martedì 30 settembre 2014

Knut

Ogni volta che ripenso a lui – praticamente di continuo – lo rivedo sempre com’era quella sera dal veterinario, nella gabbia dov’era convalescente, quando finalmente si rilassò alle mie carezze e concesse a se stesso, e anche a me, il primo barlume di speranza, il primo momento di tenerezza, di voglia di restare in questo mondo, di tornare a casa con noi, di diventare uno dei nostri gatti.
Knut era comparso una sera dello scorso gennaio. Eravamo tornati a casa a buio, mentre io ero già dentro a dar da mangiare ai nostri gatti affamati, Bamboo, Joyce e Amelia, Paola si era fermata fuori perché qualcuno miagolava dentro la siepe che recinta casa nostra. “C’è anche Amelia, qui”, mi gridò da fuori. Io da dentro vedevo Amelia, la gattina bianca, che mi faceva le fusa tra le gambe per avere la sua ciotola. “No,” le risposi, “Amelia è qui!” “Allora c’é un altro gatto bianco!” gridò Paola, prima di entrare in casa portandosi dietro il nuovo, affamatissimo arrivato.
Cominciò così la storia di Knut con noi. Lo chiamammo così perché ci ricordava l’orsetto bianco dello Zoo di Berlino. Bianco come l’Amelia, si distinguevano solo per le dimensioni. Knut era un gattone, per quanto emaciato dai tanti giorni trascorsi nei boschi e da una fame sconfinata.
Chissà da dove era arrivato, non l’abbiamo mai saputo, né abbiamo mai saputo se qualcuno lo cercava, lo reclamava. Più facile che qualcuno l’avesse abbandonato. Il veterinario scoprì subito che aveva la FIV, l’AIDS dei felini. Probabile che fosse stato allontanato, lasciato al suo destino nei boschi sotto Bivigliano, come tanti altri. Oppure chissà.
L’unica cosa certa era che Knuttino aveva una gran fame. Quella prima sera mangiò come un lupo, mentre gli altri gatti guardavano allibiti quel nuovo arrivato che si faceva fuori le loro provviste di cibo. Ma nessuno lo accolse male, tutto sommato. Più intelligenti di tanti esseri umani, capirono subito che quel loro simile aveva bisogno di aiuto, di un riparo contro il freddo invernale, di sfamarsi dopo aver patito la fame per chissà quanto.
E poi Knut era buono come il pane. Mai litigato con nessuno dei suoi fratelli adottivi. Semmai era diventato con il tempo “territoriale”, protettivo verso la sua nuova casa, il suo nuovo giardino, la sua proprietà e quella vita che il cielo gli aveva donato quando tutto sembrava perduto. Solo per illuderlo di nuovo, in attesa di un’altra beffa, ma questo allora non potevamo saperlo, né lui né noi. Knut faceva la guardia tutte le sere, dopo cena, guardando male altri gatti di passaggio e a volte accompagnandoli ai confini della proprietà. Ma mai con cattiveria o aggressività. Come certi americani di prima generazione, era diventato il più fanatico sostenitore della sua nuova patria, restando tuttavia quello che era: la bontà personificata. Perché Knut era una persona. Come noi.
Non facemmo a tempo a decidere di tenerlo con noi che le sue condizioni peggiorarono. Il periodo di stenti l’aveva provato, le sue difese compromesse dall’AIDS gli avevano procurato anemia, infezioni, malattie varie. Quando lo portai dal veterinario credevo di portarlo a morire, se non quella sera la sera successiva. E’ un qualcosa che ho già provato due volte, è straziante, da impazzire. Ed ero pronto ad affrontare quella cosa per la terza volta. La sera dopo invece lo trovai che stava reagendo, con la voglia di vivere che le medicine, le nostre cure e – spero – le mie carezze gli stavano ridando. Mi si abbandonò tra le braccia. Poche volte sono stato così contento come quella sera. Quando lo riportai a casa, pensavo di aver vinto chissà che, meglio di un terno al lotto.
Voglio bene a tutte le mie bestiole, allo stesso modo. A quelle che sono sopravvissute e a quelle che non ci sono più, soprattutto le ultime, portate via da quelle belve che si chiamano uomini e che dalle mie parti sono particolarmente feroci. Ma Knut era diventato in qualche modo speciale. “Salvato dal bosco”, come Mosé era stato salvato dalle acque. Knuttino era affettuoso, cercava il suo posto accanto a noi timidamente, quasi a voler dare agli altri gatti una sensazione rassicurante, far capire loro che non voleva passare avanti a nessuno. Cercava solo affetto e calore.
Era speciale. Come quella volta che dette la caccia all’uccellino entrato in casa fin sulle travi del soffitto, finché non lo prese. Per lasciare poi che glielo togliessi di bocca senza resistenza. Aveva dimostrato di essere un grande cacciatore. Non avendo fame, e non essendo una belva omicida come solo l’uomo può essere, lo lasciò vivere, non c’era scopo a prendersi la vita di un’altra creatura.
Chissà dov’è adesso. Chissà chi ha preso la sua di vite, e perché. Vorrei tanto poter sperare che avesse ripreso il suo viaggio, nei boschi settembrini, verso una nuova destinazione e magari una nuova famiglia. Vorrei solo sapere che sta bene, come ho cercato che stesse con tutte le mie forze da quando è venuto da noi. Ma di lui non c’è traccia, e cinque giorni sono tanti per una bestiola che aveva sempre fame, alle ore pasti si faceva sempre trovare davanti alla sua ciotola. Cinque giorni trascorsi in un bosco dove si aggirano le bestie più orrende che la natura abbia mai creato: gli uomini armati di fucile. Un bosco dove, ancora per chissà quanto, ogni luce ed ogni ombra giustificherà i miei sogni allo stesso modo dei miei incubi. Finché mi resterà solo il ricordo, e nemmeno una tomba dove andarlo a trovare, così come per Ljiuba e il Bianchino e tutti gli altri che non ci sono più. Spariti nel maledetto nulla.

Vorrei almeno la certezza che, se se ne è andato, adesso è in cielo a scorrazzare con gli altri nostri gatti scomparsi, in un giardino dove nessuno può far loro più niente di male. I miei cari, umani e animali tutti insieme. Ma non c’è nessuna certezza, di niente. La vita si fa beffe di noi. E si porta via sempre i più buoni. Come Knut, i cui occhi dolci non potrò scordare mai.

Il paese dei Cancellieri

8 novembre 2013

La vicenda di Anna Maria Cancellieri, il ministro della Repubblica che ha preso il telefono per perorare la causa di alcuni detenuti illustri suoi amici personali esprimendo anche valutazioni negative sull’operato di un’altra istituzione dello Stato (la Magistratura colpevole a suo dire di abuso di potere avendo ordinato senza fondamento l’arresto dei Ligresti), da qualunque punto di vista la si guardi insegna soprattutto una cosa: la Casta ormai è totalmente fuori controllo, un senso dello Stato e una cultura amministrativa (sempre scarsi dall’Unità d’Italia ad oggi ma almeno presenti nella nostra classe politica in dosi minime sufficienti a garantire la sopravvivenza di una comunità-stato) non esistono più, la presunzione di impunità di chi governa la “cosa pubblica” in Italia è arrivata al livello delle satrapie orientali dell’epoca ellenistica.
Non è la prima Anna Maria Cancellieri a comportarsi in modo unanimemente ritenuto non consono all’istituzione di cui fa parte e che rappresenta e anziché pentirsene ricorrendo a quell’istituto all’estero ben conosciuto che risponde al nome di “dimissioni” alza la voce dando del bugiardo in malafede a chi la critica e rifiutandosi di fare qualsiasi tipo di passo indietro, rivendicando anzi il suo “diritto a vivere in un paese libero”.
Non è la prima e non sarà l’ultima, a quanto è dato di prevedere visti i costumi nazionali, ma è sicuramente una delle più eclatanti e roboanti – in contrasto proprio con la formazione giuridica e l’esperienza amministrativa sbandierata da chi l’ha voluta al governo prima come “supertecnico” e poi come migliore tra i politici post-Seconda Repubblica – nel mostrare al mondo intero come in Italia ormai esista una frattura tra una popolazione sempre più vessata  e succube (anche e soprattutto in ultima analisi per propria scelta e/o vocazione) ed una classe dirigente (in senso lato) a cui tutto è permesso e che anzi rivendica orgogliosamente questo status.
Era il marzo 1977 quando l’allora leader della Democrazia Cristiana e capo del governo Aldo Moro intervenne nel dibattito parlamentare sul Caso Lockeed (il più grande scandalo di corruzione dell’epoca, riguardante certe forniture all’Italia di aerei militari da parte della nota ditta americana, che arrivò a “lambire” addirittura la Presidenza della Repubblica). Al deputato Mimmo Pinto di Democrazia Proletaria che minacciava un rinvio per il maggior partito di governo dell’epoca di fronte ad una giustizia popolare, quella dell’opinione pubblica, della “piazza”, a suo dire l’unica vera opposizione al sistema, Moro replicò con una frase che sarebbe diventata storica, oltre che profetica: «Onorevoli colleghi che ci avete preannunciato il processo nelle piazze, vi diciamo che noi non ci faremo processare».
La frase, come tutte quelle dello statista pugliese del resto, si prestava a molteplici interpretazioni. Nella sua accezione più legalitaria – diciamo così – fu intesa come una dichiarazione programmatica da parte di una classe politica che né allora né dopo si sarebbe fatta mettere in discussione in alcun modo dai suoi governati. Mutatis mutandis, non ci riuscirono né le Brigate Rosse, né Mani Pulite né qualsiasi movimento di protesta più o meno accennata tra quanti si sono affacciati sulla scena nella storia repubblicana. Non ci ha mai provato seriamente nemmeno lo stesso popolo italiano, che a differenza degli altri d’Europa dimostra peraltro una disponibilità alla sopportazione che avrebbe fatto la felicità dei più ortodossi teologi cattolici dell’Alto Medioevo.
A meno che non si intenda per protesta l’esternazione di commenti più o meno umorali (e poco altro) sui vari social network a cui affidiamo quotidianamente la nostra illusione di partecipazione ad una vita sociale e politica più simile a quella dei protagonisti del film Matrix che ad una vera comunità nazionale. O il plauso ai vari affabulatori senza conseguenza, che come Grillo o Renzi si oppongono agli “uomini di conseguenza” di “veraldiana” memoria, forse in realtà aspettando soltanto il loro turno di prenderne il posto.
Nessuno in realtà è in grado di spiegare alla sig.ra Cancellieri perché tra le sue funzioni rientra quella di far sì che le carceri siano un posto civile e decoroso per tutti i detenuti, e non soltanto per i suoi amici di famiglia a nome Ligresti. No, nessuno può farlo, se non ci arriva da sola. Si può solo constatare che altrove ci si dimette per uno scontrino di pochi euro “erroneamente” messo a carico del bilancio di quello Stato che si rappresenta, qui invece se colti in un qualsiasi fallo si rivendica la libertà di pensiero (e di azione) e si lanciano strali contro gli infami che “vogliono strumentalizzare”.

