martedì 30 settembre 2014

Knut

Ogni volta che ripenso a lui – praticamente di continuo – lo rivedo sempre com’era quella sera dal veterinario, nella gabbia dov’era convalescente, quando finalmente si rilassò alle mie carezze e concesse a se stesso, e anche a me, il primo barlume di speranza, il primo momento di tenerezza, di voglia di restare in questo mondo, di tornare a casa con noi, di diventare uno dei nostri gatti.
Knut era comparso una sera dello scorso gennaio. Eravamo tornati a casa a buio, mentre io ero già dentro a dar da mangiare ai nostri gatti affamati, Bamboo, Joyce e Amelia, Paola si era fermata fuori perché qualcuno miagolava dentro la siepe che recinta casa nostra. “C’è anche Amelia, qui”, mi gridò da fuori. Io da dentro vedevo Amelia, la gattina bianca, che mi faceva le fusa tra le gambe per avere la sua ciotola. “No,” le risposi, “Amelia è qui!” “Allora c’é un altro gatto bianco!” gridò Paola, prima di entrare in casa portandosi dietro il nuovo, affamatissimo arrivato.
Cominciò così la storia di Knut con noi. Lo chiamammo così perché ci ricordava l’orsetto bianco dello Zoo di Berlino. Bianco come l’Amelia, si distinguevano solo per le dimensioni. Knut era un gattone, per quanto emaciato dai tanti giorni trascorsi nei boschi e da una fame sconfinata.
Chissà da dove era arrivato, non l’abbiamo mai saputo, né abbiamo mai saputo se qualcuno lo cercava, lo reclamava. Più facile che qualcuno l’avesse abbandonato. Il veterinario scoprì subito che aveva la FIV, l’AIDS dei felini. Probabile che fosse stato allontanato, lasciato al suo destino nei boschi sotto Bivigliano, come tanti altri. Oppure chissà.
L’unica cosa certa era che Knuttino aveva una gran fame. Quella prima sera mangiò come un lupo, mentre gli altri gatti guardavano allibiti quel nuovo arrivato che si faceva fuori le loro provviste di cibo. Ma nessuno lo accolse male, tutto sommato. Più intelligenti di tanti esseri umani, capirono subito che quel loro simile aveva bisogno di aiuto, di un riparo contro il freddo invernale, di sfamarsi dopo aver patito la fame per chissà quanto.
E poi Knut era buono come il pane. Mai litigato con nessuno dei suoi fratelli adottivi. Semmai era diventato con il tempo “territoriale”, protettivo verso la sua nuova casa, il suo nuovo giardino, la sua proprietà e quella vita che il cielo gli aveva donato quando tutto sembrava perduto. Solo per illuderlo di nuovo, in attesa di un’altra beffa, ma questo allora non potevamo saperlo, né lui né noi. Knut faceva la guardia tutte le sere, dopo cena, guardando male altri gatti di passaggio e a volte accompagnandoli ai confini della proprietà. Ma mai con cattiveria o aggressività. Come certi americani di prima generazione, era diventato il più fanatico sostenitore della sua nuova patria, restando tuttavia quello che era: la bontà personificata. Perché Knut era una persona. Come noi.
Non facemmo a tempo a decidere di tenerlo con noi che le sue condizioni peggiorarono. Il periodo di stenti l’aveva provato, le sue difese compromesse dall’AIDS gli avevano procurato anemia, infezioni, malattie varie. Quando lo portai dal veterinario credevo di portarlo a morire, se non quella sera la sera successiva. E’ un qualcosa che ho già provato due volte, è straziante, da impazzire. Ed ero pronto ad affrontare quella cosa per la terza volta. La sera dopo invece lo trovai che stava reagendo, con la voglia di vivere che le medicine, le nostre cure e – spero – le mie carezze gli stavano ridando. Mi si abbandonò tra le braccia. Poche volte sono stato così contento come quella sera. Quando lo riportai a casa, pensavo di aver vinto chissà che, meglio di un terno al lotto.
Voglio bene a tutte le mie bestiole, allo stesso modo. A quelle che sono sopravvissute e a quelle che non ci sono più, soprattutto le ultime, portate via da quelle belve che si chiamano uomini e che dalle mie parti sono particolarmente feroci. Ma Knut era diventato in qualche modo speciale. “Salvato dal bosco”, come Mosé era stato salvato dalle acque. Knuttino era affettuoso, cercava il suo posto accanto a noi timidamente, quasi a voler dare agli altri gatti una sensazione rassicurante, far capire loro che non voleva passare avanti a nessuno. Cercava solo affetto e calore.
Era speciale. Come quella volta che dette la caccia all’uccellino entrato in casa fin sulle travi del soffitto, finché non lo prese. Per lasciare poi che glielo togliessi di bocca senza resistenza. Aveva dimostrato di essere un grande cacciatore. Non avendo fame, e non essendo una belva omicida come solo l’uomo può essere, lo lasciò vivere, non c’era scopo a prendersi la vita di un’altra creatura.
Chissà dov’è adesso. Chissà chi ha preso la sua di vite, e perché. Vorrei tanto poter sperare che avesse ripreso il suo viaggio, nei boschi settembrini, verso una nuova destinazione e magari una nuova famiglia. Vorrei solo sapere che sta bene, come ho cercato che stesse con tutte le mie forze da quando è venuto da noi. Ma di lui non c’è traccia, e cinque giorni sono tanti per una bestiola che aveva sempre fame, alle ore pasti si faceva sempre trovare davanti alla sua ciotola. Cinque giorni trascorsi in un bosco dove si aggirano le bestie più orrende che la natura abbia mai creato: gli uomini armati di fucile. Un bosco dove, ancora per chissà quanto, ogni luce ed ogni ombra giustificherà i miei sogni allo stesso modo dei miei incubi. Finché mi resterà solo il ricordo, e nemmeno una tomba dove andarlo a trovare, così come per Ljiuba e il Bianchino e tutti gli altri che non ci sono più. Spariti nel maledetto nulla.

Vorrei almeno la certezza che, se se ne è andato, adesso è in cielo a scorrazzare con gli altri nostri gatti scomparsi, in un giardino dove nessuno può far loro più niente di male. I miei cari, umani e animali tutti insieme. Ma non c’è nessuna certezza, di niente. La vita si fa beffe di noi. E si porta via sempre i più buoni. Come Knut, i cui occhi dolci non potrò scordare mai.

Il paese dei Cancellieri

8 novembre 2013

La vicenda di Anna Maria Cancellieri, il ministro della Repubblica che ha preso il telefono per perorare la causa di alcuni detenuti illustri suoi amici personali esprimendo anche valutazioni negative sull’operato di un’altra istituzione dello Stato (la Magistratura colpevole a suo dire di abuso di potere avendo ordinato senza fondamento l’arresto dei Ligresti), da qualunque punto di vista la si guardi insegna soprattutto una cosa: la Casta ormai è totalmente fuori controllo, un senso dello Stato e una cultura amministrativa (sempre scarsi dall’Unità d’Italia ad oggi ma almeno presenti nella nostra classe politica in dosi minime sufficienti a garantire la sopravvivenza di una comunità-stato) non esistono più, la presunzione di impunità di chi governa la “cosa pubblica” in Italia è arrivata al livello delle satrapie orientali dell’epoca ellenistica.
Non è la prima Anna Maria Cancellieri a comportarsi in modo unanimemente ritenuto non consono all’istituzione di cui fa parte e che rappresenta e anziché pentirsene ricorrendo a quell’istituto all’estero ben conosciuto che risponde al nome di “dimissioni” alza la voce dando del bugiardo in malafede a chi la critica e rifiutandosi di fare qualsiasi tipo di passo indietro, rivendicando anzi il suo “diritto a vivere in un paese libero”.
Non è la prima e non sarà l’ultima, a quanto è dato di prevedere visti i costumi nazionali, ma è sicuramente una delle più eclatanti e roboanti – in contrasto proprio con la formazione giuridica e l’esperienza amministrativa sbandierata da chi l’ha voluta al governo prima come “supertecnico” e poi come migliore tra i politici post-Seconda Repubblica – nel mostrare al mondo intero come in Italia ormai esista una frattura tra una popolazione sempre più vessata  e succube (anche e soprattutto in ultima analisi per propria scelta e/o vocazione) ed una classe dirigente (in senso lato) a cui tutto è permesso e che anzi rivendica orgogliosamente questo status.
Era il marzo 1977 quando l’allora leader della Democrazia Cristiana e capo del governo Aldo Moro intervenne nel dibattito parlamentare sul Caso Lockeed (il più grande scandalo di corruzione dell’epoca, riguardante certe forniture all’Italia di aerei militari da parte della nota ditta americana, che arrivò a “lambire” addirittura la Presidenza della Repubblica). Al deputato Mimmo Pinto di Democrazia Proletaria che minacciava un rinvio per il maggior partito di governo dell’epoca di fronte ad una giustizia popolare, quella dell’opinione pubblica, della “piazza”, a suo dire l’unica vera opposizione al sistema, Moro replicò con una frase che sarebbe diventata storica, oltre che profetica: «Onorevoli colleghi che ci avete preannunciato il processo nelle piazze, vi diciamo che noi non ci faremo processare».
La frase, come tutte quelle dello statista pugliese del resto, si prestava a molteplici interpretazioni. Nella sua accezione più legalitaria – diciamo così – fu intesa come una dichiarazione programmatica da parte di una classe politica che né allora né dopo si sarebbe fatta mettere in discussione in alcun modo dai suoi governati. Mutatis mutandis, non ci riuscirono né le Brigate Rosse, né Mani Pulite né qualsiasi movimento di protesta più o meno accennata tra quanti si sono affacciati sulla scena nella storia repubblicana. Non ci ha mai provato seriamente nemmeno lo stesso popolo italiano, che a differenza degli altri d’Europa dimostra peraltro una disponibilità alla sopportazione che avrebbe fatto la felicità dei più ortodossi teologi cattolici dell’Alto Medioevo.
A meno che non si intenda per protesta l’esternazione di commenti più o meno umorali (e poco altro) sui vari social network a cui affidiamo quotidianamente la nostra illusione di partecipazione ad una vita sociale e politica più simile a quella dei protagonisti del film Matrix che ad una vera comunità nazionale. O il plauso ai vari affabulatori senza conseguenza, che come Grillo o Renzi si oppongono agli “uomini di conseguenza” di “veraldiana” memoria, forse in realtà aspettando soltanto il loro turno di prenderne il posto.
Nessuno in realtà è in grado di spiegare alla sig.ra Cancellieri perché tra le sue funzioni rientra quella di far sì che le carceri siano un posto civile e decoroso per tutti i detenuti, e non soltanto per i suoi amici di famiglia a nome Ligresti. No, nessuno può farlo, se non ci arriva da sola. Si può solo constatare che altrove ci si dimette per uno scontrino di pochi euro “erroneamente” messo a carico del bilancio di quello Stato che si rappresenta, qui invece se colti in un qualsiasi fallo si rivendica la libertà di pensiero (e di azione) e si lanciano strali contro gli infami che “vogliono strumentalizzare”.

