venerdì 31 ottobre 2014

Halloween è nostra, come Pasqua e Natale



Dolcetto o scherzetto, la zucca vuota dalle sembianze umane, la notte delle streghe. Halloween è entrato ormai nel nostro immaginario collettivo al pari di tante feste di origine cosiddetta “nostrana”. La cultura globale veicolata dal cinema moderno a base di effetti speciali ha esportato ovunque una celebrazione che in origine, almeno nell’età moderna, era limitata al territorio del Nordamerica. O così almeno sembra.
A questa “contaminazione”, come dicono gli esperti, ognuno reagisce secondo due direttrici di sentimento principali: fastidio da parte di coloro che riversano un antiamericanismo di fondo in ogni settore della vita sociale, politica e culturale, accettazione acritica da parte di chi invece limita ormai la propria cultura agli effetti speciali di una società che assomiglia sempre di più al cinema che la ritrae, e non viceversa.
Come sempre, la verità non sta tanto nel mezzo quanto nella conoscenza di ciò di cui si discute. La festa che tanto disturba le nostre coscienze europee oppure ci fa assomigliare a tanti bambini vestiti in maschera fuori di Carnevale, in realtà trae origini profonde proprio dalla nostra cultura europea primordiale. Da quel mondo celtico pre-romano e pre-cristiano che l’Impero dei Cesari prima e la Chiesa dei Papi dopo non trovarono di meglio che inglobare nei propri usi, costumi e rituali, tanto erano radicate le sue manifestazioni celebrative nella cultura popolare delle genti da Roma assoggettate.
Il nome Halloween è una corruzione dell’inglese di Shakespeare: All-Hallows-Eve. Tutti i Santi. La festa pagana che si celebrava nella notte tra quelli che adesso sono il 31 ottobre ed il 1° novembre affonda le sue radici in un calendario addirittura antecedente a quello “giuliano”. Era la festa celtica di Shamain, la fine dell’estate, allorché il mondo si disponeva ad affrontare la lunga notte invernale che avrebbe portato ad un nuovo ciclo di stagioni, ad un nuovo anno solare. Non a caso l’anno celtico cominciava il 1° novembre.
Cesare il Conquistatore dei Celti ed i Vescovi di Roma, o Papi, che gli succedettero pensarono bene di comportarsi con questa festa come si erano comportati con ogni altra festa tra quelle celebrate nelle terre sottomesse al domino di Roma. Non è un mistero che il calendario della Chiesa Cattolica ha mutuato le sue festività, comprese le più importanti, dal Paganesimo che aveva soppiantato. Così il Natale di Gesù – festa della rinascita della speranza del mondo – fu fatto coincidere, anzi fu sovrapposto al solstizio di inverno, l’inizio della notte che portava gradualmente al rifiorire del mondo stesso. La Pasqua – festa di resurrezione dopo la morte, che traeva origine da miti ebraici sovrapposti a miti celtici – fu collocata nei pressi dell’equinozio di Primavera, il “rifiorire” appunto, calcolato secondo i vari calendari che da Cesare a Papa Gregorio cercarono di utilizzare al meglio il moto degli astri per scandire la vita umana.
Halloween, la festa di Ognissanti, fu codificata da Papa Gregorio VI nel 840 d.C., come presa d’atto e segno di continuità culturale e religiosa con le usanze di quei popoli del Nord Europa di recente conversione al Cristianesimo. Una brillante operazione di marketing, se si vuole, operata dalla Chiesa Cattolica in una fase storica di espansione del suo “mercato”.
Ognissanti rimase da allora nel calendario cattolico, e fu rimessa semmai in discussione dai Protestanti, che dopo la Riforma bandirono tutta la liturgia dedicata al culto delle immagini sacre che non fossero quelle del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. I Santi furono banditi, e trovarono rifugio sulle coste del Nuovo Mondo sul Mayflower e sulle altre navi che vi portarono i Padri Pellegrini in cerca di salvezza. Allora in esilio, ma col tempo destinati a dominare il mondo, non solo politicamente ma anche e soprattutto culturalmente.
Ecco perché la festa della Zucca va conosciuta, per capire che fa parte della nostra storia al pari del Natale, della Pasqua, del Ferragosto (Feriae Augustanae, le feste celebrative dell’Imperatore Augusto), di ogni altra celebrazione trasmigrata dal mondo oscuro e dimenticato dei vari Pantheon pagani a quello del calendario gregoriano codificato dalla Chiesa di Roma e dalle altre Chiese che vi si sono col tempo contrapposte, finendo poi col tempo per emularla.
Quando i nostri bambini bussano a chiedere “dolcetto o scherzetto”, non imitano i coetanei americani visti al cinema, ma piuttosto riprendono in forma adattata ai tempi una mitologia ed una ritualità che affonda nella notte dei nostri tempi più di quanto a volte ci piaccia ammettere o ci resti sufficiente coscienza per ricordare.