Abbiamo ricordato Aldo Moro. Una delle massime in voga nel partito che lo ebbe a lungo come leader di spicco era famosa all’epoca della Prima Repubblica, e lo è rimasta in seguito anche quando quel partito è passato agli archivi della storia: “Mai presentare le dimissioni, esiste sempre l’eventualità per quanto remota che qualcuno te le accolga”.

Ancora morti nel Canale di Sicilia, malgrado l'abolizione della clandestinità

12 ottobre 2013

Notizie sempre più drammatiche dal Canale di Sicilia. Mentre la nave militare Cassiopea è arrivata a Lampedusa per imbarcare le 339 bare delle vittime del naufragio del 3 ottobre scorso e trasportarle poi a Porto Empedocle (AG) in attesa del funerale di stato, ieri notte un nuovo naufragio, stavolta nelle acque maltesi, con altri 34 morti ed una quindicina di dispersi. 206 i superstiti, raccolti da navi italiane e maltesi, che ormai devono stazionare nell’area 24 ore su 24 in servizio di pattuglia.  Nelle stesse ore la Guardia costiera italiana ha dovuto soccorrere altre due imbarcazioni in difficoltà, un gommone che trasportava 85 migranti ed un'altra imbarcazione con 183 profughi a bordo, di cui 34 donne e 49 bambini.


Queste persone saranno tutte trasferite al Centro di accoglienza di Lampedusa, peraltro prossimo al collasso fin da prima della tragedia del 3 ottobre, avendo da tempo raggiunto ed oltrepassato il limite delle proprie capacità di ricezione secondo standard di decenza umanitaria. Sono situazioni e dati ormai che si commentano da soli. Riteniamo pertanto inutile dar conto delle dichiarazioni di circostanza del presidente del consiglio Enrico Letta, e di altri esponenti di forze politiche che credevano d aver dato il loro contributo alla risoluzione di questa emergenza umanitaria dai connotati dell’ecatombe semplicemente abolendo il reato di clandestinità.
Ieri sera il governo maltese ha chiesto all’Unione Europea ufficialmente che venga trovata una soluzione ad una situazione gravissima, non più sostenibile. C’è da credere che avrà maggiore audience del governo italiano, la cui azione ormai potremmo definire assolutamente ridicola –su questo come su altri fronti – se non ce lo impedisse il rispetto per i morti che si stanno contando in queste ore come acini nei grappoli d’uva. Come ha detto del resto – in controtendenza – il sindaco di Bari Michele Emiliano, “in Parlamento l’odore del sudore e del sangue dei profughi non si sente”.

D’altra parte, ci sia consentito dire che in un paese in cui si celebra come una conquista epocale la legge sul femminicidio, che con buona pace di femministe e di progressisti dalle idee molto confuse riporta di fatto la condizione della donna indietro di un bel po’ di decenni (declassandola a categoria protetta e non più riconoscendola come appartenente alla razza umana già tutelata dal codice penale e con pari diritti), forse non ci sono più le condizioni per fare un discorso serio e ragionato su niente. Tra noi ed una catastrofe storica, nel frattempo, ci sono rimasti solo la Guardia costiera ed il Centro di Lampedusa, a salvare ancora per poco l’immagine di un paese che ormai un’immagine non ce l’ha più.

Tragedie di mare e di terra

10 ottobre 2013

Di questa straziante tragedia del mare (siamo a 280 bare allineate nell’hangar dell’aeroporto di Lampedusa) l’immagine simbolo, quella che rimarrà nella memoria collettiva come sintesi di questo nuovo calvario delle nostre coscienze italiane è quella del poliziotto che trattiene a stento le lacrime davanti alle telecamere, mentre è in servizio di sorveglianza a fianco di quelle bare.
E’ difficile per tutti trattenere la commozione, in questo momento. Dentro quelle casse ci sono i resti di uomini, donne e soprattutto bambini, le cui vite sono state stroncate nel modo più atroce dall’ultima in ordine di tempo e più allucinante in ordine di gravità sciagura provocata dal naufragio di uno dei barconi che, possiamo dirlo, ormai fanno servizio di linea tra il Nord Africa e Lampedusa, avamposto dell’immaginario El Dorado italiano per queste persone che vi si accalcano sopra affrontando i rischi di un viaggio pericolosissimo, oggi come ai tempi dell’Odissea.
E’ difficile ragionare, sotto l’influsso dell’emozione che provoca la vista di quelle bare. Dentro una di esse, una madre con il bambino appena partorito negli ultimi istanti di vita. Non hanno neppure separato il cordone ombelicale, resteranno così per l’eternità. Senza nome, però, come tutti gli altri. Non c’è una anagrafe funzionante nella maggior parte dei paesi di origine di queste povere salme. Non ci sono registri di bordo sui barconi di quei commercianti di false speranze che sono gli scafisti, i negrieri dell’età moderna.
Eppure, una volta celebrati i funerali di Stato, la cerimonia con cui la nazione italiana tributerà l’ultimo omaggio a persone che credevano di venire qui da noi a trovare la soluzione ai loro problemi e invece hanno incontrato una fine orribile (che impedirà loro tra l’altro di scoprire amaramente che qui al massimo di problemi venivano a trovarne altri, di diverso tipo), una volta scontate tutte le strumentalizzazioni che la politica nazionale ed europea sta operando cinicamente a carico di questa sciagura e dell’inevitabile strascico emotivo lasciato tra la popolazione, bisognerà finalmente guardarci negli occhi e parlarci molto chiaramente, noi italiani, perché a prescindere da questa ultima tragedia le cose sono arrivate ad un punto oltre il quale non si può più andare avanti.
Con la consapevolezza di essere da soli, peraltro. L’Europa ha già risolto il problema dell’immigrazione, rispolverando in ciascuno dei suoi stati membri la sovranità nazionale, ivi compresa la facoltà di chiudere più o meno “garbatamente” le porte all’immigrazione dal Terzo, Quarto e Quinto Mondo. L’Italia, che una sovranità nazionale reale non l’ha mai avuta ma che in compenso ha il maggior tratto di coste esposte agli sbarchi dal mare di tutto il territorio continentale, si sta facendo trovare da anni a brache calate, divisa al suo interno, con idee contraddittorie circa l’accoglienza (per non parlare dell’asilo politico) e senza un governo degno di questo nome in grado di affrontare questo o qualsiasi altro problema come non solo Dio ma anche gli uomini (che lo eleggono) comanderebbero.
La gente di Lampedusa che ieri fischiava la proménade indigesta di Barroso e Letta ha interpretato il sentimento di una nazione, disgustata dall’essere costretta a subire quotidianamente quella che quando va bene si configura come una vera e propria invasione, senza regole e senza prospettive (per noi italiani e per gli extracomunitari), quando va male sfocia in episodi come questo, che la vox populi adirata non ha avuto peraltro torto a definire un “assassinio”.
Altro che “inadempienze”, caro presidente Letta. Qui siamo al marasma totale. Il “politicamente corretto” che è tanto in voga da vent’anni a questa parte scaglia anatemi su chi si prova a contestare il teorema in base a cui bisogna dare asilo politico ed accoglienza a chiunque, perché lo vuole la nostra Costituzione. E’ un mantra, come l’altro recitato da anni, “lo vuole l’Europa”. In questo caso l’Europa se n’è fregata, stando a vedere come se la cavavano gli italiani con i loro governicchi. Oppure ha fatto scelte politiche anche legittime, tanto che adesso il governo francese può permettersi addirittura di invocare una messa in mora per l’Italia (con relative sanzioni) per aver causato in ultima analisi questa tragedia con la sua assenza di controllo: politico, giuridico e di polizia.
Dall’altra parte del mondo, l’Australia – il paese che più civile ed avanzato non si può, patria storica dell’accoglienza e delle opportunità di rinascita “altrove”, per di più attualmente governato da una maggioranza laborista – ha recentemente votato un inasprimento delle regole per l’immigrazione, rafforzando tra l’altro la persecuzione del reato di clandestinità (quello che ieri sera il governo italiano, sulla spinta di vari settori più o meno in preda all’isteria dell’opinione pubblica, ha deliberato di cancellare con proprio decreto). Funziona così: se vuoi entrare nel Paese dei Canguri, ti presenti a Christmas Island, un isolotto a 500 km al largo di Giakarta e a 2.000 km dalla costa australiana, dove la tua domanda di immigrazione viene esaminata. Non ti provare a sbarcare sulle coste della madrepatria senza autorizzazione, perché come ha ribadito di recente il primo ministro laburista Kevin Rudd nessuno sbarco di questo genere sarà tollerato. E in un paese di cultura anglosassone sappiamo bene cosa questo possa comportare.
Negli Stati Uniti Ellis Island è stata chiusa da tempo, ma provatevi ad entrare, o a rimanere una volta entrati , senza visto di ingresso o permesso di soggiorno. In Europa, provatevi a sbarcare non autorizzati nella penisola iberica o balcanica, o sulle coste francesi. Resta la penisola italiana, con l’avamposto di Lampedusa per chi vuole fare le cose secondo un minimo di procedura, oppure con qualunque altra località di approdo, che comunque non verrà impedito da niente o da nessuno. Allora come la mettiamo? Tutti cattivi, europei, americani, australiani, e noi siamo gli unici ad avere un cuore?
Che cuore è allora quello che lascia aperta la porta di un paese che non ha più di che sfamare, tra poco, i suoi stessi cittadini? Un paese che ha una sola inadempienza nei confronti degli extracomunitari migranti, quella di non dire chiaramente che qui l’economia è a rotoli, non c’è più trippa per nessun gatto, e che a sbarcare – superati i rischi di una traversata che dai tempi di Ulisse ha sempre riservato insidie, anche quando i marinai non sono pirati – si va incontro ad un avvenire “diversamente” incerto e comunque gramo, in centri di accoglienza dello Stato le cui condizioni sono altrettanto indegne di quelle delle carceri (lamentate recentemente dal presidente della repubblica), oppure in centri di accoglienza della criminalità organizzata.
Dice, ma la Costituzione, allora? Risposta: quanti sono i paesi in guerra o in preda a convulsioni politiche e sociali tali da giustificare l’invocazione della categoria giuridica dell’asilo politico? Pochi. Molti di più sono invece i paesi dove, o per effetto di “primavere arabe” sulla cui sollevazione sarebbe stato più opportuno riflettere prima o per effetto di strutturali, endemiche condizioni di vita primitive, le popolazioni hanno un tenore di vita quale nel nostro continente non ricordiamo più dall’epoca medioevale. Il processo storico di emancipazione e di progresso  normalmente i popoli lo affrontano secondo percorsi di cui non si possono saltare le fasi fondamentali, a pena di creare benefici effimeri per tutti e disastri sociali sicuri. Certo, la televisione mostra a questa gente la facciata di un nostro tenore di vita sicuramente più appetibile, ma non mostra né cosa c’è dietro in termini di consapevolezza e di progresso culturale né quanto sia diventato precario sull’onda di una crisi economica planetaria che rende tutto più difficile, se non impossibile.
Si può strepitare quanto si vuole, chiamare cattivi senza cuore leghisti come Salvini (peraltro uno dei più ragionevoli e responsabili) e farsi incantare da sirene quali le onorevoli Kyenge e Boldrini, che non hanno – senza con questo voler affermare nessun vilipendio – la più pallida idea di cosa vuol dire amministrare un paese come quello in cui rivestono la loro carica. Di cariche dello Stato ancora più alte, meglio non parlare, sempre per non incorrere in quello che qualche anima bella potrebbe interpretare come vilipendio.
Sta di fatto che esiste un solo precedente al periodo storico che stiamo vivendo. Era il quinto secolo dopo Cristo, quando la più grande società politica e civile dell’Antichità collassò rovinosamente, per il semplice fatto di non poter accogliere e dare sostentamento entro i propri confini alla marea di popoli che premevano per entrare nel “Limes” e diventare – con le buone o con le cattive – cittadini dell’Impero Romano. Malgrado i tentativi di integrazione, il risultato fu che quel mondo sparì nel giro di pochi anni, travolto da un corto circuito culturale ed economico senza possibilità di rimedio. Per ritornare a condizioni di vita paragonabili a quelle della civitas romana, la popolazione europea ci mise poi qualcosa come mille anni.