Abbiamo ricordato Aldo Moro. Una delle massime in voga nel partito che lo ebbe a lungo come leader di spicco era famosa all’epoca della Prima Repubblica, e lo è rimasta in seguito anche quando quel partito è passato agli archivi della storia: “Mai presentare le dimissioni, esiste sempre l’eventualità per quanto remota che qualcuno te le accolga”.

Dieci italiani per un tedesco

13 ottobre 2013

Erich Priebke era un capitano delle SS, le Schutzstaffel costituite da Hitler nel 1925 come propria guardia personale, una sorta di corpo di Pretoriani che con il tempo aveva sistematicamente arruolato i nazisti più fanatici ed era arrivato all’epoca della Seconda Guerra Mondiale a costituire l’unità combattente e di polizia militare più letale ed efficace di tutto l’apparato bellico tedesco. Reclutato personalmente dal suo capo, Heinrich Himmler, il giovane Priebke si era distinto per le proprie capacità organizzative pari alla sua fedeltà all’ideologia nazionalsocialista ed aveva fatto carriera.
La mattina del 23 marzo 1944, quando l’Obersturmbannführer Herbert Kappler, comandante della piazza militare di Roma occupata dai nazisti gli ordinò di organizzare ed eseguire la più feroce delle rappresaglie compiute dall’esercito tedesco in Italia, Priebke portava appunto i gradi di capitano ed era uno degli uomini di fiducia di Kappler. Inevitabile che il massacro delle Fosse Ardeatine fosse affidato a lui, che non si fece pregare e non deluse la fiducia accordatagli, andando perfino al di là dei crudeli, disumani ordini ricevuti.
Roma era sotto il controllo della Wehrmacht e della Gestapo fin da subito dopo l’8 settembre, e aspettava la fine di uno degli inverni più lunghi e duri della sua storia, combattuta tra la speranza che gli Alleati – ormai vicini alla città ma bloccati dal caposaldo tedesco arroccato nell’antica Abbazia di Montecassino – riuscissero a sfondare le linee nemiche prima possibile ed il terrore della legge marziale germanica, dei rastrellamenti di ebrei, partigiani e di quanti semplicemente incappavano nel capriccio degli occupanti. Pur avendo conosciuto tante invasioni e saccheggi durante il corso della sua storia plurimillenaria, niente era paragonabile all’orrore vissuto dai romani in quei nove mesi intercorsi tra la resa dei Granatieri di Sardegna a Porta San Paolo il 12 settembre 1943 e l’entrata delle avanguardie del generale Clark, la benedetta V^ Armata, la mattina del 4 giugno 1944, il giorno della Liberazione.
Era il periodo magistralmente immortalato da Roberto Rossellini con la grande Anna magnani nel capolavoro “Roma città aperta”. A fine marzo, la Linea Gotica reggeva ancora, la luce in fondo al tunnel era tutt’altro che in vista, e i Gruppi Armati Partigiani (G.A.P.) adottarono pertanto la decisione controversa di compiere una azione dimostrativa per scuotere il morale delle truppe tedesche occupanti e risollevare quello dei romani, dando impulso nel contempo allo sforzo degli Alleati nella difficile marcia verso la Capitale dopo lo sbarco di Anzio.
Fu prescelta Via Rasella, traversa della centralissima Via del Tritone. Il cuore di Roma, dove la bomba partigiana avrebbe riecheggiato ancora più forte. Vittime designate, un battaglione di altoatesini, il Polizei-Regiment Bozen, che transitava da quella via quotidianamente di ritorno dalle esercitazioni. La mattina del 23 marzo 1944 le Brigate Garibaldi, ricevuto l’ordine esecutivo del Comitato di Liberazione Nazionale presieduto in quel momento tra gli altri da Sandro Pertini e Giorgio Amendola, passarono all’azione. La data non era stata scelta a caso, si trattava del 25° anniversario della fondazione del primo Fascio di Combattimentoda parte di Mussolini a Milano. La guerra si faceva e si fa ancora anche - e a volte soprattutto - con i simboli, per quanto sanguinosi.
Il Battaglione Bozen fu spazzato via dalla bomba dei GAP, che appostati in zona finirono i superstiti con bombe a mano e pistole. Subito dopo, partì l’inevitabile rappresaglia delle SS, il cui morale – lungi dall’essere stato fiaccato – si rivelò quanto mai rafforzato nella propria crudele determinazione ad andare fino in fondo in quella guerra dove ormai si reggevano soltanto sul proprio estremo fanatismo. Herbert Kappler applicò il codice militare tedesco, che prevedeva una rappresaglia ai danni di dieci civili locali per ogni soldato tedesco caduto. Il rastrellamento, l’organizzazione e l’esecuzione furono affidate come detto al capitano Priebke, al quale né allora né in seguito fino al suo ultimo istante di vita balenò nel cervello la possibilità di non ottemperare agli atroci ordini ricevuti. Nessun tedesco in quegli anni lo avrebbe fatto, avrebbe dichiarato in seguito.
Per buona misura, i 33 morti del Battaglione Bozen furono vendicati con il massacro di 335 civili rastrellati a caso per le vie di Roma e integrati con detenuti “politici” di Regina Coeli, il carcere di Roma. Cinque in più del necessario, perché lo zelo di Priebke non tollerava eventuali mancanze, meglio abbondare. Le vittime furono portate alle Fosse Ardeatine, antiche cave di materiale ghiaioso lungo la Via Ardeatina fuori Roma. L’esecuzione ebbe luogo neanche 24 ore dopo l’attentato di Via Rasella. I corpi dei giustiziati rimasero nascosti nelle cave fino a dopo la Liberazione. I tedeschi si erano preparati – moralmente parlando, secondo loro – una via di fuga occultando le tracce del massacro. Come per lo sterminio degli ebrei, un giorno se le cose fossero andate male e si fosse dovuto render conto delle proprie  azioni si sarebbe sempre potuto affidarsi al Negazionismo. Tanto le tracce degli eccidi erano state cancellate, o sottoterra o nei forni dei campi di concentramento.
Le cose andarono male, alla fine, per la Germania nazista. Kappler venne catturato al pari del Feldmaresciallo Kesselring – comandante della Wehrmacht nell’Italia occupata e governata tramite il regime fantoccio di Salò – e inizialmente condannato a morte, sentenza poi commutata nell’ergastolo che si concluse anzitempo con la clamorosa fuga dall’ospedale militare del Celio nel 1977. Priebke invece riuscì ad evadere nel 1945 dal campo di prigionia dov’era detenuto e grazie ai buoni uffici della famigerata Organizzazione Odessa ricevette documenti falsi con i quali poté imbarcarsi per il Sudamerica. Trovò rifugio nell’Argentina governata dal dittatore Juan Peron, filotedesco da sempre e ben disposto ad accogliere gli ex nazisti in fuga.  A San Carlos de Bariloche, ai piedi delle Ande argentine, Erich Priebke visse i successivi cinquant’anni sotto la protezione della comunità tedesca e delle organizzazioni neonaziste.
Era uno dei bersagli principali del Centro di Documentazione Ebraica di Simon Wiesenthal, il cacciatore di nazisti che era già riuscito ad assicurare alla giustizia postbellica belve come Adolf Eichmann. Ma riuscì a farla franca fino al 1994, quando finalmente il mutato clima internazionale post guerra fredda e la fine delle dittature fasciste in Sudamerica permisero agli investigatori ed ai giornalisti di penetrare la spessa cortina alzata sui reduci del Terzo Reich da organizzazioni come l’Odessa e dai loro simpatizzanti nel mondo politico e finanziario internazionale. Priebke fu arrestato ed estradato in Italia nel 1995, cinquant’anni dopo i fatti che l’avevano reso tristemente famoso. Nel 1996 si presentò di fronte al tribunale Militare di Roma, dichiarato competente a giudicare essendo l’eccidio delle Fosse Ardeatine un crimine di guerra. In prima istanza, il Tribunale non trovò di meglio che giudicare Priebke non perseguibile, in quanto il reato era prescritto dato il lungo tempo trascorso. La clamorosa sollevazione del pubblico già nell’aula del Tribunale indusse il governo italiano a farsi promotore di un nuovo procedimento giudiziario. Stavolta, malgrado il tentativo grottesco della difesa di Priebke di farlo passare per un mero esecutore di ordini (e semmai di chiederne la persecuzione soltanto per quei cinque morti in più rispetto alla proporzione di 10 ad 1!), per l’ex capitano delle Schutzstaffel non ci fu scampo.
Erich Priebke fu condannato all’ergastolo, da scontare agli arresti domiciliari in considerazione dell’età avanzata, con sentenza definitiva del 1998. Nel 2007, dopo che per anni l’opinione pubblica italiana si era divisa tra fautori della severità e partigiani della clemenza per ragioni umanitarie (siamo sempre pronti a provare simili moti dell’anima per chi non ne ha mai provati in vita sua), a Priebke venne concesso il permesso di uscita da casa a determinate ore del giorno, per recarsi “al lavoro” nello studio del suo avvocato. Negli ultimi anni della sua vita aveva fatto discutere il regime di semilibertà sempre più lasco di cui aveva beneficiato (pur sotto stretta sorveglianza della polizia più che altro per la sua incolumità personale). Quest’anno, infine, in occasione del suo centesimo compleanno aveva potuto festeggiare con una passeggiata da cittadino praticamente libero per le strade di quella Roma in cui aveva seminato il terrore a piene mani settant’anni prima.
E’ morto senza una parola o un pensiero di pentimento Erich Priebke, a giudicare dal testamento che si è lasciato dietro e dall’atteggiamento fermo fino all’ultimo istante con cui si è rifiutato di rinnegare anche una sola singola azione del suo passato. “Negli anni 40, gli ordini si eseguivano e basta”. E’ la sintesi della sua vita, la perfetta rappresentazione di quella “banalità del male” di cui parlava Hannah Arendt fin dai tempi del processo Eichmann. Un male tra l’altro che in tempi divenuti nuovamente difficili quasi come all’epoca in cui la civile Berlino si affidò ad Adolf Hitler può reincarnarsi di nuovo con banale facilità.

