venerdì 31 ottobre 2014

Halloween è nostra, come Pasqua e Natale



Dolcetto o scherzetto, la zucca vuota dalle sembianze umane, la notte delle streghe. Halloween è entrato ormai nel nostro immaginario collettivo al pari di tante feste di origine cosiddetta “nostrana”. La cultura globale veicolata dal cinema moderno a base di effetti speciali ha esportato ovunque una celebrazione che in origine, almeno nell’età moderna, era limitata al territorio del Nordamerica. O così almeno sembra.
A questa “contaminazione”, come dicono gli esperti, ognuno reagisce secondo due direttrici di sentimento principali: fastidio da parte di coloro che riversano un antiamericanismo di fondo in ogni settore della vita sociale, politica e culturale, accettazione acritica da parte di chi invece limita ormai la propria cultura agli effetti speciali di una società che assomiglia sempre di più al cinema che la ritrae, e non viceversa.
Come sempre, la verità non sta tanto nel mezzo quanto nella conoscenza di ciò di cui si discute. La festa che tanto disturba le nostre coscienze europee oppure ci fa assomigliare a tanti bambini vestiti in maschera fuori di Carnevale, in realtà trae origini profonde proprio dalla nostra cultura europea primordiale. Da quel mondo celtico pre-romano e pre-cristiano che l’Impero dei Cesari prima e la Chiesa dei Papi dopo non trovarono di meglio che inglobare nei propri usi, costumi e rituali, tanto erano radicate le sue manifestazioni celebrative nella cultura popolare delle genti da Roma assoggettate.
Il nome Halloween è una corruzione dell’inglese di Shakespeare: All-Hallows-Eve. Tutti i Santi. La festa pagana che si celebrava nella notte tra quelli che adesso sono il 31 ottobre ed il 1° novembre affonda le sue radici in un calendario addirittura antecedente a quello “giuliano”. Era la festa celtica di Shamain, la fine dell’estate, allorché il mondo si disponeva ad affrontare la lunga notte invernale che avrebbe portato ad un nuovo ciclo di stagioni, ad un nuovo anno solare. Non a caso l’anno celtico cominciava il 1° novembre.
Cesare il Conquistatore dei Celti ed i Vescovi di Roma, o Papi, che gli succedettero pensarono bene di comportarsi con questa festa come si erano comportati con ogni altra festa tra quelle celebrate nelle terre sottomesse al domino di Roma. Non è un mistero che il calendario della Chiesa Cattolica ha mutuato le sue festività, comprese le più importanti, dal Paganesimo che aveva soppiantato. Così il Natale di Gesù – festa della rinascita della speranza del mondo – fu fatto coincidere, anzi fu sovrapposto al solstizio di inverno, l’inizio della notte che portava gradualmente al rifiorire del mondo stesso. La Pasqua – festa di resurrezione dopo la morte, che traeva origine da miti ebraici sovrapposti a miti celtici – fu collocata nei pressi dell’equinozio di Primavera, il “rifiorire” appunto, calcolato secondo i vari calendari che da Cesare a Papa Gregorio cercarono di utilizzare al meglio il moto degli astri per scandire la vita umana.
Halloween, la festa di Ognissanti, fu codificata da Papa Gregorio VI nel 840 d.C., come presa d’atto e segno di continuità culturale e religiosa con le usanze di quei popoli del Nord Europa di recente conversione al Cristianesimo. Una brillante operazione di marketing, se si vuole, operata dalla Chiesa Cattolica in una fase storica di espansione del suo “mercato”.
Ognissanti rimase da allora nel calendario cattolico, e fu rimessa semmai in discussione dai Protestanti, che dopo la Riforma bandirono tutta la liturgia dedicata al culto delle immagini sacre che non fossero quelle del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. I Santi furono banditi, e trovarono rifugio sulle coste del Nuovo Mondo sul Mayflower e sulle altre navi che vi portarono i Padri Pellegrini in cerca di salvezza. Allora in esilio, ma col tempo destinati a dominare il mondo, non solo politicamente ma anche e soprattutto culturalmente.
Ecco perché la festa della Zucca va conosciuta, per capire che fa parte della nostra storia al pari del Natale, della Pasqua, del Ferragosto (Feriae Augustanae, le feste celebrative dell’Imperatore Augusto), di ogni altra celebrazione trasmigrata dal mondo oscuro e dimenticato dei vari Pantheon pagani a quello del calendario gregoriano codificato dalla Chiesa di Roma e dalle altre Chiese che vi si sono col tempo contrapposte, finendo poi col tempo per emularla.
Quando i nostri bambini bussano a chiedere “dolcetto o scherzetto”, non imitano i coetanei americani visti al cinema, ma piuttosto riprendono in forma adattata ai tempi una mitologia ed una ritualità che affonda nella notte dei nostri tempi più di quanto a volte ci piaccia ammettere o ci resti sufficiente coscienza per ricordare.

giovedì 30 ottobre 2014

La notte magica del Baba



Dio no xé furlan, se no paga oggi paga doman, dicono i triestini che non amano granché Udine, per motivi campanilistici. Dio ieri sera era decisamente fiorentino, e ha pagato con gli interessi la Fiorentina. Innanzitutto toccando l’anima del suo figliol prodigo Vincenzo Montella che finalmente ha preparato la partita perfetta mettendo in campo undici ragazzi al posto giusto e opportunamente motivati.
La Fiorentina travolge l’Udinese e si riporta a -3 da quella zona Champion’s che era l’obbiettivo dichiarato stagionale. Nella passata stagione i bianconeri friulani erano stati uno degli ossi più duri da rodere per i viola, ma quella era la squadra di Francesco Guidolin, una falange compatta dove ognuno aveva le sue consegne ferree da rispettare (e le rispettava) per mandare in porta le avanguardie micidiali Di Natale e Muriel. Di quella squadra, passata nel frattempo nelle mani del giovane Andrea Stramaccioni, sopravvivono appunto Di Natale e Muriel, pericolosi come sempre, e uno schema di gioco a tratti piacevole ma non più micidiale come in passato.
Il bomber napoletano trapiantato in Friuli prova anche stavolta a confermarsi bestia nera di quella Fiorentina che lo ha a lungo inseguito, almeno a parole, senza mai prenderlo. Lui prende un palo clamoroso colpendo di testa liberissimo in mezzo all’area, e in un’altra circostanza impegna Neto su punizione, consentendo al portiere brasiliano di confermare il suo stato di grazia attuale, e di giustificare il fresco ritocco dell’ingaggio. Il colombiano Muriel prova invece ad andare via ad Alonso due o tre volte  e quasi ci riesce, fortuna che stasera nel mezzo della difesa viola Basanta e Savic fanno a gara a chi da più spettacolo, altrimenti la gara potrebbe complicarsi subito per i padroni di casa.
Anche il signor Massa della sezione di Imperia ci prova a complicare la serata alla Fiorentina. Non sbaglia molto, ma quello che sbaglia potrebbe essere determinante. Alonso viene subito ammonito per un fallo veniale su Muriel, e ciò potrebbe condizionarlo nel duello con il letale sudamericano. Analogo trattamento non viene riservato dal direttore di gara a Fernandes, che compie lo stesso intervento su Cuadrado. Il numero undici viola non è in gran serata, ma i raddoppi dei friulani su di lui sono pesanti e spesso ai limiti della regolarità, anche se l’arbitro quasi sempre sorvola eccessivamente.
Il pubblico del Franchi reclama almeno tre rigori per la propria squadra. Il primo è su tocco di mano involontario di Hertaux, il secondo su trattenuta di Danilo su Babacar. Sono di quelli che il compianto Vujadin Boskov avrebbe definito “rigore è quando arbitro dà”. Sul terzo invece non ci sono discussioni, Cuadrado viene steso da Piris platealmente, e solo Massa pare non accorgersene.
Il terzo soggetto che prova a mettere in salita la partita ai gigliati è uno di loro. Si chiama Josip Ilicic e dovrebbe essere l’arma in più per scardinare il fortino friulano, l’ennesimo falso nueve della gestione Montella. Lo sloveno é reduce dal gran gol di San Siro che ha permesso alla sua squadra di non perdere le distanze dal Milan terzo in classifica. Dopo tre minuti ha già dissipato il capitale guadagnato, allorché la difesa dell’Udinese gli regala un comodo pallone da spingere in porta. Lui a tu per tu con Karnezis gli tira in bocca maldestramente.
E’ il preludio ad una prestazione che lo vedrà costantemente in ritardo, fuori dal ritmo partita, inadeguato alle necessità di una squadra che ha ripreso a giocare in velocità e sta imparando a tagliare la difesa avversaria con passaggi profondi e precisi. Nella ripresa, quando l’1-0 impone ormai il raddoppio per regalare una serata tranquilla ai supporters accorsi al Franchi, sono diversi i contropiedi vanificati dallo sloveno che puntualmente inciampa sul pallone o si avvita su se stesso. Peccato, degli undici di Montella Ilicic è forse l’unico a non giocare all’altezza, insieme a tratti al connazionale Kurtic che pare aver smarrito lo smalto iniziale.
Venendo alle note positive, si fa fatica stasera a indicare l’uomo-partita per i viola. Molti se lo meriterebbero, alla fine sono decisivi i due gol segnati splendidamente dal ragazzo del Senegal, Khouma El Babacar, che sta facendo passare in secondo e anche terzo piano le notizie circa il rientro in gruppo di Mario Gomez. Il centravanti libera l’urlo del Franchi segnando il primo gol di rapina al termine di un batti e ribatti alla fine del primo tempo, quando già le streghe di un nuovo 0-0 casalingo incombono su una squadra che ha faticato e sprecato molto anche oggi.
Il raddoppio è un gol come a Firenze se ne sono visti pochi. Bisogna andare indietro nel tempo, a scomodare dei dell’Olimpo come Gabriel Batistuta o Kurt Hamrin per trovare un precedente alla prodezza del Baba, che a venti minuti dalla fine chiude finalmente il match. Ha avuto una serata difficile Juan Guillermo Cuadrado alle prese con i tignosi difensori della sua ex squadra, ha avuto poche occasioni di mettersi in mostra, ma alla fine l’assist in corsa per Babacar è suo. Il centravanti controlla al volo di esterno destro e prima che la palla ricada tira al volo fulminando Karnezis. Batigol queste reti le segnava negli anni della maturità tecnica e agonistica, il ragazzo senegalese la segna a 21 anni, c’è di che sperare e sognare ad occhi aperti.
Peccato per quello che potrebbe essere un gol ancora più bello, un pallonetto in corsa che Khouma effettua ad inizio ripresa e che Karnezis leva di porta con un colpo di reni simile a quello di Neto a Milano sulla magia di El Sharawy. Ma il portiere friulano non può comunque nulla alla fine quando Cuadrado parte finalmente in contropiede come ai tempi migliori (per esempio un anno fa circa, in occasione del 4-2 alla Juventus) e serve alla perfezione il liberissimo Borja Valero al limite dell’area. Per lo spagnolo è un gioco da ragazzi piazzare la palla in rete con un colpo da giocatore di biliardo. 3-0 e apoteosi viola, lo stadio torna a cantare, le nubi di un campionato mediocre sono forse dissipate, il girone di andata è già a metà ma malgrado i passi falsi il terzo posto è a soli tre punti, nelle mani di un Milan  contro cui la Fiorentina ha tutt’altro che sfigurato tre giorni fa.
Proprio Borja Valero è il simbolo di una squadra sorprendentemente in ripresa, quando tutto sembrava compromesso. Lo spagnolo appare rinfrancato sia da una condizione fisica e psichica notevolmente migliorata, sia dall’aver ricevuto da Montella una collocazione in campo più definita. In altre parole, svaria meno coprendo un settore più limitato, sulla tre quarti, e quindi disperdendo meno energie.
Stanno tutti bene stasera, o quasi, e come si è detto il cielo ha un occhio benevolo. Gli episodi negativi non incidono, quelli positivi inducono a stropicciarsi gli occhi per la contentezza. Forse Montella e i suoi ragazzi hanno preso finalmente le misure a questa nuova stagione. Certo è che con un centravanti come Dio comanda è tutta un’altra vita. Qualcuno ha già ripreso a dire “fai con calma, Mario Gomez, non c’è fretta”. Se le cose continuano così, per il ragazzo tedesco non sarà semplice levare il posto al ragazzo senegalese. Chi l’avrebbe mai detto solo un mese fa?