E’ difficile dirlo in questo momento, con negli occhi quelle 280 bare allineate nell’aeroporto di Lampedusa. Ma esistono tragedie ancora peggiori di quest’ultima che ha avuto luogo nel nostro mare e che ha ributtato sulle nostre coste quei poveri corpi. L’unica cosa sicura è che questa classe politica, che noi insistiamo a mantenere per acquiescenza o supposta convenienza, non ce ne risparmierà sicuramente neanche una.

L'ultima cavalcata di Ringo

2 ottobre 2013

L’ultima cavalcata di Ringo non si è conclusa a Tucson, Dodge City, Laredo o in qualche altra località di quelle rese immortali dal Western all’italiana. Il suo cavallo l’ha disarcionato a Cerveteri in provincia di Roma, dove viveva con la moglie, la giornalista RAI Baba Richerme e due figlie. Giuliano gemma è morto ieri all’ospedale di Civitavecchia dove era giunto in fin di vita a seguito di un grave incidente stradale occorsogli presso la cittadina laziale. Nell’incidente sono rimaste coinvolte altre due persone, le cui condizioni non sono gravi.
L’attore aveva 75 anni, era nato a Roma il 2 settembre 1938. Al cinema aveva cominciato giovanissimo. Pur desiderando diventare uno sportivo, in realtà la sua carriera aveva preso le mosse da Cinecittà, la Hollywood sul Tevere degli anni cinquanta, dove Giuliano spesso era stato impiegato come stunt-man, e a volte come comparsa, nei kolossal storici in voga in quegli anni, i cosiddetti “peplum”, o volgarmente “sandaloni”, i film in costume. La comparsata da centurione in Ben Hur di William Wyler aveva segnato il suo debutto nella recitazione. Il suo primo personaggio da protagonista era stato poi l’eroe epico Maciste.
Sul set di uno di questi sandaloni incontrò Duccio Tessari, regista destinato a fama e successo, che lo lanciò definitivamente nel film Arrivano i Titani. Lì fu notato anche da Luchino Visconti che lo volle nel suo Gattopardo, nel ruolo del generale garibaldino amico di Tancredi interpretato da Alain Delon. Dopo la serie di Angelica, tratta dai romanzi dei coniugi Golon, arrivò la consacrazione definitiva con gli spaghetti western. Duccio Tessari, Sergio Corbucci, Tonino Valerii lo consegnarono alla leggenda del cinema italiano ed internazionale dapprima con il nome d’arte di Montgomery Wood e poi con il suo proprio. Giuliano Gemma resterà sempre nell’immaginario collettivo come Ringo, il cavaliere solitario di Un dollaro bucato e di tante altre avventure nel Far West del nostro immaginario.
Negli anni settanta arrivò anche la consacrazione in un cinema più impegnato. Nel 1976 Valerio Zurlini lo volle nel ruolo del fanatico Maggiore Matis nell’adattamento del Deserto dei Tartari di Dino Buzzati. Seguirono altri film di grande spessore come Un uomo in ginocchio di Damiano damiani ed Il Prefetto di ferro di Pasquale Squitieri, probabilmente la sua interpretazione più forte e suggestiva.
Negli anni 80, dopo Tenebre di Dario Argento, altri due capisaldi della sua carriera: la divertentissima commedia di Mario Monicelli Speriamo che sia femmina, in cui interpreta il ruolo di Guido Nardoni, il fattore/amante di Elena/Liv Ullmann (“chi vende, unn’è più suo!”), e poi il ritorno al vecchio amore, il western, nei panni dell’eroe per antonomasia, il ranger Tex Willer in Tex ed il Signore degli Abissi.
Dopo Tex, dopo l’apoteosi conseguita interpretando finalmente un personaggio inseguito per 30 anni, fu come se al cinema avesse dato tutto e dal cinema tutto avesse ricevuto, e si era dedicato soprattutto alle fiction televisive. Nella sua bacheca faceva bella mostra un David di Donatello, un Globo d’oro ed un Nastro d’argento alla carriera (oltre 100 film interpretati) e tre Premi de Sica. A 75 anni conservava un aspetto estremamente giovanile. Al Giffoni Film Festival, nel luglio scorso, gli avevano chiesto qual era il suo segreto per non invecchiare mai. La sua risposta era stata “l’entusiasmo per la vita, l’interesse per tante cose (aveva l’hobby della scultura, n.d.r.) e soprattutto la passione, una grande passione”.

I lunghi giorni della vendetta sono ormai finiti, riposa in pace Ringo. Sei stato un grande personaggio, e soprattutto una bella persona.

Addio Aldo Reggiani, Dick Shelton cavalca adesso con le Frecce Nere

27 settembre 2013

Aldo Reggiani era nato a Pisa il 19 dicembre 1946, aveva intrapreso la carriera di attore ed era giunto alla celebrità nel 1968, interpretando da co-protagonista con Loretta Goggi, Arnoldo Foà e tanti altri una delle più prestigiose riduzioni televisive – come si diceva allora - o più volgarmente sceneggiati  della RAI, la Freccia Nera di Robert Louis Stevenson, sotto la regia di Anton Giulio Majano.
Il successo era stato travolgente, tanto da farne per qualche stagione un attore di primo piano, sia per la televisione che per il cinema ed il teatro. Al cinema era stato scritturato da Dario Argento (Il gatto a nove code), Pasquale Festa Campanile (Conviene far bene l’amore), Luigi Comencini (La donna della domenica), Giuliano Montaldo (L’agnese va a morire). Alla televisione aveva interpretato tra l’altro sempre con Anton Giulio Majano la Pietra di Luna, tratto dall’omonimo romanzo di William Wilkie Collins. A teatro era stato attore e regista (la Norma di Vincenzo Bellini). Era stato anche doppiatore, tra l’altro, di attori come Jeremy Irons, Patrick Swayze e un personaggio della serie televisiva M.A.S.H.
Il 26 giugno scorso durante una vacanza in Sardegna era stato colto da un’ischemia. E’morto a Roma all’età di 66 anni, lascia un figlio, Primo, che ha intrapreso anch’egli la carriera di attore.