giovedì 30 ottobre 2014

RACCONTAMI: Il 2014 secondo Isaac Asimov



Almeno tre generazioni di ex ragazzi cresciuti a pane e fantascienza lo conoscono bene e lo venerano come il più grande di sempre. I più giovani magari non l’hanno letto ma apprezzano i molti film direttamente o indirettamente ispirati alla sua vasta e impareggiabile produzione letteraria. Isaac Asimov è stato davvero il più grande, le sue visioni del mondo futuro hanno ispirato tutti i suoi colleghi, affascinato tuti i suoi lettori e influenzato creazioni letterarie e cinematografiche a loro volta divenute un cult dei nostri tempi.
Dalla saga dell’Impero Galattico, la cui ispirazione gli venne dalla lettura del “Declino e caduta dell’Impero Romano” del grande storico inglese Edward Gibbon, non è un mistero che abbia tratto ispirazione a sua volta per esempio George Lucas per l’impianto scenico e per la sceneggiatura delle sue Guerre Stellari. L’intuizione di Asimov di una storia futura prevedibile entro certe grandi linee attraverso l’applicazione ad essa dello studio della psicologia di massa combinata con quello dello sviluppo tecnologico è non solo geniale ma rappresenta in effetti un esercizio al quale si stanno appassionando sempre più le nuove generazioni di storiografi.
La saga imperiale rivaleggia con quella dei Robot positronici per determinare l’eredità più importante di Asimov alla moderna letteratura, non solo fantascientifica. Gli uomini meccanici addomesticati dalle famose Tre Leggi della Robotica hanno condizionato qualunque successivo sviluppo letterario, se non addirittura la stessa ricerca scientifica in materia.
E’ stato l’uomo che è andato più vicino di tutti a fare della fantascienza una scienza esatta, se ci è consentito il gioco di parole. Era inevitabile che nel corso della sua lunga carriera, terminata con la morte nell’aprile del 1992, prima o poi si cimentasse con il tentativo di prevedere il futuro non a lungo, ma a medio-breve termine. Il che è molto più difficile.
Nell’agosto 1964 Asimov scrisse un articolo per il New York Times con il quale, a seguito della sua visita all’esposizione newyorchese del World’s Fair (una mostra dei progressi tecnico-scientifici improntata alla celebrazione delle “sorti progressive” dell’umanità che quell’anno aveva il tema beneaugurante del “Peace through understanding”, la Pace attraverso la conoscenza, la comprensione), azzardava alcune previsioni significative per i successivi cinquant’anni. La data su cui si focalizzò era appunto il 2014, un tempo che allora sembrava distante, come il 2001 dell’Odissea nello Spazio di Kubrick. Le sue previsioni, rilette oggi, si rivelano sorprendenti.
I progressi enormi fatti dall’uomo nei primi sessant’anni del ventesimo secolo spingevano ad immaginare qualcosa di ancora più eclatante, in modo esponenziale, in un lasso di tempo analogo successivo. La prima previsione di Asimov riguarda la tendenza dell’uomo a vivere una vita artificiale: l’uomo si ritirerà sempre più dalla natura nel tentativo di crearsi un habitat sempre più confortevole in cui vivere. Pannelli elettroluminescenti alle pareti combatteranno lo stress, finestre dai vetri polarizzati terranno lontana la luce del sole dalla delicata pelle dei terrestri. Prenderà piede la moda di costruire le abitazioni umane sottoterra, mettendo al bando le intemperie e gli sbalzi di temperatura e permettendo un controllo totale della qualità dell’aria al pari di quella della luce.
L’altra tendenza innaturale ma irresistibile dell’essere umano sarebbe stata quella di dotarsi di gadget sempre più imprescindibili. Esempio principale, quegli utensili da cucina che renderanno la confezione dei pasti un processo automatizzato e indipendente dall’intervento degli abitanti di casa. La cucina insomma sarà il regno principale dei robots che entreranno nelle case terrestri per assumerne sempre più il controllo. Anche se lo scrittore, con l’ironia che lo contraddistingueva, non può fare a meno di auspicare che nelle cucine del futuro rimanga almeno un angolino in cui sia possibile continuare a preparare i pasti “a mano”. Per esempio nel caso di improvvisate di amici.
I robots progressivamente assolveranno a tutte le mansioni domestiche, ed è lecito pensare che da lì a prendere piede anche all’esterno di casa il passo sarà breve. Uno dei principali campi della loro applicazione sarà il trasporto terrestre, che avverrà attraverso veicoli computerizzati che lasciano poco spazio di intervento a “guidatori” umani e che sfruttano la tecnologia del cuscinetto ad aria. Perderanno così importanza le vie di comunicazione. Ciò che non perderà importanza purtroppo sarà il problema del traffico, destinato ad aumentare per l’incremento di popolazione e l’elevazione delle sue possibilità di investimento in tecnologia avanzata.
Il mondo del futuro, caratterizzato dal trionfo del WI-FI (addio cavi elettrici!), dei pannelli che sfruttano l’energia solare, della colonizzazione delle aree tropicali, desertiche o comunque ritenute inospitali nelle epoche passate, dalle video-comunicazioni e dalla trasmissione dati alla velocità del suono sarà contraddistinto anche da una crescita della popolazione secondo una progressione geometrica. Nel 2014 gli abitanti della terra saranno sei miliardi e mezzo (in realtà siamo arrivati a sette, e per motivi del tutto diversi da quelli individuati dal grande scrittore americano di origine russa), ed è facile prevedere che continuando a crescere secondo questo modello matematico nel giro di cinquecento anni il mondo sarà – per usare le parole stesse di Asimov – diventato una enorme Manhattan (con una densità rilevata nel 1964 di 80.000 abitanti per miglio quadrato). Sarà giocoforza orientarsi verso metodi di controllo delle nascite sistematizzati, per quanto condotti (è l’auspicio di Asimov) con metodi umani e razionali. 