martedì 28 ottobre 2014

La Marcia su Roma

Oltre novanta anni fa in questi giorni finiva in Italia lo Stato Liberale nato dal Risorgimento e cominciava il lungo governo di Benito Mussolini. La Marcia su Roma, il colpo di stato con cui le Camicie Nere del Partito Nazionale Fascista reclamarono e ottennero dal Re d’Italia Vittorio Emanuele III il potere, cominciò il 28 ottobre 1922 e si concluse il 31, con la sfilata degli squadristi vittoriosi davanti allo stesso sovrano. Nel mezzo alle due date, il loro capo, il Duce, aveva ottenuto l’incarico di formare il nuovo governo, che sarebbe durato più di vent’anni.
Mussolini ed il Fascismo venivano da lontano, e fino a pochi mesi prima erano sembrati un soggetto quanto mai improbabile per ricevere l’incarico di guidare la nazione. Benito Mussolini era un militante del Partito Socialista che aveva compiuto un lungo percorso personale e politico per arrivare al Quirinale. Figlio del fabbro Alessandro e della maestra elementare Rosa Maltoni, che lo avevano battezzato con il nome del rivoluzionario messicano Benito Juarez, era stato un ragazzo irrequieto e originariamente affascinato dall’anarchismo. Sua pare che fosse stata la mano ignota che aveva scritto sotto il monumento a Umberto I la frase Monumento a Gaetano Bresci, cioè a colui che aveva ucciso in un attentato il sovrano.
In seguito, entrato nel Partito Socialista allora in mano ai riformisti (cioè coloro che prediligevano la cosiddetta via parlamentare alla conquista del potere), si era subito distinto per la sua appartenenza alla corrente rivoluzionaria, o come si diceva allora massimalista, In un primo tempo, Mussolini seguì il destino di tutti i rivoluzionari, arresti, esilio. Poi, la sua forte personalità e le sue iniziative sempre più clamorose aumentarono progressivamente il suo prestigio sia nella base popolare che nei quadri del Partito. Nel 1912 diventò direttore del giornale del Partito, l’Avanti!. Nel 1914, quando ormai nere nubi che si addensavano sull’Europa ed il conflitto mondiale era alle porte, era diventato praticamente il leader del Partito Socialista, che schierò contro l’interventismo in guerra.
L’Italia rimase inizialmente al di fuori della guerra dichiarata dall’Austria alla Serbia dopo l’attentato di Sarajevo in cui perse la vita l’erede al trono imperiale asburgico Francesco Ferdinando. Nonostante fosse legata da alleanza a Francia, Inghilterra e Russia (la Triplice Intesa), inizialmente prevalse la linea di quei politici come Giolitti che ritenevano il nostro paese troppo fragile per reggere un conflitto della portata di quello che stava cominciando. Di costoro erano alleati involontari i socialisti, rimasti fedeli alla linea stabilita dall’Internazionale Socialista in opposizione alla “guerra borghese”.
Ma l’Intesa lavorò ai fianchi le forze politiche italiane, allettandole con la promessa di conquiste territoriali ai danni dell’Austria-Ungheria (mancavano ancora al risorgimento italiano Trento e Trieste), e ottenendone alla fine la dichiarazione di guerra al nemico storico, gli Asburgo. Il 24 maggio 1915, il “Piave mormorò calmo e placido al passaggio” dei fanti italiani e l’Italia si ritrovò nella prima Guerra mondiale. A quella data, Mussolini era stato espulso dal Partito Socialista, aveva fondato un proprio giornale (sovvenzionato da industriali desiderosi di commesse belliche nonché da potenze straniere già belligeranti), Il Popolo d’Italia, con cui condusse una forte campagna interventista.
Mussolini aveva capito due cose: la guerra era inevitabile, anche per l’Italia sarebbe stato impossibile starne fuori. Molto meglio mettersi alla guida dell’Interventismo che combatterlo. Nel resto d’Europa i partiti socialisti nazionali avevano assunto un atteggiamento collaborativo verso i rispettivi governi, spaccando l'Internazionale. In Italia, i massimalisti erano invece rimasti all’opposizione. L’altra intuizione dell’astro nascente della politica italiana era che lo sconvolgimento sociale creato dal conflitto avrebbe fornito una scorciatoia per la rivoluzione, e per il potere personale di chi – come lui – avesse saputo guidarla.
Quattro anni di guerra terribile portarono uno sconvolgimento al di là delle previsioni (se non quelle – profetiche – di Giolitti). Nonostante fosse tra le potenze vincitrici, l’Italia uscì con le ossa rotte, in crisi economica, con un mucchio di reduci di difficile reinserimento nella vita civile e mal visti dai socialisti che stavano prendendo il sopravvento, e per di più scontenta dell’esito del trattato di pace, che alimentò il mito della vittoria mutilata. Ma lo sconvolgimento maggiore fu senz’altro quello provocato dalle notizie provenienti dalla Russia, dove i bolscevichi comunisti avevano preso il potere sterminando lo Zar e la sua famiglia ed esaltando le masse proletarie di tutta Europa, che videro giunto il momento della loro riscossa, il “Sole dell’Avvenire”.
Il biennio 1919-20 passò alla storia come il Biennio Rosso, e davvero sembrò che da un momento all’altro l’Italia dovesse seguire l’ex alleata di guerra nel destino rivoluzionario. Mussolini, il cui fiuto politico era pari a quello di giornalista, capì al volo l’aria che tirava e fondò i Fasci di Combattimento, una organizzazione che raccoglieva reduci di guerra, scontenti, sbandati e avversari della marea rossa dilagante, allo scopo di contrastarla efficacemente quando nessuno sembrava più in grado di farlo. In un primo momento quello delle squadre fasciste sembrò un tentativo velleitario, al pari di quello di D’Annunzio che con le sue imprese culminate nella liberazione di Fiume aveva creato un alone di leggenda romantica quale l’Italia non aveva conosciuto dopo Garibaldi, ma aveva ottenuto ben poco da un punto di vista politico.
Ma se il Poeta non aveva saputo dare continuità e sostanza alle sue azioni, Mussolini dimostrò di essere di ben altra pasta, e quando cominciarono ad arrivargli i finanziamenti di industriali ed agrari spaventati dal Bolscevismo e stanchi di uno Stato Liberale che appariva ormai inerme di fronte ad esso, le sue squadracce cominciarono a diventare sempre più efficaci nel contrapporsi ai rossi. Quando nel 1921 a Livorno i massimalisti socialisti fondarono il Partito Comunista d’Italia con il programma dichiarato di replicare la rivoluzione sovietica nel nostro paese, fu chiaro a tutti che si andava verso una guerra civile dall’esito incerto, e che Mussolini era l’unica speranza di mantenimento dell’ordine sociale esistente.
Il quale Mussolini, abbandonati i sogni anarchici della gioventù, aveva nel frattempo virato verso un programma che mescolava pulsioni repubblicane e desiderio di restaurazione, riuscendo a parlare efficacemente sia all’establishment che alle masse popolari, dicendo loro quello che volevano sentirsi dire. Nell’autunno del 1922, dopo tentativi infruttuosi di formare un governo da parte di Giolitti, Bonomi e Facta, il Duce delle squadre nere nel frattempo organizzatesi nel partito Nazionale Fascista capì che il momento era arrivato, e dichiarò che se il Re d’Italia non fosse andato incontro alla volontà popolare dandogli l’incarico di governare, i fascisti avrebbero preso il potere da soli marciando sulla capitale.
Fu costituito a Perugia un quartier generale della Marcia, da cui un quadrumvirato di fedelissimi coordinò il raduno delle Camice Nere in varie parti d’Italia, in attesa dell’ordine di balzare su Roma. Mussolini in realtà stava usando quella dimostrazione di forza per indurre il Re a conferirgli un incarico legalmente, spaventandolo con lo spauracchio di una svolta repubblicana in caso di insurrezione. Il gioco riuscì. I fascisti accampati intorno a Roma erano stimati in circa 30.000 persone, ma gli uomini che avevano dimestichezza con le armi erano pochi. Di fronte, a difesa della capitale, l’esercito italiano agli ordini del Generale Cittadini schierava altrettanti uomini, ma tutti soldati professionisti. Come avrebbe detto Badoglio, in quel momento il Fascismo avrebbe potuto essere schiacciato in un attimo.
Ma Vittorio Emanuele III dette l’ordine a Cittadini di ritirarsi e dopo frenetiche e infruttuose trattative con altre personalità politiche si risolse alla fine a invitare Mussolini al Quirinale, che vi giunse in treno da Milano, dove era rimasto ad aspettare. Il giorno 30 ottobre gli conferì l’incarico di Primo Ministro. Il 31 mattina le Camice Nere gli sfilarono davanti in una parata che durò sei ore. Pochi giorni dopo, il 16 novembre, Mussolini si presentò alla Camera dei deputati, a chiedere la fiducia, e pronunciò il celebre discorso, “Con trecentomila giovani armati di tutto punto, decisi a tutto e quasi misticamente pronti ad un mio ordine, io potevo castigare tutti coloro che hanno diffamato e tentato di infangare il Fascismo. Potevo fare di quest'aula sorda e grigia un bivacco di manipoli: potevo sprangare il Parlamento e costituire un Governo esclusivamente di fascisti. Potevo: ma non ho, almeno in questo primo tempo, voluto. “