Forse è per questo che, a chiudere l’ultimo tormentone lasciato in eredità da questo impiegato della morte a quell’opinione pubblica italiana che ha così a lungo torturato, è opportuno che si decida di disperderne le ceneri al vento. Perché non possano tornare a riunirsi come le vestigia di un mostro mitologico,  in un nuovo orrore che già da più parti viene invocato a gran voce.

Ancora morti nel Canale di Sicilia, malgrado l'abolizione della clandestinità

12 ottobre 2013

Notizie sempre più drammatiche dal Canale di Sicilia. Mentre la nave militare Cassiopea è arrivata a Lampedusa per imbarcare le 339 bare delle vittime del naufragio del 3 ottobre scorso e trasportarle poi a Porto Empedocle (AG) in attesa del funerale di stato, ieri notte un nuovo naufragio, stavolta nelle acque maltesi, con altri 34 morti ed una quindicina di dispersi. 206 i superstiti, raccolti da navi italiane e maltesi, che ormai devono stazionare nell’area 24 ore su 24 in servizio di pattuglia.  Nelle stesse ore la Guardia costiera italiana ha dovuto soccorrere altre due imbarcazioni in difficoltà, un gommone che trasportava 85 migranti ed un'altra imbarcazione con 183 profughi a bordo, di cui 34 donne e 49 bambini.


Queste persone saranno tutte trasferite al Centro di accoglienza di Lampedusa, peraltro prossimo al collasso fin da prima della tragedia del 3 ottobre, avendo da tempo raggiunto ed oltrepassato il limite delle proprie capacità di ricezione secondo standard di decenza umanitaria. Sono situazioni e dati ormai che si commentano da soli. Riteniamo pertanto inutile dar conto delle dichiarazioni di circostanza del presidente del consiglio Enrico Letta, e di altri esponenti di forze politiche che credevano d aver dato il loro contributo alla risoluzione di questa emergenza umanitaria dai connotati dell’ecatombe semplicemente abolendo il reato di clandestinità.
Ieri sera il governo maltese ha chiesto all’Unione Europea ufficialmente che venga trovata una soluzione ad una situazione gravissima, non più sostenibile. C’è da credere che avrà maggiore audience del governo italiano, la cui azione ormai potremmo definire assolutamente ridicola –su questo come su altri fronti – se non ce lo impedisse il rispetto per i morti che si stanno contando in queste ore come acini nei grappoli d’uva. Come ha detto del resto – in controtendenza – il sindaco di Bari Michele Emiliano, “in Parlamento l’odore del sudore e del sangue dei profughi non si sente”.

D’altra parte, ci sia consentito dire che in un paese in cui si celebra come una conquista epocale la legge sul femminicidio, che con buona pace di femministe e di progressisti dalle idee molto confuse riporta di fatto la condizione della donna indietro di un bel po’ di decenni (declassandola a categoria protetta e non più riconoscendola come appartenente alla razza umana già tutelata dal codice penale e con pari diritti), forse non ci sono più le condizioni per fare un discorso serio e ragionato su niente. Tra noi ed una catastrofe storica, nel frattempo, ci sono rimasti solo la Guardia costiera ed il Centro di Lampedusa, a salvare ancora per poco l’immagine di un paese che ormai un’immagine non ce l’ha più.

Tragedie di mare e di terra

10 ottobre 2013

Di questa straziante tragedia del mare (siamo a 280 bare allineate nell’hangar dell’aeroporto di Lampedusa) l’immagine simbolo, quella che rimarrà nella memoria collettiva come sintesi di questo nuovo calvario delle nostre coscienze italiane è quella del poliziotto che trattiene a stento le lacrime davanti alle telecamere, mentre è in servizio di sorveglianza a fianco di quelle bare.
E’ difficile per tutti trattenere la commozione, in questo momento. Dentro quelle casse ci sono i resti di uomini, donne e soprattutto bambini, le cui vite sono state stroncate nel modo più atroce dall’ultima in ordine di tempo e più allucinante in ordine di gravità sciagura provocata dal naufragio di uno dei barconi che, possiamo dirlo, ormai fanno servizio di linea tra il Nord Africa e Lampedusa, avamposto dell’immaginario El Dorado italiano per queste persone che vi si accalcano sopra affrontando i rischi di un viaggio pericolosissimo, oggi come ai tempi dell’Odissea.
E’ difficile ragionare, sotto l’influsso dell’emozione che provoca la vista di quelle bare. Dentro una di esse, una madre con il bambino appena partorito negli ultimi istanti di vita. Non hanno neppure separato il cordone ombelicale, resteranno così per l’eternità. Senza nome, però, come tutti gli altri. Non c’è una anagrafe funzionante nella maggior parte dei paesi di origine di queste povere salme. Non ci sono registri di bordo sui barconi di quei commercianti di false speranze che sono gli scafisti, i negrieri dell’età moderna.
Eppure, una volta celebrati i funerali di Stato, la cerimonia con cui la nazione italiana tributerà l’ultimo omaggio a persone che credevano di venire qui da noi a trovare la soluzione ai loro problemi e invece hanno incontrato una fine orribile (che impedirà loro tra l’altro di scoprire amaramente che qui al massimo di problemi venivano a trovarne altri, di diverso tipo), una volta scontate tutte le strumentalizzazioni che la politica nazionale ed europea sta operando cinicamente a carico di questa sciagura e dell’inevitabile strascico emotivo lasciato tra la popolazione, bisognerà finalmente guardarci negli occhi e parlarci molto chiaramente, noi italiani, perché a prescindere da questa ultima tragedia le cose sono arrivate ad un punto oltre il quale non si può più andare avanti.
Con la consapevolezza di essere da soli, peraltro. L’Europa ha già risolto il problema dell’immigrazione, rispolverando in ciascuno dei suoi stati membri la sovranità nazionale, ivi compresa la facoltà di chiudere più o meno “garbatamente” le porte all’immigrazione dal Terzo, Quarto e Quinto Mondo. L’Italia, che una sovranità nazionale reale non l’ha mai avuta ma che in compenso ha il maggior tratto di coste esposte agli sbarchi dal mare di tutto il territorio continentale, si sta facendo trovare da anni a brache calate, divisa al suo interno, con idee contraddittorie circa l’accoglienza (per non parlare dell’asilo politico) e senza un governo degno di questo nome in grado di affrontare questo o qualsiasi altro problema come non solo Dio ma anche gli uomini (che lo eleggono) comanderebbero.
La gente di Lampedusa che ieri fischiava la proménade indigesta di Barroso e Letta ha interpretato il sentimento di una nazione, disgustata dall’essere costretta a subire quotidianamente quella che quando va bene si configura come una vera e propria invasione, senza regole e senza prospettive (per noi italiani e per gli extracomunitari), quando va male sfocia in episodi come questo, che la vox populi adirata non ha avuto peraltro torto a definire un “assassinio”.
Altro che “inadempienze”, caro presidente Letta. Qui siamo al marasma totale. Il “politicamente corretto” che è tanto in voga da vent’anni a questa parte scaglia anatemi su chi si prova a contestare il teorema in base a cui bisogna dare asilo politico ed accoglienza a chiunque, perché lo vuole la nostra Costituzione. E’ un mantra, come l’altro recitato da anni, “lo vuole l’Europa”. In questo caso l’Europa se n’è fregata, stando a vedere come se la cavavano gli italiani con i loro governicchi. Oppure ha fatto scelte politiche anche legittime, tanto che adesso il governo francese può permettersi addirittura di invocare una messa in mora per l’Italia (con relative sanzioni) per aver causato in ultima analisi questa tragedia con la sua assenza di controllo: politico, giuridico e di polizia.
Dall’altra parte del mondo, l’Australia – il paese che più civile ed avanzato non si può, patria storica dell’accoglienza e delle opportunità di rinascita “altrove”, per di più attualmente governato da una maggioranza laborista – ha recentemente votato un inasprimento delle regole per l’immigrazione, rafforzando tra l’altro la persecuzione del reato di clandestinità (quello che ieri sera il governo italiano, sulla spinta di vari settori più o meno in preda all’isteria dell’opinione pubblica, ha deliberato di cancellare con proprio decreto). Funziona così: se vuoi entrare nel Paese dei Canguri, ti presenti a Christmas Island, un isolotto a 500 km al largo di Giakarta e a 2.000 km dalla costa australiana, dove la tua domanda di immigrazione viene esaminata. Non ti provare a sbarcare sulle coste della madrepatria senza autorizzazione, perché come ha ribadito di recente il primo ministro laburista Kevin Rudd nessuno sbarco di questo genere sarà tollerato. E in un paese di cultura anglosassone sappiamo bene cosa questo possa comportare.
Negli Stati Uniti Ellis Island è stata chiusa da tempo, ma provatevi ad entrare, o a rimanere una volta entrati , senza visto di ingresso o permesso di soggiorno. In Europa, provatevi a sbarcare non autorizzati nella penisola iberica o balcanica, o sulle coste francesi. Resta la penisola italiana, con l’avamposto di Lampedusa per chi vuole fare le cose secondo un minimo di procedura, oppure con qualunque altra località di approdo, che comunque non verrà impedito da niente o da nessuno. Allora come la mettiamo? Tutti cattivi, europei, americani, australiani, e noi siamo gli unici ad avere un cuore?
Che cuore è allora quello che lascia aperta la porta di un paese che non ha più di che sfamare, tra poco, i suoi stessi cittadini? Un paese che ha una sola inadempienza nei confronti degli extracomunitari migranti, quella di non dire chiaramente che qui l’economia è a rotoli, non c’è più trippa per nessun gatto, e che a sbarcare – superati i rischi di una traversata che dai tempi di Ulisse ha sempre riservato insidie, anche quando i marinai non sono pirati – si va incontro ad un avvenire “diversamente” incerto e comunque gramo, in centri di accoglienza dello Stato le cui condizioni sono altrettanto indegne di quelle delle carceri (lamentate recentemente dal presidente della repubblica), oppure in centri di accoglienza della criminalità organizzata.
Dice, ma la Costituzione, allora? Risposta: quanti sono i paesi in guerra o in preda a convulsioni politiche e sociali tali da giustificare l’invocazione della categoria giuridica dell’asilo politico? Pochi. Molti di più sono invece i paesi dove, o per effetto di “primavere arabe” sulla cui sollevazione sarebbe stato più opportuno riflettere prima o per effetto di strutturali, endemiche condizioni di vita primitive, le popolazioni hanno un tenore di vita quale nel nostro continente non ricordiamo più dall’epoca medioevale. Il processo storico di emancipazione e di progresso  normalmente i popoli lo affrontano secondo percorsi di cui non si possono saltare le fasi fondamentali, a pena di creare benefici effimeri per tutti e disastri sociali sicuri. Certo, la televisione mostra a questa gente la facciata di un nostro tenore di vita sicuramente più appetibile, ma non mostra né cosa c’è dietro in termini di consapevolezza e di progresso culturale né quanto sia diventato precario sull’onda di una crisi economica planetaria che rende tutto più difficile, se non impossibile.
Si può strepitare quanto si vuole, chiamare cattivi senza cuore leghisti come Salvini (peraltro uno dei più ragionevoli e responsabili) e farsi incantare da sirene quali le onorevoli Kyenge e Boldrini, che non hanno – senza con questo voler affermare nessun vilipendio – la più pallida idea di cosa vuol dire amministrare un paese come quello in cui rivestono la loro carica. Di cariche dello Stato ancora più alte, meglio non parlare, sempre per non incorrere in quello che qualche anima bella potrebbe interpretare come vilipendio.
Sta di fatto che esiste un solo precedente al periodo storico che stiamo vivendo. Era il quinto secolo dopo Cristo, quando la più grande società politica e civile dell’Antichità collassò rovinosamente, per il semplice fatto di non poter accogliere e dare sostentamento entro i propri confini alla marea di popoli che premevano per entrare nel “Limes” e diventare – con le buone o con le cattive – cittadini dell’Impero Romano. Malgrado i tentativi di integrazione, il risultato fu che quel mondo sparì nel giro di pochi anni, travolto da un corto circuito culturale ed economico senza possibilità di rimedio. Per ritornare a condizioni di vita paragonabili a quelle della civitas romana, la popolazione europea ci mise poi qualcosa come mille anni.