Ad ognuno l’ardua sentenza, se e quanto il più grande degli scrittori di fantascienza abbia disegnato esattamente la società umana nell’anno che stiamo vivendo, che era così distante dai suoi giorni. Certe sue previsioni possono essere lette con l’ottimismo di quei giorni a proposito di un mondo che non aveva ancora messo a fuoco il problema dell’inquinamento e del degrado ambientale, oppure con un po’ del sano pessimismo instillatoci dagli sviluppi dei 50 anni successivi nonché da una letteratura fantascientifica molto meno orientata al lieto fine del progresso umano sempre e comunque. Certe altre previsioni invece suscitano echi profondi nella nostra coscienza, e provocano brividi più o meno intensi alla luce della crisi che stiamo vivendo. Il mondo del 2014 è un mondo in cui le macchine avranno imparato a fare quasi tutto meglio dei loro creatori umani, e saranno diventate indispensabili. La materia più importante che i ragazzi studieranno a scuola sarà informatica, per ovvi motivi. E soprattutto, sarà una società in cui i suoi membri disporranno di molto tempo libero forzato, e come dice lo stesso Asimov in cui la parola più gloriosa del vocabolario sarà diventata: lavoro.
Senza scomodare il Terminator di Schwarzenegger, la crisi economica globale sta realizzando forse più di ogni progresso tecnologico le visioni di Asimov  in quel lontano 1964. Che prefigurava un uomo con pochi bisogni insoddisfatti e soprattutto afflitto dalla noia, in questo suo tempo libero forzato. Senza poter immaginare che forse il suo sentimento prevalente sarebbe stato piuttosto la disperazione.