La Camera gli votò la fiducia, per 316 voti contro 116 contrari (praticamente i soli socialisti e pochissimi liberali, i più essendo ormai convinti che l’uomo del destino era necessario per rimettere a posto il paese) e 7 astenuti. L’intera operazione si era svolta nel pieno rispetto delle prerogative reali e della prassi costituzionale stabilite dallo Statuto Albertino. Mussolini aveva avuto un incarico regolare a formare il governo dal Re il 30 ottobre 1922, ed altrettanto regolarmente ne sarebbe stato destituito il 25 luglio 1943. Molti uomini che gli votarono la fiducia credevano in buona fede che si sarebbe trattato di un fenomeno reso necessario dai tempi difficili, ma effimero, passeggero. Avrebbero avuto più di vent’anni di tempo per ricredersi.

lunedì 27 ottobre 2014

Il Caso Mattei

Il 27 ottobre 1962 un aereo Morane-Saulnier MS-760 Paris decollato da Catania e diretto a Milano precipitava nelle campagne di Bascapé, in Provincia di Pavia, mentre era in corso un violento temporale. I suoi occupanti, il pilota Irnerio Bertuzzi, il giornalista inglese William McHale ed il manager italiano Enrico Mattei morirono tutti nell’incidente. Alcuni testimoni assistettero alla sciagura, uno di questi in particolare, il contadino Mario Ronchi, affermò sul momento di avere visto l’aereo esplodere in volo, salvo poi ritrattare la propria testimonianza.
Con Enrico Mattei (foto a sinistra), presidente dell’Ente Nazionale Idrocarburi (E.N.I.), moriva non soltanto uno dei personaggi più affascinanti e prestigiosi dell’Italia della Ricostruzione e del Boom economico nel secondo dopouerra, ma addirittura il sogno italiano di diventare un paese autonomo per l’approvvigionamento delle fonti di energia e quindi di potenziare lo sviluppo industriale fino a renderlo veramente concorrenziale con quello dei principali paesi occidentali alleati-rivali.
Fino alla fine della seconda guerra mondiale, l’estrazione e la vendita del petrolio greggio era stata praticamente monopolio delle cosiddette Sette Sorelle, un cartello di compagnie americane ed inglesi che praticamente controllava il mercato mondiale. E che quindi aveva in mano, per sé e per i paesi di appartenenza, l’economia del pianeta. L’Italia, dalla fine dell’Ottocento fino a tutto il periodo del Fascismo, era stata soprattutto a guardare.
Nonostante avesse messo le mani sulla Libia, che dopo la fine del periodo coloniale si sarebbe rivelata uno dei maggiori produttori dell’Oro Nero, non aveva tratto alcun beneficio in tal senso dalla propria dominazione, sembrando quasi disinteressarsi della questione. Studi storici recenti hanno addirittura avanzato l’ipotesi che le maggiori autorità italiane, leggasi il Re e il Duce, fossero state “finanziate” dalle Sette Sorelle all’esplicito scopo di non interferire con il mercato petrolifero. Il Regime aveva sì istituito l’Agip nel 1926, nel quadro della propria politica industriale dirigista, ma i risultati in termini di approvvigionamento energetico erano stati estremamente modesti, e i risultati si erano visti durante il conflitto mondiale.

Alla caduta del Fascismo, uno dei primi provvedimenti dei governi della Liberazione fu quello relativo alla messa in liquidazione dell’Agip, ente italiano per la estrazione, lavorazione e distribuzione dei petroli, e delle sue controllate come la SNAM, che si occupava della estrazione del metano. La scelta cadde su un giovane imprenditore del settore chimico che negli ultimi anni del regime mussoliniano aveva raggiunto una certa notorietà, diventando addirittura fornitore delle Forze Armate. Enrico Mattei, originario di Acqualagna nel Pesarese, alla fine della guerra era un personaggio insieme prestigioso e controverso.
Nonostante fosse stato iscritto originariamente al Partito Fascista, dal 1943 al 1945 aveva militato come partigiano mettendosi in luce per le sue qualità organizzative e stringendo buonissimi rapporti con quelli che sarebbero diventati esponenti di rilievo delle future forze politiche repubblicane, a cominciare da Luigi Longo, futuro segretario del Partito Comunista Italiano. Come diceva Montanelli, Mattei era soprattutto un personaggio capace di trarre il maggior profitto per sé e per le proprie imprese dal governo in carica.
Nel 1945, mentre il ministro Merzagora lo nominava commissario liquidatore dell’Agip e dall’altra parte l’Avvocatura dello Stato lo metteva sotto inchiesta come presunto profittatore di regime, Mattei dimostrava di essere oggettivamente un passo avanti a tutti con l’intuizione che, lungi dall’essere dismesso, l’ente produttore di petrolio di stato doveva continuare, e anzi essere potenziato. L’ingegner Zammatti, che aveva guidato l’Agip fino a quel momento, lo convinse in tal senso rivelandogli l’esistenza di alcuni pozzi di petrolio sul territorio italiano, fino a quel momento misteriosamente secretati. Altra spinta alla sua decisione fu data dall’offerta, molto generosa, avanzata da compagnie americane circa l’acquisto del’Agip, attrezzature comprese. La pulce era ormai nell’orecchio di Mattei, che da quel momento mise in campo tutta la sua abilità non solo per salvare l’ente, ma addirittura per potenziarlo.
Nel giro di pochi anni, Mattei – nel frattempo schieratosi con la Democrazia Cristiana senza tuttavia rompere i rapporti con le sinistre – arrivò a fondare l’E.N.I., Ente Nazionale Idrocarburi, che avviò una politica incalzante di ricerca ed estrazione del metano (scoperto nella pianura padana) e del petrolio (trovato a Cortemaggiore, in provincia di Piacenza, e poi in altre località), nonché di costruzione a tamburo battente dei metanodotti e oleodotti con cui i combustibili venivano portati alle raffinerie e quindi all’utenza. Nel 1952 fece la sua comparsa nel panorama nazionale e nell’immaginario collettivo il cane a sei zampe, che divenne presto uno dei simboli della rinascita italiana e di quel suo decollo industriale poi chiamato boom.
Più o meno nella stessa epoca prese forma e sostanza la politica estera (spesso autonoma da quella governativa) di Mattei, tesa a stringere rapporti con paesi africani, quali la ex colonia Libia, e asiatici come il turbolento Iran scosso da colpi di stato e rivoluzioni, al fine di strappare contratti di approvvigionamento petrolifero vantaggiosi per l’Italia e al di fuori del controllo opprimente delle Sette Sorelle. Questa politica, destinata a metterlo in rotta di collisione con gli stessi alleati americani, inglesi e francesi dell’Italia, ebbe il suo culmine durante la Guerra d’Algeria, che vide praticamente l’E.N.I. schierata con il Fronte di Liberazione Nazionale algerino.
Nel 1962, al culmine della Guerra Fredda e della lotta anticolonialista del Terzo Mondo, Mattei era oggettivamente un fattore destabilizzante dell’Area NATO ed un personaggio scomodo per lo stesso governo italiano. Il suo atteggiamento, opportunamente rappresentato dal quotidiano da lui fondato, Il Giorno, un giornale estremamente innovativo e subito di successo presso l’opinione pubblica, era ormai antagonista alle forze politiche governative italiane, in quel momento prese dalla necessità di far “passare” in modo indolore in ambito “atlantico” la svolta di centro-sinistra di Fanfani.
Bascapé, 27 ottobre 1962
Pare che, salutando la moglie la sera del 26 ottobre 1962 al momento dell’imbarco per Catania, Mattei le sussurrasse l’eventualità che avrebbe potuto non tornare. A Bascapè, le indagini si orientarono verso la disgrazia causata dalla fatalità e dal temporale, e chi come Ronchi all’inizio aveva visto qualcos’altro, ben presto si convinse (o fu convinto) di aver travisato. Si dovette attendere il 1997, con il ritrovamento di nuovi reperti e le conseguenti analisi condotte con tecniche moderne, perché in un mondo ormai affrancato dalla Guerra Fredda e profondamente cambiato dall’epoca delle Sette Sorelle emergesse una nuova verità. Dopo otto anni, nel 2005, la nuova indagine concluse che a bordo del velivolo che trasportava Mattei ci fu un’esplosione, di cui resistevano tracce perfino sull’orologio e sull’anello del presidente dell’E.N.I. La perizia svolta dal Politecnico di Torino per conto delle autorità inquirenti accertò che una bomba di circa 150 grammi di tritolo era stata posta nel cruscotto dell’aeroplano e si era attivata in fase di atterraggio.
Mattei, in procinto di sottoscrivere un accordo di produzione con la neonata Algeria indipendente, fu eliminato dalla Mafia, stando alle rivelazioni che il pentito Buscetta fece in seguito al pool di Caponnetto a Palermo. Il giornalista Mauro De Mauro, ex collaboratore del Giorno di Mattei e consulente del regista Francesco Rosi che girò il film Il Caso Mattei (con il quale tentò una prima sistemazione del materiale emerso – e trascurato - dalle indagini sulla sciagura di Bascapè), non fu una misteriosa vittima di Mafia, ma nient’altro che la seconda vittima dello stesso Caso Mattei. Seguita da altre, che indagarono sul Mistero dei Misteri, da Carlo Alberto Dalla Chiesa al Commissario Boris Giuliano capo della Mobile di Palermo, fino allo stesso Pier Paolo Pasolini, che pare nell’ultima parte della sua vita avere indagato in proprio sulla morte di Mattei. La sua ultima opera, curiosamente, si chiama Petrolio.