E’ difficile dirlo in questo momento, con negli occhi quelle 280 bare allineate nell’aeroporto di Lampedusa. Ma esistono tragedie ancora peggiori di quest’ultima che ha avuto luogo nel nostro mare e che ha ributtato sulle nostre coste quei poveri corpi. L’unica cosa sicura è che questa classe politica, che noi insistiamo a mantenere per acquiescenza o supposta convenienza, non ce ne risparmierà sicuramente neanche una.

L'ultima cavalcata di Ringo

2 ottobre 2013

L’ultima cavalcata di Ringo non si è conclusa a Tucson, Dodge City, Laredo o in qualche altra località di quelle rese immortali dal Western all’italiana. Il suo cavallo l’ha disarcionato a Cerveteri in provincia di Roma, dove viveva con la moglie, la giornalista RAI Baba Richerme e due figlie. Giuliano gemma è morto ieri all’ospedale di Civitavecchia dove era giunto in fin di vita a seguito di un grave incidente stradale occorsogli presso la cittadina laziale. Nell’incidente sono rimaste coinvolte altre due persone, le cui condizioni non sono gravi.
L’attore aveva 75 anni, era nato a Roma il 2 settembre 1938. Al cinema aveva cominciato giovanissimo. Pur desiderando diventare uno sportivo, in realtà la sua carriera aveva preso le mosse da Cinecittà, la Hollywood sul Tevere degli anni cinquanta, dove Giuliano spesso era stato impiegato come stunt-man, e a volte come comparsa, nei kolossal storici in voga in quegli anni, i cosiddetti “peplum”, o volgarmente “sandaloni”, i film in costume. La comparsata da centurione in Ben Hur di William Wyler aveva segnato il suo debutto nella recitazione. Il suo primo personaggio da protagonista era stato poi l’eroe epico Maciste.
Sul set di uno di questi sandaloni incontrò Duccio Tessari, regista destinato a fama e successo, che lo lanciò definitivamente nel film Arrivano i Titani. Lì fu notato anche da Luchino Visconti che lo volle nel suo Gattopardo, nel ruolo del generale garibaldino amico di Tancredi interpretato da Alain Delon. Dopo la serie di Angelica, tratta dai romanzi dei coniugi Golon, arrivò la consacrazione definitiva con gli spaghetti western. Duccio Tessari, Sergio Corbucci, Tonino Valerii lo consegnarono alla leggenda del cinema italiano ed internazionale dapprima con il nome d’arte di Montgomery Wood e poi con il suo proprio. Giuliano Gemma resterà sempre nell’immaginario collettivo come Ringo, il cavaliere solitario di Un dollaro bucato e di tante altre avventure nel Far West del nostro immaginario.
Negli anni settanta arrivò anche la consacrazione in un cinema più impegnato. Nel 1976 Valerio Zurlini lo volle nel ruolo del fanatico Maggiore Matis nell’adattamento del Deserto dei Tartari di Dino Buzzati. Seguirono altri film di grande spessore come Un uomo in ginocchio di Damiano damiani ed Il Prefetto di ferro di Pasquale Squitieri, probabilmente la sua interpretazione più forte e suggestiva.
Negli anni 80, dopo Tenebre di Dario Argento, altri due capisaldi della sua carriera: la divertentissima commedia di Mario Monicelli Speriamo che sia femmina, in cui interpreta il ruolo di Guido Nardoni, il fattore/amante di Elena/Liv Ullmann (“chi vende, unn’è più suo!”), e poi il ritorno al vecchio amore, il western, nei panni dell’eroe per antonomasia, il ranger Tex Willer in Tex ed il Signore degli Abissi.
Dopo Tex, dopo l’apoteosi conseguita interpretando finalmente un personaggio inseguito per 30 anni, fu come se al cinema avesse dato tutto e dal cinema tutto avesse ricevuto, e si era dedicato soprattutto alle fiction televisive. Nella sua bacheca faceva bella mostra un David di Donatello, un Globo d’oro ed un Nastro d’argento alla carriera (oltre 100 film interpretati) e tre Premi de Sica. A 75 anni conservava un aspetto estremamente giovanile. Al Giffoni Film Festival, nel luglio scorso, gli avevano chiesto qual era il suo segreto per non invecchiare mai. La sua risposta era stata “l’entusiasmo per la vita, l’interesse per tante cose (aveva l’hobby della scultura, n.d.r.) e soprattutto la passione, una grande passione”.

I lunghi giorni della vendetta sono ormai finiti, riposa in pace Ringo. Sei stato un grande personaggio, e soprattutto una bella persona.

Addio Aldo Reggiani, Dick Shelton cavalca adesso con le Frecce Nere

27 settembre 2013

Aldo Reggiani era nato a Pisa il 19 dicembre 1946, aveva intrapreso la carriera di attore ed era giunto alla celebrità nel 1968, interpretando da co-protagonista con Loretta Goggi, Arnoldo Foà e tanti altri una delle più prestigiose riduzioni televisive – come si diceva allora - o più volgarmente sceneggiati  della RAI, la Freccia Nera di Robert Louis Stevenson, sotto la regia di Anton Giulio Majano.
Il successo era stato travolgente, tanto da farne per qualche stagione un attore di primo piano, sia per la televisione che per il cinema ed il teatro. Al cinema era stato scritturato da Dario Argento (Il gatto a nove code), Pasquale Festa Campanile (Conviene far bene l’amore), Luigi Comencini (La donna della domenica), Giuliano Montaldo (L’agnese va a morire). Alla televisione aveva interpretato tra l’altro sempre con Anton Giulio Majano la Pietra di Luna, tratto dall’omonimo romanzo di William Wilkie Collins. A teatro era stato attore e regista (la Norma di Vincenzo Bellini). Era stato anche doppiatore, tra l’altro, di attori come Jeremy Irons, Patrick Swayze e un personaggio della serie televisiva M.A.S.H.
Il 26 giugno scorso durante una vacanza in Sardegna era stato colto da un’ischemia. E’morto a Roma all’età di 66 anni, lascia un figlio, Primo, che ha intrapreso anch’egli la carriera di attore.



…musica di trombe, cavalieri al galoppo nella foresta, le mura di un castello avvolto nella nebbia inglese, presagi di guerra, e la musica di Riz Ortolani che catapultava d’improvviso la nostra domenica nel Medioevo, bianco e nero come tutta la televisione di allora, ma vivido come poteva essere soltanto la nostra fantasia, a cui la RAI ed i migliori registi dell’epoca davano vita in maniera impareggiabile.
La Freccia Nera era il capolavoro di Robert Louis Stevenson, lo scrittore principe del Romanticismo inglese che aveva scritto solo capolavori, l’Isola del tesoro, Il Master di Ballantrae, Lo strano caso del Dottor Jekyll e Mister Hyde. I libri su cui avevamo sognato da bambini, fintanto che la televisione aveva dato vita, volti e colonna sonora a quei nostri sogni. Era il 1968, Anton Giulio Majano realizzò quello che probabilmente era destinato a restare nella storia televisiva italiana come la madre di tutti gli sceneggiati. La sua regia si sposò alla perfezione con la piéce di Stevenson, con la musica di Riz Ortolani e la popolare sigla a cui Sandro Tumminelli aveva dato le parole ed il cantante Leonardo la voce.
“Sibila il vento e la notte s’appresta, e la nera foresta minacciosa si fa…”. Alzi la mano chi era un bambino a quell’epoca e non ha cantato questo motivetto fino all’infinito, il tormentone di quel 1968. Alzi la mano chi, con la famiglia al completo, non si metteva alla televisione la domenica sera dopo cena, per seguire le vicende delle Frecce Nere che si battevano contro il malvagio Sir Daniel Brackley, magistralmente interpretato da Arnoldo Foà, il signorotto schierato con la Rosa Rossa dei Lancaster al tempo della Guerra delle Due Rose che insanguinò l’Inghilterra alla metà del quindicesimo secolo. Le Frecce Nere che catturano e poi adottano il giovane Dick Shelton, figlioccio di Sir Daniel ma in realtà figlio di Harry, legittimo signore del feudo ucciso da Sir Daniel e amico di Ellis Duckworth, capo dei ribelli.
Dick Shelton era lui, il giovanissimo Aldo Reggiani, che insieme alla giovanissima Loretta Goggi tenne avvinta l’Italia per sette settimane nella fuga da Daniel Brackley fino al trionfo ed alla vendetta finali, quando la guerra termina con la vittoria della Rosa Bianca del Duca di Gloucester, destinato peraltro a regnare come Riccardo III, un sovrano non certo benevolo per gli inglesi, che furono ben felici di passare sotto la signoria dei Tudor pur di liberarsi del gobbo malefico.
Quante storie racchiuse in quella piccola scatola che proiettava immagini in bianco e nero, e che ci portava lontano, grandi e piccini. Alla fine di ogni puntata, la sigla di Tumminelli cantata da Leonardo era il segnale che la domenica era finita, cominciava un’altra settimana di scuola, in attesa di veder cavalcare di nuovo le Frecce Nere. I padri restavano alzati a vedere la Domenica Sportiva di Alfredo Pigna, noi bambini filavamo a letto, contenti della deroga domenicale all’orario limite di Carosello, pronti a risognare le avventure di Dick e Joan, di Aldo Reggiani e Loretta Goggi, a sentire nei nostri sogni  il sibilo della Freccia vendicatrice.
Dick Shelton è andato a raggiungere le Frecce Nere. Un altro pezzo della nostra infanzia se n’è andato per sempre. Ma basta chiudere gli occhi e…….