Il mestiere delle armi



 26 gennaio 2014

Ciò che dà valore alla guerra è la vittoria”, scrive Sun Tzu nella sua Arte della guerra, la bibbia insuperata – dopo 2.500 anni – per tutti coloro che si occupano di cose militari. Ci sono figure consegnate alla storia come eroi positivi solo perché la loro parte è stata quella che ha vinto, ai loro tempi. La storia, si sa, è sempre scritta da chi vince, non foss’altro perché è sopravvissuto. E chi vince esalta i propri eroi, difficilmente quelli del nemico vinto. Ci sono altre figure invece che passano alla posterità come negative, fanatici, assassini, incapaci, magari soltanto perché hanno combattuto dalla parte sbagliata, o almeno da quella che è risultata tale. Difficile dare il giusto spessore ai personaggi storici soprattutto a quelli che lo sono diventati da poco tempo e non hanno potuto ancora beneficiare del tempo galantuomo, ciò che nella maggior parte dei casi aggiusta le prospettive e ristabilisce le verità.
Quando si arrese nella primavera del 1974, circa 30 anni dopo la sconfitta del suo paese nella Seconda Guerra Mondiale, Hiroo Onoda fu sbrigativamente rubricato come uno degli ultimi esemplari di quel fanatismo portato alle estreme conseguenze che aveva condotto il mondo sull’orlo della catastrofe, quando l’ottusità nipponica e prussiana avevano preso il sopravvento impadronendosi delle menti e dei cuori di popoli altrimenti civili e avevano incendiato e devastato quasi ogni angolo del pianeta.
Nel 1944, il Giappone imperiale sentiva avvicinarsi la sconfitta, anche se non lo ammetteva esplicitamente a se stesso. Gli americani si erano ripresi rapidamente da Pearl Harbor e dopo tre anni stavano riconquistando tutto il Pacifico con la tecnica del “salto della rana”, da un’isola all’altra, e avvicinandosi pericolosamente alla madrepatria. Lo stato maggiore nipponico ricorse al tipico espediente della disperazione: infiltrare dei guerriglieri dietro le linee nemiche per compiere azioni di disturbo che ne rallentino l’avanzata.
Hiroo Onoda era stato addestrato per quello a Nakano, la scuola dei soldati fantasma. Fu spedito a Lubang, nelle Filippine, ad unirsi ai guerriglieri che avrebbero dovuto colpire alle spalle gli americani. Ma questi ormai correvano in discesa. Nel febbraio 1945 un attacco massiccio statunitense annientò il commando giapponese. Ne rimasero tre, tra cui Onoda, che decisero di mantenersi fedeli agli ordini e continuare una guerra personale. Il Giappone firmò la resa il 2 settembre di quell'anno nelle mani del generale McArthur, a bordo della corrazzata Missouri alla fonda nella baia di Tokyo. Il figlio del sole, l’Imperatore Hirohito, fu costretto a rinunciare alle sue pretese divine e a ordinare al suo popolo di riconvertirsi alla democrazia ed al mondo moderno, anche sulla spinta non indifferente delle due bombe atomiche sganciate su Hiroshima e Nagasaki. Nessuno si preoccupò sul momento dei fantasmi rimasti su alcune isole del grande oceano a coltivare il loro sogno estremo di fedeltà agli ordini ricevuti.
Poi, quando le popolazioni locali segnalarono diversi incidenti causati da questi guerriglieri che si mantenevano razziando e sparando, le autorità si posero il problema di individuarli e catturarli. I due compagni di Onoda furono abbattuti tra il 1954 ed il 1972. Nel frattempo, Onoda era stato dichiarato legalmente morto in Giappone, salvo poi essere fatto oggetto da una campagna finalizzata a ritrovarlo e a convincerlo ad arrendersi che coinvolse il padre, la sorella e tutta la famiglia. Alla fine, fu il vecchio maggiore Taniguchi, il suo ex comandante, a convincerlo. Onoda tornò in patria dopo 30 anni, accolto come un eroe dal governo del Giappone democratico.
