorentina dei Pontello nell’estate del 1984 nientemeno che Brasileiro Sampaio Souza de Oliveira detto Socrates. Quell’immenso talento che a Firenze ballò appunto una sola estate, pur tuttavia lasciando dietro di sé tanto rimpianto e tanta simpatia. Sono tre anni che il Dottore, il Tacco di Dio come lo chiamavano da queste parti, a casa, sua, ci ha lasciati. Chissà se oggi sarebbe venuto a vedere la sua vecchia squadra. Crediamo proprio di sì, pare che chi ha indossato la maglia viola non la scordi più, sviluppando una specie di saudade a rovescio.
Il grande Julio Botelho aveva in camera un labaro viola, lo si scoprì quando passò a miglior vita nel 2003. Avrebbe fatto 85 anni due giorni fa, lui ci sarebbe stato sicuramente sugli spalti del Pacaembu. C’era comunque suo figlio Carlos, che ha fatto volentieri da anfitrione alla Fiorentina in questo soggiorno paulista. Con lui Leandro Amaral, vecchia piccola gloria viola, capitato a Firenze nel momento sbagliato, quello del crepuscolo di Cecchi Gori, ma rimasto anche lui in un angolino del cuore dei tifosi anche perché legò il suo nome a quello che a tutt’oggi resta l’ultimo successo in una competizione ufficiale della Fiorentina, A.C. o A.C.F. che sia.
Per una società ed una squadra che di titoli ne hanno ancora zero ma di voglia di far bene ne hanno dimostrata e ne dimostrano tanta, questa Coppa Euroamericana è un bel banco di prova ed un ottimo palcoscenico. La cornice di pubblico, come si è detto, non manca. Il pallone in Brasile è un virus che risiede nel sangue e per il quale non esiste antidoto. La gente affolla malgrado tutto gli stadi per divertirsi e dimenticare vecchi e nuovi problemi. La Fiorentina per fortuna è in condizione di onorare l’impegno, lasciando al Palmeiras i tre punti ma mettendo in mostra un gioco apprezzabile anche per i palati fini paulisti.
Montella lascia in tribuna a firmare autografi Mario Gomez, il match winner di La Plata, e ripresenta al suo posto Pepito Rossi. Diciamo subito che il tormentone dell’estate non soltanto di Cesare Prandelli ma anche di quanti tengono ancora alla maglia azzurra e alle quattro stelle che vi sono cucite sopra vale il prezzo del biglietto. Il gol più brasiliano della partita lo segna lui, innescato alla perfezione da Babacar, con un tocco delizioso di esterno sinistro sul portiere in uscita. Gli applausi della torcida avranno fatto fischiare sicuramente le orecchie a qualcuno in riva al Bosforo, malgrado la distanza geografica ed umana.
Per il resto, la Fiorentina schiera in campo tra i pali un Neto che avrebbe preferito non incassare i due gol del Palmeiras, e almeno il primo avrebbe potuto evitarlo, come Zoff in Argentina una quarantina di anni fa. Ma siamo all’avvio della stagione, e il portierino viola è un diesel, le sue prestazioni migliorano con l’andare del tempo, si è visto nella scorsa stagione. Dietro di lui poi non è che al momento ci sia di meglio, se non nella nostalgia. Sebastien Frey in questi giorni è a Firenze, ma in gita di piacere e nulla più.
Anche gli altri sono quelli della scorsa stagione, nel bene e nel male. Hegazy è una piacevole sorpresa, che dà abbastanza sicurezza e rende meno spasmodica la necessità di ridisegnare la difesa, dove peraltro Pasqual e Tomovic si mettono come al solito in luce da centrocampo in avanti e molto meno quando sono indietro. Cercasi terzino disperatamente.
In mezzo, Mati Fernandez per ora offre più fumo che arrosto, sicuramente va meglio però dei due oggetti misteriosi Bakic e Lazzari. Meglio di tutti, per il poco che si è visto stasera, Piccini. In avanti, in attesa che la miglior forma torni ad assistere un Joaquin per il quale purtroppo gli anni passano inesorabili, solite note per Ilicic, costantemente messo in crisi dai dirimpettai brasiliani che hanno almeno una marcia in più, e Babacar, che se continua a mangiarsi ancora gol già fatti presto dovrà mettersi a dieta.
Il risultato finale di 2-1 per i padroni di casa tutto sommato non è male, se si considerano le almeno sei occasioni non trasformate dai viola, un paio almeno clamorose. La formazione come detto è rimaneggiata, Montella sembra aver voluto schierare le seconde linee per mostrarne più che altro le lacune.  Basterebbe veramente poco, sembra dire alla società il tecnico di Pomigliano d’Arco, per fare quel benedetto salto di qualità che i tifosi sognano, autorizzati tra l’altro da un Giuseppe Rossi che trasforma in oro tutto quello che tocca.

Stai a vedere che Cesare Prandelli ha fatto un piacere a Firenze risparmiando il suo talento migliore per la stagione che viene. Com’è lontano il Bosforo…..

martedì 29 luglio 2014

DIARIO VIOLA: Da San Paolo a Roma via Cuadrado

La stagione viola, che tutti si augurano ancora più lunga e densa di impegni (e di risultati) della precedente, comincia dall’altra parte del mondo. E comincia bene. L’Argentina è un paese dalle mille suggestioni, non solo nel calcio. Andare a dare spettacolo nella terra dei Gauchos, è sempre un avvenimento, specialmente adesso che loro sono vicecampioni del mondo e noi siamo ripiombati in una zona grigia della nostra storia calcistica che forse non ha precedenti nemmeno negli anni “azzurro tenebra” tra il Cile nel 1962 e la Corea del Nord nel 1966.
Eppure la Fiorentina, in formazione rimaneggiata causa vacanze post-mundial, rinnovi contrattuali e prove tecniche di cambio modulo da parte di Montella, porta a casa un ottimo esordio al primo turno di questa Coppa Euroamericana 2014 che la vede impegnata contro l’Estudiantes di La Plata. Squadra che evoca suggestioni dentro suggestioni. Ricordi di una Coppa Intercontinentale giocata nel 1969 contro il Milan. Giocata si fa per dire, in campo volarono botte da orbi, fu definita una delle più violente partite dell’intera storia del calcio. Il Milan si aggiudicò il trofeo, malgrado le botte argentine, ogni ben di dio che volava giù dagli spalti della Bombonera, l’Estadio Alberto Jacinto Armando di Buenos Aires dove si giocava per l’occasione, e l’arresto del rossonero Nestor Combin all’aeroporto con il pretesto della renitenza alla leva.
Altri tempi, altro mondo, altro calcio. Adesso l’Estudiantes è semplicemente la terza squadra del campionato argentino, dietro River Plate e Boca Juniors (la società che ha ospitato i viola nella prima parte di questa trasferta sudamericana). Niente di eccezionale, i migliori argentini giocano indubbiamente in Europa, ma quanto basta per testare cuore e gambe dei nostri eroi dopo le partitelle con i dilettanti della Val di Fassa e dintorni.
Mancano Cuadrado, in ferie dalla Colombia giunta ai quarti di finale ai Mondiali ed in attesa di sapere dove ripresentarsi il 5 agosto, e Aquilani, che le ferie le ha fatte in Brasile grazie a Prandelli che proprio non lo vedeva e che adesso aspetta di sapere se andrà a buon fine il rinnovo contrattuale. Occasione per vedere all’opera dunque alcune “pianticelle” nel frattempo cresciute come quel Bernardeschi Federico di cui si è parlato un gran bene in quel di Crotone dov’era in prestito, o quel Khouma El Babacar che viene da 20 gol segnati a Modena.
Più quel Brillante di nome e di fatto che viene dalla Terra dei Canguri e che ha tolto subito dal volto dei tifosi qualsiasi smorfia di perplessità con la sua prestazione fatta di qualità e di sostanza. Joshua Brillante è uscito dal gruppo, per dirla con Enrico Brizzi, nel senso che si è messo in mostra agli occhi di Montella. Se il buongiorno si vede dal mattino, il centrocampo viola – che già era uno dei punti di forza della squadra - ha un’arma in più.
Ha vinto con merito la Fiorentina a La Plata, capoluogo della Provincia di Baires, grazie al gol dell’unico tedesco che finora non aveva sorriso, in questa estate di weltmeistershaft. Mario Gomez sembra ritrovato fisicamente, e con la voglia di spaccare il mondo. La sua rete è stupenda, innescata da Bernardeschi alla perfezione e conclusa con un contropiede travolgente, una sterzata secca davanti al portiere e un tiro che non lascia scampo.
A chiudere un attimo gli occhi, ricorda quella che aveva illuso tutti a Torino a marzo, consegnando momentaneamente la qualificazione ai quarti di Europa League alla Fiorentina contro la Juventus, prima del Pirlo Show. Oppure, ma qui bisogna andare veramente indietro ad un’epoca ormai favolosa, quella di Roberto Bettega, sempre da queste parti, con cui l’Italia mise in ginocchio un’Argentina che voleva diventare campione del mondo per la prima volta, e che tirò un sospirone di sollievo a non ritrovarsi di nuovo gli azzurri in finale ai Mondiali del 1978.
Bando ai ricordi, che possono anche far male. Facciamoci invece del bene sognando cosa può diventare questa Fiorentina se recupera tutti i suoi acciaccati della scorsa stagione. A San Paolo del Brasile, dove giocherà la seconda partita contro il Palmeiras, la Viola dovrebbe ricomporre finalmente quel duo delle meraviglie che abbiamo visto solo due volte un anno fa circa, prima che pedate contro ginocchia facessero strage dei migliori investimenti dei Della Valle. Se Pepito Rossi ha la stessa voglia di Mario Gomez, anche per rispondere nel modo migliore a Cesare Prandelli e alle sue “delusioni umane”, può darsi che se ne vedano delle belle.
Se poi la mission impossible di Andrea Della Valle andasse a buon fine, con Juan Cuadrado – o JC11 come lo chiamano adesso le nuove generazioni di tifosi cresciuti a pane, calcio e playstation – allora si che le cose si farebbero interessanti. La strategia della società di Viale Manfredo Fanti è quella di trattenere il colombiano ancora per un altro anno, magari accordandosi fin d’ora con la società compratrice, una riedizione insomma degli affari Toni 2007 e Jovetic 2013.
Se Cuadrado ci sta e le ginocchia di tutti reggono (un salto a Montesenario in questo senso non guasterebbe, di ritorno dal Sudamerica) nei prossimi mesi potremmo vedere una Fiorentina ancora più forte di quella della passata stagione. E chissà che qualcuna delle sue concorrenti non stia perdendo terreno. A Torino, per esempio, per il momento c’è poco da stare Allegri, il gioco di parole è scontato quanto si vuole, ma i campioni d’Italia potrebbero rimpiangere il tecnico pluriscudettato e dalla celebre pettinatura che ha da poco salutato tutti.
A proposito di concorrenti (visto che con buona pace di Sky nominalmente nell’alta classifica c’è anche la Fiorentina), escono i calendari e per i viola c’è subito la Roma all’Olimpico. O bene bene o male male, si direbbe. Prima che il vittimismo riprenda puntuale a serpeggiare nella tifoseria dopo la pausa estiva, vorremmo dire che i casi sono due, e tutti e due in mano saldamente ai nostri eroi in maglia viola ed al loro condottiero Montella: se la squadra è forte, la Roma prima o poi la devi trovare, o prima o dopo non fa nessuna differenza. Se non lo è o mantiene delle lacune, come si è visto nella passata stagione anche un Cagliari ti può far vedere i sorci verdi, e in casa tua.