…musica di trombe, cavalieri al galoppo nella foresta, le mura di un castello avvolto nella nebbia inglese, presagi di guerra, e la musica di Riz Ortolani che catapultava d’improvviso la nostra domenica nel Medioevo, bianco e nero come tutta la televisione di allora, ma vivido come poteva essere soltanto la nostra fantasia, a cui la RAI ed i migliori registi dell’epoca davano vita in maniera impareggiabile.
La Freccia Nera era il capolavoro di Robert Louis Stevenson, lo scrittore principe del Romanticismo inglese che aveva scritto solo capolavori, l’Isola del tesoro, Il Master di Ballantrae, Lo strano caso del Dottor Jekyll e Mister Hyde. I libri su cui avevamo sognato da bambini, fintanto che la televisione aveva dato vita, volti e colonna sonora a quei nostri sogni. Era il 1968, Anton Giulio Majano realizzò quello che probabilmente era destinato a restare nella storia televisiva italiana come la madre di tutti gli sceneggiati. La sua regia si sposò alla perfezione con la piéce di Stevenson, con la musica di Riz Ortolani e la popolare sigla a cui Sandro Tumminelli aveva dato le parole ed il cantante Leonardo la voce.
“Sibila il vento e la notte s’appresta, e la nera foresta minacciosa si fa…”. Alzi la mano chi era un bambino a quell’epoca e non ha cantato questo motivetto fino all’infinito, il tormentone di quel 1968. Alzi la mano chi, con la famiglia al completo, non si metteva alla televisione la domenica sera dopo cena, per seguire le vicende delle Frecce Nere che si battevano contro il malvagio Sir Daniel Brackley, magistralmente interpretato da Arnoldo Foà, il signorotto schierato con la Rosa Rossa dei Lancaster al tempo della Guerra delle Due Rose che insanguinò l’Inghilterra alla metà del quindicesimo secolo. Le Frecce Nere che catturano e poi adottano il giovane Dick Shelton, figlioccio di Sir Daniel ma in realtà figlio di Harry, legittimo signore del feudo ucciso da Sir Daniel e amico di Ellis Duckworth, capo dei ribelli.
Dick Shelton era lui, il giovanissimo Aldo Reggiani, che insieme alla giovanissima Loretta Goggi tenne avvinta l’Italia per sette settimane nella fuga da Daniel Brackley fino al trionfo ed alla vendetta finali, quando la guerra termina con la vittoria della Rosa Bianca del Duca di Gloucester, destinato peraltro a regnare come Riccardo III, un sovrano non certo benevolo per gli inglesi, che furono ben felici di passare sotto la signoria dei Tudor pur di liberarsi del gobbo malefico.
Quante storie racchiuse in quella piccola scatola che proiettava immagini in bianco e nero, e che ci portava lontano, grandi e piccini. Alla fine di ogni puntata, la sigla di Tumminelli cantata da Leonardo era il segnale che la domenica era finita, cominciava un’altra settimana di scuola, in attesa di veder cavalcare di nuovo le Frecce Nere. I padri restavano alzati a vedere la Domenica Sportiva di Alfredo Pigna, noi bambini filavamo a letto, contenti della deroga domenicale all’orario limite di Carosello, pronti a risognare le avventure di Dick e Joan, di Aldo Reggiani e Loretta Goggi, a sentire nei nostri sogni  il sibilo della Freccia vendicatrice.
Dick Shelton è andato a raggiungere le Frecce Nere. Un altro pezzo della nostra infanzia se n’è andato per sempre. Ma basta chiudere gli occhi e…….

“sibila il vento e la notte s’appresta….”

La battaglia dell'articolo 18

La battaglia per l’art. 18 sembra proprio quella decisiva. L’ultima frontiera su cui si gioca non solo l’avvenire del partito democratico ma anche quello del paese che sta governando. E non per fattori strettamente economici, ma soprattutto per fattori politici, o meglio ancora attinenti alla psicologia di massa.
Gli schieramenti che si stanno delineando, due campi fieramente avversi che non dialogano come francesi e spagnoli prima della decisiva battaglia di Rocroi nel 1643, fanno capo alle due Italie che si confrontano ormai da anni, da quando è cominciata questa crisi economica epocale: quella che ha tutto da perdere e quella che da perdere non ha più niente. Con un attore sulla scena in grado di mischiare le carte e sparigliare sia quelle già calate che quelle da calare.
Da quando è apparso sulla scena politica, Matteo Renzi è stato individuato da molti come il Tony Blair italiano, colui che può riportare in auge la sinistra attingendo anche all’elettorato di destra. Da quando un Presidente della Repubblica che forse sogna di assistere nei suoi ultimi anni ad un ritorno strisciante (ma neanche tanto) alla Prima Repubblica dei suoi anni verdi gli ha conferito l’incarico di Presidente del Consiglio, Renzi si è impegnato in una battaglia epica: riformare un paese e la sua economia distorta (o almeno darne l’impressione) a scapito di poteri forti, rendite di posizione e nomenklature. A cominciare da quella che guidava il suo stesso partito e vorrebbe tornare a farlo. Soprattutto da quella.
Dopo mesi di discussione, il Jobs Act sembra sul punto di arrivare in discussione in Parlamento. Scocca l’ora dell’art. 18, o per meglio dire della sua morte probabile. “Un datore di lavoro deve avere la possibilità di licenziare”, è lo slogan semplice del Premier, che ieri ha affrontato il fuoco dei suoi “compagni” di partito in attesa di sottoporsi a quello (ancora più insidioso) delle Camere.
La vecchia guardia è uscita allo scoperto, il direttivo si è spaccato in due, anche se poi il plenum della Direzione ha gratificato il Segretario-Presidente di un 86% di consensi che avrebbe del clamoroso se non si dovesse tener conto di una serie di fattori, tra i quali la probabile esasperazione della stessa base del PD nei confronti di una classe dirigente sopravvissuta a troppe epoche storiche e anche una valutazione delle ragioni della crisi da affrontare che in questo momento magari non ha chiaro cosa è meglio fare, ma ha invece chiarissimo cosa bisogna disfare.
Ha un bell’arringare la platea il vecchio inossidabile Massimo D’Alema con il richiamo ai precetti del Premio Nobel per l’Economia Joseph Stiglitz, «il mercato del lavoro non si riforma quando c’è recessione, ma quando c’è crescita. Sentire un presidente del consiglio dire “è giusto che il padrone possa licenziare” è una cosa che non induce esattamente al consumo ». Il professore della Columbia University, ex consigliere economico del Presidente Clinton, ha sicuramente meno presa sulla platea dei delegati PD del Segretario affabulatore che cerca di portare a casa finalmente un risultato concreto, dopo tante promesse fatte fin dai tempi della Leopolda e finora di là da mantenere.
«Non siamo un club di filosofi – ribatte Renzi - ma un partito politico che decide. In Italia il Pd è il punto di riferimento di una sfida che tende a cambiare l’Italia e l’Europa. Siamo il partito più grande dell’Europa. Gli italiani ci hanno detto che l’Italia la deve cambiare il Pd. (….) A me non preoccupano le trame altrui, è normale che qualcuno abbia timore di vedersi spodestato dal panorama politico italiano e cerchi di riprendersi il proprio posto. Non chiamiamoli poteri forti, visto che sono stati sconfitti da noi. Chiamiamoli poteri aristocratici.».
E’ una risposta a tanti, da Diego della valle che lo ha accusato pochi giorni fa di “essere una sola”, poiché con quei poteri forti lui “ci va a braccetto” (con riferimento al recente viaggio del Premier a Detroit da Marchionne) ai suoi compagni-avversari della vecchia guardia PD. Cuperlo lo accusa senza mezzi termini di essere una riedizione in brutta copia della Sig.ra Thatcher, Bersani parla addirittura di “metodo Boffo” (’espressione entrata nel lessico della politica italiana, come sinonimo di campagna di stampa basata su illazioni e bugie allo scopo di screditare qualcuno per ragioni politiche).  Renzi ribatte a suo modo buttandola sull’ironia toscana, dicendo di aver a volte usato semmai un “metodo buffo”.
Alla fine la Direzione gli tributa un plebiscito bulgaro e sconfessa i reduci della vecchia Cosa post-comunista. La parola passa al Parlamento, il gruppo PD di Palazzo Madama è convocato per martedi prossimo. E ai sindacati, che a quanto pare stanno ritrovando una unità di intenti quale non si vedeva da tempo immemorabile. Camusso, Furlan e Angeletti stanno riportando in auge la storica Triplice dei tempi di Lama, Carniti e Benvenuto proprio sul terreno dello scontro in difesa dell’art. 18. Con quali risultati è un’incognita assoluta.
Nel frattempo, il PD almeno a livello di vertice mostra delle crepe che possono far pensare anche a sviluppi clamorosi. La lunga storia cominciata al Teatro Goldoni di Livorno con la scissione del 21 gennaio 1921 potrebbe anche trovare conclusione in un’altra scissione che a questo punto sarebbe altrettanto clamorosa. D’Alema, Bersani, Finocchiaro, Cuperlo sembrano altrettanti generali di uno stato maggiore assediato in un bunker e potrebbero decidere di non aspettare la fine là dentro.

Ancora una volta, le due anime della sinistra italiana potrebbero arrivare presto alla resa dei conti.

domenica 28 settembre 2014

LA NOTTE DELLA REPUBBLICA: Lino Jannuzzi: cinquant'anni di trame nere o diffamazione?