E’ morto pochi giorni fa, a 91, dopo aver vissuto la seconda parte della sua vita come cittadino brasiliano. Il Giappone moderno era troppo per lui, non vi si riambientava. Il suo libro di memorie No surrender, i miei trent’anni di guerra, diventò un bestseller mondiale. Ha finanziato una scuola per bambini in Giappone e ha donato 10.000 a una scuola elementare a Lubang, l’isola che per trent’anni aveva terrorizzato come fantasma. Se n’è andato portandosi via il record di penultimo soldato nipponico ad arrendersi. L’ultimo era stato, a fine 1974, Teruo Nakamura, scoperto e arrestato a Taiwan ma morto pochi anni dopo per un cancro ai polmoni. Era sopravvissuto a una guerra mondiale e a trent’anni vissuti come Tarzan, ma non aveva retto di fronte al vero male del XX° secolo.
Pochi giorni prima di Natale se n’è andata un’altra figura controversa e singolare del secolo delle guerre mondiali. L’ex generale dell’Armata Rossa Mikhail Timofeevic Kalashnikov era un eroe dell’Unione Sovietica. Figlio di contadini siberiani, aveva 22 anni quando Hitler attaccò il suo paese con l’Operazione Barbarossa e per poco non lo mise in ginocchio, a causa della testardaggine con cui Stalin si rifiutò di credere ai rapporti delle spie che lo mettevano sull’avviso e delle purghe che avevano decimato i quadri degli ufficiali superiori della stessa Armata Rossa. Fu ferito in combattimento nell’ottobre 1941 e quindi destinato alle retrovie, a Mosca, dove gli fu affidata la progettazione dei carri armati. Il breve tempo trascorso al fronte gli era stato sufficiente per constatare l’impreparazione dei soldati russi, soprattutto nel campo degli armamenti. Qualche burocrate di partito di cui la Russia comunista sembrava pullulare aveva deciso poco prima della guerra che le armi a ripetizione non si confacevano all’esercito sovietico.
Ci mancò poco che i nazisti facessero un sol boccone dell’Unione Sovietica. La Grande Guerra Patriottica finì bene per l’U.R.S.S., malgrado 22 milioni di morti che avrebbero potuto essere evitati con una migliore preparazione. Fu nell’immediato dopoguerra e nell’insorgere della nuova Guerra Fredda con gli U.S.A. che Kalashnikov dette il suo contributo alla sicurezza del suo popolo e del suo regime, dando i natali al fucile a ripetizione che da allora avrebbe portato il suo nome e sarebbe diventato il più famoso – e utilizzato - del mondo. L’AK 47 (Avtomat Kalašnikova obrazca 1947 goda) fu subito adottato dall’Armata Rossa nei mesi in cui questa si disponeva ad affrontare un nuovo letale nemico, l’esercito americano.
LA carriera di Kalashnikov non ebbe più limiti, anche se non gli fu permesso di brevettare la sua invenzione, né tantomeno di sfruttarne i diritti d’autore. Eugene Stoner ha guadagnato un dollaro per ogni fucile M16 venduto all’esercito americano. Kalashnikov era destinato ad avere altre soddisfazioni, non certo quelle economiche che il sistema sovietico non consentiva. L’AK 47 conquistò un mercato vastissimo. L’arma era fatta apposta per diventare la preferita di eserciti, guerriglieri, terroristi e manovalanza della criminalità organizzata di tutto il mondo: costruita per funzionare alla perfezione alle temperature estreme del territorio russo, era di facile utilizzo ed ancor più facile manutenzione. Non precisissima, ma in fondo doveva sparare a raffica, e peraltro non si inceppava mai.
Il vecchio soldato che ha contribuito all’arte della guerra con un ordigno di pari importanza a quello messo a punto a Los Alamos da Oppenheimer e gli altri scienziati del Progetto Manhattan, se n’è andato a 94 anni a Izevsk, la sua città natale divenuta nel frattempo la capitale della repubblica di Udmurtia, una delle tante nate dal disfacimento dell’Unione Sovietica. Il generale non ha mai avuto dubbi sulla sua creatura: fu creata per difendere la sua patria, e pazienza se è finita e finisce tutt’ora in mano ai peggiori delinquenti e farabutti.
Nel 2002, aveva ricevuto i complimenti più graditi proprio da colui che aveva creato il prodotto che si era rivelato il concorrente più formidabile del suo AK 47. L’israeliano Uzi Gal, inventore dell’omonimo fucile, gli aveva confessato: “Lei è il più ineguagliabile e competente costruttore di armi”. L’U.R.S.S. ha perso la Guerra Fredda, ma il suo fucile a ripetizione ha vinto tutte le sue sanguinose battaglie.