Domani sera a San Paolo intanto esame di calcio brasiliano, test attendibile anche in questi tempi di magre verdeoro. Dopo Batistuta, a seguire con affetto i viola in tribuna ci sarà Carlos Botelho, figlio dell’indimenticabile Julio, detto Julinho. In attesa poi del 5 agosto, quando dovrebbe ricomparire la nostra grande bellezza, JC11. Il suo agente è già a Firenze, e qualcosa lascia intuire che molti giochi possano essere già stati fatti. Stiamo a vedere, chissà che, come era d’uso dire qualche stagione fa, il miglior acquisto non ce l’abbiamo già in casa.

Mese decisivo per la Concordia e Piombino

10 febbraio 2014
articolo profetico......

Stai a vedere che raddrizzarla è stata la parte più semplice del lavoro. Il 15 settembre scorso nelle acque dell’Isola del Giglio fu realizzato quello che fino ad allora avevamo visto soltanto al cinema. Il colosso del mare naufragato sugli scogli dell’isola al largo delle coste toscane, che giaceva ferito a morte disteso su un fianco, fu riportato in linea di galleggiamento grazie ad un’impresa condotta da un consorzio dove enti pubblici nazionali e locali, ditte private specializzate in salvataggi marini e la stessa Costa Crociere proprietaria del relitto lavorarono insieme come si vede fare soltanto nei grandi kolossal hollywoodiani. E il risultato fu il lieto fine che in quei film non può mai mancare, preparato da un anno e mezzo di lavoro coordinato dalla Regione Toscana e favorito da una fortuna che non si dimenticò di aiutare gli audaci in quella circostanza.
Le immagini della Costa Concordia rimessa in piedi commossero il mondo, riportando la mente di tutti alle drammatiche ore del naufragio, della morte di oltre 30 passeggeri crocieristi, della vicenda del comandante che abbandonò la nave in spregio a qualsiasi regola della marineria e su cui la magistratura sta ancora indagando, e chissà per quanto e con che esito. Assorbito l’impatto emotivo, per tutti cominciò poi la parte più oscura e più difficile dell’opera, quella che secondo i programmi (ed a riflettori spenti) consentirà di mettere in grado la grande nave di raggiungere la sua ultima destinazione, quella in cui verrà smantellata e indirizzata all’eterno riposo.
E’ cominciata allora una partita doppia, che si gioca in parte alla luce del sole e in parte nel mondo sotterraneo delle lobbies. Secondo il cronoprogramma, la Costa e tutte le autorità interessate si sono date dodici mesi di tempo per portare via dal Giglio la Concordia, che dovrebbe partire per il suo ultimo viaggio a settembre 2014. Ciò presuppone che venga messa in condizione di navigare, con degli appositi galleggianti da fissare alle paratie, quella sana e quella squarciata. E presuppone anche di avere allestito un apposito cantiere nel porto in grado di accoglierla.
Se le idee progettuali circa la rimozione della nave sono chiare da tempo, sulla scelta del porto vige tutt’ora una suspence tutto sommato abbastanza sorprendente. Dal giugno scorso infatti, sembrando accogliere e fare propria una proposta ispirata principalmente dal buon senso, il governo italiano ha destinato circa 130 milioni di euro per l’adeguamento del vicino porto di Piombino alle necessità indotte dall’allestimento di un cantiere capace di ospitare la Costa Concordia ed i macchinari necessari a smontarla.
Scelta già fatta quindi, verrebbe da pensare. Lo impone del resto la ragionevolezza: il porto della penisola toscana, imbarco privilegiato per l’Elba, le isole dell’Arcipelago e la Sardegna, è il più vicino al luogo del naufragio e consentirebbe di ridurre al minimo la durata del trasferimento ed il conseguente rischio di sversamento in mare del contenuto non proprio biodegradabile del relitto attraverso le sue falle non richiuse. Per lo stesso motivo è stata tra l’altro scelta la data di fine settembre, per non compromettere la stagione balneare che porta su quelle coste ed in quelle acque centinaia di migliaia di persone.
Scelta già fatta, dicevamo? Macché. In realtà non esiste nessuna decisione ufficiale del governo italiano e della Costa circa il luogo dell’ultima dimora della nave da crociera. Incredibile ma vero. Regione Toscana, il cui Presidente è stato commissariato dal governo a tale scopo, ed Autorità Portuale di Piombino in qualità di ente attuatore stanno allestendo un porto-cantiere (che tra l’altro dovrebbe restare come struttura qualificante in dotazione permanente alla cittadina marittima) senza nessuna certezza effettiva circa la scelta finale, che dovrà essere adottata, sempre secondo cronoprogramma, alla fine di marzo da un joint committee formato dal Dipartimento Nazionale Protezione Civile e dal management della Costa Crociere.
Il fatto è che il business comprensibilmente legato al disfacimento della Concordia fa gola a molti, praticamente tuti i porti del Mediterraneo si sono fatti avanti. Un po’ come successe – ci sia consentto il paragone irriverente - per l’edizione della Coppa America di vela organizzata nelle acque europee dal Consorzio di Bertarelli qualche anno fa. L’attività di lobby procede quindi frenetica di pari passo a quella di chi sta aprendo i cantieri a Piombino, e gioca le sue carte nelle commissioni tecniche e nelle maglie della normativa bizantina a cui nemmeno una gestione commissariale, cioè dotata di tutti i poteri straordinari consentiti in caso di emergenza dalla legge vigente, riesce realmente a derogare.

A Piombino si gioca un pezzo del futuro della Toscana, e come sempre il suo destino verrà deciso altrove. I cantieri dovrebbero essere aperti comunque entro questo mese, per rispettare la scadenza finale di settembre. Il porto sarà ingrandito con l’aggiunta di un bacino di carenaggio e di un cantiere capace di ospitare una nave grande come il leggendario Titanic. Ma fino alla fine del mese successivo non sapremo se questa opera ingente sarà l’ultima casa della Concordia o resterà almeno nell’immediato come una delle tante cattedrali nel deserto italiane.