Nel 1962, Enrico Mattei era senza ombra di dubbio una figura determinante per l’equilibro del potere nel mondo occidentale, e non solo. A Bascapè la Storia cambiò radicalmente. Non sapremo mai esattamente in che misura, ma è certo che il sogno di uno sviluppo industriale ed energetico italiano autonomo finì lì.

Lavori in corso alla Scala del Calcio



Non si può vincere sempre. Soprattutto quando sarebbe la quarta volta consecutiva sullo stesso campo, quello che una volta veniva definito nientemeno che la “Scala del Calcio”. Tre anni fa una Fiorentina che lottava per non retrocedere (e soprattutto per non sprofondare nel ridicolo e negli schiaffi) eliminò a sorpresa dalla corsa scudetto un Milan lanciatissimo. Nei due anni successivi Milan-Fiorentina era stato soprattutto il Borja Valero Show (purtroppo regolarmente vanificato dal match di ritorno).
Stavolta la Fiorentina porta via da San Siro un punto. E’ il classico bicchiere mezzo pieno. Ognuno può guardare la metà che preferisce, avendo comunque la sua parte di ragione. Per come si erano messe le cose, è un punto ottimo, che muove una classifica che cominciava a farsi preoccupante dopo un avvio di campionato che definire balbettante è un eufemismo. Il Milan quest’anno è una squadra decisamente rimotivata e rimessa in campo decentemente da Pippo Inzaghi, non più la banda di mestieranti allo sbaraglio del crepuscolo di Allegri. I rossoneri scendono in campo con la bava alla bocca, confidando – finché regge loro il fiato – sugli estri di un rigenerato El Sharawy e dell’ottimo acquisto Menez, oltre che sulla provvidenziale venuta meno di Mario Neuro-Balotelli. Quest’anno, soprattutto in casa loro, crediamo che regaleranno molto poco.
Il vantaggio rossonero di De Jong
La Fiorentina è quella che sappiamo. Lentamente sta ritrovando forma, determinazione e motivazione, di squadra e dei singoli. Il problema è che non ha attacco e a volte si dimentica di avere anche una difesa. La disattenzione che porta de Jong a segnare di testa circondato da tre difensori viola a cui rende diversi centimetri fa il paio con quella che ha mandato la Lazio in vantaggio la domenica precedente, e poteva costare altrettanto cara.
A quanto pare, i viola almeno un regalo a partita si sentono obbligati a farlo, a  qualsiasi avversario. Dopo di che la notte si fa regolarmente più buia, perché il gioco della Fiorentina dall’inizio della gestione Montella di spettacolo ne produce quanto se ne vuole, ma di gol veramente pochi. A ben vedere, la classifica attuale dei gigliati dipende da tre tiri da lontano: Kurtic con l’Atalanta, Babacar con l’Inter e Ilicic ieri con il Diavolo rossonero.
Senza la prodezza dello sloveno, che finalmente ha giocato due partite di fila a parziale altezza della propria fama e soprattutto della cifra che è costato alla Fiorentina ingaggiarlo, probabilmente saremmo qui adesso a commentare un’altra sconfitta, perché i ragazzi in viola hanno dimostrato anche a San Siro la consueta idiosincrasia a rendersi pericolosi dalla tre quarti avversaria in su.
Il Milan l’attacco ce l’avrebbe, e nel primo tempo – gol a parte – mostra di potersi rendere più pericoloso della Fiorentina. Poi nella ripresa il fiato gli viene a mancare, le sue ripartenze naufragano sui muscoli inaciditi, la Fiorentina può uscire con i suoi palleggiatori e riprendersi quel possesso palla su cui ha costruito in passato le sue fortune.
Peccato che di entrare in area ed impensierire Abbiati non se ne ragioni proprio, anzi, sono proprio i due uomini migliori fin qui – Aquilani e Cuadrado – a fare più fatica in mezzo alla fisicità del centrocampo milanista. Muntari andrebbe richiamato fin dai primi minuti, ma anche gli altri, anche se più correttamente, non scherzano.
Ecco allora che le speranze viola di raddrizzare partita e classifica dipendono tutte dalla soluzione da fuori area. Considerato che calci d’angolo e punizioni sono diventate tabù e che per farsi dare un rigore è necessario entrare in area e poi subire fallo (e comunque è già tanto che l’arbitro Banti diriga la partita senza sviste, negandolo al Milan il rigore per evidente simulazione in un paio di circostanze), bisogna provarci da lontano. Va male ad Aquilani, Cuadrado non sfonda, e dunque la mossa del cambio tra sloveni, Ilicic per Kurtic, finisce per rivelarsi azzeccata.
Il pareggio viola di Ilicic
Fin dal momento in cui batte il “cinque” al connazionale, Josip Ilicic appare con una determinazione dipinta sul volto che non gli conoscevamo nelle precedenti apparizioni. Come già giovedi a Salonicco, gli spazi lasciatigli dagli avversari sono sufficienti a permettergli qualche giocata di classe, pur ai suoi ritmi compassati. Quando la palla gli giunge su sciagurato rinvio di De Sciglio, il “bradipo” non perdona.
La mezz’ora finale è come un match tra due pugili esausti, che si scambiano gli ultimi colpi alla cieca. Batti e ribatti continuo, risultato che appare in bilico e che potrebbe cambiare da un momento all’altro. Sarebbe anche una partita divertente se non fosse giocata alla “viva il parroco”, con le due squadre che si fanno un dovere di non indovinare un passaggio che sia uno. Ci sarebbero intere praterie aperte ai rispettivi contropiedi, ma nessuna delle due è in grado di arrivare nell’area avversaria con un minimo di decenza.
In questa gara allo svarione, brillano due gesti tecnici che riportano alla mente il bel calcio che fu, un controllo volante di tacco del “niño” Fernando Torres e un palleggio volante tra Aquilani e Borja Valero. Perle in un deserto costellato di troppi strafalcioni.
Alla fine il pareggio è giusto. Banti fischia a metà dell’ultima azione con la Fiorentina in attacco e Borja Valero che stava caricando il destro da trenta metri. Forse l’arbitro livornese non ne può più nemmeno lui della sagra delle pallonate. Né Inzaghi né Montella hanno del resto idee e soluzioni per far propria l’intera posta.
Anzi, il tecnico viola ha mostrato chiaramente le sue intenzioni a un quarto d’ora dalla fine, quando risponde alle evidenti difficoltà del Milan di contrastare la sua squadra a centrocampo togliendo l’unica punta Babacar per il centrocampista di puro contenimento Badelj. E’ il calcio italiano, bellezze. Il punticino è sempre il punticino, e il giovine Montella deve aver pensato che era già grassa ad aver segnato un gol, con questi chiari di luna.
Peccato che i vecchi, consumati manuali del calcio insegnavano e insegnano tutt’ora che una punta fisicamente prestante come il “Baba” si tiene sempre in campo, anche esausta, per mantenere la squadra alta. Che infatti, uscito lui, si è ritrovata costretta trenta metri più indietro.
Undici punti, intanto, e undicesimo posto. Torneranno tempi migliori? Speriamo. Mercoledi intanto c’è Di Natale. Dubitiamo che Stramaccioni ci farà il regalo di non metterlo in campo.

domenica 26 ottobre 2014

L'alabarda e il tricolore (26 ottobre 1954, Trieste torna all'Italia)