La notte magica del Baba



Dio no xé furlan, se no paga oggi paga doman, dicono i triestini che non amano granché Udine, per motivi campanilistici. Dio ieri sera era decisamente fiorentino, e ha pagato con gli interessi la Fiorentina. Innanzitutto toccando l’anima del suo figliol prodigo Vincenzo Montella che finalmente ha preparato la partita perfetta mettendo in campo undici ragazzi al posto giusto e opportunamente motivati.
La Fiorentina travolge l’Udinese e si riporta a -3 da quella zona Champion’s che era l’obbiettivo dichiarato stagionale. Nella passata stagione i bianconeri friulani erano stati uno degli ossi più duri da rodere per i viola, ma quella era la squadra di Francesco Guidolin, una falange compatta dove ognuno aveva le sue consegne ferree da rispettare (e le rispettava) per mandare in porta le avanguardie micidiali Di Natale e Muriel. Di quella squadra, passata nel frattempo nelle mani del giovane Andrea Stramaccioni, sopravvivono appunto Di Natale e Muriel, pericolosi come sempre, e uno schema di gioco a tratti piacevole ma non più micidiale come in passato.
Il bomber napoletano trapiantato in Friuli prova anche stavolta a confermarsi bestia nera di quella Fiorentina che lo ha a lungo inseguito, almeno a parole, senza mai prenderlo. Lui prende un palo clamoroso colpendo di testa liberissimo in mezzo all’area, e in un’altra circostanza impegna Neto su punizione, consentendo al portiere brasiliano di confermare il suo stato di grazia attuale, e di giustificare il fresco ritocco dell’ingaggio. Il colombiano Muriel prova invece ad andare via ad Alonso due o tre volte  e quasi ci riesce, fortuna che stasera nel mezzo della difesa viola Basanta e Savic fanno a gara a chi da più spettacolo, altrimenti la gara potrebbe complicarsi subito per i padroni di casa.
Anche il signor Massa della sezione di Imperia ci prova a complicare la serata alla Fiorentina. Non sbaglia molto, ma quello che sbaglia potrebbe essere determinante. Alonso viene subito ammonito per un fallo veniale su Muriel, e ciò potrebbe condizionarlo nel duello con il letale sudamericano. Analogo trattamento non viene riservato dal direttore di gara a Fernandes, che compie lo stesso intervento su Cuadrado. Il numero undici viola non è in gran serata, ma i raddoppi dei friulani su di lui sono pesanti e spesso ai limiti della regolarità, anche se l’arbitro quasi sempre sorvola eccessivamente.
Il pubblico del Franchi reclama almeno tre rigori per la propria squadra. Il primo è su tocco di mano involontario di Hertaux, il secondo su trattenuta di Danilo su Babacar. Sono di quelli che il compianto Vujadin Boskov avrebbe definito “rigore è quando arbitro dà”. Sul terzo invece non ci sono discussioni, Cuadrado viene steso da Piris platealmente, e solo Massa pare non accorgersene.
Il terzo soggetto che prova a mettere in salita la partita ai gigliati è uno di loro. Si chiama Josip Ilicic e dovrebbe essere l’arma in più per scardinare il fortino friulano, l’ennesimo falso nueve della gestione Montella. Lo sloveno é reduce dal gran gol di San Siro che ha permesso alla sua squadra di non perdere le distanze dal Milan terzo in classifica. Dopo tre minuti ha già dissipato il capitale guadagnato, allorché la difesa dell’Udinese gli regala un comodo pallone da spingere in porta. Lui a tu per tu con Karnezis gli tira in bocca maldestramente.
E’ il preludio ad una prestazione che lo vedrà costantemente in ritardo, fuori dal ritmo partita, inadeguato alle necessità di una squadra che ha ripreso a giocare in velocità e sta imparando a tagliare la difesa avversaria con passaggi profondi e precisi. Nella ripresa, quando l’1-0 impone ormai il raddoppio per regalare una serata tranquilla ai supporters accorsi al Franchi, sono diversi i contropiedi vanificati dallo sloveno che puntualmente inciampa sul pallone o si avvita su se stesso. Peccato, degli undici di Montella Ilicic è forse l’unico a non giocare all’altezza, insieme a tratti al connazionale Kurtic che pare aver smarrito lo smalto iniziale.
Venendo alle note positive, si fa fatica stasera a indicare l’uomo-partita per i viola. Molti se lo meriterebbero, alla fine sono decisivi i due gol segnati splendidamente dal ragazzo del Senegal, Khouma El Babacar, che sta facendo passare in secondo e anche terzo piano le notizie circa il rientro in gruppo di Mario Gomez. Il centravanti libera l’urlo del Franchi segnando il primo gol di rapina al termine di un batti e ribatti alla fine del primo tempo, quando già le streghe di un nuovo 0-0 casalingo incombono su una squadra che ha faticato e sprecato molto anche oggi.
Il raddoppio è un gol come a Firenze se ne sono visti pochi. Bisogna andare indietro nel tempo, a scomodare dei dell’Olimpo come Gabriel Batistuta o Kurt Hamrin per trovare un precedente alla prodezza del Baba, che a venti minuti dalla fine chiude finalmente il match. Ha avuto una serata difficile Juan Guillermo Cuadrado alle prese con i tignosi difensori della sua ex squadra, ha avuto poche occasioni di mettersi in mostra, ma alla fine l’assist in corsa per Babacar è suo. Il centravanti controlla al volo di esterno destro e prima che la palla ricada tira al volo fulminando Karnezis. Batigol queste reti le segnava negli anni della maturità tecnica e agonistica, il ragazzo senegalese la segna a 21 anni, c’è di che sperare e sognare ad occhi aperti.
Peccato per quello che potrebbe essere un gol ancora più bello, un pallonetto in corsa che Khouma effettua ad inizio ripresa e che Karnezis leva di porta con un colpo di reni simile a quello di Neto a Milano sulla magia di El Sharawy. Ma il portiere friulano non può comunque nulla alla fine quando Cuadrado parte finalmente in contropiede come ai tempi migliori (per esempio un anno fa circa, in occasione del 4-2 alla Juventus) e serve alla perfezione il liberissimo Borja Valero al limite dell’area. Per lo spagnolo è un gioco da ragazzi piazzare la palla in rete con un colpo da giocatore di biliardo. 3-0 e apoteosi viola, lo stadio torna a cantare, le nubi di un campionato mediocre sono forse dissipate, il girone di andata è già a metà ma malgrado i passi falsi il terzo posto è a soli tre punti, nelle mani di un Milan  contro cui la Fiorentina ha tutt’altro che sfigurato tre giorni fa.
Proprio Borja Valero è il simbolo di una squadra sorprendentemente in ripresa, quando tutto sembrava compromesso. Lo spagnolo appare rinfrancato sia da una condizione fisica e psichica notevolmente migliorata, sia dall’aver ricevuto da Montella una collocazione in campo più definita. In altre parole, svaria meno coprendo un settore più limitato, sulla tre quarti, e quindi disperdendo meno energie.
Stanno tutti bene stasera, o quasi, e come si è detto il cielo ha un occhio benevolo. Gli episodi negativi non incidono, quelli positivi inducono a stropicciarsi gli occhi per la contentezza. Forse Montella e i suoi ragazzi hanno preso finalmente le misure a questa nuova stagione. Certo è che con un centravanti come Dio comanda è tutta un’altra vita. Qualcuno ha già ripreso a dire “fai con calma, Mario Gomez, non c’è fretta”. Se le cose continuano così, per il ragazzo tedesco non sarà semplice levare il posto al ragazzo senegalese. Chi l’avrebbe mai detto solo un mese fa?