1964, l’Italia vive i primi difficili anni del Centrosinistra al governo e della controversa Presidenza della Repubblica di Antonio Segni, democristiano di destra e capofila di quanti non vedono di buon occhio l’apertura al Partito Socialista pur nel clima di distensione internazionale. Nel momento della crisi del governo Moro, si diffonde la voce di oscure manovre da parte dei vertici del SIFAR, il servizio segreto dell’Esercito guidato dal generale Giovanni De Lorenzo, tendenti all’attuazione di un vero e proprio colpo di stato, con l’arresto dei principali uomini politici della sinistra (di governo e di opposizione) e l’instaurazione di un regime di polizia controllato dall’Arma dei Carabinieri. Queste manovre avrebbero l’appoggio proprio del Presidente Segni, che viene colto da un malore durante un drammatico colloquio con Moro e Saragat, saliti a chiedere conto degli sviluppi della crisi di governo e del “tintinnar di sciabole” che si avverte in sottofondo. Segni viene sostituito proprio da Saragat, Moro forma un nuovo governo di centrosinistra più annacquato, De Lorenzo si dimette dal SIFAR per andare a ricoprire la carica di Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, si continua a vociferare di un tentato golpe ma di leggende a Roma ne circolano talmente tante che è difficile dire se questa è fondata o no.
1967, il settimanale L’Espresso inizia la pubblicazione di una serie di articoli che raccontano la storia del Piano Solo, il colpo di stato che De Lorenzo sarebbe veramente stato sul punto di mettere in atto nell’estate di tre anni prima con il presunto beneplacito di varie figure istituzionali tra cui l’ex Presidente della Repubblica. Gli articoli sono firmati da due giornalisti fino a quel momento sconosciuti ai più, Eugenio Scalfari (già direttore del periodico dopo l’abbandono del fondatore Adriano Olivetti) e Raffaele Jannuzzi detto Lino. Il dossier sul Piano Solo proviene dal KGB, che era al corrente dell’operazione fin dai giorni delle sciabole tintinnanti. De Lorenzo querela i giornalisti, che vengono processati sulla base di documenti nel frattempo secretati dal governo italiano. Malgrado il pubblico ministero Vittorio Occorsio (il giudice che verrà poi ucciso negli anni settanta da Ordine Nuovo di Concutelli, mistero che si aggiunge a mistero) abbia potuto leggere tutte le carte prima dell’apposizione degli omissis e abbia chiesto l’assoluzione dei due giornalisti, essi vengono condannati per diffamazione a mezzo stampa e si salvano dal carcere soltanto perché nel 1968 ci sono le elezioni politiche ed il lungimirante Pietro Nenni, segretario del P.S.I., ha offerto loro una candidatura al Senato della Repubblica.
Comincia così la carriera di Lino Jannuzzi, che in seguito si distinguerà ancora per altre iniziative altrettanto clamorose. Nel 1979 è tra i fondatori di Radio Radicale, allora una vera e propria spina nel fianco del sistema, l’unico vero organo di controinformazione nell’Italia degli Anni di Piombo. Negli anni ottanta esplode il Caso Tortora. Il popolare presentatore di Portobello rimane vittima di un errore giudiziario tra i più clamorosi della storia giudiziaria italiana, scambiato per un omonimo sospetto malavitoso legato alla criminalità organizzata napoletana, ci mette anni a dimostrare la sua estraneità e alla fine ci rimette anche la salute e la vita, morendo nel 1988. A quell’epoca Lino Jannuzzi è redattore del Giornale di Napoli e non risparmia critiche feroci alla locale Procura della Repubblica per il modo in cui ha costruito il teorema accusatorio ed ha gestito le confessioni dei cosiddetti pentiti.
La Procura di Napoli non rimane inerte e grazie alla norma del Codice Rocco (il codice penale approvato nel 1942 dal regime fascista e rimasto in vigore per 40 anni nell’Italia democratica e repubblicana, e alla fine degli anni ottanta solo parzialmente riformato) che persegue con il carcere la diffamazione a mezzo stampa lo rinvia a giudizio. Un rinvio che – visti i precedenti dall’epoca di Guareschi in poi – non prometterebbe niente di buono, se Jannuzzi non fosse salvato ancora una volta da una candidatura politica. Non del Partito Socialista, stavolta, ma di chi ne ha inteso raccogliere alcune eredità: Forza Italia di Silvio Berlusconi.
Nel 2001 mentre la Procura di Napoli indaga Jannuzzi, questi viene eletto ancora al Senato. Senonché stavolta lo scudo è meno efficace, perché nel 1993 è intervenuta la riforma dell’immunità parlamentare in conseguenza di Mani Pulite, la soppressione dell’autorizzazione a procedere da parte delle Camere non impedisce quindi ai magistrati napoletani di continuare a perseguitare Jannuzzi. Che in Parlamento ha un bel battersi sia per il proprio destino personale (evitare il carcere) che per la soppressione della legge fascista che vanifica l’art. 21 della Costituzione sulla libertà di stampa. Nel 2002 Jannuzzi viene condannato in via definitiva a due anni e cinque mesi di galera, sul presupposto di aver diffamato dei magistrati che – malgrado avessero chiaramente preso un abbaglio rovinando la vita ad un galantuomo come Tortora – non erano e non sono criticabili (se non a pena di diffamazione, appunto) poiché non sono mai stati sottoposti ad alcuna inchiesta disciplinare.
Così andavano e vanno le cose in Italia, e Jannuzzi andrebbe davvero in prigione stavolta se non intervenissero Palazzo Madama (Senato) e Farnesina (Ministero degli Esteri) a far valere lo status internazionale del senatore, nel frattempo diventato componente del Consiglio d’Europa. L’esecuzione della pena viene sospesa e l’ordine di carcerazione revocato. Salvo essere revocata anche la sospensione due anni dopo, nel 2004, con la commutazione della pena in arresti domiciliari: Jannuzzi può uscire dalle 8 alle 19 per andare ad assolvere i suoi obblighi parlamentari, ma non può lasciare l’Italia senza autorizzazione del Tribunale, oltre che pernottare fuori casa.
Poiché la legge prevedeva e prevede che gli arresti domiciliari vengano commutati in carcerazione al superamento del limite di tre anni nel cumulo delle condanne penali, i due anni e cinque mesi da scontare sono una bella spada di Damocle per un giornalista di denuncia come Jannuzzi. Deve alla fine intervenire il Presidente Ciampi con la grazia per restituire libertà e facoltà di esercizio della propria professione e delle proprie funzioni al giornalista senatore Lino Jannuzzi. Il quale viene rieletto al Senato nel 2006, ma non nel 2008, e pertanto da tale data perde qualsiasi forma di protezione giuridica.

Jannuzzi continua in seguito ad impegnarsi in campagne giornalistiche estremamente scottanti: dapprima quella contro i giudici di Palermo a proposito del Processo Andreotti (conclusosi con l’assoluzione del senatore a vita recentemente scomparso), poi quella contro i giudici di Milano (Ilda Boccassini, Elena Paciotti e addirittura Carla Del Ponte, la superprocuratrice svizzera) a proposito dei procedimenti penali intentati in successione nei confronti di Silvio Berlusconi. Per quest’ultima vicenda viene querelato dalle interessate, insieme al settimanale Panorama ed al quotidiano Il Giornale che avevano ospitato i suoi articoli. Comunque vadano a finire queste vicende, tuttora in corso di definizione giudiziaria, è lecito pensare che – persistendo l’attuale quadro normativo in materia di libertà di stampa – le peripezie giudiziarie di Lno Jannuzzi siano da considerare tutt’altro che terminate.

LA NOTTE DELLA REPUBBLICA: Guareschi contro De Gasperi: per rimanere liberi bisogna andare in galera

409 giorni di galera, sotto stretta sorveglianza. Non era un ladro, o peggio ancora un sospettato di qualche omicidio efferato. Era un giornalista scrittore, Giovanni Guareschi da Parma, destinato a diventare famoso per la sua personale rappresentazione della Guerra Fredda in salsa nostrana vissuta attraverso i personaggi di Don Camillo e Peppone. Come giornalista, cercava di raccontare le malefatte di quella che a lui sembrava una classe politica impresentabile (chissà che avrebbe scritto oggi….) dalle colonne del Candido, un periodico di satira politica fondato da Giovanni Mosca e da lui stesso, e che nell’immediato dopoguerra fu la palestra in cui si formarono – o finirono di formarsi – nomi prestigiosi del giornalismo italiano, da Leo Longanesi a Indro Montanelli, a Oreste Del Buono, a Carletto Manzoni a Walter Molino.
Non era un uomo di sinistra Giovanni Guareschi. Gli strali della sua satira avevano come bersaglio preferito i comunisti “trinariciuti”, l’Unione Sovietica, quel Fronte Popolare social-comunista che nel 1948 si era presentato alle prime elezioni libere del dopoguerra convinto di fare man bassa di voti e di portare l’Italia nel campo della rivoluzione proletaria e della Terza Internazionale e che invece aveva dovuto arrendersi clamorosamente alla valanga di consensi allo Scudo Crociato, la Democrazia Cristiana. Proprio sulle pagine del Candido di Guareschi fu coniato lo slogan elettorale più famoso del 1948, “Nel segreto della cabina elettorale Dio ti vede, Stalin no!
Tuttavia, l’ex monarchico moderato Guareschi con la penna in mano era un giornalista imparziale, e non risparmiava il veleno del suo inchiostro anche alla maggioranza democristiana e clericale. Ed era inevitabile che venisse a scontrarsi con il potere, che in quel momento era nelle mani di Alcide De Gasperi. Nel gennaio 1954 Guareschi pubblicò due lettere a firma dello statista trentino che risalivano a dieci anni prima, a quella primavera in cui gli Alleati stavano cercando di forzare la resistenza tedesca ed impadronirsi di Roma, che nel frattempo stava agonizzando sotto il regime di città aperta imposto da Kappler e dalle SS di Via Tasso. Una primavera più simile ad un inverno, interminabile, proprio per porre fine alla quale De Gasperi, in quel momento rifugiato in Vaticano come molti altri politici italiani, aveva scritto al generale britannico Alexander, comandante della 8^ armata e del fronte alleato in Italia, per indicargli i punti nevralgici della capitale da bombardare al fine di porre termine più in fretta possibile alla resistenza tedesca e di indurre lo stesso popolo romano a ribellarsi ai nazifascisti.
Era materiale controverso, indubbiamente scottante, e nel clima di passioni avvelenate e tutt’altro che sopite dell’immediato dopoguerra destinato a prestarsi a furiose polemiche ed inevitabili strumentalizzazioni. Invano lo stesso Montanelli sconsigliò Guareschi – e perfino l’editore Rizzoli – di pubblicare le lettere. Guareschi andò a dritto, e De Gasperi sporse querela. Il processo, che allora ebbe luogo in tempi rapidi e non biblici come sarebbe successo al giorno d’oggi, si concluse con la condanna di Guareschi per diffamazione a mezzo stampa. Reato punibile, e punito, con la reclusione fino a dodici mesi.
La costituzione repubblicana, art. 21, tutelava già da sei anni la libertà di stampa, e ad essa si era aggiunta nel 1950 la convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, ma l’Italia del dopoguerra era – da un punto di vista dell’ordinamento giuridico – più vicina a quel regime fascista a cui la Repubblica era succeduta che a un paese libero, in cui si dava attuazione al dettato costituzionale e si recepivano i trattati internazionali. Il Codice Rocco prevedeva il carcere per diffamazione a mezzo stampa e per vilipendio delle autorità, e carcere fu. Guareschi, condannato dopo un processo in cui fu violata ogni guarentigia nei confronti dell’imputato,  entrò nella prigione di San Francesco a Parma il 26 maggio 1954 e ne uscì il 4 luglio dell’anno seguente. Siccome era recidivo a causa di una precedente condanna sospesa per la condizionale, dopo altri sei mesi in libertà vigilata presso la propria abitazione parmense, Guareschi tornò ad essere un uomo libero soltanto il 26 gennaio 1956.
Alcide De Gasperi, che aveva commentato la sorte dell’avversario con un “sono stato in galera anch’io e ci può andare anche Guareschi” che fa poco onore per la verità ad un personaggio altrimenti riconosciuto e ricordato per la grande statura morale oltre che per le qualità personali di uomo e di statista, non c’era più. Era morto il 19 agosto 1954. Giovanni Guareschi, che era entrato in carcere affermando orgoglioso “per rimanere liberi bisogna, ad un bel momento, prendere senza esitare la via della prigione”, dimostrò di essere un galantuomo fino in fondo dicendosi rattristato per “la morte improvvisa di quel poveretto (De Gasperi, n.d.r.). Io alla mia uscita avrei voluto trovarlo sano e potentissimo come l’avevo lasciato: ma inchiniamoci ai Decreti del Padreterno”.
Guareschi gli sopravvisse per dodici anni, ma è opinione comune che il soggiorno in carcere l’avesse duramente segnato, imponendogli una vita ritirata per motivi di salute e un forte ridimensionamento della sua stessa attività di giornalista. Il Candido, dalla cui direzione si era dimesso poco dopo l’uscita dalla galera, chiuse i battenti nel 1961. Quando nel 1968 Giorgio Pisanò (esponente di spicco del Movimento Sociale Italiano) rifondò il periodico offrendogliene di nuovo la direzione, un infarto gli impedì di rispondere all’invito. Al suo funerale, l’unico collega presente fu Enzo Biagi, l’unica personalità di rilievo fu Enzo Ferrari. Assenti completamente le autorità. Fu sepolto con la bandiera italiana con lo stemma sabaudo.