Arrivarono da Barcola, l’unica strada aperta verso l’Italia e il resto del mondo libero. Le altre si erano chiuse definitivamente il 1° maggio 1945, quando i partigiani “cetnici” e comunisti di Tito avevano occupato quella che una volta era l’Istria italiana fino ad arrivare all’abitato di Trieste, che per 40 giorni circa era stato alla mercé del terrore e della vendetta jugoslava.
Arrivarono lungo le Rive, fino a Piazza dell’Unità d’Italia ed al Molo Audace, dove la gente era assiepata fin dalle prime luci del giorno, malgrado fosse una tipica alba triestina, carica di pioggia e soprattutto dell’immancabile bora. Ma quella gente non sentiva né freddo né umidità, era lì in omaggio ad un unico pensiero, ad un unico sentimento, a smentire chi aveva avuto dubbi più o meno interessati sull’italianità del capoluogo giuliano e sul suo destino finale.
Si, ci sono ancora in alcuni negozi appesi i ritratti di Francesco Giuseppe, a testimonianza della gratitudine di una città per quel passato imperiale che aveva fatto di lei il gioiello più prezioso della corona asburgica. Si, c’erano ancora i comunisti – e ci sono ancora – che sognavano di cambiare il nome della città in Trst, in lingua slovena, regalandola a chi in soli 40 giorni era stato capace di farle assaggiare tutti gli orrori di cui il comunismo era ed è capace, oggi come allora. C’era ancora chi rinfacciava l’incendio del Narodni Dom, il centro di cultura slava triestino, nel 1920 ad opera dei fascisti come crimine di guerra preludio a tanti altri crimini commessi dagli “italiani brava gente”. C’è ancora qualcuno che assimila gli italiani al fascismo e li giudica meritevoli di qualsiasi punizione, ne sa qualcosa il povero Simone Cristicchi che ha semplicemente raccontato cosa avvenne in Istria negli anni in cui alla belva titina trionfante fu lasciata mano libera.
La gran parte della gente di Trieste alle sette di mattina di quel 26 ottobre 1954 chiarì una volta per tutte da che parte stava e come la pensava. Quando arrivarono i camion dei Bersaglieri e dei Carabinieri in Piazza dell’Unità d’Italia, quando al molo Audace (che prende il nome dal cacciatorpediniere che fu il primo ad attraccarvi il 3 novembre 1918, riconquistando la città alla patria italiana) si accostò l’incrociatore Duca degli Abruzzi a rinnovare la magia e l’emozione di 36 anni prima, nessuno dei triestini che erano lì presenti aveva dubbi: era il momento di riassaporare una libertà che si era creduta persa di nuovo, dopo tanti sacrifici e tributi di sangue attraverso tutto il Risorgimento; era il momento semmai di piangere di nuovo e per l’ultima volta chi non c’era più, rimasto nelle foibe dell’Istria o degli stessi dintorni di Trieste, magari per l’unica colpa di essere di nazionalità italiana.
Alle ore 11,30 di quel giorno, Trieste tornò all’Italia. La sua città-capoluogo situata più ad est, il simbolo della fine delle lotte risorgimentali. Il passaggio di consegne tra le forze di occupazione anglo-americane (i Blue Devils, che avevano difeso la libertà di Trieste e la frontiera più calda dell’Italia per circa 9 anni, acquartierati nel suggestivo e storico Castello di Miramare) e quelle italiane agli ordini del generale De Renzi, il nuovo prefetto mandato da Roma, si concluse più o meno a quell’ora.
La zona A non esisteva più, era tornata a tutti gli effetti territorio italiano. Duino, Aurisina, Sgonico, Monrupino, San Dorligo della Valle e Muggia festeggiavano insieme al capoluogo la fine dell’incubo. Per la zona B non cera stato nulla da fare, il memorandum di Londra venti giorni prima aveva sancito la realtà di fatto, da Nova Goriča (la metà di Gorizia rimasta nelle mani di Tito) fino a Capodistria le terre irredente nel 1918 erano andate perse definitivamente nel 1945. Ci vollero poi altri vent’anni, a Osimo nel 1975 perché un trattato sancisse infine la rassegnazione dell’Italia alla sconfitta nella guerra fascista e ai suoi nuovi confini, nonché l’ossequio inevitabile alla logica dei due blocchi della Guerra Fredda.

Ma quel giorno ci fu spazio solo per la festa. “Siamo tornati liberi”, titolò quella mattina il Piccolo di Trieste con sintesi efficace e commovente. “In una giornata indimenticabile, un’esplosione di incontenibile amor patrio ha suggellato la fine dell’amministrazione militare alleata e l’inizio di quella italiana”. Cento anni dopo circa il suo inizio, il Risorgimento italiano era finalmente terminato.

venerdì 24 ottobre 2014

La Fiorentina spezza le reni alla Grecia

Kalimera, Fiorentina. Che bello svegliarsi con tre punti decisivi in tasca, una prestazione tutto sommato convincente e nessuna critica né tanto meno polemica autorizzata da quanto successo in campo o fuori. Il viaggio in Grecia doveva essere un passaggio critico, decisivo in questo autunno viola funestato da tante contrarietà. Le prestazioni altalenanti fornite in campionato autorizzavano legittime preoccupazioni, visto che la terra greca non è stata mai facile da calpestare per le squadre italiane in genere.
Poche ore prima, l’Olympiakos aveva messo sotto la capolista del campionato italiano, quella Juventus che in Europa ancora non riesce a trovare un clima favorevole alle sue giocate. Il PAOK (Podosfairiki Anonymi Etaireia Panthessalonikeios) di Salonicco nel campionato ellenico sta sopra l’Olympiakos, è addirittura capolista. Il girone di Europa League, tra l’altro, appariva nel suo complesso un po’ più difficile di quello dell’anno scorso, lo stesso Montella aveva parlato alla vigilia di una trasferta delicata, fondamentale per l’assegnazione del primo posto in ordine alla qualificazione ai sedicesimi.
All’ultimo momento si era registrato anche il forfait di Babacar, per cause non meglio precisate ma che pare abbiano a che fare più con motivi contrattuali che muscolari, e la conseguente necessità di schierare quale unica punta l’altro enfant terrible Bernardeschi, che si sapeva in non perfette condizioni fisiche. Insomma, c’era da stare poco allegri, e non è un gioco di parole legato alla concomitanza con la partita di Champion’s dei bianconeri di Torino.
Invece, il nòstos, il ritorno della Fiorentina dalla notte di Coppa è il più dolce possibile. Vittoria senza discussioni e addirittura con alcuni sprechi (poteva essere un altro 3-0); buona prestazione di una squadra che per gran parte degli undicesimi schierava non diciamo “riserve” ma comunque soluzioni alternative; annullamento a domicilio della capolista greca che è riuscita a rendersi pericolosa solo nei minuti finali con un arrembaggio favorito più dalla voglia dei viola di tornare negli spogliatoi che da una propria forza reale.
Vincenzo Montella dimostra coraggio in partenza lasciando in panchina i big della difesa e del centrocampo. Nella notte più difficile, fiducia (ben riposta) in Basanta e Richards dietro oltre che nel capitano Pasqual e in Tomovic, in mezzo rientra Borja Valero coadiuvato da Badelj e Kurtic, con Aquilani e Pizarro che osservano un turno di riposo. Stessa sorte per Cuadrado (poi subentrato nella ripresa ed autore della più bella prodezza del match, con paratona del numero uno greco Glykos), malgrado l’attacco sia ridotto ai minimi termini. La responsabilità di far male ai padroni di casa ricade sulle spalle giovanissime di Bernardeschi, coadiuvato dal falso nueve Ilicic e da Juan Vargas, che ormai nessuno si ricorda più di aver chiamato El Loco ai bei tempi.
Ci si aspetta un ambiente infuocato, un catino ribollente di tifo come i greci ci hanno abituato ad offrire, una squadra di casa arrembante. Invece dopo pochi minuti i viola potrebbero già chiudere il match. In particolare l’occasione propiziata da un Ilicic insolitamente sgusciante (ma la difesa del PAOK, come un po’ tutta la squadra, è sorprendentemente imbarazzante) e offerta – a porta spalancata – al giovane “Berna” viene padellata da quest’ultimo in modo che grida vendetta. Lo stesso Federico si mette a ridere incredulo, meritandosi il perdono dei tifosi anche in ragione delle sue condizioni non ottimali.
La Fiorentina ha il merito di profondere impegno e gioco quanto basta per mettere a nudo le pecche della capolista ellenica. Per tutto il match Tatarusanu è costretto a compiere soltanto due o tre interventi di routine su palle che definire pericolose è un’iperbole. Unico brivido, un rimpallo all’85 che lo costringe a smanacciare in angolo una parabola beffarda. In compenso, appena la palla giusta (offerta ancora da un Ilicic improvvisatosi centometrista per la serata) capita sul piede che non perdona (almeno sulla ribattuta) di Vargas, la Fiorentina va in vantaggio meritatamente. E con il passare dei minuti si capisce che a meno di un black out improvviso ci resterà fino al termine.
Alla fine, tutto fin troppo facile. Eravamo abituati a un calcio greco che assomigliava più ad uno spettacolo di gladiatori in mezzo a una bolgia degna dell’antico Colosseo, invece per i quattrocento tifosi arrivati al Toumba Stadion si è trattato di una gita piacevole e senza patemi. C’è perfino il tempo di ammirare (si fa per dire, perché tocca veramente pochi palloni e nessuno determinante) l’esordio in viola di Marko Marin, ex promessa tedesca arrivata in estate a Firenze nell’ambito del programma di recupero dei Grandi Sinistrati del calcio europeo.

Il PAOK, si è dimostrato tutt’altro che lo spauracchio in grado di insidiare primo posto e qualificazione alla Banda Montella. Demerito suo o merito della Fiorentina? Sempre difficile quantificare, facciamo un po’ e un po’. Tra tre giorni c’è la riprova, e che riprova, a San Siro contro la Banda Inzaghi.