sabato 26 luglio 2014

Storia dei Mondiali di calcio: Brasile 2014

Brasil. Da quando le nazioni della Terra avevano ripreso a confrontarsi sul campo di calcio invece che su quello di battaglia, si era diffusa rapidamente una nuova mitologia. Si narrava di una terra favolosa, dove tutti sapevano giocare a calcio, dove tutti giocavano a calcio meglio di chiunque altro sotto il cielo. La Terra degli Dei del Pallone.
Da quando Amerigo Vespucci aveva esplorato per primo le sue coste, seguito poi dal portoghese Pedro Alvares Cabral che ne aveva preso possesso in nome di Sua Maesta Manuel I O Venturoso re del Portogallo con la benedizione di Papa Alessandro VI Borgia, erano passati esattamente quattrocento anni il giorno in cui lo studente paulista Charles Miller aveva riportato dall’Inghilterra, dove studiava in un college, due palloni e le regole del football, dando ufficialmente inizio all’epopea del calcio brasiliano.
Negli anni della Preistoria, il Brasile era salito alla ribalta solo in occasione di una comparsata ai mondiali francesi del 1938 dove aveva raggiunto la semifinale, da cui era uscito sconfitto per mano dell’Italia poi divenuta campione del mondo. La storia vera e propria della nazionale carioca era cominciata nel 1950, quando aveva organizzato in casa propria il primo mondiale del secondo dopoguerra. Era una storia che si sarebbe ammantata appunto di leggenda. Ma come ogni mitologia che si rispetti, prese il via da un peccato originale. Il Maracanazo.
O Maracanazo
La squadra di casa, capitanata dal mitico Danilo, pensava di fare un sol boccone del resto del mondo, vendicando la sconfitta anteguerra dell’altrettanto mitico Leonidas. Nella partita conclusiva, giocata nel nuovo stadio di Rio de Janeiro, il Maracanà costruito apposta per l’occasione, le bastava un pareggio contro l’Uruguay. Ma la celeste aveva giocatori altrettanto mitici, e con Schiaffino prima e Ghiggia poi gelò l’entusiasmo del più grande e più potente vicino, catapultandolo nella disperazione più nera.
Il Brasile mantenne il tempio del calcio malgrado l’esordio maledetto, cambiò casacca alla Nazionale che si era macchiata della sconfitta con gli uruguagi, dal bianco al verdeoro, e si rituffò a capofitto nelle competizioni internazionali, convinto che prima o poi la gloria sarebbe arrivata a risarcirlo con gli interessi. E la gloria arrivò, insieme alla Perla Nera, Pelé, O Rey, ed a tutta una generazione di fenomeni che venne a vincere il primo mondiale in Europa, impresa mai più eguagliata da nessun’altra squadra. Dalla Svezia del 1958 alla Corea del 2002 il mito del Brasile pentacampeao, del paradiso del futebol, fu costruito anno dopo anno, vittoria dopo vittoria da una serie infinita di fuoriclasse da fare invidia a qualsiasi altro paese.
Ma c’era sempre quel peccato originale, come un tarlo fastidioso che impediva di godere fino in fondo di 60 anni di spettacolo e trionfi. O Maracanazo andava vendicato, e poi definitivamente dimenticato, nei secoli dei secoli. Il Brasile voleva un nuovo mondiale in casa propria, e – ciò era sottinteso – voleva vincerlo, anzi stravincerlo. Il sesto titolo avrebbe rafforzato nel ventunesimo secolo la sua leadership sul calcio mondiale. La candidatura fu avanzata negli stessi giorni della conquista del quinto alloro da parte di Ronaldo e soci. Ma c’erano altri candidati forti, come la Germania ed il Sudafrica. Non si poteva dire di no all’Adidas e ad altre multinazionali tedesche, né a Nelson Mandela, così fu trovato l’accordo di far disputare la Coppa in successione nei tre paesi. Ai sudamericani sarebbe toccata nel 2014.
Non c’era che attendere, con la consapevolezza che la ventesima edizione della Coppa F.I.F.A. di calcio sarebbe stata insieme un grande spettacolo ed una pura formalità, almeno per quanto riguardava l’assegnazione del titolo. La Coppa sarebbe tornata nella Terra del Dio Pallone nel giugno del 2014 e vi sarebbe rimasta per almeno quattro anni, nessuno lo dubitava.
Il quadriennio che portò da Johannesburg a Rio de Janeiro fu il periodo di regno della Spagna, divenuta un vero e proprio El Dorado del calcio. Le Furie Rosse vincevano tutto, seguiti a livello di club da Barcellona e Real Madrid. Nel 2012 portarono a casa il secondo Europeo consecutivo, il terzo in assoluto, andando a trionfare a Kiev a spese dell’Italia. Gli azzurri avevano ben figurato contro di loro nella prima partita nel girone di qualificazione, conclusa in parità. Ma nella finale avevano dovuto inchinarsi alla maggior classe spagnola, concretizzatasi in un 4-0 che non ammetteva repliche. La Spagna sembrava l’unico serio avversario del Brasile. I Conquistadores speravano di soggiogare anche la ex colonia portoghese.
L’Italia, che tutto sommato non aveva meritato i quattro gol di scarto dagli spagnoli, proveniva da un quadriennio di luci ed ombre. Il nuovo tecnico, Cesare Prandelli, veniva dalla Fiorentina che aveva guidato per cinque stagioni con buoni risultati che ne avevano fatto l’allenator giovane più promettente del calcio nostrano. Dalla Panchina d’Oro alla panchina azzurra il salto era sembrato breve, anche se favorito da un burrascoso divorzio con i patron viola, i fratelli Della Valle.
Balotelli - Prandelli, Italia a brandelli
Malgrado un esordio infausto contro la Costa d’Avorio, la fiducia in Prandelli riposta dalla Federazione era sembrata ben riposta. L’argento all’Europeo conquistato battendo l’Inghilterra e la fortissima Germania grazie ad un Balotelli in stato di grazia era sembrato un risultato prestigiosissimo, ancorché insperato. Erano perfino passate in second’ordine alcune polemiche circa le scelte sbagliate di Prandelli in finale, allorché si era rifiutato di accantonare alcuni “senatori” acciaccati a vantaggio di nuove e più fresche leve.
Il girone eliminatorio in vista di Brasile 2014 era stato sorteggiato da una mano benevola per l’Italia.  Danimarca, Rep. Ceca, Bulgaria, Armenia e Malta non potevano dirsi avversari trascendentali. Gli azzurri si erano qualificati senza problemi e senza sconfitte, anche se rispetto al biennio precedente era emersa la difficoltà da parte di Prandelli di trovare un nuovo modulo basato su un nuovo gruppo. In una parola, il tecnico azzurro era parso, a torto o a ragione, intenzionato a confidare sugli eroi superstiti di Berlino e sugli estri di Balotelli e Cassano. Quattro anni di esperimenti non avevano prodotto una nuova generazione di fenomeni, tutt’altro.
Nel giugno 2013 l’Italia era stata invitata in qualità di vicecampione europeo alla Confederation’s Cup, il torneo premondiale che si teneva nel paese organizzatore della Coppa del Mondo tra le prime di ogni competizione continentale (la Spagna partecipava come campione del mondo in carica). Il risultato era stato buono, ma con il senno di poi ingannevole. Pareggio ed eliminazione ai rigori con la Spagna in semifinale, vittoria sempre ai rigori con l’Uruguay nella finalina del terzo posto. Il gap con le Furie Rosse e con una selezione come la celeste tradizionalmente ostica e che schierava il gioiello Cavani sembrava colmato. Il problema – lo si sarebbe visto un anno dopo – era che a quel torneo le squadre più forti non c’erano.
La Confederation’s Cup si era conclusa con la vittoria per 3-0 della Seleçao sulla Spagna, a cui la tifoseria locale aveva riservato tra l’altro un pessimo trattamento. I fischi assordanti della Torcida verso quella che sembrava l’avversaria più pericolosa del Brasile lungo la strada per la conquista del sesto Mundial la dicevano lunga sull’aria che tirava nella terra che si preparava a vivere un conto alla rovescia lungo un anno. Ma proprio all’avvio di questo countdown si era registrata la prima incredibile sorpresa.
Il Brasile aveva fama di paese che viveva solo di pallone, per il pallone. E allora come si spiegava la comparsa improvvisa di folle autoctone manifestanti contro il mondiale brasiliano? Di gente che non aveva paura di lanciarsi in gran numero contro i manganelli della polizia per far sapere al mondo che era contraria allo sperpero di denaro (14 miliardi di dollari stimati alla fine dei lavori) per un torneo di calcio, quando il paese si dibatteva più che mai nella contraddizione tra la grande ricchezza di pochi (che ne faceva uno dei paesi maggiormente emergenti, al quinto posto per produzione industriale e al sesto per prodotto interno lordo) e l’altrettanto grande miseria di molti?
La stampa mondiale in gran parte aveva scelto di non spiegare proprio niente, limitandosi ad omaggiare la F.I.F.A. e le stelle del pallone che si apprestavano a dare spettacolo dentro stadi che a poche ore dal fischio d’inizio della gara inaugurale non erano neanche finiti. Mentre una Shakira invecchiata di quattro anni tornava a danzare sulle note di una nuova hit (bruttina, come tutta la cerimonia del resto) composta per l’occasione, affiancata da una ispessita Jennifer Lopez, fuori del Maracanà nelle favelas di Rio ancora polizia e dimostranti se le davano di santa ragione. Ma la stampa aveva occhi e microfoni solo per le forme delle procaci cantanti sul palco, e per Joseph Blatter e Michel Platini (altrettanto procace, se non di più) in tribuna in attesa di Brasile e Croazia che avrebbero aperto la ventesima Coppa del Mondo.