martedì 28 ottobre 2014

La Marcia su Roma

Novantadue anni fa in questi giorni finiva in Italia lo Stato Liberale nato dal Risorgimento e cominciava il lungo governo di Benito Mussolini. La Marcia su Roma, il colpo di stato con cui le Camicie Nere del Partito Nazionale Fascista reclamarono e ottennero dal Re d’Italia Vittorio Emanuele III il potere, cominciò il 28 ottobre 1922 e si concluse il 31, con la sfilata degli squadristi vittoriosi davanti allo stesso sovrano. Nel mezzo alle due date, il loro capo, il Duce, aveva ottenuto l’incarico di formare il nuovo governo, che sarebbe durato più di vent’anni.
Mussolini ed il Fascismo venivano da lontano, e fino a pochi mesi prima erano sembrati un soggetto quanto mai improbabile per ricevere l’incarico di guidare la nazione. Benito Mussolini era un militante del Partito Socialista che aveva compiuto un lungo percorso personale e politico per arrivare al Quirinale. Figlio del fabbro Alessandro e della maestra elementare Rosa Maltoni, che lo avevano battezzato con il nome del rivoluzionario messicano Benito Juarez, era stato un ragazzo irrequieto e originariamente affascinato dall’anarchismo. Sua pare che fosse stata la mano ignota che aveva scritto sotto il monumento a Umberto I la frase Monumento a Gaetano Bresci, cioè a colui che aveva ucciso in un attentato il sovrano.
In seguito, entrato nel Partito Socialista allora in mano ai riformisti (cioè coloro che prediligevano la cosiddetta via parlamentare alla conquista del potere), si era subito distinto per la sua appartenenza alla corrente rivoluzionaria, o come si diceva allora massimalista, In un primo tempo, Mussolini seguì il destino di tutti i rivoluzionari, arresti, esilio. Poi, la sua forte personalità e le sue iniziative sempre più clamorose aumentarono progressivamente il suo prestigio sia nella base popolare che nei quadri del Partito. Nel 1912 diventò direttore del giornale del Partito, l’Avanti!. Nel 1914, quando ormai nere nubi che si addensavano sull’Europa ed il conflitto mondiale era alle porte, era diventato praticamente il leader del Partito Socialista, che schierò contro l’interventismo in guerra.
L’Italia rimase inizialmente al di fuori della guerra dichiarata dall’Austria alla Serbia dopo l’attentato di Sarajevo in cui perse la vita l’erede al trono imperiale asburgico Francesco Ferdinando. Nonostante fosse legata da alleanza a Francia, Inghilterra e Russia (la Triplice Intesa), inizialmente prevalse la linea di quei politici come Giolitti che ritenevano il nostro paese troppo fragile per reggere un conflitto della portata di quello che stava cominciando. Di costoro erano alleati involontari i socialisti, rimasti fedeli alla linea stabilita dall’Internazionale Socialista in opposizione alla “guerra borghese”.
Ma l’Intesa lavorò ai fianchi le forze politiche italiane, allettandole con la promessa di conquiste territoriali ai danni dell’Austria-Ungheria (mancavano ancora al risorgimento italiano Trento e Trieste), e ottenendone alla fine la dichiarazione di guerra al nemico storico, gli Asburgo. Il 24 maggio 1915, il “Piave mormorò calmo e placido al passaggio” dei fanti italiani e l’Italia si ritrovò nella prima Guerra mondiale. A quella data, Mussolini era stato espulso dal Partito Socialista, aveva fondato un proprio giornale (sovvenzionato da industriali desiderosi di commesse belliche nonché da potenze straniere già belligeranti), Il Popolo d’Italia, con cui condusse una forte campagna interventista.
Mussolini aveva capito due cose: la guerra era inevitabile, anche per l’Italia sarebbe stato impossibile starne fuori. Molto meglio mettersi alla guida dell’Interventismo che combatterlo. Nel resto d’Europa i partiti socialisti nazionali avevano assunto un atteggiamento collaborativo verso i rispettivi governi, spaccando l'Internazionale. In Italia, i massimalisti erano invece rimasti all’opposizione. L’altra intuizione dell’astro nascente della politica italiana era che lo sconvolgimento sociale creato dal conflitto avrebbe fornito una scorciatoia per la rivoluzione, e per il potere personale di chi – come lui – avesse saputo guidarla.
Quattro anni di guerra terribile portarono uno sconvolgimento al di là delle previsioni (se non quelle – profetiche – di Giolitti). Nonostante fosse tra le potenze vincitrici, l’Italia uscì con le ossa rotte, in crisi economica, con un mucchio di reduci di difficile reinserimento nella vita civile e mal visti dai socialisti che stavano prendendo il sopravvento, e per di più scontenta dell’esito del trattato di pace, che alimentò il mito della vittoria mutilata. Ma lo sconvolgimento maggiore fu senz’altro quello provocato dalle notizie provenienti dalla Russia, dove i bolscevichi comunisti avevano preso il potere sterminando lo Zar e la sua famiglia ed esaltando le masse proletarie di tutta Europa, che videro giunto il momento della loro riscossa, il “Sole dell’Avvenire”.