martedì 21 ottobre 2014

L'autunno viola

16 agosto 2014, la Fiorentina batte il Real Madrid in una amichevole di lusso a Varsavia mettendo in mostra gioco e personalità. Ha appena saputo di dover rinunciare nuovamente al fuoriclasse Giuseppe Rossi per un periodo di tempo non meglio definito, ma l’euforia (legittima) per la prestazione appena offerta contro le “merengues” è tale da autorizzare tifoseria e addetti ai lavori a liquidare questa avversità come un contrattempo quasi da niente, con la classica alzata di spalle e poco più. Tra l’altro, i ragazzi terribili Berna e Baba sembrano arrivati con le loro belle prestazioni al momento giusto, Rossi faccia con calma, tanto quest’anno siamo coperti.
19 ottobre 2014, sono passati appena due mesi e della Fiorentina che aveva autorizzato sogni di gloria e proclami di superamento del limite storico del quarto posto nell’Era Della Valle sembra non essere rimasto più niente, tutto spazzato via dal nuovo infortunio dell’altra punta di diamante Mario Gomez e da prestazioni in campionato tali da far pensare che il mondo sia andato esattamente in direzione contraria a quella sperata: noi siamo rimasti quelli dell’anno scorso, infortuni e mancanza di soluzioni alternative compresi, gli altri invece si sono rafforzati, e non solo in vetta.
Nel primo anniversario di quello che fu forse il successo più prestigioso dell’attuale gestione viola, il 4-2 in rimonta alla Juventus di Antonio Conte che dette il via al bel campionato della passata stagione (e autorizzò qualcuno a parlare di anno zero, con l’introduzione di un nuovo calendario in cui gli anni si contano da quel giorno, siamo adesso nell’Anno Uno Era Post 4-2), il clima che filtra dalle stanze della società di Viale Manfredo Fanti è tutt’altro che di festa. Neanche tra i tifosi si respira aria di idillio, mettiamola così. Siamo a fine ottobre, la classifica comincia a far preoccupare e la pazienza a finire.
La Lazio domenica ha compiuto l’ennesima scorreria al Franchi senza tutto sommato dannarsi l’anima più di tanto, appena un po’ di più che nella scorsa stagione. La squadra allenata da Vincenzo Montella, e da lui messa in campo con le consuete cervellotiche decisioni che sembrano caratterizzare questo anno di grazia 2014-15, è parsa quella che aveva stentato a sfondare sulla tre quarti offensiva con Genoa e Sassuolo (con l’Inter aveva semplificato la vita l’eurogol di Khouma El Babacar), con in più l’aggravante della supponenza difensiva a fronte di attaccanti di livello superiore. Mauri, Djordjevic, Lulic stavano a Rodriguez, Savic e compagnia bella come il coltello al burro. I cambi poi, Ilicic per Babacar e Bernardeschi per Aquilani, hanno fatto pensare ad un mister desideroso di rivitalizzare il vecchio slogan anarchico del ventesimo secolo, “tanto peggio tanto meglio”. Risultato, una débacle contro i biancocelesti che va ben al di là sia del risultato che dei veri o presunti torti arbitrali.
In serata poi un Andrea Della Valle aziendalista (e ci mancherebbe altro, visto che fino a prova contraria è lui a pagare tutti gli stipendi in viola) spiega il momento no della sua impresa calcistica scaricando quasi interamente la responsabilità su quei giocatori che sono “distratti” da questioni contrattuali. E qui trovare una filosofia politica o economica che nobiliti o almeno giustifichi questa presa di posizione è più arduo.
Se per Montella voci ben informate parlano di un tecnico amareggiato da una campagna acquisti non in sintonia con le proprie legittime aspettative, per il patron è più difficile trovare una motivazione, prima di tutto psicologica. Certi panni – si sa – è giusto che un datore di lavoro pretenda prima o poi che siano ben lavati, ma è sempre sbagliato – lo sa qualunque studente al primo anno di università – farlo in pubblico, meno che mai davanti alla stampa.
Andrea Della Valle segue da anni con passione, partita dopo partita, quella che pare ormai diventata la sua squadra del cuore, oltre che quella dove mette un sacco di soldi. A differenza del fratello Diego, che pare tutt’ora infervorarsi soltanto quando si parla di FIAT (o, pardon, FCA come si chiama adesso) e ultimamente di Matteo Renzi, il minore dei Della Valle quando vede viola ultimamente vede rosso come i tori, in senso positivo.
E’ il presidente-tifoso che mancava nei primi anni di gestione da parte di questi imprenditori venuti dalle Marche a salvare il calcio fiorentino ed a crearsi un marchio di fama mondiale. E’ tuttavia anche il giovine signore i cui scatti d’umore spesso hanno creato imbarazzi alla sua stessa creatura, basti per fare un esempio ricordare quel settembre del 2009 in cui andarono in pezzi sia il giocattolo di Prandelli che il rapporto con istituzioni e città di Firenze. E siamo ancora qui a cercare di capire bene perché.
Non vorremmo che all’interno delle stanze dei bottoni viola si stesse creando una situazione analoga, con un clima che si deteriora senza che ne siano state valutate bene le conseguenze, probabilmente non positive. Anche se la carne da levare dal fuoco è tanta, e ogni giorno raggiunge livelli di cottura più preoccupanti.
La situazione dell’infermeria è critica, quasi quanto quella degli investimenti effettuati, o da effettuare. Sul fronte sanitario, se per Pepito Rossi ad oggi si conferma la previsione di un rientro in gruppo a gennaio (fatte salve le complicazioni sempre in agguato), per Mario Gomez è notizia recentissima l’allontanamento ulteriore dei tempi di recupero. Bene che vada, si spera di rivederlo contro la Sampdoria, 2 novembre. Per Gomez ormai è lecito parlare di “male oscuro”, qualcuno azzarda già un paragone con quello che a tutt’oggi è ancora il flop più clamoroso della storia della Fiorentina, l’acquisto della buonanima del Dottor Socrates.
Ecco, se un datore di lavoro vuole inquietarsi per quello che ritiene uno stipendio mal corrisposto potrebbe – anzi, forse dovrebbe – chiamare da una parte questo dipendente che finora ha giocato cinque o sei partite, costo stimato un milione di euro l’una circa, e chiedergli conto di cosa lo angustia. In vigenza o meno dell’articolo 18. Per il momento il tedesco che aveva fatto sognare Firenze è titolare di un comodissimo abbonamento in Tribuna Autorità accanto alla sua gentile signora, e a quanto si vede è intenzionatissimo a sfruttarlo ogniqualvolta la sua squadra gioca in casa. Altro di lui non si sa, almeno di Pepito qualcosa arriva da Miami. Di Supermario “nein”. Kein gar nichts, niente di niente.
Ripetiamo, le sparate davanti a giornalisti e tifosi fanno bene solo ai giornalisti e mettono in confusione i tifosi (che spesso per andarci non si fanno nemmeno pregare più di tanto). Individuare come capri espiatori oltretutto gente come Neto (parate decisive anche domenica, altrimenti era tracollo) e Aquilani (prestazione notevole anche con la Lazio, anche al netto della rovesciata alla Pelé) significa andare a “cercare buio”, come si dice a Firenze e con rispetto parlando.
A meno che, sempre a sentire la vox populi, non ci si trovi di nuovo alla fine dell’ennesimo ciclo (questo sarebbe durato veramente poco, però) e Andrea della Valle voglia solo affrettarne gli esiti. Tra i probabili in partenza a fine stagione ci sarebbero non solo Vincenzo Montella ma anche Eduardo Macia e Daniele Prade’. Una nuova rivoluzione epocale. Si tratta di voci? Chi vivrà vedrà. Basta resistere poche settimane però per avere già i primi responsi, tra PAOK, Milan, Udinese e Sampdoria il futuro prossimo della Fiorentina dovrebbe delinearsi abbastanza chiaramente. E potrebbe non essere affatto roseo, se prestazioni e risultati continuano sulla falsariga di quelli successivi alla notte da Champion’s di Varsavia.
Le notizie dall’infermeria parlano intanto di un Bernardeschi vittima di risentimenti muscolari, malgrado abbia giocato finora solo scampoli di partita. In compenso Babacar non regge oltre i sessanta minuti (e se non li regge lui con quel fisico…..), Marin non è ancora in condizioni di essere impiegato e ci sono un sacco di giocatori fuori condizione. Qualcosa non è andato nella preparazione estiva, fossimo un datore di lavoro come Andrea Della Valle ci preoccuperemmo di questi aspetti e non del rinnovo del contratto di Neto, Cuadrado e Aquilani, cioè coloro che stanno tirando avanti questa pesantissima carretta viola quasi da soli.

Sempre in tema di voci, c’è chi sostiene che il vero Deus ex machina della Fiorentina è il ragionier Mario Cognigni, messo lì a suo tempo da Diego Della valle a controllare che tutti i conti tornino. Ancora con rispetto parlando, di tutte le voci che circolano ci sembra quella più convincente. Da quando si è fatto male Rossi a gennaio, la Fiorentina ci è sembrata più spesso gestita da un ragioniere piuttosto che da un esperto di calcio. Le smentite sono come sempre gradite.

domenica 19 ottobre 2014

Fiorentina dove sei?