DIARIO VIOLA: Il Babe salva la Fiorentina a Torino

Sarà il gemellaggio, ma per il secondo anno consecutivo la Fiorentina si presenta a Torino senza attacco. O perlomeno senza titolari, perché poi va a finire che le cosiddette riserve, i due ragazzini Bernardeschi e  Babacar - il Babe, o la B3 come sono già stati ribattezzati dai nostalgici viola - sono i migliori in campo, o poco ci manca. Eleggere il peggiore invece è dura, malgrado si tratti di una partita che la Fiorentina gioca bene per almeno settanta minuti. Peccato che per quindici almeno il Torino si ritrovi poi in vantaggio, sull’unica dormita della difesa. Peccato che l’allenatore della Fiorentina ci metta altrettanto tempo a capire la necessità di fare dei cambi, togliendo un cavallo bolso e uno dei migliori per mettere due che andavano messi dal primo minuto. Ma andiamo con ordine, perché la carne al fuoco di questo 1-1 è veramente tanta.
La partita comincia a Firenze, con l’annuncio dell’infortunio di Cuadrado e con la conferenza stampa di un Montella più aziendalista che mai. Dopo aver dato conto dello stato di salute del colombiano (risentimento di un vecchio dolorino, felici di apprenderlo) e già che ci siamo anche di Gomez (dovrebbe rientrare presto, colpo di scena), il tecnico viola si scaglia con una stampa rea di essere ipercritica e a sproposito. “Se avete da ridire qualcosa prendetevela con me, lasciate stare la squadra”. E non è niente, rispetto alla conferenza stampa post-partita: “sono contento di non avervi accontentato, se eravate in grado di fare gli allenatori, eravate a fare gli allenatori”.
Detto da uno che ha appena pareggiato una partita da stravincere e tuttavia quasi persa, fa un certo effetto. Sia chiaro, il mister ha tutte le attenuanti del caso. Un mese fa spezzava le reni al Real Madrid con un tridente da sogno o quasi, ora si trova a fare il giochino delle tre carte con Ilicic, Borja Valero e Mati Fernandez, che con tutto il rispetto - a parte il Fantacalcio - in questo momento rendono assai poco. E meno male che sono rientrati i due ragazzini terribili dalla serie B. Se no stasera chissà di che eravamo a parlare, invece del brodino preso all’Olimpico di Torino che porta a sei i punti di quest’inizio di stagione. Pochi ma essenziali.
Ma attenuanti a parte, e il turnover in vista della Coppa non può esserne una alla fine di settembre, Montella dovrebbe spiegare perché lascia in panchina Aquilani e ripropone un Borja Valero in questo momento assolutamente inadatto ad un match di serie A italiana. E perché ripropone Ilicic, più adatto ad esperimenti galvanici sulla conduzione elettrica nel sistema neuronale umano che ad esercitare un qualsiasi riflesso su un campo di calcio. Mati Fernandez ci può stare, nell’ottica della giocata che fa saltare i rigidi schemi messi in campo da Ventura, un altro che è passato dal nuovo verbo calcistico al catenaccio galattico non appena gli interessi di bottega l’hanno richiesto.
Come già il Genoa di Gasperini ed il Sassuolo di Di Francesco (accreditato da qualcuno sulla panchina viola la prossima stagione, della serie facciamoci altro male), il Torino di Ventura è un altro argomento decisivo verso il ritorno della massima serie a 16 squadre. Catenaccio e Quagliarella, e per poco non bastava per fare il colpaccio. Contro queste squadre Montella non sa giocare. Né il Montella candidato alla Panchina d’Oro dei tempi migliori (quelli di Jovetic che comunque il suo a corrente alternata lo faceva e di Borja Valero che ancora aveva sangue spagnolo nelle vene) né quello di adesso, che appare fuori sintonia sia con quella società che insiste a difendere di fronte alla stampa sia con una squadra ce forse lui non voleva così e che comunque non sa gestire, infortuni a parte.
La banda dei leziosi viola malgrado tutto tiene banco per settanta minuti a Torino sponda granata, e non grazie al gemellaggio ma perché gioca bene. Babacar e Kurtic là davanti impegnano al difesa, Mati si procura punizioni (regolarmente sprecate da altri) quando non sfonda e Pasqual spinge quanto e come può attualmente. Con la piacevole sorpresa di un Micah Richards da Premier League, insuperabile in difesa e propositivo in attacco come pochi altri. Il centravanti senegalese avrebbe due occasioni clamorose per tingere di viola il cielo di Torino. Sulla prima pecca di inesperienza (e gli si può perdonare), sulla seconda è Gillet a fare una parata egregia. Dall’altra parte Neto si supera nell’unica occasione in cui è chiamato in causa. Ai punti comunque il primo tempo è della Fiorentina.
Nella ripresa cala il fiato ai viola, che comunque tengono ancora il pallino del gioco per la pochezza disarmante del Toro. L’arbitro Valeri ammonisce parecchio, e quasi sempre a sproposito, ma non incide più di tanto su un match che si stabilizza piano piano a centrocampo, con leggera prevalenza residua viola. I minuti passano, il risultato non si sblocca, e già questo dovrebbe indurre un allenatore di una squadra come la Fiorentina a fare gli opportuni cambi, per non perdere l’ennesima occasione. Soprattutto se in panchina hai un Aquilani e un Bernardeschi.
Ma Montella resta tetragono, anche dopo che comincia lo show di Quagliarella. L’ultratrentenne ex della Florentia Viola che fu inizia ad affondare nel cuore di una difesa che forse comincia ad essere in debito di ossigeno o forse si è disabituata al ritmo partita a causa dell’assenza di avversario. La prima volta va bene, la seconda Quagliarella fa male. Neto non si merita di andare a raccogliere il pallone in fondo alla rete, la Fiorentina non merita lo svantaggio, ma tant’é. 1-0 e palla al centro.
E’ troppo anche per Montella, che fa alzare mezza panchina. Dapprima tocca ad Aquilani che dà il cambio a Borja Valero , ed è un rimedio al più grande errore di giornata. Poi tocca all’incolore Badelj a lasciare il campo a Pizarro, e finalmente si rivede qualche passaggio in verticale. Infine tocca al ragazzino, Bernardeschi, che magari non doveva subentrare al leone Richards ma piuttosto al bradipo Ilicic.
Nel giro di due minuti, prima Aquilani torna a far vedere al popolo viola come si batte una punizione sfiorando il pari, poi Bernardeschi fa vedere a Babacar quant’è bello un assist in profondità fatto come Dio comanda. Stavolta il senegalese è all’altezza e va a segnare un gol splendido mettendo a sedere anche l’ennesimo portiere miracolato, Gillet.
Il peggio è scongiurato, peccato che ormai sia tardi per il meglio. La Fiorentina riprende a ruminare gioco, ma senza la necessaria cattiveria. Troppo tardi Montella ha disegnato l’assetto giusto, troppo pochi quelli che hanno il carattere e la classe giusta. Finisce con un recupero trascorso a medicare Savic per una pallonata sul volto e con un punto per parte che alla fine festeggiano solo i granata.
Poi è solo Montella, con l’ennesimo show contro i giornalisti. Su una cosa ha senz’altro ragione, allenatori migliori di lui in Italia ce ne sono pochi, e nessuno di certo siede in tribuna o sala stampa. Ma insegnare ai suoi un po’ di grinta in campo e schierare in partenza i giocatori in condizione migliore non dovrebbe essere troppo chiedere. Nemmeno ad un ragazzo prodigio come lui. Che poi tanto ragazzo non è più, nemmeno qui a Firenze.