Al mondiale che ha preso il via il 12 giugno, l’Italia era stata sorteggiata in un girone di ferro. Uruguay, Inghilterra e Costa Rica erano avversarie da prendere con le molle e da augurarsi semmai di trovare più avanti. Le 32 partecipanti erano nell’ordine: per l’UEFA Italia, Olanda, Belgio, Svizzera, Germania, Russia, Bosnia-Erzegovina, Inghilterra, Spagna, Grecia, Croazia, Portogallo, Francia; per il CONMEBOL Brasile, Argentina, Uruguay, Colombia, Cile, Ecuador; per la CONCACAF Stati Uniti, Messico, Honduras, Costa Rica; per l’AFC Giappone, Corea del Sud, Australia, Iran; per la CAF Nigeria, Ghana, Algeria, Camerun, Costa d’Avorio.
Shakira canta "La La La", inno dei Mondiali
Le sorprese cominciarono subito. La Croazia mise subito a nudo i difetti di un Brasile allestito per vincere obbligatoriamente con troppi giocatori non all’altezza. Neymar, Thiago Silva, Julio Cesar e poco altro, una serie di comprimari sopravvalutati andarono sotto contro i croati e ci volle tutta l’improntitudine dell’arbitro giapponese Nishimura per trasformare in rigore un fallo fuori area e dare alla Seleçao i primi immeritati e determinanti punti. Negli altri gironi, la sorpresa più grossa la provocò la Spagna, che andata dapprima in vantaggio contro l’Olanda nella prima partita riedizione della finale di quattro anni prima si fece sorprendere da Van Persie e finì per prenderne addirittura cinque. La manita, come dicono gli spagnoli, fu seguita da una sconfitta contro il coriaceo Cile. Clamorosamente i campioni in carica tornavano subito a casa.
Meno clamorosamente, i primi a seguirli furono proprio gli Azzurri. Le cose avevano girato bene alla prima uscita contro l’Inghiterra. Marchisio, Sturridge e Balotelli avevano dato vita ad un 2-1 che aveva complicato la vita agli inglesi e illuso gli italiani. Contro il Costarica Prandelli aveva schierato una squadra sbagliata e senza spina dorsale, dimostrando di non avere portato gli uomini giusti, nemmeno per quel poco che passava il convento del calcio italiano. Sconfitta per 1-0, bissata nello spareggio successivo contro l’Uruguay. Tiri in porta in totale uno solo, inguardabile, ad opera di un Balotelli per il resto da reimpatrio immediato. Con la celeste era finita con il gol di Godin segnato a 10 minuti dalla fine e con il morso di Suarez a Chiellini. Cornuti e mazziati. Mesto ritorno, con il rapper Balotelli a fare il consueto buffone e il fuggiasco Prandelli a fare la vittima incompresa. Che pochi giorni dopo comunque era già sotto contratto con il Galatasaray.
Klose capocannoniere dei mondiali (16 reti in 4 edizioni diverse)
Anche la Germania aveva sfiorato la sorpresa in negativo, andando sotto con il Ghana. Ma proprio in questo momento di difficoltà il suo Mondiale aveva avuto la svolta decisiva. L’ingresso di Klose le aveva valso un prezioso pareggio, e al centravanti tedesco della Lazio aveva fruttato il record di segnature mondiali in coabitazione con l’ex fenomeno Ronaldo. E non era finita qui.
Negli ottavi, la Germania aveva sputato ancora sangue contro l’Algeria prima di batterla ai supplementari. Altrettanto aveva fatto l’Argentina contro la legione straniera Svizzera. Il suo miglior giocatore, non il sopravvalutato Messi ma quell’Angel Di Maria che aveva già fatto la fortuna del Real Madrid le aveva cavato le castagne dal fuoco un minuto prima dei calci di rigore. Nelle altre partite, facile successo della sorprendente Colombia con l’Uruguay privo del cannibale Suarez (squalificato) e con Cavani a mezzo servizio, rimonta olandese nei due minuti finali contro il Messico, vittorie faticose del Belgio sugli Stati Uniti e della Francia sulla Nigeria. Successi infine ai calci di rigore per il Costarica contro la Grecia e soprattutto del Brasile contro il Cile, dopo che Pinilla aveva centrato una traversa clamorosa al 119’. In un clima da psicodramma collettivo Neymar aveva calciato un pesantissimo quinto rigore trasformandolo e Julio Cesar aveva parato il tiro successivo dei cileni.
La ginocchiata micidiale di Zuniga a Neymar
Dopo il Cile, i padroni di casa affrontavano nei quarti la Colombia. Nei primi minuti aggredirono gli avversari assomigliando a tratti al Brasile che tutti credevano di trovare in quel Mondiale, all’altezza del suo passato. Ma era durata poco, la Colombia aveva inesorabilmente scoperto il bluff verdeoro cominciando a giocare ed anche a picchiare. Aveva finito per perdere 2-1, ma Zuniga aveva fatto fuori Neymar con una spaventosa ginocchiata nella colonna vertebrale. Thiago Silvia invece si era fatto fuori da solo. Il Brasile aveva perso in un colpo solo gli unici suoi giocatori di livello mondiale. Negli altri quarti, la Germania aveva costretto all'impotenza la Francia capitalizzando l’unico gol di Hummels. L’Argentina aveva fatto altrettanto con il Belgio, Higuain aveva segnato un gran gol, poi però Di Maria si era fatto male. Mondiale finito, ed era una tegola per i biancocelesti. Infine l’Olanda aveva sprecato come suo solito, riuscendo ad avere la meglio sul Costarica solo ai calci di rigore.
David Luiz, uno dei peggiori di un pessimo Brasile
Semifinali. A Belo Horizonte il Brasile aveva messo a confronto il suo sogno con la realtà della Germania. Per uscirne con le ossa rotte, frantumate. I tedeschi giocavano a memoria, sublimando il ciclo di Loew che ormai durava da otto anni. I brasiliani da troppo tempo si erano illusi di essere all’altezza dei propri sogni, del proprio passato, della voglia di vendicare l’onta del 1950. Dopo un quarto d’ora stavano già sotto 2-0, Klose si era già preso il record di Ronaldo. Dopo 45 minuti stavano 5-0, lacrime brasiliane ed euforia tedesca. Alla fine sarebbe stato 7-1, il Maracanazo era stato cancellato, sì, ma da una disfatta ben più grande, che probabilmente peserà sul futuro sportivo e sociale del paese ospitante per diverso tempo a venire.
Nell’altra semifinale, la paura aveva fatto 90. Argentina e Olanda non avevano tirato in porta una sola volta, preoccupate solo di non prenderle. Alla fine, ai calci di rigore la sorte si era ripresa con gli interessi ciò che aveva elargito all’Olanda nel turno precedente. Argentina in finale, a cullare il sogno di alzare la Coppa proprio nel tempio del calcio brasiliano. Maradona è meglio di Pelé, cantavano i suoi tifosi per le strade di Rio, dove erano giunti in 100.000 nelle ore precedenti la finale. Più che Rio sembrava Buenos Aires. Messi si sentiva già il nuovo Maradona. Peccato che nessuno aveva fatto i conti con una Germania che, stanca di arrivare seconda o terza, di giocare bene e non vincere nulla, stavolta non voleva mancare questo incredibile (ed insperato soltanto alla vigilia) appuntamento con la storia.
Leo Messi, il pallone d'oro più immeritato della storia dei Mondiali
Poco dopo che il Brasile aveva lasciato anche la finalina del terzo posto nelle mani degli orange prendendo altri tre gol (per un totale di 10 in due partite, record assoluto), Germania e Argentina scesero in campo al Maracanà. Cinque titoli mondiali già vinti si disputavano il sesto.  I tedeschi, campioni nel ’54, ’74 e ’90, avevano avuto il controllo del gioco per lunghi tratti senza riuscire a perforare l’arcigna difesa biancoceleste guidata dal fuoriclasse Mascherano. Gli argentini, campioni nel ’78 e nel ’86, avevano avuto però le migliori occasioni, malgrado un Messi deludente come pochi altri nella storia dei Mondiali e l’assenza pesantissima di Di Maria.
Quando già l’arbitro italiano Rizzoli (non impeccabile, ma che aveva distribuito equamente i suoi errori) si apprestava a far tirare i calci di rigore per la terza volta nella storia delle finali mondiali, il golden boy tedesco Mario Goetze aveva trovato la prodezza che valeva per la Germania la quarta stella della sua storia, ponendola al pari dell’Italia al secondo posto nella speciale classifica dei plurivincitori mondiali, una lunghezza dietro al Brasile. E l’orgoglio di essere la prima europea - proprio lì, in casa dello stesso Brasile che si era fregiato da solo di quel record a parti invertite fino ad un attimo prima – a vincere nel continente sudamericano.
Sotto gli occhi attoniti dei presuntuosi argentini e sotto quelli avviliti degli annichiliti padroni di casa, Angela Merkel poteva finalmente abbracciare ad uno ad uno i nuovi eroi della sua nazione. La più bella squadra tedesca di sempre, senza alcun dubbio. Che rimetterà in gioco fra quattro anni a Mosca la Coppa del Mondo alzata da Philip Lahm nel tempio del calcio, nella Terra degli Dei del Pallone.