“sibila il vento e la notte s’appresta….”

La battaglia dell'articolo 18

La battaglia per l’art. 18 sembra proprio quella decisiva. L’ultima frontiera su cui si gioca non solo l’avvenire del partito democratico ma anche quello del paese che sta governando. E non per fattori strettamente economici, ma soprattutto per fattori politici, o meglio ancora attinenti alla psicologia di massa.
Gli schieramenti che si stanno delineando, due campi fieramente avversi che non dialogano come francesi e spagnoli prima della decisiva battaglia di Rocroi nel 1643, fanno capo alle due Italie che si confrontano ormai da anni, da quando è cominciata questa crisi economica epocale: quella che ha tutto da perdere e quella che da perdere non ha più niente. Con un attore sulla scena in grado di mischiare le carte e sparigliare sia quelle già calate che quelle da calare.
Da quando è apparso sulla scena politica, Matteo Renzi è stato individuato da molti come il Tony Blair italiano, colui che può riportare in auge la sinistra attingendo anche all’elettorato di destra. Da quando un Presidente della Repubblica che forse sogna di assistere nei suoi ultimi anni ad un ritorno strisciante (ma neanche tanto) alla Prima Repubblica dei suoi anni verdi gli ha conferito l’incarico di Presidente del Consiglio, Renzi si è impegnato in una battaglia epica: riformare un paese e la sua economia distorta (o almeno darne l’impressione) a scapito di poteri forti, rendite di posizione e nomenklature. A cominciare da quella che guidava il suo stesso partito e vorrebbe tornare a farlo. Soprattutto da quella.
Dopo mesi di discussione, il Jobs Act sembra sul punto di arrivare in discussione in Parlamento. Scocca l’ora dell’art. 18, o per meglio dire della sua morte probabile. “Un datore di lavoro deve avere la possibilità di licenziare”, è lo slogan semplice del Premier, che ieri ha affrontato il fuoco dei suoi “compagni” di partito in attesa di sottoporsi a quello (ancora più insidioso) delle Camere.
La vecchia guardia è uscita allo scoperto, il direttivo si è spaccato in due, anche se poi il plenum della Direzione ha gratificato il Segretario-Presidente di un 86% di consensi che avrebbe del clamoroso se non si dovesse tener conto di una serie di fattori, tra i quali la probabile esasperazione della stessa base del PD nei confronti di una classe dirigente sopravvissuta a troppe epoche storiche e anche una valutazione delle ragioni della crisi da affrontare che in questo momento magari non ha chiaro cosa è meglio fare, ma ha invece chiarissimo cosa bisogna disfare.
Ha un bell’arringare la platea il vecchio inossidabile Massimo D’Alema con il richiamo ai precetti del Premio Nobel per l’Economia Joseph Stiglitz, «il mercato del lavoro non si riforma quando c’è recessione, ma quando c’è crescita. Sentire un presidente del consiglio dire “è giusto che il padrone possa licenziare” è una cosa che non induce esattamente al consumo ». Il professore della Columbia University, ex consigliere economico del Presidente Clinton, ha sicuramente meno presa sulla platea dei delegati PD del Segretario affabulatore che cerca di portare a casa finalmente un risultato concreto, dopo tante promesse fatte fin dai tempi della Leopolda e finora di là da mantenere.
«Non siamo un club di filosofi – ribatte Renzi - ma un partito politico che decide. In Italia il Pd è il punto di riferimento di una sfida che tende a cambiare l’Italia e l’Europa. Siamo il partito più grande dell’Europa. Gli italiani ci hanno detto che l’Italia la deve cambiare il Pd. (….) A me non preoccupano le trame altrui, è normale che qualcuno abbia timore di vedersi spodestato dal panorama politico italiano e cerchi di riprendersi il proprio posto. Non chiamiamoli poteri forti, visto che sono stati sconfitti da noi. Chiamiamoli poteri aristocratici.».
E’ una risposta a tanti, da Diego della valle che lo ha accusato pochi giorni fa di “essere una sola”, poiché con quei poteri forti lui “ci va a braccetto” (con riferimento al recente viaggio del Premier a Detroit da Marchionne) ai suoi compagni-avversari della vecchia guardia PD. Cuperlo lo accusa senza mezzi termini di essere una riedizione in brutta copia della Sig.ra Thatcher, Bersani parla addirittura di “metodo Boffo” (’espressione entrata nel lessico della politica italiana, come sinonimo di campagna di stampa basata su illazioni e bugie allo scopo di screditare qualcuno per ragioni politiche).  Renzi ribatte a suo modo buttandola sull’ironia toscana, dicendo di aver a volte usato semmai un “metodo buffo”.
Alla fine la Direzione gli tributa un plebiscito bulgaro e sconfessa i reduci della vecchia Cosa post-comunista. La parola passa al Parlamento, il gruppo PD di Palazzo Madama è convocato per martedi prossimo. E ai sindacati, che a quanto pare stanno ritrovando una unità di intenti quale non si vedeva da tempo immemorabile. Camusso, Furlan e Angeletti stanno riportando in auge la storica Triplice dei tempi di Lama, Carniti e Benvenuto proprio sul terreno dello scontro in difesa dell’art. 18. Con quali risultati è un’incognita assoluta.
Nel frattempo, il PD almeno a livello di vertice mostra delle crepe che possono far pensare anche a sviluppi clamorosi. La lunga storia cominciata al Teatro Goldoni di Livorno con la scissione del 21 gennaio 1921 potrebbe anche trovare conclusione in un’altra scissione che a questo punto sarebbe altrettanto clamorosa. D’Alema, Bersani, Finocchiaro, Cuperlo sembrano altrettanti generali di uno stato maggiore assediato in un bunker e potrebbero decidere di non aspettare la fine là dentro.

Ancora una volta, le due anime della sinistra italiana potrebbero arrivare presto alla resa dei conti.

La scissione di Livorno

Quell’anno il congresso, l'XVII dalla fondazione del Partito Socialista Italiano, si tenne a Livorno. Cominciò il 15 gennaio 1921 al Teatro Goldoni, e fu subito chiaro che non sarebbe stato un congresso di routine. I socialisti vi arrivarono già profondamente divisi al loro interno, le profonde tensioni vissute nei primi vent’anni del Novecento avevano lasciato una traccia indelebile, un solco inconciliabile tra le due anime, quella riformista e quella rivoluzionaria, che si contendevano la leadership del partito dei lavoratori italiani.
Il Biennio Rosso seguito alla fine della prima guerra mondiale ed il sogno sempre più affascinante di poter ripetere le gesta dei compagni russi, che nel giro di pochi mesi avevano abbattuto lo Zar e consegnato il potere ai Bolscevichi di Lenin, avevano fatto sì che si creasse all’interno del P.S.I. una corrente di minoranza che si autodefiniva dei comunisti puri, guidati da Amedeo Bordiga e Antonio Gramsci, che si contrapponeva alla maggioranza del partito, ancora ispirata dal riformismo del leader storico Filippo Turati pur con la deriva massimalista di quel dopoguerra.


Il congresso cominciò dunque al Teatro Goldoni di Livorno il 15 gennaio, e finì il 21 al Teatro San Marco, dove la corrente comunista si recò cantando in coro l’Internazionale e sancì la scissione dal Partito Socialista, che aveva riconfermato la sua appartenenza al campo della socialdemocrazia rifiutando le direttive dell’Internazionale Comunista a guida sovietica. I comunisti il 21 gennaio 1921 aprirono quindi al teatro San Marco di Livorno il I° congresso nazionale del Partito Comunista d’Italia, elessero come segretario Amedeo Bordiga, rimasero quali unici interlocutori della neonata Unione Sovietica, che del resto aveva favorito quella scissione in Italia così come negli altri paesi europei.

La storia che ne è seguita la conoscono tutti. Il partito Comunista Italiano emerse dalla Seconda Guerra Mondiale e dalla caduta del Fascismo come il più grande partito di sinistra del campo occidentale, e costituì un fattore estremamente condizionante per la politica italiana per tutta la durata della Guerra Fredda. La conventio ad excludendum di una opposizione che era ritenuta non compatibile con il sistema democratico occidentale fece sì che in Italia non fosse possibile una vera alternanza di governo fino alla caduta del Muro di Berlino. Prendendo atto faticosamente, dolorosamente e con moltissime riserve al suo interno dell’avvento di una nuova epoca storica e politica, il 3 febbraio 1991 il P.C.I. cambiò nome, travasando uomini e mezzi nelle varie Cose che da allora si sono succedute al suo posto, fino all’attuale Partito Democratico.

domenica 28 settembre 2014

LA NOTTE DELLA REPUBBLICA: Lino Jannuzzi: cinquant'anni di trame nere o diffamazione?