giovedì 25 settembre 2014

DIARIO VIOLA: Il Muro di Sassuolo

Il Sassuolo visto ieri sera a Firenze è uno spot per la Serie A a 16 squadre. Eusebio Di Francesco schiera una formazione che non è neanche lontana parente di quella che nello scorso campionato venne a passeggiare al Franchi, complice una Fiorentina di fine stagione che nella migliore delle ipotesi l’aveva sottovalutata alla grande.
Stavolta, la scoppola rimediata due giornate fa  a San Siro sponda interista induce il pur brillante tecnico pescarese, una delle nouvelles vagues del calcio italiano assieme al suo avversario di ieri sera Vincenzo Montella, a optare per uno dei più clamorosi catenaccioni mai visti a Firenze. E dire che, soprattutto da quando la squadra viola ha fatto del possesso palla e del fraseggio di qualità le sue armi migliori, di catenacci da queste parti se ne sono visti parecchi.
Ai neroverdi manca lo squalificato Berardi, ma soprattutto manca il coraggio di rischiare. Di Francesco sacrifica qualunque velleità da Panchina d’oro e impone ai suoi uno schema tattico che prevede il superamento della metà campo due volte circa in tutta la partita. E siccome il calcio italiano vive davvero tempi di magra storica e nemmeno le “provinciali” sono più quelle di una volta, l’apporto allo spettacolo dato dagli emiliani è tendente allo zero e induce a riflettere – come si è detto in apertura – sull’opportunità di mantenere il massimo torneo nazionale a 20 squadre.
Dall’altra parte, la Panchina d’oro si allontana anche per lo spaesato Montella, che in questo avvio di campionato non riesce proprio ad entrare in sintonia con il giocattolo che, volente o nolente, la proprietà della Fiorentina gli ha rimesso in mano per il terzo anno consecutivo. La squadra che scende in campo per affrontare il Muro di Sassuolo pretende di giocare al solito modo, possesso palla tra il compassato e l’accademico, eccessiva fiducia nel giro palla in attesa della prodezza individuale da parte di chi può compierla, scarsa cattiveria agonistica, molta leziosità, scarsa condizione sia individuale in alcuni singoli che di squadra nel suo complesso.
Fiorentina-Sassuolo è un passo indietro consistente rispetto ad Atalanta-Fiorentina, e non solo per il risultato, perché alla fine la suddetta prodezza individuale non si compie. Un altro pareggio interno dopo quello con il Genoa (ma ancor meno brillante nel gioco) avvilisce di nuovo l’avvio di stagione viola. Cinque punti in quattro partite, media da salvezza e neanche tanto anticipata. Fiorentina che non vince in casa dall’inizio della primavera scorsa. Sassuolo che tutto sommato porta via un punto dal Franchi senza dannarsi eccessivamente l’anima.
Lo schieramento iniziale dei viola è quasi obbligato. Difesa a 4 con Tomovic e Alonso esterni, centrocampo a 3 con Kurtic, Borja Valero e Aquilani arretrato a fare il Pizarro. Cuadrado e il redivivo Joaquin sulle ali, Nkouma El Babacar al centro dell’attacco e sotto il peso della immane eredità di Mario Gomez. Nelle ore antecedenti la partita è venuto a mancare anche Juan Manuel Vargas per infortunio. Non sarebbe male a questo punto organizzare il ritiro estivo della squadra per la prossima stagione direttamente a Montesenario.
Si capisce subito quale sarà il leit motiv tecnico-tattico del match allorché il Sassuolo si sistema subito al completo dietro la linea del pallone lasciando alla Fiorentina l’onere di far gioco e risultato. Si capisce subito che eventualmente i tre punti potranno arrivare in tanti modi, ma non grazie alla fortuna. E’ passato appena un minuto allorché un gran tiro di Aquilani finisce di poco fuori. Il romano, che - improvvisato regista - alla fine sarà il migliore in campo, impreca, ma mai quanto Cuadrado una decina di minuti dopo. Il colombiano viene liberato da un cross di Joaquin e centra un palo clamoroso. Il briciolo di fortuna eventualmente avuto in quel di Bergamo viene subito ripagato con gli interessi.
Ci saranno altre occasioni per sbloccare il risultato, ma la Fiorentina le spreca tutte, fino al palo clamoroso colpito ancora nel secondo tempo da un Borja Valero fino a quel momento in ombra e liberato nell’occasione da una triangolazione splendida con Babacar. Se lo spagnolo appare decisamente involuto rispetto alla condizione mostrata fino al momento dell’infortunio con il Guingamp, il senegalese invece appare in discreto spolvero, battendosi coraggiosamente e finendo spesso per essere il più ispirato degli attori viola sul fronte d’attacco. Cercano di dargli mano soprattutto Cuadrado, almeno finché Vrsaliko non gli prende le misure con le buone e con le cattive, e Kurtic, al quale però stasera le magie evidentemente non riescono.
La tre-quarti emiliana è affollata come un tram nell’ora di punta. Muoversi e far gioco diventa proibitivo, soprattutto per una squadra in non grande condizione atletica e con poca verve agonistica come quella viola. La Fiorentina si spegne con il passare dei minuti. L’arbitro aiuta poco, negando a Borja Valero un evidente rigore, il resto finiscono per farlo il nervosismo e la mano incerta dell’uomo che siede in panchina.
Il primo cambio di Montella arriva quasi al 70’, un po’ troppo tardi. Bernardeschi rileva un Joaquin apparso un po’ appesantito rispetto a quello della scorsa stagione. Il ragazzino prova a vivacizzare la manovra viola più di quanto era riuscito al più attempato e più famoso collega spagnolo, ma si perde inevitabilmente anche lui nelle maglie strette della difesa emiliana.
Poco dopo, Montella rileva Cuadrado per Ilicic. Non è ben chiaro quale idea abbia il mister per tentare l’ultimo disperato assalto alla prima vittoria casalinga. Non è stato forse il miglior Cuadrado quello visto all’opera, ma di sicuro quello che prende il suo posto è il solito Ilicic, o quasi. Alla fine esce anche Borja Valero, la cui prestazione è stata contraddittoria, impalpabile per quasi tutto il match eppure le occasioni migliori sono toccate a lui. Mati Fernandez, nei pochi minuti che restano, non può far altro che tentare qualche numero dei suoi. Paolo Cannavaro spazza via tutto, sembrando in certi momenti addirittura il fratello Fabio, ai suoi tempi d’oro.
Finisce mestamente, tra i fischi di uno stadio che aveva pregustato il riaggancio del Milan fermato a Empoli, e che si ritrova invece a chiedersi cosa succederà di questa Fiorentina dalle polveri bagnate, che sembra tornata quella del primo anno di Montella ma senza l’estro pur occasionale di Jovetic, Llajic e Luca Toni.
Qualcuno fa addirittura il nome di Sinisa Mihajlovic, intendendo ricercare un precedente estremo al gioco poco brillante visto in questa serata di inizio autunno. Ma pare francamente eccessivo. Il problema di questa squadra è soprattutto quello di serrare le fila e stringere i denti. Di presentarsi in campo con la cattiveria sportiva messa in mostra da un Sassuolo che forse in una Serie A che si rispetti non dovrebbe nemmeno esserci, ma che morde le caviglie degli spenti funamboli viola senza pietà e ottiene quello che vuole con relativo sforzo.
Anche gli ambienti societari, degli addetti ai lavori dell’informazione e del tifo dovrebbero ricompattarsi un attimino, perché sta tirando giù da Fiesole su questo stadio Franchi un vento strano, poco simpatico e ancor meno promettente. Un’aria da Caporetto che soltanto un mese fa sarebbe apparsa da fantascienza anche al più scettico degli aficionados viola.

Domenica si va a rendere visita ad un Torino euforico per la vittoria di Cagliari. L’Accademia, per favore, lasciamola tutti a Firenze ai turisti.

martedì 23 settembre 2014

DIARIO VIOLA: Nuovo stop per Mario Gomez

Avevamo invocato la Dea Bendata quale componente essenziale delle sorti viola nel presentare la nuova stagione. Purtroppo, come già altre volte nella storia controversa e sofferta della Fiorentina, la Fortuna ha dimostrato di aver diritto al riconoscimento dell’invalidità permanente al 100%, risultando oltre che cieca anche sorda.
La nuova tegola arriva verso l’ora di cena del 22 settembre 2014, il giorno dopo un vittorioso Atalanta-Fiorentina che aveva appena finito di riscaldare gli animi perplessi e tremebondi dei tifosi viola. Come sempre in questi casi, niente rende meglio l’idea (e gela il sangue, visti i precedenti) delle parole scarne, essenziali, ufficiali del comunicato dell’A.C.F. Fiorentina.
ACF Fiorentina comunica che Mario Gomez, al termine della gara Atalanta-Fiorentina ha subito una lesione di primo grado alla giunzione mio-tendinea dei flessori della coscia destra, diagnosi confermata dagli accertamenti eseguiti in data odierna. L’atleta ha già iniziato le cure del caso. Tra 10 giorni sarà eseguito un nuovo controllo. La prognosi prevista per la completa ripresa dell’attività sportiva è di 3 settimane.
Successivi accertamenti hanno confermato che l’infortunio avvenuto nei minuti finali della partita di Bergamo non sarebbe altro che dovuto ad una azione di gioco, favorito tra l’altro probabilmente dalla stanchezza per una gara tiratissima nella quale Mario Gomez non poteva più essere sostituito anzitempo (Montella aveva esaurito i cambi). Nello stesso tempo al bomber tedesco bruciava di dover concludere un’altra gara a zero reti segnate. Insomma il classico caso di gamba non trattenuta, per lodevole ma purtroppo sfortunato impegno.
La scivolata fatale di Bergamo nell’immediato significa per la Fiorentina un nuovo temporale sul bagnato, e questo spiega forse anche il ritardo nella comunicazione ufficiale del nuovo stop per Supermario. Si è voluta la assoluta certezza di un esito che non ha mancato di scatenare puntualmente e da subito un uragano di polemiche negli ambienti di un tifo già surriscaldato, durante l’estate appena terminata, dalla vicenda Rossi. La psicosi complottistica peraltro sta avvelenando questo inizio di campionato a Firenze ancor più forse degli infortuni dei giocatori e delle difficoltà di far risultato della squadra.
Bene che vada, comunque, l’unica cosa certa è che per un mese i viola dovranno affrontare gli impegni di campionato e coppa privi del loro principale terminale offensivo, pur con lo scartamento ridotto a causa della difficoltà di entrare in forma registrato in questo avvio di stagione. Senza dimenticare che il bagnato della Fiorentina è fradicio, perché l’altro terminale offensivo fiorentino, Pepito Rossi appunto, è fermo da prima dell’avvio e per motivi ancora più seri.
Sembra il bis della stagione scorsa, ma non è così. Stavolta è peggio perché manca Rossi, alle prese per chissà quanto tempo con la convalescenza e la riabilitazione dopo l’intervento chirurgico subito a fine agosto. Ma è anche meglio perché ci sono un Babacar ed un Bernardeschi in più, che adesso hanno l’occasione di mettere definitivamente in luce le rispettive qualità dando nel contempo una mano alla propria squadra, che del famoso tridente su cui poggiavano tante speranze avrà almeno fino ai primi di novembre a disposizione il solo Cuadrado. C’è da scommettere inoltre che verrà momentaneamente sospeso qualsiasi sviluppo di mercato per Mounir El Hamdaoui, et pour cause.