Auf wiedersen welt fussball.

Il selfie di Angela Merkel con Mustafi


L'arrivo dei Weltmeister a Berlino, Tempelhof

Ancora nel nome del popolo italiano

18 luglio 2013

Scrivevamo tempo fa, nell’articolo In nome del popolo italiano, delle non certo felici condizioni in cui versa la giustizia italiana, l’unica questione tra quelle che sono o dovrebbero essere oggetto di riforma nel nostro Paese su cui si registra – almeno nelle intenzioni – un consenso bipartisan, staremmo per dire una unanimità. Domani è l’anniversario della strage di via d’Amelio, e spiace un po’ dover sollevare l’argomento della giustizia che non funziona proprio a ridosso di un evento simile, che ci ricorda e ci ricorderà fino alla notte dei tempi che è esistito chi ha nobilitato fino ai massimi livelli la professione, anzi diciamo meglio, la missione di magistrato. D’altra parte, se una cosa non funziona, non funziona, a prescindere dall’impegno degli addetti ai lavori. Il discorso vale per tanti altri settori, dalla pubblica amministrazione all’ambito di impiego delle professioni più varie, comprese quelle aventi a che fare con la politica (anzi soprattutto loro).
Il Palazzo di Giustizia di Roma, detto il "Palazzaccio"
Dunque, la giustizia. Argomento delicato, si rischia sempre di urtare delle suscettibilità pericolose. Eppure argomento più che mai d’attualità perché non passa giorno senza che l’attualità stessa incalzi, offrendo nuove testimonianze a proposito di quanto l’amministrazione della legge sia bisognosa di essere riformata. Scrivevamo ieri a proposito delle offese del vicepresidente del Senato Calderoli alla ministro per l’Integrazione Kyenge, vicenda dai molti aspetti scabrosi che abbiamo cercato di riassumere su queste colonne. Non poteva mancare un seguito giudiziario, ovviamente. Il Codacons (ma non era un’organizzazione che per statuto si occupava della tutela dei consumatori?) ha presentato alla Procura di Bergamo un esposto-denuncia contro Calderoli per le offese razziste alla Kyenge, l’ipotesi di reato è diffamazione aggravata da discriminazione razziale.
La vicenda, se prima era scabrosa, adesso – ci sia consentito dirlo – sfiora il ridicolo. La scarsa conoscenza della legge di certi cittadini (o loro associazioni) si somma ad alcune previsioni normative formalistiche che obbligano sempre e comunque all’azione una Procura della Repubblica, a prescindere dalla fondatezza o meno della questione. Risultato? Azzardiamo un pronostico: l’unico certo sarà lo sperpero, per quanto doveroso, di denaro pubblico.
Roberto Calderoli e Cecile Kyenge
Detta in parole povere, il Codacons denuncia le offese razziste di Calderoli, il procuratore di Bergamo è costretto ad aprire un fascicolo. Che poi ne segua qualcosa, è da vedere, perché ci sono due piccoli particolari da tenere in considerazione: il primo è che si tratta di un reato d’opinione, questione assai delicata (come non ha mancato di rilevare il procuratore di Bergamo dott. Dettori) e giustamente trattata con le pinze dalla nostra stessa Costituzione; l’altro è che il presunto reo è un parlamentare, che come dovrebbe esser noto anche ai frequentanti le scuole materne, “non è perseguibile per le opinioni espresse ed i voti dati nell’esercizio delle proprie funzioni” (art. 68 Cost.). Pertanto, almeno per i prossimi cinque anni (salvo rielezione), Calderoli non è perseguibile, e se la sua Camera di appartenenza non lo autorizza, nemmeno indagabile.
La Procura ha l’obbligo dell’azione penale perché qualche cittadino l’ha messa nel mezzo, deve aprire un fascicolo ed assegnarlo a qualcuno dei suoi magistrati, che per poco o per tanto tempo ne risulterà impegnato, fino all’inevitabile nulla di fatto. Inevitabile peraltro anche la reazione dell’opinione pubblica, per quanto solo parzialmente esatta: dice, ma la Procura di Bergamo non ha nulla di più utile da fare? Certo, basta vedere la quantità di cause che ha in arretrato, come tutte le Procure. Anche il Codacons aveva qualcosa di meglio da fare, ma questo è un altro discorso. Qui interessa rimarcare che questo sistema va riformato, altrimenti la giustizia in Italia non esiste più.
Come se il sistema non fosse già abbastanza delegittimato dalle sue oggettivamente cattive regole di funzionamento, ci si mettono anche le prese di posizione di alcuni personaggi che hanno fatto parte di quel sistema, anche se forse il fatto di essere passati alla politica ha un po’ condizionato certi loro giudizi. Così, Antonio Ingroia, ex pubblico ministero di Palermo poi in aspettativa per (tentato) mandato parlamentare e poi di nuovo reintegrato in servizio (ma, come prevede la legge, nell’unica sede in cui non aveva corso alle elezioni, Aosta), ha delegittimato pubblicamente il Consiglio Superiore della Magistratura, accusandolo senza mezzi termini di aver preso una decisione “politica” per punire la sua “non omologazione”. A cosa? Lo lascia immaginare lui stesso, quando dice che il suo desiderio di seguire le orme del “maestro” Borsellino è stato frustrato ingiustamente, che la sua azione antimafia è stata pesantemente ostacolata e che il suo tentativo di passare nel campo del Potere Legislativo è stato anch’esso mal visto dal CSM e di conseguenza punito.
Antonio Ingroia
Accuse non da poco, come si vede, devastanti come il tritolo usato dalla Mafia qualche anno fa. Nel frattempo, il CSM ha disposto la rimozione del procuratore di Palermo Francesco Messineo, proprio per la sua acquiescenza con lo stesso Ingroia che a detta dello stesso Consiglio ha avuto una ricaduta negativa sull’azione antimafia, impedendo tra l’altro la cattura dell’attuale capo dei capi, quel Matteo Messina Denaro che ha raccolto l’eredità di Bernardo Provenzano. Grandi smentite di Messineo e di Ingroia, l’un contro l’altro armati e tutti e due contro il CSM. Basta così? Nemmeno per sogno, Ingroia continua con la sua azione a tutto campo. Ne ha anche per i giudici che hanno assolto il generale Mori e gli altri carabinieri imputati di essere il braccio dello Stato nella presunta trattativa con la Mafia. “Di imperdonabili sbagli a propria insaputa ne abbiamo visti fin troppi, anche i questi giorni”, ha commentato l’ex PM di Palermo. Dimenticando forse che di quel sistema che eventualmente ha sbagliato ne ha fatto parte lui stesso, fino a pochi mesi fa.
Ma l’attacco più duro al sistema, uno di quelli per cui verrebbe voglia di non credere più a niente, è stato portato recentemente da uno dei mostri sacri del mondo giudiziario italiano. Il giudice Ferdinando Imposimato è una figura di prestigio per chi ha frequentato e frequenta le aule di tribunale, e non solo. Attualmente presidente onorario aggiunto della Corte di Cassazione e addirittura candidato alla Presidenza della Repubblica per il Movimento 5 Stelle, è stato giudice istruttore di alcuni dei più importanti processi della storia d’Italia, tra cui per dirne solo due quello sull’attentato a Papa Giovanni paolo II e quello per l’omicidio di Aldo Moro, prima di darsi alla politica (eletto prima alla camera e poi al senato come indipendente nelle liste del PCI).
Proprio sul delitto Moro, Imposimato ha ritenuto opportuno rompere un silenzio quasi trentennale, svelando alcuni retroscena abbastanza gravi in un suo memoriale di recente pubblicazione e facendo riaprire il relativo fascicolo alla Procura di Roma. In sintesi, con stile pari alla tempestività, ha accusato come mandanti del delitto Moro gli ex compagni di partito Giulio Andreotti e Francesco Cossiga, i quali ebbero un interesse coincidente con quello degli Stati Uniti d’America e di alcuni loro alleati quali la Gran Bretagna, e perfino con l’Unione Sovietica (per motivi speculari a quelli delle potenze rivali).
Ferdinando Imposimato
Sull’opportunità di rivolgere accuse così gravi a due persone scomparse (guarda caso soltanto dopo la dipartita dell’ultimo dei due), ognuno tragga le sue conclusioni, morali e civili. Sull’opportunità di riaprire un fascicolo presso la Procura, crediamo si possano fare le stesse considerazioni fatte per quello aperto a Bergamo contro Calderoli. In questo caso, gli storici possono far risparmiar tempo alla magistratura inquirente, che ha senz’altro di meglio da fare. Ciò che disturba di più, è che a leggere ed ascoltare Imposimato sembra di sentir parlare non il giudice istruttore dei maggiori processi politici del XX secolo, ma piuttosto un polemista politico, che non è dato sapere quando e come è venuto al corrente di verità così importanti, e sulla base di quali riscontri.
Dire la verità, se di verità si tratta, 30 anni dopo non serve a niente, così come non servono a niente questi fascicoli aperti a giro per le varie Procure d'Italia. Servirebbe invece che la verità venisse accertata sul momento, e con criteri più oggettivi e prove più certe di quelli adottati in aula in processi - per esempio - come quello cosiddetto di Ruby, dove il PM Boccassini ha potuto smentire il teste principale sulla base di nient'altro che la propria impressione.
Un atteggiamento che potremmo definire quasi "lombrosiano", se non si corresse il rischio di offendere il grande studioso veronese. Oppure servirebbe capire qualcosa di più su vicende come quella degli Ablyazov, i dissidenti kazaki rimpatriati con il beneplacito della Procura di Roma. Vicende molto più attuali, di sicuro significativa della sorte che potrebbe toccare non solo a Berlusconi o a presunti amici o nemici di Berlusconi, ma anche a chiunque di noi in circostanze analoghe. Vicende per le quali (come per altre) non vorremmo dover aspettare 30 anni prima che qualcuno che già adesso conosce la verità ritenga giunto il momento di dircela.

Non è questa la giustizia di cui i cittadini possono aver fiducia, ora come tra 30 anni nel futuro. Questa giustizia va soltanto riformata, radicalmente. Esserne consapevoli è l’unico modo per commemorare degnamente l’anniversario di domani.