C’è chi sostiene che statisticamente le soste di campionato non fanno bene alla Fiorentina. C’è chi invece pensa che siano le sessioni di calciomercato a far del male alla squadra viola. Per non parlare delle battaglie in Lega Calcio ed in Confindustria, da quelle – ritengono in molti – Firenze calcistica ne esce sempre con le ossa rotte.
Dove eravamo rimasti? Ah, si, alle lacrime di Omar Gabriel Batistuta, il più grande centravanti del mondo negli anni novanta, commosso e orgoglioso di aver visto finalmente certificato il suo posto nella storia della Fiorentina dall’inserimento nella Hall of Fame. Lacrime accompagnate da quelle del figlio Lucas, che in cuor suo sogna giustamente di ripercorrere le orme del padre, cominciando proprio da qui, da Firenze.
Sono gli ultimi ricordi felici ed emozionanti, assieme ai lampi scagliati contro la malcapitata Inter. Poi la sosta azzurra, che ci è servita per ammirare un Alberto Aquilani forse unico giocatore italiano in grado di poter aspirare a raccogliere nell’immediato l’eredità di Andrea Pirlo ed un Federico Bernardeschi forse unico giovane italiano in grado di poter aspirare un giorno a raccogliere l’eredità di Alberto Aquilani. Incassate le vittorie sofferte della Nazionale al cospetto ormai consueto del consigliere federale Claudio Lotito, ecco di nuovo il medesimo in qualità di patron della Lazio accompagnare la sua squadra al Franchi per una ripresa di campionato che metteva di fronte due presunte parigrado, aspiranti al famoso terzo posto in Champion’s League, dati per scontati i primi due.
Si può girare intorno a questo 0-2 casalingo subito dai viola contro i biancocelesti come si vuole, in fondo la carne al fuoco è tanta. Ma è bene dire subito, per prima cosa, che della quattro vittorie esterne ottenute a Firenze dalla Lazio negli ultimi cinque anni questa di oggi è senz’altro la più netta. Nel primo tempo i romani appaiono decisamente più forti dei fiorentini. Nella ripresa i padroni di casa si ricordano chi sono, o forse chi erano, e aggrediscono gli ospiti con ben altro piglio, sfiorando il pareggio – mancato anche per sfortuna ed alcune pessime decisioni arbitrali – prima di capitolare nel finale per la seconda volta, grazie ad un contropiede micidiale di Candreva e Lulic che sanciscono tre punti meritati per la loro formazione.
Nell’arco dei novanta minuti si potrebbe dire un tempo per parte, ma la Lazio ha ben altra consistenza sotto porta, Djordjevic in occasione del primo gol scherza addirittura Gonzalo Rodriguez (e fa capire perché un Miroslav Klose vada in panchina). Per i viola invece due sole occasioni clamorose, ed un altro paio che potevano avere miglior fortuna, anche se invocare la fortuna in queste partite può sembrare eccessivo.
Al 33’ minuto, poco prima che la Lazio faccia saltare il banco, tocca alla Fiorentina sfiorare il colpaccio con un colpo di testa da biliardo di Babacar (generosissima partita la sua, e non fortunatissima) che esce di pochissimi centimetri. Gli Dei dicono Lazio un minuto dopo, e c’è poco da recriminare. Nella ripresa, il forcing viola meriterebbe un premio al 10’, allorché Aquilani da solo rimborsa interamente il prezzo del biglietto con un gesto tecnico che – senza tema di smentita – avevamo visto fare finora soltanto ad Edson Arantes do Nascimento, in arte Pelé. E per giunta in un film, Fuga per la vittoria, e non in un match vero. Il colpo in rovesciata dell’Aquila si stampa sul palo e vale per la Fiorentina la consapevolezza che la salita oggi è insormontabile. Per il numero dieci viola vale invece la consacrazione a fuoriclasse qual è fin dai suoi esordi, secondo solo nel suo genere al concittadino Francesco Totti.
Poi è Babacar a togliere di porta involontariamente un gran tiro di Marcos Alonso. E infine è il sig. Peruzzo a rovesciare cinque-sei decisioni, una delle quali almeno in area di rigore, assegnando il fallo alla Fiorentina e la punizione alla Lazio. Ma come per la fortuna, in partite del genere recriminare contro l’arbitraggio può sembrare eccessivo. In un caso però la decisione del direttore di gara appare francamente sbagliata, oltre che determinante. L’entrata di Radu su Cuadrado è da codice penale, vale il rosso diretto e le conseguenti quattro giornate di squalifica, oltre che i minuti finali in dieci per la squadra di Stefano Pioli. Che invece può tirare un sospirone di sollievo ed esultare alla fine allorché una Lazio esausta e non più capace di far gioco trova però ancora le energie per scattare in contropiede ed andare a beffare avversari che avevano ritrovato il pallino del gioco e nello stesso tempo la consueta inconcludenza dalla tre quarti in su.
Cuadrado contro Lulic
Si può girare quanto si vuole attorno a questo risultato. Difficile però non sottolineare che per ora la scommessa della società di Viale Manfredo Fanti di riproporre la stessa squadra dell’anno scorso con alcuni innesti di valore in panchina non stia pagando. Gomez e Rossi sono già fuori, in largo anticipo sul 2013-14, Babacar e Bernardeschi sono peraltro tra le poche note positive di questa stagione. Ma sono troppi i titolari degli ultimi due anni che non sono all’altezza di se stessi, prima ancora che della Fiorentina. Gonzalo sta giustificando a posteriori le scelte mondiali del selezionatore argentino, Borja Valero continua a mettere in campo più buona volontà che estro, Mati Fernandez non sfonda, Kurtic si sta rapidamente incartando su se stesso, Pizarro sente i suoi anni arrivargli addosso tutti insieme.
Poi c’è Ilicic, titolare quasi fisso di questa Fiorentina post-Corvino. Qualcuno rimpiange l’ex diesse viola pugliese, qualcuno invece si chiede se un acquisto così sbagliato e pagato a caro prezzo ha precedenti nella gestione precedente a quella di Prade’ e Macia. E’ un dibatitto che francamente serve a fare accademia, per ora l’unico soddisfatto dell’affare Ilicic è e non può essere altri che Zamparini. Lo sloveno non ha né il passo né la lucidità di un giocatore di serie A italiana, il confronto con i velocissimi ed estrosi centrocampisti della Lazio è quanto mai impietoso.
Infine, Montella. Facendo la tara alle illazioni che vogliono il mister di Pomigliano d’Arco in procinto di riavvicinarsi a casa, è giusto dire che non lo abbiamo mai visto così fuori sintonia da squadra e società come adesso. Se anche la campagna acquisti o altre scelte societarie non lo hanno soddisfatto, se in qualche modo la spinta propulsiva del progetto dei Della Valle gli è venuta meno – come venne meno a Cesare Prandelli – resta da capire che soluzione rappresenti la sostituzione di Babacar con Ilicic, in una partita già in salita come una tappa del Giro con arrivo sul Mortirolo. O quella di Aquilani con Bernardeschi. Come se far giocare insieme il “vecchio” ed il “giovane”, gli unici che danno del tu al pallone a velocità sufficiente sulla tre quarti viola, fosse stata un’eresia tecnico-tattica.

A pensar male, diceva il compianto senatore Andreotti, si fa peccato ma spesso ci si indovina. Certe scelte di Montella e più ancora certe sue sostituzioni sembrano fatte apposta per mettere in mora la sua società. Vorremmo tanto sbagliarci, a cominciare dalla prossima partita. Anche perché di fronte c’è il Milan, e non è più il caso di scherzare.

giovedì 16 ottobre 2014

Il gioco dei dieci libri


1. I sette pilastri della saggezzaL’autobiografia di Lawrence d’Arabia, il mio eroe romantico per eccellenza

2. Amleto – William Shakespeare – Lo vidi a teatro a quattordici anni, interpretato da Manuela Kustermann. Ricordo che una volta a casa mi precipitai a leggerlo, appassionandomi a quella storia fosca di tradimento familiare e vendetta. Da lì a innamorarsi di Shakespeare il passo fu breve.

3. Stephen King Tutti i libri, ma soprattutto uno: Stagioni diverse. Piccolo capolavoro, struggente narrazione del tempo che passa, con il gioiellino Stand by me, ricordo di un’estate, che non ha pari nel descrivere il passaggio dall’infanzia all’età adulta e la perdita delle illusioni e delle amicizie più vere.

4. La rabbia e l’orgoglio - Oriana Fallaci. E’ il suo capolavoro, prima di leggere Oriana avevo qualcosa dentro che non sapevo esprimere, con lei posso dire di avere imparato a scrivere (e a pensare) anch’io.

5. Fuori da un evidente destino – Giorgio Faletti. Di tutti i suoi libri, questo l’ho proprio amato, la storia dell’indiano navajo pilota di elicotteri che stenta ad integrarsi nel mondo moderno, e che inevitabilmente viene risucchiato da una cultura antichissima e magica.

6. Il mio nome è nessuno – Valerio Massimo Manfredi. La storia di Ulisse, l’archetipo di ogni uomo occidentale degno di dirsi tale. L’altro eroe a cui ho sognato di assomigliare da quando una sera di tanti anni fa mio padre, non sapendo più che favola della buonanotte raccontarmi, mi raccontò Iliade ed Odissea.

7. Soltanto un giornalista – Indro Montanelli. Tutti i suoi libri, su cui mi sono istruito e formato, ma soprattutto questo. Se Oriana mi ha insegnato a scrivere, indro mi ha insegnato il mestiere che avrei voluto fare.

8. Tarzan delle scimmie – Edgar Rice Burroughs – Sono cresciuto insieme alla storia del bambino allevato dalle scimmie. Un piccolo capolavoro letterario dai contenuti strabilianti e dalla filosofia sorprendentemente moderna.

9. Storia di neve – Mauro Corona. E’ un genio e un grande narratore. L’epopea delle Dolomiti e di questa straordinaria principessa, avvincente dalla prima pagina all’ultima.

10. Il nome della rosa – Umberto Eco – Starei tutt’oggi a rileggermi per la centesima volta la descrizione della biblioteca dell’abbazia. Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus

mercoledì 15 ottobre 2014

Il Grande Gioco

E’ sempre stata un’arte raffinata quella della spia. Si impara da piccoli, già a scuola i primi talenti si mettono in mostra. Da grandi, se si mantengono le promesse, si finisce per essere merce più pregiata dei calciatori o dei tennisti. Perché è grazie a spie e traditori idealisti o prezzolati che il mondo può condurre quella che già il maestro Sun Tzu a suo tempo aveva individuato come una componente essenziale dell’Arte della Guerra. Essenziale anche in tempo di pace, come ha insegnato Giulio Cesare: si vis pacem para bellum.
Errol Flynn nella parte di Red Beard in Kim
L’arte di smerciare segreti veri o falsi al nemico è sempre stata più importante perfino del numero e della potenza delle divisioni da schierare in battaglia, per dirla con Iosif Vissarionovič Džugašvili in arte Stalin, uno che se ne intendeva. Ed è sempre stata altrettanto affascinante, sia per chi la pratica che per chi vi assiste. Non a caso il termine più appropriato per definirla fu coniato ai primi dell’Ottocento da un ufficiale inglese, Arthur Conolly di stanza in quell’area critica dell’Asia Centrale dove gli Imperi Britannico e Russo si fronteggiavano per avere il controllo delle vie commerciali attraverso l’Afghanistan verso la Cina e l’India, e di conseguenza il dominio del mondo.
Il grande gioco fu codificato allora (i russi preferirono continuare per diverso tempo, almeno fino alla fine dello zarismo, a parlare di “torneo di ombre”). Il termine fu così azzeccato che da allora tutti i principali autori letterari che si occuparono di spionaggio lo fecero proprio. Da Rudyard Kypling, che fece del suo Kim il prototipo del baby agente segreto a Graham Greene che canonizzò il prototipo della spia britannica per passarla poi nelle mani dei maestri contemporanei: Ian Fleming il creatore di 007 James Bond, la licenza di uccidere che ha affascinato sulle pagine e sul grande schermo più generazioni, e John Le Carre che ha trasformato la narrativa spionistica in un vero e proprio genere letterario, oltre ad averci raccontato il “dietro le quinte” della Guerra Fredda e della sua fine come nessun altro.
Rudyard Kipling
Per chi ha voglia di ripercorrere gli eventi che hanno segnato la nascita dello spionaggio moderno insieme agli ultimi due secoli di storia afghana e asiatica, consigliamo il saggio magistrale Il Grande Gioco di Peter Hopkirk. Per chi invece è più attratto dalle immagini che non dalle parole, è andata in onda in questi giorni la miniserie Fleming – Essere James Bond, che racconta gli anni giovanili di colui che sarebbe diventato il padre della spia più famosa di tutti i tempi. Di lui si sapeva poco finora, ed è una sorpresa scoprire – almeno a giudicare attendibile la riduzione televisiva della sua biografia – che il suo servizio segreto durante la seconda guerra mondiale e la sua vita privata a Londra prima e dopo di essa, trascorsa tra donne, alcool e sregolatezze varie, assomigliò molto più a quella della sua creatura letteraria di quanto non era emerso fino ad oggi.
Per coloro i quali invece sono affamati di cronaca, un paio di notizie passate quasi in sordina ma significative. Si tratta di due necrologi, relativi al termine di due vite e insieme delle epoche da cui sono state segnate (e che hanno segnato a loro volta).
Michael Harari
Qualche giorno fa è venuto a mancare a Tel Aviv in Israele Michael Harari. Per dire chi è stato in una sola parola, basta fare un nome: Mossad. Harari ne è stato forse l’agente più importante dall’immediato dopoguerra fino agli anni 80. La parola Mossad in ebraico significa istituto. E’ il termine eufemistico con cui viene definita l’agenzia di spionaggio e controspionaggio più famosa ed efficiente del mondo. Per raccontare cosa ha fatto di importante Harari nella sua carriera, basta fare due nomi associati a due date, che sicuramente per quelli della generazione di chi scrive hanno un significato immediato: Monaco (Germania Ovest) 1972 e Entebbe (Uganda) 1976.
Alle olimpiadi tedesche, il gruppo terrorista palestinese Settembre Nero decise di prendere parte (in rappresentanza del proprio popolo a cui il Comitato Olimpico Internazionale aveva negato la partecipazione ai giochi) con un gesto eclatante: il sequestro della squadra olimpica israeliana al completo. La liberazione degli ostaggi fu uno dei rarissimi fallimenti del Mossad, insieme a quello di una polizei tedesca che non aveva ancora messo a punto le tecniche utilizzate più avanti per esempio contro la banda Baader-Meinhof. Atleti e terroristi furono tutti uccisi. A Israele non restò che la vendetta.
La celebre foto del terrorista di Settembre Nero
affacciato alla palazzina della squadra olimpica israeliana
L’operazione si chiamò significativamente Collera di Dio. Steven Spielberg nel suo Munich ha raccontato efficacemente la vicenda. A Mike Harari, che da ragazzo aveva organizzato come primo incarico l’arrivo clandestino in Israele dei sopravvissuti europei all’Olocausto sotto il naso della polizia del Protettorato Britannico, fu affidata la sua esecuzione, consistente nell’individuazione e eliminazione del gruppo dirigente di Settembre Nero. Arafat e i vertici della sua organizzazione Al-Fatah si salvarono probabilmente solo perché il leader palestinese si era limitato a dare il proprio assenso al sequestro di Monaco senza parteciparvi direttamente o indirettamente.
Settembre Nero fu cancellato dalla faccia della terra dalla Collera di Dio. Harari commise un solo errore. A Lillehammer in Norvegia scambiò un ignaro e innocuo cameriere egiziano per Ali Hassan Salameh, il leader dell’organizzazione, e lo fece fuori al suo posto. Nell’operazione il commando israeliano fu colto sul fatto tra l’altro dalla polizia norvegese e arrestato. Harari si salvò per un soffio, riuscendo a rientrare in patria senza però aver evitato un incidente diplomatico internazionale. L’agente offrì le proprie dimissioni a Golda Meir, la signora Primo Ministro che reggeva in quel momento le sorti del governo di Gerusalemme. La signora le rifiutò, tenendosi stretto il suo miglio agente, che infatti le tornò utile poco tempo dopo.
Complice il dittatore ugandese Idi Amin e la sua politica di disturbo degli interessi occidentali in Africa, un altro gruppo terroristico aveva sequestrato un aereo che trasportava passeggeri di nazionalità israeliana ad Entebbe, in Uganda appunto. Amin si era dimostrato significativamente e sinistramente non collaborativo con i mediatori internazionali, per non parlare delle autorità israeliane e dello stesso Mossad. Che decise di passare alle vie di fatto organizzando la più spettacolare operazione di liberazione di ostaggi dell’epoca moderna. Stavolta Harari non commise errori, riportando a casa sani e salvi tutti i connazionali attraverso il Kenya. Un successo internazionale clamoroso ed uno smacco altrettanto importante per Amin, e chi aveva confidato nella sua benevolenza.
Tre anni dopo Harari vendicò Lillehammer facendo saltare in aria Salameh a Beirut. Negli ultimi tempi della carriera gli era stata affidata la Sezione America Latina, all’epoca ancora area assai delicata per la presenza nel subcontinente americano di diversi ex-nazisti sfuggiti alla caccia dei servizi segreti ebraici e di quelle organizzazioni come il Centro Simon Wiesenthal che non avevano mai considerato chiusa la questione dopo Norimberga. Si parlò all’epoca di non meglio definiti legami di Harari con il dittatore-canaglia di Panama Manuel Noriega, deposto nel 1989 dai marines mandati da George Bush padre. Michael Harari ha sempre smentito, e a questo punto si è portato questo e chissà quanti altri segreti nella tomba.
David Greenglass
E’ di ieri la notizia della scomparsa di un’altra figura chiave della storia segreta del Ventesimo Secolo. Fino a qualche tempo fa, il sergente in pensione dell’esercito americano David Greenglass era famoso soltanto per essere il fratello di Ethel Rosemberg, colei che assieme al marito Julius fu accusata di aver trafugato da Los Alamos i documenti segreti necessari alla fabbricazione della bomba atomica e di averli passati all’Unione Sovietica.
Si era trattato del più grave e controverso caso giudiziario americano dai tempi di Sacco e Vanzetti, con l’opinione pubblica ed il sistema giudiziario spaccati in due. Si era trattato anche di uno shock tremendo per un paese che credeva di vivere ormai nel cosiddetto secolo americano, in cui la supremazia degli armamenti aveva fatto degli U.S.A. l’unica superpotenza, capace di vincere in partenza la Guerra Fredda con l’Unione Sovietica di Stalin e la Repubblica Popolare Cinese di Mao Tse Tung.
Dopo il tradimento imputato ai Rosemberg, le cose erano cambiate radicalmente. Il passaggio dei segreti dell’atomica all’U.R.S.S. aveva creato di fatto quell’equilibrio del terrore che si protrasse fino a tutti gli anni Ottanta.
Julius ed Ethel Rosemberg
Sembrava quello dei coniugi newyorkesi di origine ebraica e di simpatie comuniste un gesto in linea con tanti altri che in U.S.A. e Gran Bretagna stavano compiendo intellettuali e funzionari, per nulla vergognosi di tradire i rispettivi paesi sulla base dell’assunto (ancora non smentito dalle rivelazioni sui crimini di Stalin e del Comunismo) che l’U.R.S.S. fosse realmente il paradiso dei lavoratori e la fabbrica dell’Uomo Nuovo annunciati da Karl Marx e Friederich Engels un secolo prima. Di lì a poco Kim Philby a Londra avrebbe irrimediabilmente compromesso la leggendaria affidabilità dell’MI6 inglese, ispirando tra l’altro La talpa di John le Carre e cancellando di fatto la Gran Bretagna dal grande gioco che aveva lei stessa inventato.
Senonché, la colpevolezza dei Rosenberg, al di là di qualche indizio e del clima da caccia alle streghe che stava già maturando negli Stati Uniti, era stata provata esclusivamente grazie alle dichiarazioni del fratello-cognato David Greenglass. Che a sua volta tra l’altro aveva ricevuto una condanna minore nello stesso procedimento giudiziario, a riprova della sua posizione personale non limpida e della sua discutibile attendibilità.
Julius ed Ethel Rosemberg salirono sulla sedia elettrica a Sing Sing, il famigerato penitenziario newyorkese, il 19 giugno 1953, dopo che il presidente Eisenhower aveva rifiutato loro per l’ultima volta la concessione della grazia. A quel punto, l’America era nelle mani del senatore McCarthy e della sua caccia alle streghe. Il mondo invece era in quella del telefono rosso che solo più tardi – dopo la crisi del 1962 per i missili di Cuba – fu installato tra Mosca e Washington per scongiurare un Armageddon nucleare.
Los Alamos
Soltanto pochi anni fa un giornalista del New York Times era riuscito a fargli ammettere la verità. Greenglass, addetto al Progetto Manhattan e anche lui marxista come i parenti che aveva fatto condannare, era stato il vero autore della trafugazione dei segreti di Los Alamos verso la Russia di Stalin. Il prezzo della sua delazione era stata la vita salva e una condanna irrisoria. E poi l’oblio per lunghi anni. Un oblio nel quale è tornato definitivamente il 1° luglio 2014, anche se la notizia della morte è stata data soltanto ieri.
Comprensibile che la famiglia abbia voluto dimenticarsi di questo suo membro diventato “eroe alla rovescia”. La sua morte è stata scoperta anche in questo caso grazie a una telefonata del New York Times alla casa di riposo dove si era ritirato sotto falso nome. C’è da scommettere che al pari di quella del maggiore Tibbets, il comandante di EnolaGay, anche quella di David Greenglass sarà un’altra tomba senza nome in qualche sperduto cimitero della provincia americana.