1964, l’Italia vive i primi difficili anni del Centrosinistra al governo e della controversa Presidenza della Repubblica di Antonio Segni, democristiano di destra e capofila di quanti non vedono di buon occhio l’apertura al Partito Socialista pur nel clima di distensione internazionale. Nel momento della crisi del governo Moro, si diffonde la voce di oscure manovre da parte dei vertici del SIFAR, il servizio segreto dell’Esercito guidato dal generale Giovanni De Lorenzo, tendenti all’attuazione di un vero e proprio colpo di stato, con l’arresto dei principali uomini politici della sinistra (di governo e di opposizione) e l’instaurazione di un regime di polizia controllato dall’Arma dei Carabinieri. Queste manovre avrebbero l’appoggio proprio del Presidente Segni, che viene colto da un malore durante un drammatico colloquio con Moro e Saragat, saliti a chiedere conto degli sviluppi della crisi di governo e del “tintinnar di sciabole” che si avverte in sottofondo. Segni viene sostituito proprio da Saragat, Moro forma un nuovo governo di centrosinistra più annacquato, De Lorenzo si dimette dal SIFAR per andare a ricoprire la carica di Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, si continua a vociferare di un tentato golpe ma di leggende a Roma ne circolano talmente tante che è difficile dire se questa è fondata o no.
1967, il settimanale L’Espresso inizia la pubblicazione di una serie di articoli che raccontano la storia del Piano Solo, il colpo di stato che De Lorenzo sarebbe veramente stato sul punto di mettere in atto nell’estate di tre anni prima con il presunto beneplacito di varie figure istituzionali tra cui l’ex Presidente della Repubblica. Gli articoli sono firmati da due giornalisti fino a quel momento sconosciuti ai più, Eugenio Scalfari (già direttore del periodico dopo l’abbandono del fondatore Adriano Olivetti) e Raffaele Jannuzzi detto Lino. Il dossier sul Piano Solo proviene dal KGB, che era al corrente dell’operazione fin dai giorni delle sciabole tintinnanti. De Lorenzo querela i giornalisti, che vengono processati sulla base di documenti nel frattempo secretati dal governo italiano. Malgrado il pubblico ministero Vittorio Occorsio (il giudice che verrà poi ucciso negli anni settanta da Ordine Nuovo di Concutelli, mistero che si aggiunge a mistero) abbia potuto leggere tutte le carte prima dell’apposizione degli omissis e abbia chiesto l’assoluzione dei due giornalisti, essi vengono condannati per diffamazione a mezzo stampa e si salvano dal carcere soltanto perché nel 1968 ci sono le elezioni politiche ed il lungimirante Pietro Nenni, segretario del P.S.I., ha offerto loro una candidatura al Senato della Repubblica.
Comincia così la carriera di Lino Jannuzzi, che in seguito si distinguerà ancora per altre iniziative altrettanto clamorose. Nel 1979 è tra i fondatori di Radio Radicale, allora una vera e propria spina nel fianco del sistema, l’unico vero organo di controinformazione nell’Italia degli Anni di Piombo. Negli anni ottanta esplode il Caso Tortora. Il popolare presentatore di Portobello rimane vittima di un errore giudiziario tra i più clamorosi della storia giudiziaria italiana, scambiato per un omonimo sospetto malavitoso legato alla criminalità organizzata napoletana, ci mette anni a dimostrare la sua estraneità e alla fine ci rimette anche la salute e la vita, morendo nel 1988. A quell’epoca Lino Jannuzzi è redattore del Giornale di Napoli e non risparmia critiche feroci alla locale Procura della Repubblica per il modo in cui ha costruito il teorema accusatorio ed ha gestito le confessioni dei cosiddetti pentiti.
La Procura di Napoli non rimane inerte e grazie alla norma del Codice Rocco (il codice penale approvato nel 1942 dal regime fascista e rimasto in vigore per 40 anni nell’Italia democratica e repubblicana, e alla fine degli anni ottanta solo parzialmente riformato) che persegue con il carcere la diffamazione a mezzo stampa lo rinvia a giudizio. Un rinvio che – visti i precedenti dall’epoca di Guareschi in poi – non prometterebbe niente di buono, se Jannuzzi non fosse salvato ancora una volta da una candidatura politica. Non del Partito Socialista, stavolta, ma di chi ne ha inteso raccogliere alcune eredità: Forza Italia di Silvio Berlusconi.
Nel 2001 mentre la Procura di Napoli indaga Jannuzzi, questi viene eletto ancora al Senato. Senonché stavolta lo scudo è meno efficace, perché nel 1993 è intervenuta la riforma dell’immunità parlamentare in conseguenza di Mani Pulite, la soppressione dell’autorizzazione a procedere da parte delle Camere non impedisce quindi ai magistrati napoletani di continuare a perseguitare Jannuzzi. Che in Parlamento ha un bel battersi sia per il proprio destino personale (evitare il carcere) che per la soppressione della legge fascista che vanifica l’art. 21 della Costituzione sulla libertà di stampa. Nel 2002 Jannuzzi viene condannato in via definitiva a due anni e cinque mesi di galera, sul presupposto di aver diffamato dei magistrati che – malgrado avessero chiaramente preso un abbaglio rovinando la vita ad un galantuomo come Tortora – non erano e non sono criticabili (se non a pena di diffamazione, appunto) poiché non sono mai stati sottoposti ad alcuna inchiesta disciplinare.
Così andavano e vanno le cose in Italia, e Jannuzzi andrebbe davvero in prigione stavolta se non intervenissero Palazzo Madama (Senato) e Farnesina (Ministero degli Esteri) a far valere lo status internazionale del senatore, nel frattempo diventato componente del Consiglio d’Europa. L’esecuzione della pena viene sospesa e l’ordine di carcerazione revocato. Salvo essere revocata anche la sospensione due anni dopo, nel 2004, con la commutazione della pena in arresti domiciliari: Jannuzzi può uscire dalle 8 alle 19 per andare ad assolvere i suoi obblighi parlamentari, ma non può lasciare l’Italia senza autorizzazione del Tribunale, oltre che pernottare fuori casa.
Poiché la legge prevedeva e prevede che gli arresti domiciliari vengano commutati in carcerazione al superamento del limite di tre anni nel cumulo delle condanne penali, i due anni e cinque mesi da scontare sono una bella spada di Damocle per un giornalista di denuncia come Jannuzzi. Deve alla fine intervenire il Presidente Ciampi con la grazia per restituire libertà e facoltà di esercizio della propria professione e delle proprie funzioni al giornalista senatore Lino Jannuzzi. Il quale viene rieletto al Senato nel 2006, ma non nel 2008, e pertanto da tale data perde qualsiasi forma di protezione giuridica.

Jannuzzi continua in seguito ad impegnarsi in campagne giornalistiche estremamente scottanti: dapprima quella contro i giudici di Palermo a proposito del Processo Andreotti (conclusosi con l’assoluzione del senatore a vita recentemente scomparso), poi quella contro i giudici di Milano (Ilda Boccassini, Elena Paciotti e addirittura Carla Del Ponte, la superprocuratrice svizzera) a proposito dei procedimenti penali intentati in successione nei confronti di Silvio Berlusconi. Per quest’ultima vicenda viene querelato dalle interessate, insieme al settimanale Panorama ed al quotidiano Il Giornale che avevano ospitato i suoi articoli. Comunque vadano a finire queste vicende, tuttora in corso di definizione giudiziaria, è lecito pensare che – persistendo l’attuale quadro normativo in materia di libertà di stampa – le peripezie giudiziarie di Lno Jannuzzi siano da considerare tutt’altro che terminate.

LA NOTTE DELLA REPUBBLICA: Guareschi contro De Gasperi: per rimanere liberi bisogna andare in galera

409 giorni di galera, sotto stretta sorveglianza. Non era un ladro, o peggio ancora un sospettato di qualche omicidio efferato. Era un giornalista scrittore, Giovanni Guareschi da Parma, destinato a diventare famoso per la sua personale rappresentazione della Guerra Fredda in salsa nostrana vissuta attraverso i personaggi di Don Camillo e Peppone. Come giornalista, cercava di raccontare le malefatte di quella che a lui sembrava una classe politica impresentabile (chissà che avrebbe scritto oggi….) dalle colonne del Candido, un periodico di satira politica fondato da Giovanni Mosca e da lui stesso, e che nell’immediato dopoguerra fu la palestra in cui si formarono – o finirono di formarsi – nomi prestigiosi del giornalismo italiano, da Leo Longanesi a Indro Montanelli, a Oreste Del Buono, a Carletto Manzoni a Walter Molino.
Non era un uomo di sinistra Giovanni Guareschi. Gli strali della sua satira avevano come bersaglio preferito i comunisti “trinariciuti”, l’Unione Sovietica, quel Fronte Popolare social-comunista che nel 1948 si era presentato alle prime elezioni libere del dopoguerra convinto di fare man bassa di voti e di portare l’Italia nel campo della rivoluzione proletaria e della Terza Internazionale e che invece aveva dovuto arrendersi clamorosamente alla valanga di consensi allo Scudo Crociato, la Democrazia Cristiana. Proprio sulle pagine del Candido di Guareschi fu coniato lo slogan elettorale più famoso del 1948, “Nel segreto della cabina elettorale Dio ti vede, Stalin no!
Tuttavia, l’ex monarchico moderato Guareschi con la penna in mano era un giornalista imparziale, e non risparmiava il veleno del suo inchiostro anche alla maggioranza democristiana e clericale. Ed era inevitabile che venisse a scontrarsi con il potere, che in quel momento era nelle mani di Alcide De Gasperi. Nel gennaio 1954 Guareschi pubblicò due lettere a firma dello statista trentino che risalivano a dieci anni prima, a quella primavera in cui gli Alleati stavano cercando di forzare la resistenza tedesca ed impadronirsi di Roma, che nel frattempo stava agonizzando sotto il regime di città aperta imposto da Kappler e dalle SS di Via Tasso. Una primavera più simile ad un inverno, interminabile, proprio per porre fine alla quale De Gasperi, in quel momento rifugiato in Vaticano come molti altri politici italiani, aveva scritto al generale britannico Alexander, comandante della 8^ armata e del fronte alleato in Italia, per indicargli i punti nevralgici della capitale da bombardare al fine di porre termine più in fretta possibile alla resistenza tedesca e di indurre lo stesso popolo romano a ribellarsi ai nazifascisti.
Era materiale controverso, indubbiamente scottante, e nel clima di passioni avvelenate e tutt’altro che sopite dell’immediato dopoguerra destinato a prestarsi a furiose polemiche ed inevitabili strumentalizzazioni. Invano lo stesso Montanelli sconsigliò Guareschi – e perfino l’editore Rizzoli – di pubblicare le lettere. Guareschi andò a dritto, e De Gasperi sporse querela. Il processo, che allora ebbe luogo in tempi rapidi e non biblici come sarebbe successo al giorno d’oggi, si concluse con la condanna di Guareschi per diffamazione a mezzo stampa. Reato punibile, e punito, con la reclusione fino a dodici mesi.
La costituzione repubblicana, art. 21, tutelava già da sei anni la libertà di stampa, e ad essa si era aggiunta nel 1950 la convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, ma l’Italia del dopoguerra era – da un punto di vista dell’ordinamento giuridico – più vicina a quel regime fascista a cui la Repubblica era succeduta che a un paese libero, in cui si dava attuazione al dettato costituzionale e si recepivano i trattati internazionali. Il Codice Rocco prevedeva il carcere per diffamazione a mezzo stampa e per vilipendio delle autorità, e carcere fu. Guareschi, condannato dopo un processo in cui fu violata ogni guarentigia nei confronti dell’imputato,  entrò nella prigione di San Francesco a Parma il 26 maggio 1954 e ne uscì il 4 luglio dell’anno seguente. Siccome era recidivo a causa di una precedente condanna sospesa per la condizionale, dopo altri sei mesi in libertà vigilata presso la propria abitazione parmense, Guareschi tornò ad essere un uomo libero soltanto il 26 gennaio 1956.
Alcide De Gasperi, che aveva commentato la sorte dell’avversario con un “sono stato in galera anch’io e ci può andare anche Guareschi” che fa poco onore per la verità ad un personaggio altrimenti riconosciuto e ricordato per la grande statura morale oltre che per le qualità personali di uomo e di statista, non c’era più. Era morto il 19 agosto 1954. Giovanni Guareschi, che era entrato in carcere affermando orgoglioso “per rimanere liberi bisogna, ad un bel momento, prendere senza esitare la via della prigione”, dimostrò di essere un galantuomo fino in fondo dicendosi rattristato per “la morte improvvisa di quel poveretto (De Gasperi, n.d.r.). Io alla mia uscita avrei voluto trovarlo sano e potentissimo come l’avevo lasciato: ma inchiniamoci ai Decreti del Padreterno”.
Guareschi gli sopravvisse per dodici anni, ma è opinione comune che il soggiorno in carcere l’avesse duramente segnato, imponendogli una vita ritirata per motivi di salute e un forte ridimensionamento della sua stessa attività di giornalista. Il Candido, dalla cui direzione si era dimesso poco dopo l’uscita dalla galera, chiuse i battenti nel 1961. Quando nel 1968 Giorgio Pisanò (esponente di spicco del Movimento Sociale Italiano) rifondò il periodico offrendogliene di nuovo la direzione, un infarto gli impedì di rispondere all’invito. Al suo funerale, l’unico collega presente fu Enzo Biagi, l’unica personalità di rilievo fu Enzo Ferrari. Assenti completamente le autorità. Fu sepolto con la bandiera italiana con lo stemma sabaudo.