venerdì 25 luglio 2014

In nome del popolo italiano

5 marzo 2013

23 marzo 2013, giornata di varie manifestazioni di protesta contrapposte nelle piazze di Roma. Ognuno per sé eDio contro tutti, si intitolava un vecchio film di Werner Herzog. Tutti contro tutti per i motivi più vari, nessuno dei quali abbastanza forte da accomunare tutti quanti in un unico popolo. Eppure, nella lunga lista del cahier des doléances portata nelle piazze c’era almeno un punto che avrebbe dovuto accomunare gli italiani. Tra i tanti motivi che rendono il nostro paese sempre più invivibile, e ultimamente anche poco dignitoso da abitare, sicuramente quello più clamoroso per una nazione che continua a ritenersi civile e che addirittura in questo campo vantava fondati diritti di primogenitura è la Giustizia.
Amanda Knox
28 aprile 2013, di tutti i ministri del nuovo governo presieduto da Enrico Letta che faticosamente è arrivato a giurare nelle mani del Presidente della Repubblica Napolitano, uno di quelli verso la cui azione c’è maggiore aspettativa è Anna Maria Cancellieri. Il suo Dicastero, la Giustizia, è sotto la luce dei riflettori, accesi su quelle cose che questo governo deve assolutamente fare, o rifare, nel tempo di vita che gli sarà concesso. E a ragione.
Triste a dirsi, ma la patria del diritto non esiste più. Avevamo le Tavole della Legge quando gli altri popoli stabilivano il giusto e l’ingiusto a colpi di clava, adesso per chi deve affrontare la giustizia italiana sembrerebbe valere il verso di Dante “lasciate ogni speranza o voi ch’entrate”. Per quanto generalizzare sia sempre pericoloso e ingeneroso, è indubbio che a moltissimi cittadini che hanno avuto a che fare con un tribunale è rimasta la sensazione di essere in balia delle onde, completamente impotenti. Una sensazione che finisce per prevalere su tutto il resto.
Di tutte le funzioni pubbliche repubblicane, l’amministrazione della giustizia è oggi quella che presenta la situazione di maggiore difficoltà. Dai grandi casi di cronaca nera a quelli legati alla criminalità organizzata ed al terrorismo, fino ai casi normali che caratterizzano la vita quotidiana, sono veramente tanti gli esempi del disagio dei cittadini di fronte alla giustizia, e inevitabilmente sovrastano i risultati positivi che dal dopoguerra ad oggi l'Italia ha pur potuto vantare in questo campo. Le cause civili e penali durano in media dai tre ai cinque anni, a seconda della capacità di spesa di chi deve sostenerle.
Alberto Stasi
Nessuno lo dice chiaramente, ma la capacità di un cittadino di avere giustizia è direttamente proporzionale alle sue facoltà economiche. Molti rinunciano, perché anche un semplice parere legale è aldilà delle loro possibilità. I poteri forti, pubblici o privati, lo sanno, e dormono sonni tranquilli proprio per questo. Ricorrere contro un datore di lavoro prepotente oppure un prepotente qualsiasi ma dal portafoglio ben fornito è qualcosa da perderci il sonno, per la parcella dell’avvocato prima ancora che per l’incertezza per la sentenza.
La situazione si fa ancor più seria risalendo fino ai cosiddetti onori della cronaca. Dopo 40 anni, del terrorismo sappiamo tutto, chi militava dove e chi ha sparato a chi. Non sappiamo nulla purtroppo dei mandanti, i veri autori della strategia della tensione. Piazza Fontana impunita, quattro processi per stabilire chi volle morto Aldo Moro e non siamo andati oltre Prospero Gallinari, che si è portato i suoi bravi segreti con sé, nella tomba. La strage di Bologna, quella di Ustica, l’Italicus, il Rapido 904, Giorgiana Masi, il G8 di Genova. La manovalanza ormai la conosciamo tutta, del livello superiore non sappiamo niente. Mani Pulite si è dissolta nel nulla. La criminalità organizzata è stata contenuta, i boss sono finiti in galera, al 41bis. Qui per la verità magistrati di grandissimo valore hanno pagato un prezzo di sangue altissimo per fare il loro dovere. Falcone, Borsellino, Livatino, Chinnici, Terranova e altri, hanno reso questo paese migliore a costo della loro vita.
Piazza Fontana
Invece adesso, altri loro colleghi – dispiace dirlo - sembrano disperdere ai quattro venti la loro eredità, perdendosi in polemiche intestine di cui non si capisce il senso. Menzione a parte merita il fenomeno dei magistrati che saltano il fosso, dal potere giudiziario a quello legislativo. La legge 30 marzo 1957 n. 361 all’art. 8 elenca i casi in cui è ammissibile la candidatura al parlamento di magistrati che si pongono in aspettativa a tale scopo. Tuttavia per magistrati che hanno avuto incarichi o condotto indagini di rilievo nazionale la casistica introdotta dalla norma pare perfino troppo permissiva. Un Violante, un Di Pietro, un Ingroia, adesso un Grasso sono persone che hanno avuto accesso a fascicoli contenenti, tra l'altro, vita, morte e miracoli di molti di coloro che sono poi diventati loro colleghi in Parlamento, o avrebbero potuto diventarlo. Francamente, a prescindere dalle singole persone in questione, tra i tanti conflitti di interesse che propone questa Repubblica quello dei magistrati eletti a una delle due Camere non ci pare di poco conto.
Ma è la cronaca nera forse a presentare il bilancio più inquietante. Dal delitto Montesi che negli anni '50 gettò un’ombra sulla classe politica e sull’alta società di un’Italia in procinto di esplodere nel boom economico, all’omicidio di Pasolini, al delitto di Via Poma, a quello di Marta Russo, a quello di Cogne, a quello di Perugia, a quello di Garlasco, i casi in cui il colpevole è stato assicurato alla giustizia senza che rimanesse ombra di dubbio quanti sono? A ben guardare, almeno per i casi più eclatanti, la risposta non è certo consolante.
Certo, a volte il problema sorge prima di varcare la soglia del tribunale. Indagini condotte in un modo che rende quantomeno perplessi condizionano i procedimenti penali in partenza. Altre volte, invece, non si capisce se la magistratura inquirente e quella giudicante facciano a gara a chi commette più errori. Ogni grado di giurisdizione sistematicamente rovescia il giudizio espresso nel precedente. Per non parlare della beffa, intollerabile per la giustizia stessa e per i contribuenti già abbastanza vessati, dei processi che come quello di Perugia vengono dichiarati nulli, da rifare da capo. Tanto paga Pantalone, del resto il risultato del referendum popolare sulla responsabilità civile dei magistrati proposto da radicali e socialisti dopo il clamoroso Caso Tortora fu letteralmente ignorato dal legislatore (in certi casi i poteri dello Stato sono solidali tra loro).
Ebbene, dopo sei anni e tre gradi di giudizio ne sappiamo meno sulla colpevolezza di Amanda Knox e Raffaele Sollecito che sull’identità dei veri autori della strage di Piazza Fontana, il che è tutto dire. C’è da chiedersi se la Knox tornerà a farsi processare in un paese dove la giustizia viene amministrata così. Negli USA nessuno può essere processato due volte per lo stesso reato. Ma soprattutto, nessuno, vittima o presunto colpevole, può essere preso in giro in questo modo.
A proposito di prese in giro, quando succede che il colpevole venga assicurato alla giustizia, intervengono i cosiddetti benefici di legge a rimetterlo in libertà. Autori di efferati delitti come Erika ed Omar, Pietro Maso, per non parlare del mostro dei mostri, quel Mario Alessi capace di uccidere un bambino di soli 18 mesi dopo soltanto mezz’ora che ce l’aveva in mano, vengono dichiarati ammessi a godere dei benefici di legge previsti e consistenti nel permesso di andare a lavorare fuori dal carcere, oppure perfino nella completa scarcerazione per indulto, grazia o altro. Chi di competenza si difende dando la colpa al Codice Penale, che dopo la riforma del 1989 sembra avere introdotto nel nostro ordinamento una manica talmente larga da consentire questi ed altri che sostanzialmente parlando non possiamo definire che abomini.
I cittadini s'interrogano se il potere conferito dalla normativa introdotta dalla Legge Gozzini di giudicare ammissibile ai benefici un detenuto ritenuto non più socialmente pericoloso, anche se a suo tempo reo di delitti anche efferati (con l’unica eccezione – grazie a Dio – dei detenuti sottoposti a regime di 41bis, cioè i condannati per criminalità organizzata) sia esercitato con la dovuta competenza ed obiettività, e sopratutto con il giusto senso del diritto e della pena. Davanti ai benefici concessi ad Alessi è lecito chiedersi di cosa può aver provato (e proverà in eterno) la mamma del piccolo Tommy.

Al padre di Tommy invece una mano misericordiosa ha risparmiato questo ulteriore strazio. O almeno c’è da sperare che sia così.

L’ultimo viaggio della Concordia

24 luglio 2014

«Ce l’abbiamo fatta, è quasi incredibile», esclama uno dei tanti tecnici sbarcati a terra per l’ultima volta al Giglio dalla Concordia. Sono le 11:00 della mattina del 23 luglio quando la nave dell’inchino salpa per il suo ultimo viaggio. L’aveva detto Franco Gabrielli, direttore della Protezione Civile italiana, «neanche un meteorite può fermarci». Contro una simile determinazione, anche la natura si è arresa, regalando qualche giorno di tregua in una delle estati più funestate dal maltempo che si ricordino a memoria d’uomo.
Sull’isola che all’improvviso ritrova di colpo il suo naturale landscape, regnano una commozione, un groviglio di sentimenti che riassumono sinteticamente tutta questa vicenda. Le parole delle conferenze stampa, che come le onde del mare si accavallano senza posa, servono meno delle espressioni dei volti dei presenti, addetti ai lavori e semplici spettatori. Su di essi si legge di tutto, dall’inevitabile e giusto raccoglimento per le vittime (di cui una, il cameriere Russell Rebello, manca tuttora all’appello), al ricordo della sciagura causata da un qualcosa su cui indagano e indagheranno chissà ancora per quanto le Autorità inquirenti (ma che si può sicuramente rubricare – senza tema di offendere nessuno – come faciloneria umana, resta da stabilire semmai in capo a quanti, dal singolo ai più), all’orgoglio per un’impresa che fino ad ora si credeva possibile soltanto nei film di James Cameron o di Wolfgang Petersen, fino allo stato d’animo contrastante di chi abita su questo lembo di terra in mezzo al mar Tirreno.
L’isola infatti sta tornando quella che è sempre stata dall’alba dei tempi e dalla comparsa della razza umana sulle sue coste fino a Schettino. C’è compiacimento nel vedere il mostro che lascia le sue coste per sempre, ma – inutile negarlo – c’è anche la consapevolezza che se ne sta andando un formidabile polo di attrazione turistica. Diceva un operatore del luogo giorni addietro: «Pare brutto da dire se si pensa a quante vittime ci sono là sotto, ma questa nave ha portato anche soldi».
E’ una vicenda controversa, una delle storie di mare che sarebbe piaciuta tanto a Joseph Conrad. Una storia di vigliaccheria e di riscatto umano. Di grandi capacità tecniche e di contraddittorie attitudini al comando, a tutti i livelli. Dal disaster manager Nick Sloane all’ultimo dei tecnici messi in campo dalla Costa Crociere per il recupero del relitto di questo Poseidon in salsa nostrana, tutti possono vantarsi giustamente di aver realizzato un qualcosa che resterà nella storia. Dopo due anni e mezzo di mortificazione, la compagnia di navigazione ligure torna a rialzare la testa, pur trattenendo il respiro per tutto il tempo che durerà la problematica traversata della Concordia dall’Arcipelago Toscano al porto di Genova, alla fine prescelto per la tumulazione del mostro marino.
Sono ore di giustificata euforia e di malcelata apprensione, quindi. C’è ancora qualcosa che può andare storto, che può turbare l’happy ending malgrado tutto riscritto per questa tragedia del mare ormai vecchia di due anni e passa. Ma se si spostano i riflettori dal livello tecnico a quello di governo, le cose cambiano. E’ una vicenda questa in cui, nei vari livelli della pubblica amministrazione, molti hanno rincorso il Comandante Schettino. Tanto che viene da chiedersi chi c’è a bordo in questo momento sulla plancia di comando e perché.
Qualcuno dovrebbe infatti spiegare il senso dei 130 milioni di euro concessi dal governo italiano un anno fa al porto di Piombino per una ristrutturazione che – a meno di non avere in previsione nei prossimi anni tutta una serie di disastri navali in successione – aveva l’unica ragion d’essere nel dare estremo riposo alla nave ferita a morte e naufragata – tra l’altro – a poca distanza dallo scalo toscano.
Su questa scelta strategica implicita negli atti del governo Letta in carica al momento della concessione dell’ingente finanziamento, il governatore della Toscana Enrico Rossi aveva scommesso il futuro della popolazione piombinese, oltre che il proprio personale. La cittadina marittima ha visto stilare di recente il certificato di morte della Lucchini, l’acciaieria che per generazioni aveva dato lavoro direttamente o con l’indotto a buona parte della gente del posto e per la quale la nuova proprietà russa ha deciso da tempo la dislocazione. La ristrutturazione del porto, finalizzata allo stoccaggio della Concordia, prometteva posti di lavoro ai piombinesi e voti al governatore. Che adesso probabilmente svaniranno nel nulla, in entrambi i casi.
L’attuale governo nazionale, a guida di Matteo Renzi, non ha grande sintonia con quello della regione d’origine del Presidente del Consiglio, non è una novità. Non c’è da meravigliarsi allora se quando Franco Gabrielli ha comunicato il proprio avallo – a prova di meteorite – alla decisione abbastanza sorprendente di spostare la nave verso la più lontana Genova ed in piena stagione balneare nessuno a Roma ha battuto ciglio o mosso un dito. Il governo romano ha lasciato che quello fiorentino andasse incontro al proprio destino, incassando l’ultima di una serie di sconfitte.
Maggior vitalità ha sicuramente dimostrato il governo francese, che per bocca del ministro dell’ambiente Ségolène Royal non ha mancato di esprimere vive preoccupazioni circa la possibilità che dal fianco squarciato della nave in lenta risalita del Tirreno (in questo momento sta passando al largo delle coste della Corsica) fuoriescano tutta una serie di inquinanti che finora erano rimasti gelosamente custoditi al suo interno. Dice la Protezione Civile che non c’è nulla da temere al riguardo, le acque nella scia della Concordia sono pulite. Le migliaia di persone in questo momento malgrado la stagione a bagno nelle acque delle coste toscane non possono far altro che crederci.