Nel frattempo, ed a scanso di ulteriori ed ancor più pesanti equivoci, il giocatore tedesco ha già fatto sapere che non intende tornare in Germania e che proseguirà qui a Firenze tanto la convalescenza che la ripresa della preparazione atletica.

DIARIO VIOLA: Più forti dell’Atalanta, e anche di Sky

Daniele Prade’ è uno che non torna mai a mani vuote. Con quello che i suoi datori di lavoro gli mettono a disposizione (il cosiddetto budget) riesce sempre a portare a casa giocatori che danno un senso al mercato, alla stagione, alla squadra da mandare in campo. A Roma, ai tempi in cui Sensi doveva al fisco e a Unicredit una cifra pari al prodotto nazionale lordo di qualche paese, lui riusciva puntualmente a mettere a disposizione dei tecnici una formazione capace di essere l’unica seria avversaria di un’Inter che altrimenti avrebbe fatto il triplete tutti gli anni, anche perché si era premurata di eliminare anzitempo tutti gli altri avversari. A Firenze, atteso che la proprietà è di quelle che hanno deciso da tempo di non fare sciocchezze – o addirittura rovinarsi – per il calcio, è riuscito sempre a pescare qualche gioiello nei mercatini dell’usato a giro per il mondo. Roba buona, di quelle che possono cambiare una stagione, addirittura.
L’anno scorso fu Joaquin Sanchez Rodriguez, vecchia gloria delle Furie Rosse, capace di prestazioni e di gol decisivi, come quello che non si dimentica, il 3-2 alla Juve nell’epica rimonta del Franchi. Quest’anno è la volta di Jasmin Kurtic, il centrocampista sloveno che nella scorsa stagione aveva partecipato attivamente alla favola del Sassuolo di Di Francesco, e che per uno di quei misteri del calcio nostrano agli ultimi giorni di calciomercato non era stato ancora ingaggiato da nessuna formazione di vertice. Corteggiato (a parole) da tante, preso da nessuna.
Alla fine, complici a quanto pare le ottime referenze fornite dal connazionale Josip Ilicic già in forza all’esercito viola, ci ha scommesso sopra il nostro Prade’, quando stava per arrivare lo “stop alle telefonate”. Gran storcere di bocca di certi ambienti del tifo, nonché di tanti addetti ai lavori. Tipico acquisto dell’ultim’ora, per mascherare i mancati arrivi di campioni veri, quelli che – sempre a detta  di stampa e tifosi inclini al pessimismo cosmico – a Firenze non vengono perché siamo “periferia”, e per di più in mano a dei “braccini”.
Bene, da ieri sera Jasmin Kurtic è un’altra scommessa vinta dei responsabili del settore tecnico della Fiorentina, nonché il salvatore della patria pallonara viola. Da ieri sera grazie a lui e al suo gran gol da fuori area (il n. 3.500 della Fiorentina nella massima serie) la squadra torna ad intravedere, con quattro punti, posizioni di classifica a lei più confacenti (almeno sulla carta), e quella che poteva essere una buona prestazione non coronata da fortuna e successo al pari del match casalingo con il Genoa si è trasformata in un’impresa da cui può prendere il via una stagione del tutto diversa malgrado il problematico avvio.
Non saranno molte le formazioni capaci di portar via tre punti dallo stadio Atleti Azzurri d’Italia di Bergamo. L’Atalanta di Colantuono sopperisce ad alcune lacune tecniche con il solito cuore grande così. E ha sulla fascia destra un tandem formato dal paraguaiano Estigarribia e dall’ennesimo “toro” di Sora Davide Zappacosta, apparsi spesso due autentiche ire di Dio dotate di un passo superiore a quello di qualsiasi difensore viola. Contro questa formazione, galvanizzata tra l’altro dal successo di Cagliari, la Fiorentina ha avuto il merito di venire a fare la sua solita partita, fatta di possesso palla pregevole e occasioni da gol altrettanto pregevoli, anche se dalla gestazione sofferta e dall’esito quasi mai all’altezza delle aspettative.
Dalle esigenze di turnover e di convalescenza esce un centrocampo con Badelj e Mati Fernandez al posto di Pizarro e Borja Valero. Tanto il neoacquisto croato che l’ex promessa cilena se la cavano benino. Il primo si piazza in mezzo al campo con sicurezza, non fa mai niente di eclatante ma anche sbaglia poco o nulla. Il secondo riprende il discorso da dove era stato costretto ad interromperlo, nel match di andata a Torino contro la Juventus in Europa League: tanta fantasia e tanti dribbling, che nella tonnara atalantina potrebbero sortire qualche effetto positivo. Così come le giocate di un Cuadrado che almeno nei primi trenta minuti si conferma ispirato come non mai, prima di arrendersi all’evidenza del fatto che l’arbitro Carmine Russo non è di scuola europea, non fischia le falciate (perlomeno quelle atalantine) come il suo collega austriaco di giovedi scorso. A un certo punto, meglio salvare le gambe.
In regia torna Aquilani, e fa vedere che i discorsi sul rinnovo del contratto – veri o presunti che siano – sono questioni di lana caprina. Il numero 10 è imprescindibile per questa squadra, tocca una quantità di palloni impressionante, li tocca tutti bene, di piede e di testa. Un po’ come dietro di lui Gonzalo Rodriguez, il secondo regista di questa squadra. Non è un caso che nella ripresa, quando dopo il vantaggio viola il fiato inevitabilmente cala e l’Atalanta schiaccia la Fiorentina nella sua metà campo alla ricerca del pareggio, i due siano i più lucidi a leggere la situazione e a spendere falli tattici che danno respiro ai compagni ma che purtroppo valgono anche due ammonizioni da parte di un Russo che solo nell’occasione ritrova il fischietto precedentemente smarrito.
La difesa a tre patisce un po’ troppo le folate orobiche soprattutto sulla destra, come si è detto. Per fortuna, nelle uniche due – clamorose – occasioni dei padroni di casa Norberto Murara Neto mostra tutta la sicurezza acquisita nell’ultimo anno con due paratone. La Fiorentina aveva sfiorato più volte il vantaggio nel primo tempo, soprattutto con Ilicic e Alonso, ma Boakye si ritrova solo davanti al portiere viola che con la gamba di richiamo riesce a deviare sul palo.
Sarebbe stata una beffa, capace come altre volte di trasformare una bella prestazione viola in un probabile inferno. Nella ripresa Boakye offre il bis, dopo il vantaggio fiorentino, e Neto fa altrettanto salvando il risultato e i tre punti. A quel punto i compagni non ne hanno più da spendere, solo da resistere nel Fort Apache finale, a cui Montella – che può fare solo tre cambi – aggiunge Micah Richards (non male la sua prova) al posto di un esausto Pasqual e Juan Vargas al posto di un altrettanto provato Juan Cuadrado.
Dopo aver fatto gioco per settanta minuti, il fortino viola resiste negli ultimi venti di agonia, più cinque di recupero interminabile. Come interminabile (e inascoltabile) è parsa, a chi ha seguito la partita su Sky, la telecronaca dell’ex Massimo Ambrosini, al quale consigliamo un po’ più di obbiettività se intende intraprendere la carriera di commentatore in modo duraturo, dimenticandosi le proprie vicende di giocatore. Il pareggio atalantino, a lungo invocato dai microfoni di Sky, comunque non arriva ed alla fine i giocatori viola restano sul campo a festeggiare dopo il triplice fischio di Russo.
Per il terzo anno consecutivo, la Fiorentina porta via da Bergamo i tre punti. Per la terza partita consecutiva ci sono luci ed ombre nel gioco viola, insieme alla ricerca di un modulo che produca meno patemi nella ricerca del gol e nella difesa del vantaggio, e che metta soprattutto Mario Gomez in condizione di giocare palloni meno complicati di quelli visti anche ieri, sbloccandosi così prima possibile nella classifica dei marcatori.

Supermario merita un discorso finale a parte. L’ex centravanti del Bayern sta stentando a ingranare, e a farlo nell’unico modo concepibile per un attaccante: segnando gol. Ma la sua presenza in campo vuol dire mezza difesa avversaria costantemente impegnata solo a contenerlo, e spazi notevoli per i compagni. Vuol dire costringere la squadra avversaria 30 metri più indietro. In attesa che, giocando regolarmente, arrivi anche per lui la migliore condizione, Mario Gomez in campo significa buona parte delle chances offensive della Fiorentina. E questo Vincenzo Montella per fortuna lo sa meglio di chiunque altro.