Afghanistan, crocevia degli Imperi

L’Afghanistan, data la sua posizione geografica, è stato da sempre uno dei corridoi del mondo. Crocevia per le grandi religioni, le grandi civiltà, i grandi imperi, per tutte le razze, tutte le ideologie e le arti, da Alessandro il Macedone ai Mongoli, ai Russi, agli Inglesi nell’800, l’Hindukush è sempre stato la posta di un gran gioco, ed è ancora così.
Gli Afghani avevano già conosciuto la memorabile vendetta di Gengis Khan, quando i Mongoli sgozzarono ogni essere umano e sradicarono ogni pianta ed ogni albero. Lottarono contro gli Inglesi per più di sessanta anni per difendere la loro indipendenza, che finalmente arrivò nel 1921. Il primo bombardamento nella storia dell’aviazione inglese, nel 1919, fu su Kabul e la sua popolazione civile.
Dal 1953 al 1963 Daud attuò per un decennio una politica del terrore eliminando gli oppositori e imprigionando i primi intellettuali. Dal 1979 al 1989 l’Afghanistan fu occupato da truppe sovietiche, ma la guerra civile continuò fino al 1991. Nel 1992 i Mujaheddin rovesciarono il governo filosovietico di Najibullah ed elessero presidente Burhanuddin Rabbani.
Nel 1994 si affacciarono sulla scena i Talebani, che nel 1996 riuscirono a conquistare Kabul, imponendo la legge coranica ed avviando una campagna iconoclasta tesa a cancellare ogni traccia del passato preislamico dell’Afghanistan. La distruzione dei Buddha di Bamjan sono solamente la parte più visibile di una distruzione capillare.
Il 9 settembre 2001 Massud, capo carismatico dei Mujaheddin dell’Alleanza del Nord e dell’opposizione ai sovietici prima e ai Talebani poi, muore in un attentato suicida lasciando un vuoto nella leadership afghana. L’11 settembre è storia contemporanea e ben conosciuta. Nell’ottobre dello stesso anno il regime talebano, ritenuto corresponsabile degli attentati terroristici a New York e contro il Pentagono, viene fatto oggetto di una vasta campagna militare da parte degli Stati Uniti e dei loro Alleati.
Nel dicembre 2001 la coalizione occidentale e le milizie locali dell’Alleanza del Nord riconquistano Kabul costringendo il governo dei Talebani ad abbandonare la capitale. Da quella data, l’Afghanistan sta faticosamente ricostruendo l’intero paese per ritornare, se possibile, ad un’esistenza normale. Ad ottobre 2003 ci sono state le prime elezioni democratiche dopo decenni di dominazione, con le quali è stato eletto presidente Hamid Karzai, tutt’ora in carica.
Per chi volesse approfondire la storia afghana, consigliamo Il grande gioco di Peter Hopkirk (Adelphi Edizioni), e Massud il leone del Panjshir di Michael Barry (Edizioni Ponte alle Grazie).

8 marzo, le donne dimenticate

 di Paola Stillo

Afghanistan, paese che evoca in molti immagini di guerra, di mine antiuomo, di terroristi, di Talebani dalle lunghe barbe, di bourqa azzurri al di sotto dei quali le donne vivono la loro “non condizione femminile”.
Eppure l’Afghanistan non è solo questo, è un paese ricco di storia e di cultura, di paesaggi magici nonostante la distruzione, dove ad ogni stagione dell’anno sembrano darsi ritrovo i più grandi pittori, da Van Gogh a Renoir, da Houssaki a Brugel in una gara interminabile di immagini e di colori. Di gente fiera e generosa, con un senso dell’umorismo che più di trenta anni di guerra non sono riusciti a spegnere.
La mia esperienza in questo paese è iniziata nel febbraio 2003 ed è continuata per altri quattro anni. Insieme ad una collega ostetrica ci siamo occupate dell’apertura di un ospedale materno infantile di Emergency a nord di Kabul, nella valle del Panjshir. Per poter capire almeno in parte il popolo afghano bisogna conoscere le sue vicende e la sua storia così drammaticamente crudele e sanguinosa.
Lavorare in questo contesto, soprattutto all’inizio, non è stato facile, anche se ormai questo paese e la sua gente sono entrati nei nostri cuori e nel lasciarlo parte di noi è rimasta nelle sue valli, con le donne e gli uomini che hanno condiviso insieme a noi questa meravigliosa esperienza.
I problemi che abbiamo dovuto affrontare sono stati molti sia dal punto di vista professionale e tecnico sia da quello umano e relazionale. Il lavoro più importante abbiamo dovuto farlo su noi stesse: formare donne afghane a prendersi cura di altre donne afghane, parlare loro di maternità e di sessualità. Per farlo, bisognava “capire”, uscire dal nostro vissuto di donne europee, emancipate, libere ma spesso frustrate, ed immergerci lentamente ma profondamente nella condizione femminile afghana.
Condizione precaria, caratterizzata da anni di guerra, da un sistema scolastico spesso inesistente, da un regime talebano che vietava alle donne il diritto di esistere, obbligate a nascondersi, a non uscire, a non lavorare. Ed è proprio con queste donne che abbiamo iniziato un periodo di formazione per l’assistenza di base ostetrica e neonatale.
Pur occupandomi da tempo di formazione di personale sanitario, mi sono resa conto per la prima volta che la definizione degli obiettivi formativi, così cari ai formatori, non può prescindere dalla trasmissione di valori e che questi ultimi non sono universalmente gli stessi.
Come si fa a parlare a queste donne della magia della maternità, di questo legame speciale che unisce madre e bambino ancora prima della nascita? Della preparazione al parto? Del prendersi cura del proprio corpo durante la gravidanza? Ma anche semplicemente del “prendersi cura”, del rispondere ai “bisogni della persona”!
Il “prendersi cura” per queste donne significa svegliarsi alle quattro del mattino, prendersi cura degli animali, raccogliere la legna ed accendere il fuoco, preparare da mangiare, raggiungere il fiume per raccogliere l’acqua, lavorare nei campi. Significa occuparsi degli anziani della famiglia (quella del marito), del marito, dei figli: figli ovviamente non desiderati o programmati, ma “dovuti”, e così è un susseguirsi di gravidanze, aborti spontanei e mortalità materna ed infantile tra le più alte al mondo.
Ancora oggi, la professione infermieristica si porta appresso un’immagine legata al femminile, al ruolo della donna nella cura e nell’assistenza, ma anche alla corporeità, perché è sul corpo, sui suoi vissuti e sui suoi prodotti che l’infermiere opera. Stranamente, ma neanche tanto se si pensa alla condizione di isolamento della maggior parte delle donne, il “mondo infermieristico” afghano è un dominio maschile. Nella cultura afghana, la corporeità e la fisicità sono vissute in maniera repressiva, basti pensare all’obbligo delle donne di coprirsi, ma anche agli stessi uomini ai quali è imposto ad esempio un abbigliamento che copra braccia e gambe ed ai bambini che seguono le stesse regole valide per gli adulti.
Ecco allora che diventa difficile “insegnare ad assistere” in un mondo di rigide regole comportamentali, che a volte si possono infrangere ma non si sa mai quando. Un uomo, in questo caso un infermiere, non può toccare una donna, ma questa regola non vale nel caso del pronto soccorso o della sala operatoria; eppure non può inserire un catetere vescicale o assistere durante un parto precipitoso o semplicemente eseguire l’igiene personale di una paziente allettata.
Vi è una netta separazione tra quello che è ospedale e malattia, e quindi sottoposto a concessioni, e quello che è normalità, vita quotidiana. La maternità, ovviamente e sfortunatamente, appartiene a quest’ultima sfera. Sfortunatamente perché non si possono infrangere le regole sociali, e così nel nostro ospedale non era consentito l’ingresso di nessun uomo se non per casi di emergenza, che diventavano “malattia”.
Trovare 32 donne con un minimo di istruzione (mediamente l’equivalente della nostra III media in termini di durata degli studi), iniziare con loro un percorso formativo che affrontava argomenti non di uso comune (ricordo come arrossivano tutte quando si parlava di mestruazioni), abituarle ad infrangere alcune regole (eseguire l’igiene intima, per esempio) è stata, non solo come formatore, una sfida.
Eppure lentamente, conquistando a poco a poco la loro fiducia, accendendo la loro curiosità ma soprattutto attingendo a quella complicità che nasce tra donne, fatta di affetto, di comprensione, di simpatia, siamo riuscite in un anno a formare un team capace di erogare autonomamente assistenza di base ostetrica, infermieristica e neonatale. La struttura ospedaliera era arrivata a visitare circa quattrocento donne al mese (visite prenatali e ginecologiche), con una media di settanta ricoveri e cinquanta parti al mese.
Il personale locale adesso è in grado di effettuare un triage ambulatoriale, prendersi carico della donna in travaglio e seguirla durante il parto, gestire il post-operatorio e la degenza ginecologica. Alcune di queste donne sono state addestrate da un’infermiera di sala operatoria e “strumentano” in maniera autonoma i principali e più frequenti interventi quali cesarei, isterectomie, raschiamenti. Dal giugno del 2003, quando la Maternità è stata ufficialmente aperta ad oggi, sono nati nel Panjshir circa ventiduemila bambini, una media di oltre duemila l’anno, e più di 175.000 donne si sono rivolte al Centro di Maternità per essere curate e assistite.
Quelle donne afghane che dal 2003 con determinazione e coraggio, superando numerosi ostacoli, hanno affrontato quell’esperienza formativa, hanno continuato nel loro cammino “rivoluzionario” contagiando così altre donne nell’acquisire il diritto ad essere curate, ascoltate, ad esistere!