E allora non resta che seguire mediaticamente questo trasporto funebre via mare, combattuti in modo analogo a chi era al Giglio ieri mattina tra orgoglio, entusiasmo, preoccupazione e tristezza. Il Poseidon è stato raddrizzato, il Titanic è stato recuperato. Sabato sapremo se il lieto fine è assicurato, al più tardi domenica con l’entrata nel Porto di Genova e l’ultima salva di sirene. Restano nell’ordine 32 vittime, un processo che durerà verosimilmente quanto durano i processi in Italia, e 130 milioni di soldi pubblici. Che hanno fatto la fine che fanno i soldi pubblici in Italia.

Una concordia di breve durata?

18 settembre 2013

«Questa dimostrazione di capacità tecnica e organizzativa che stiamo offrendo alla pubblica opinione mondiale riscatta l’immagine di un’Italia approssimativa e cialtrona e mi inorgoglisce profondamente». Con queste parole Gregorio De Falco, comandante della Capitaneria di Porto di Livorno, ha riassunto ieri il sentimento di una nazione intera nelle fasi cruciali del recupero della Costa Concordia dal rovinoso (anche per l’immagine del nostro stesso paese) naufragio di 20 mesi fa.
Ce lo siamo sempre detti, noi italiani tiriamo fuori il meglio di noi stessi soltanto nei momenti in cui ci ritroviamo con le spalle al muro, quando il resto del mondo scuote la testa con disprezzo assistendo alle situazioni incresciose in cui andiamo a metterci con le nostre stesse mani. Proprio allora arriva puntuale lo scatto d’orgoglio, il colpo di reni che ci riporta a testa alta, a sollevare la Coppa del Mondo o comunque a recuperare un’immagine che sembrava irrimediabilmente compromessa.
Nelle stesse ore dell’impresa della Concordia, il commissario europeo Olli Rehn, che si trova nel nostro paese per una audizione parlamentare, ha commentato l’attuale situazione politica ed economica italiana con parole che pur scatenando le immediate e prevedibili reazioni di un mondo politico sempre pronto a riscoprire l’orgoglio nazionale solo quando coincide con il suo interesse di parte hanno fotografato l’immagine dell’Italia altrettanto bene delle parole del Comandante De Falco. «L’Italia è come la Ferrari per stile e capacità, ma ora le occorre un motore più competitivo, inutile perdere tempo ai pit stop».
Già, il cittadino italiano che ieri si è inorgoglito per il lavoro dei suoi tecnici e delle sue imprese nel recupero del Titanic dei nostri tempi, che aveva smadonnato non poco la domenica precedente per l’ennesima figuraccia della Scuderia del Cavallino Rampante (attardata dal cattivo sviluppo di una macchina non all’altezza del pilota fuoriclasse che la guida, nonché da una strategia fatta di piccolezze, meschinità da automobilisti della domenica che cercano furbescamente di passare prima degli altri al casello autostradale), è lo stesso che osserva attonito l’evoluzione, o per meglio dire l’involuzione di questa XVI legislatura e della crisi politica ed economica che essa non prova neanche a gestire, meno che mai a risolvere. E’ lo stesso anche che puntualmente ad ogni consultazione elettorale manda a Montecitorio e Palazzo Madama una classe politica tra le più neglette della storia mondiale, salvo poi lamentarsene.
Enrico Letta e Giorgio Napolitano
Ogni popolo ha il governo che si merita, diceva un vecchio adagio. La Ferrari ha gli ingegneri che si è scelta, così come l’Italia ha la classe politica che ha votato liberamente. Il paese che lunedi ha tradotto nella realtà in mondovisione un kolossal tra i più spettacolari di sempre è lo stesso che non riesce ad organizzare un minimo di gestione della cosa pubblica che si discosti dal ridicolo. «Se il ridicolo uccidesse, in Italia ci sarebbe una strage», diceva Indro Montanelli. E’ questo che ci meritiamo, l’eterna dicotomia tra l’altare e la polvere, tra le stelle e le stalle, tra il ridicolo e l’orgoglio, tra Francesco Schettino, comandante che abbandona la nave e i suoi passeggeri, e Manrico Giampedroni, ufficiale di bordo che rischia di rimanere intrappolato nel relitto con una gamba rotta perché anziché fuggire come il suo comandante scende una volta di più nella stiva a controllare che non ci siano rimasti passeggeri?
Olli Rehn è finlandese, viene da una realtà in cui lo stato sociale è da tempo un valore acquisito e consolidato, al pari della corretta gestione di bilancio. Che ci paragoni ad una Ferrari è già tanto, i nordici solitamente non ci amano, troppo distante il Belpaese con il suo casino esistenziale dalla Scandinavia Felix con il suo rigore protestante. Le sue parole peraltro misurate hanno già scatenato un putiferio, dal PDL al Movimento Cinque Stelle l’uscita del caporale di giornata Rehn è stata stigmatizzata come l’ennesima ingerenza europea nei nostri affari interni. Come se l’entrata in Europa, in questa Europa ingessata da Maastricht e da Schengen non fosse stata decisa liberamente da un governo altrettanto liberamente eletto dagli italiani. Quello di Romano Prodi e dell’Ulivo, per chi non lo ricordasse.
Oli Rehn
Queste sono le estreme conseguenze, fino all’essere diventati il lebensraum della Germania di Angela Merkel e a subire gli ultimatum sui conti in pareggio di qualunque commissario UE che si trovi a passare di qui, come gli scapaccioni che prendevamo da piccoli ad ogni pié sospinto da genitori meno comprensivi di quelli di adesso. Mal voluto non è mai troppo, recitava un altro adagio. Mal voluto e reiterato, verrebbe da aggiungere. Il governo Letta prende la palla lanciata da Rehn al balzo per ventilare l’aumento dell’IVA al 22% a coprire il mancato introito dell’IMU da esso stesso deliberato. Delle promesse elettorali fatte da dieci e passa liste non si ricorda più nessuno. Il PDL si preoccupa di salvare il suo leader, in sede di trattativa finale accetterebbe qualsiasi cosa. Il PD si preoccupa di sostituire lo smacchiatore di giaguari con il sindaco “asfaltatore”, Letta faccia pure quello che crede nel frattempo, compreso lasciarsi sfuggire in un lapsus freudiano che l’attuale sistema si regge soltanto su lui stesso e Re Giorgio del Quirinale. Il Movimento Cinque Stelle sembra Beppe Grillo dopo essere stato buttato fuori dalla Rai: sparito.
E’ un sistema-paese che da vent’anni si regge solo sul pro o contro Berlusconi. Anche adesso, nella sua crisi probabilmente finale (del sistema-paese, non di Berlusconi), con migliaia di profughi che si riversano ogni giorno sulle sue coste e sulla sua economia da raschio del fondo del barile, l’Italia si ferma per votare l’ineleggibilità di un leader politico che viene eletto da vent’anni al Parlamento a larghissimo consenso. La sensazione è che a questa Italia – come alla Ferrari – serva ben più di un motore, bisogna rifare tutto, dalla catena di montaggio dei singoli pezzi fino all’amministratore delegato. Fino alla proprietà stessa, che nel caso del paese coincide con il popolo.

Centocinquantadue anni dopo l’Unità d’Italia, gli italiani restano ancora da fare, per dirla con la buonanima del Conte di Cavour. Godiamoci il successo della Concordia, e l’orgoglio che giustamente ci ha provocato. Giorni così, da queste parti, è destino forse che se ne vedano pochi. 