Mi piace ricordare una frase citata da uno dei miei studenti del passato: “Chi educa un uomo educa una persona, chi educa una donna educa una generazione”.

Una serata con i volontari di Emergency

24 Dicembre 2012

Per chi non sapesse o non potesse dare un senso a questo Natale (è sempre più difficile ogni anno che
passa, a prescindere dalle profezie millenaristiche che tentano di spiegarci perché siamo destinati ad estinguerci, come se non lo sapessimo da soli), per chi volesse comunque dare un senso al proprio tempo e ai propri soldi unendo l’utile al dilettevole di acquistare dei bei regali di natale dedicando qualche attimo di sé nello stesso tempo alla riflessione ed alla solidarietà, Emergency ripropone anche quest’anno il suo punto vendita a Firenze in Via dei Ginori14 (foto).
Entrare dentro il negozio di Emergency è fare un salto d’improvviso in un altro mondo, quello (vastissimo) in cui si lotta per la pura e semplice sopravvivenza e quello di chi ha scelto di dedicarsi ad agevolare questa lotta impari, magari lasciando da parte professioni ben più remunerative, almeno da un punto di vista puramente economico. Per chi entra lì dentro con la voglia di capire, libera da qualsiasi pregiudizio, c’è tutto lo spirito dell’organizzazione fondata nel 1994 dal cardiochirurgo milanese Gino Strada e da sua moglie Teresa Sarti, non appena fu chiaro che il mondo non più costretto dalla logica dei blocchi e della Guerra Fredda si stava aprendo a nuovi e ancora più impensabili orrori, e che c’era bisogno di qualche visionario che ritenesse possibile e doveroso (già allora) offrire cure mediche e chirurgiche gratuite e di alta qualità alle vittime della guerra e della povertà e promuovere una cultura di pace, solidarietà e rispetto dei diritti umani. Tutta merce che con l’andare del tempo si è dimostrata, se possibile, ancora più deperibile. Non a caso, questa organizzazione si chiama, fin dalla sua nascita, Emergency. Non c’è bisogno di traduzione, semmai di constatare che dopo 18 anni quella che era emergenza sta diventando purtroppo, in molte aree del mondo, più che mai la normalità.
Una volta dentro il negozio, i volontari sono ben contenti di accompagnarvi dentro un viaggio che vi porta dentro un sogno: quello di popoli che cercano di recuperare una autonoma e orgogliosa rinascita produttiva magari solo ripartendo da produzioni artigianali che già esistevano e che guerre e dittature
avevano spazzato via. Un caso per tutti, i manufatti di vetro di Herat, una delle zone dell’Afghanistan che più stenta a trovare pace e normalizzazione in un paese che pace e normalità non ne ha mai avute. L’Afghanistan è diventato uno dei paesi simbolo dell’impegno di Emergency, per motivi di storia e di cronaca attuale. Ma stesso discorso si può estendere a varie parti del cosiddetto Terzo Mondo in cui l’organizzazione di Gino Strada, riconosciuta ONLUS dal 1998 e ONG da 1999, tenta ogni anno di avviare nuovi progetti di realizzazione di strutture sanitarie che diano assistenza medica, ma più in generale diritti sostanziali, a chi finora non ne ha mai avuti. Fino al punto di individuare addirittura nel nostro stesso paese, nei tempi della Sanità disastrata pre e post spending review, delle sacche territoriali di sofferenza in cui intervenire, con la certezza di poter fare meglio e a costi molto più contenuti rispetto a chi ha fatto finora.
Per far capire tutto questo, e spiegare perché si sta lavorando e perché le pur generose risorse messe a disposizione ogni anno dai donatori e da istituzioni pubbliche e private sensibilizzate (l’elenco è esposto nel negozio) sono sempre per forza di cose insufficienti, Emergency ha deciso quest’anno di far parlare i propri volontari, in alcune serate messe a disposizione del pubblico dei visitatori. Abbiamo partecipato ad una di queste, la sera del 21 dicembre, in cui due infermiere professionali operanti nelle strutture sanitarie italiane hanno raccontato perché hanno deciso un bel giorno di lasciare tutto, ma veramente tutto, e andare a fare quello che facevano dall’altra parte del mondo, e con che risultati.
Paola Stillo (foto), ex caposala dell’ospedale pediatrico Sant’Anna di Como, ci racconta di come fu convinta nell’arco di una giornata dai “reclutatori” di Emergency a prendere aspettativa ed aggregarsi alla missione destinata a quella che nel 2003 era la zona più calda del mondo, la valle del Panshir, la zona afghana più vicina al territorio cinese da sempre controllata dall'Alleanza del Nord, i Mujahidhin del leggendario Masud il Leone. In quel paese, che veniva da più di 20 anni equamente divisi tra la guerra contro gli invasori sovietici, la dittatura talebana e la guerra di liberazione successiva all’attentato alle Torri Gemelle, Emergency aveva svolto un ruolo fondamentale fin dagli ultimi tempi dei Talebani, riuscendo ad essere presente di fatto come l’unica organizzazione in grado di fornire assistenza sanitaria nel paese.
Tale situazione, non certo semplificata dalla nuova situazione creatasi dopo l’occupazione NATO, era rimasta sostanzialmente immutata. Al punto da spingere i responsabili dell’organizzazione di Gino Strada a valutare come prioritario non solo l’apporto di cure mediche ad una popolazione martoriata da una guerra infinita, ma anche la ri-creazione di professionalità mediche e para-mediche in un paese dove da quando avevano governato i Talebani non era andato a scuola più nessuno (meno che mai le donne, ritenute però essenziali, nella cultura islamica, per l’esercizio di una professione infermieristica nel caso specifico rivolta in molto casi ad un’utenza principalmente femminile, si pensi a maternità e pediatria), e prima ancora di un approccio culturale al mondo moderno che riprendesse quel filo interrotto per forza di cose nel 1979, quando l’invasione sovietica aveva fatalmente frenato lo sviluppo di un paese che almeno nei centri maggiori dimostrava di potersi inserire in quello che consideravamo e consideriamo il mondo moderno. I risultati ottenuti, ha raccontato Paola Stillo, sono andati al di là delle più rosee previsioni. Le infermiere istruite dai volontari occidentali, a prezzo di sacrifici inimmaginabili per chi non ha presente la loro condizione ripiombata in un abisso di violenza e segregazione degni del peggior fanatismo religioso e della peggiore arretratezza culturale, hanno conseguito un livello di professionalità (oltre che titoli di studio legalmente riconosciuti) che lascia ben sperare.
Chiara Peduto (a destra nella foto al tavolo), infermiera del reparto di Terapia Intensiva di Careggi, ha raccontato invece un’altra esperienza altrettanto estrema, e altrettanto nota a chi ha seguito le cronache internazionali della sofferenza e del bisogno. Reclutata anche lei dans l’espace d’un matin dagli uomini di Emergency, la sua destinazione è stata il Centro Salam di Cardiochirurgia di Karthoum, la capitale del martoriato Sudan. Il suo racconto ha messo in evidenza l’incredibile contraddizione tra il prestare servizio in una struttura sanitaria quasi d’eccellenza, che nulla parrebbe avere da invidiare alle nostre europee, e vivere in un paese dove domina una delle dittature più feroci ed oppressive dell’intero Terzo Mondo. Il Sudan è da anni teatro di sofferenza, con la tragedia del Darfur ed il conflitto interrazziale e interconfessionale tra le sue popolazioni per lo più per la maggior parte allo stato tribale. Karthoum è una città dall'apparenza moderna, impiantata nel cuore di uno stato di polizia tribale. In quest’area Emergency ha scelto volutamente di costruire una delle sue strutture più prestigiose, et pour cause. Il paese confina con altre nazioni africane,dall’Egitto, alla Repubblica Centraficana, al Ciad, all’Eritrea, alla Somalia, all’Etiopia, è in posizione strategica tanto più alla luce dell’insorgenza massiccia tra la popolazione di questa vasta regione africana di malattie legate alla contrazione dello streptococco metabolitico, che causa febbri reumatiche con complicazioni cardiache devastanti (una persona su mille abitanti la contrae, ed è destinato alla morte in un paese dove qualsiasi assistenza medica è esclusivamente a pagamento). Come in Afghanistan, la cultura locale dà inoltre pochissimi spazi a quelle persone, soprattutto di sesso femminile, che vogliono emanciparsi acquisendo una professionalità medica e paramedica.
Questo è solo un esempio sommario di quanto è emerso dai racconti dei volontari, di quanto fa Emergency ogni anno per andare a portare vita e rinascita dove altrimenti ormai prospererebbe soltanto la morte. Ci sarebbe da parlare del Centro Chirurgico e Pediatrico di Goderich in Sierra Leone, dell’assistenza sanitaria fornita ai profughi della sanguinosa Primavera Araba del 2011, dei progetti di Emergency per rendere più accessibile e più effettiva la stessa sanità italiana. Ci sarebbe tanto da dire, chi è interessato può approfondire in Via Ginori, e negli altri centri Emergency sparsi in 12 città italiane.

Come ricorda ancora Paola Stillo, gli operatori sanitari volontari farebbero il loro mestiere comunque e dovunque, ma è solo il cuore e la generosità della gente che consentono loro di andare a farlo là dove ce n’è veramente bisogno. Il negozio di Emergency rimane aperto fino al 24 dicembre alle ore 18,00.