Impresa storica, la Costa Concordia recuperata in mondovisione

17 settembre 2013

ISOLA DEL GIGLIO (Grosseto) - Sono le 4 di notte del 17 settembre 2013 quando il capo della Protezione Civile italiana Franco Gabrielli può dare l’annuncio: il giorno che abbiamo sognato tante volte al cinema e mai avevamo realmente pensato che avremmo visto arrivare è questo, e rimarrà nella storia. Il Titanic è stato recuperato veramente, il Poseidon è stato raddrizzato, l’impresa che nessuno aveva mai osato tentare è stata compiuta, in mondovisione.
La Costa Concordia, la nave da crociera naufragata sugli scogli dell’isola del Giglio la notte del 13 gennaio 2012 a seguito del presunto inchino del Comandante Schettino e rimasta per 20 mesi pericolosamente adagiata su un fianco incastrata su quegli stessi scogli, è stata finalmente raddrizzata stanotte, grazie a una immane operazione cosiddetta di parbuckling, la rotazione in assetto verticale per mezzo di cavi d’acciaio ed il successivo zavorramento della fiancata squarciata dall’impatto per mezzo di appositi cassoni di galleggiamento.
L’operazione è stata condotta a termine dal consorzio italo-americano Titan-Micoperi, costituito appositamente per l’occasione e nell’ambito del quale hanno lavorato le maggiori imprese italiane del settore dell’ingegneria navale e dell’indotto, da Fincantieri, a Cimolai, Rosetti, Gas & Heat, Trevi, Fagioli, Nuova Olmec. Il Comandante Gregorio De Falco, che la notte del 13 gennaio 2012 coordinava i soccorsi alla Capitaneria di Porto di Livorno e che stanotte ha seguito sempre alla Capitaneria l’operazione di salvataggio della Concordia, ha potuto sottolineare con soddisfazione e orgoglio il grande recupero di immagine del nostro paese di fronte all’opinione pubblica mondiale ed il fatto che “le energie degli attori in gioco pubblici e privati, quando si integrano, danno i risultati sperati”.
Il Consorzio, incaricato da Costa Crociere e da questa coordinato sotto la supervisione della Protezione Civile nazionale e della Regione Toscana, ha messo a punto infatti un progetto che non aveva precedenti, trattandosi di recuperare dal mare uno scafo di 114mila tonnellate di stazza e 298 metri di lunghezza (20 metri in più del leggendario Titanic), adagiato su un fianco da quasi due anni a subire l’azione corrosiva delle acque marine e nel frattempo incagliatosi sempre più a fondo nella scogliera contro la quale aveva terminato la sua corsa. La scogliera tuttavia ha agito positivamente, impedendo per tutto questo tempo lo scivolamento del relitto alla profondità di 150 metri che si rileva a breve distanza.
Il progetto, come ha spiegato il responsabile dell’operazione per la Costa Franco Porcellacchia, “non ha potuto privilegiare il prezzo più basso, ma esclusivamente i tempi di realizzazione”, finendo per costare circa 600 milioni di euro, interamente a carico della Compagnia. La nave necessitava di essere recuperata dal mare al più presto, in quanto gli studi più recenti dimostravano che la sua permanenza nella posizione del naufragio per un altro inverno ne avrebbe compromesso irrimediabilmente la resistenza strutturale, pregiudicando in futuro qualsiasi operazione di recupero e causando probabilmente un danno ambientale incalcolabile, con sversamento in mare di materiale e sostanze tossiche fino ad ora rimaste all’interno dello scafo.
Il rischio di sversamento, che aveva sconsigliato tra l’altro in fase di progettazione la demolizione in loco del relitto proprio per evitare un inquinamento massivo delle acque del Tirreno, è tutt’ora ipoteticamente presente anche ad operazione ultimata, anche se la responsabile dell’Osservatorio Ambientale sulla Costa Concordia della Regione Toscana Dott.ssa Maria Sargentini ha garantito che le operazioni si sono svolte nel massimo rispetto delle salvaguardie ambientali ed ha escluso la possibilità di verificarsi di danni significativi in tal senso.
L’operazione di parbuckling ha richiesto complessivamente 20 ore, da quando il salvage manager della Titan Micoperi Nick Sloane ed i suoi tecnici hanno preso possesso della control room allestita appositamente in mare a poca distanza dal relitto (aperta con qualche ora di ritardo rispetto al previsto a causa delle avverse condizioni atmosferiche nella notte tra domenica e lunedi) a quando il recupero è stato dichiarato concluso da
Protezione Civile e Costa Crociere.
Le immagini della nave riportata in assetto sono suggestive ed agghiaccianti nello stesso tempo. Alla gioia per la conclusione dell’operazione senza precedenti e perfettamente riuscita – sottolineata dalle sirene suonate dalle imbarcazioni presente e dagli abbracci e dalle lacrime di addetti ai lavori e uomini delle istituzioni – fa da contraltare l’angoscia della rievocazione della tragedia inevitabilmente generata dalla vista della fiancata devastata e mangiata dalla salsedine della Concordia, insieme alla constatazione che i corpi delle ultime 2 delle 32 vittime del naufragio restano tuttora dispersi.
La nave da crociera verrà adesso messa in sicurezza da piattaforme costruite allo scopo e sistemate sotto la sua stiva al fine di permetterne il galleggiamento fino a che non sarà in condizione di essere trasportata alla sua ultima destinazione, il porto in cui verrà definitivamente smantellata. Questa località è stata ad oggi identificata nel porto di Piombino, il più vicino al luogo del naufragio, che verrà ristrutturato ed attrezzato allo scopo con un ingente stanziamento di fondi, circa 130 milioni di euro, messo a disposizione dalla pubblica amministrazione nazionale e locale, anche se qualcuno avanza ancora dubbi circa l’effettiva possibilità e convenienza di questa ulteriore operazione, per la quale il presidente della Regione Toscana è stato nominato
Commissario straordinario. E’ delle ultime ore la candidatura di Napoli (dopo quella di Palermo già scartata), la cui eventualità però al momento viene smentita dalla Protezione Civile, che per bocca del suo responsabile Gabrielli ha confermato – salvo buon fine – la location di Piombino.
Quello che è certo è che la Costa Concordia rimarrà al largo dell’Isola contro la cui scogliera ha avuto termine  la sua ultima crociera fino all’estate del 2014, quando dovrebbe essere stata rimessa in condizione di navigare e nello stesso tempo il porto di Piombino dovrebbe essere in grado di accoglierla per darle l’estremo riposo.

Lance Armstrong si arrende all'anti-doping

24 agosto 2012

Lance Armstrong si è arreso. Come già Geronimo prima di lui, dopo una lunga resistenza ha deciso di consegnarsi alle giacche blu, nella fattispecie la United States Anti-Doping Agency (U.S.A.D.A.), che da dieci anni circa lo accusa di essersi dopato sistematicamente per ottenere i suoi successi leggendari, tra i quali sette vittorie al Tour de France a partire dal 1999 e una medaglia di bronzo alle Olimpiadi di Sidney 2000, e di essere stato addirittura uno dei leaders del sistema americano del doping a fini sportivi, al pari di Marion Jones, l’atleta trovata positiva dopo le stesse olimpiadi australiane e che fu squalificata nel 2007 e obbligata a restituire tutti i titoli e i premi in denaro ottenuti in carriera.
Questo sembra essere il destino anche del corridore texano, che ha rinunciato a opporre qualsiasi azione legale ai procedimenti messi in atto contro di lui dalla U.S.A.D.A, «Arriva un momento nella vita di ogni uomo in cui si deve dire: quando è troppo, è troppo. Per me questo momento è ora. Negli ultimi tre anni sono stato soggetto di due indagini penali federali in seguito alla caccia alle streghe di Travis Tygart». E ancora: «Io so chi ha vinto quei sette Tour. Nessuno può cambiarlo, neanche Travis Tygart».
Travis Tygart, presidente dell’U.S.A.D.A. chiamato in causa da Armstrong che lo ha esplicitamente accusato di persecuzione e di aver messo in piedi procedimenti scorretti e di parte, ha dichiarato dal canto suo: «E' un giorno triste per tutti quelli che amano lo sport. Questo è un esempio che spezza il cuore di come la cultura dello sport del vincere a tutti i costi, se non controllata, supera la giusta, sicura e onesta competizione».
Armstrong, che dice di volersi dedicare d’ora in avanti alla famiglia e alla sua Fondazione contro il Cancro (di cui egli stesso è stato vittima prima di cominciare la serie delle sue passeggiate trionfali sugli Champs Elysées), ha sempre contestato alla U.S.A.D.A .di non essere mai stato trovato positivo ai test anti-doping, ma di essere sempre stato accusato sulla base di prove indirette o testimonianze di colleghi. Tra i quali, per altro, sono spesso corse voci sia di comportamenti illeciti del texano, sia di sue minacce a corridori apparentemente disposti a riferire degli stessi alle autorità sportive.
Tra tutti gli episodi noti, è rimasto famoso ed eclatante lo scontro avvenuto tra Armstrong ed il suo ex-amico e compagno di stanza Tyler Hamilton, in procinto di testimoniare contro di lui. Armstrong minacciò Hamilton apertamente in un ristorante di Aspen, Colorado, di "distruggerlo e di rendere la sua vita un inferno", qualora non avesse rinunciato a testimoniare.
Adesso cala il sipario su una delle vicende sportive più affascinanti e controverse degli ultimi decenni. La statura di Armstrong, nel ciclismo moderno, è pari a quella che potrebbe avere nell’Atletica un Usain Bolt, o nel Basket un Michael Jordan, per fare degli esempi. C’è molta attesa per i provvedimenti che saranno adottati nei suoi confronti, con molta probabilità la revoca di tutti i titoli e i premi vinti e la radiazione perpetua da qualsiasi attività sportiva professionistica.

E non si può fare a meno di ricordare che quel 1999 che vide la sua prima vittoria a Parigi e l’inizio della sua favola sportiva di eroe buono che ha sconfitto prima il male e poi gli avversari fu lo stesso anno in cui era stato appena fermato Marco Pantani al Giro d’Italia per valori ematici fuori regola. La giustizia, anche quella sportiva, a volte segue percorsi tutti suoi.