Il biennio 1919-20 passò alla storia come il Biennio Rosso, e davvero sembrò che da un momento all’altro l’Italia dovesse seguire l’ex alleata di guerra nel destino rivoluzionario. Mussolini, il cui fiuto politico era pari a quello di giornalista, capì al volo l’aria che tirava e fondò i Fasci di Combattimento, una organizzazione che raccoglieva reduci di guerra, scontenti, sbandati e avversari della marea rossa dilagante, allo scopo di contrastarla efficacemente quando nessuno sembrava più in grado di farlo. In un primo momento quello delle squadre fasciste sembrò un tentativo velleitario, al pari di quello di D’Annunzio che con le sue imprese culminate nella liberazione di Fiume aveva creato un alone di leggenda romantica quale l’Italia non aveva conosciuto dopo Garibaldi, ma aveva ottenuto ben poco da un punto di vista politico.
Ma se il Poeta non aveva saputo dare continuità e sostanza alle sue azioni, Mussolini dimostrò di essere di ben altra pasta, e quando cominciarono ad arrivargli i finanziamenti di industriali ed agrari spaventati dal Bolscevismo e stanchi di uno Stato Liberale che appariva ormai inerme di fronte ad esso, le sue squadracce cominciarono a diventare sempre più efficaci nel contrapporsi ai rossi. Quando nel 1921 a Livorno i massimalisti socialisti fondarono il Partito Comunista d’Italia con il programma dichiarato di replicare la rivoluzione sovietica nel nostro paese, fu chiaro a tutti che si andava verso una guerra civile dall’esito incerto, e che Mussolini era l’unica speranza di mantenimento dell’ordine sociale esistente.
Il quale Mussolini, abbandonati i sogni anarchici della gioventù, aveva nel frattempo virato verso un programma che mescolava pulsioni repubblicane e desiderio di restaurazione, riuscendo a parlare efficacemente sia all’establishment che alle masse popolari, dicendo loro quello che volevano sentirsi dire. Nell’autunno del 1922, dopo tentativi infruttuosi di formare un governo da parte di Giolitti, Bonomi e Facta, il Duce delle squadre nere nel frattempo organizzatesi nel partito Nazionale Fascista capì che il momento era arrivato, e dichiarò che se il Re d’Italia non fosse andato incontro alla volontà popolare dandogli l’incarico di governare, i fascisti avrebbero preso il potere da soli marciando sulla capitale.
Fu costituito a Perugia un quartier generale della Marcia, da cui un quadrumvirato di fedelissimi coordinò il raduno delle Camice Nere in varie parti d’Italia, in attesa dell’ordine di balzare su Roma. Mussolini in realtà stava usando quella dimostrazione di forza per indurre il Re a conferirgli un incarico legalmente, spaventandolo con lo spauracchio di una svolta repubblicana in caso di insurrezione. Il gioco riuscì. I fascisti accampati intorno a Roma erano stimati in circa 30.000 persone, ma gli uomini che avevano dimestichezza con le armi erano pochi. Di fronte, a difesa della capitale, l’esercito italiano agli ordini del Generale Cittadini schierava altrettanti uomini, ma tutti soldati professionisti. Come avrebbe detto Badoglio, in quel momento il Fascismo avrebbe potuto essere schiacciato in un attimo.
Ma Vittorio Emanuele III dette l’ordine a Cittadini di ritirarsi e dopo frenetiche e infruttuose trattative con altre personalità politiche si risolse alla fine a invitare Mussolini al Quirinale, che vi giunse in treno da Milano, dove era rimasto ad aspettare. Il giorno 30 ottobre gli conferì l’incarico di Primo Ministro. Il 31 mattina le Camice Nere gli sfilarono davanti in una parata che durò sei ore. Pochi giorni dopo, il 16 novembre, Mussolini si presentò alla Camera dei deputati, a chiedere la fiducia, e pronunciò il celebre discorso, “Con trecentomila giovani armati di tutto punto, decisi a tutto e quasi misticamente pronti ad un mio ordine, io potevo castigare tutti coloro che hanno diffamato e tentato di infangare il Fascismo. Potevo fare di quest'aula sorda e grigia un bivacco di manipoli: potevo sprangare il Parlamento e costituire un Governo esclusivamente di fascisti. Potevo: ma non ho, almeno in questo primo tempo, voluto. “

La Camera gli votò la fiducia, per 316 voti contro 116 contrari (praticamente i soli socialisti e pochissimi liberali, i più essendo ormai convinti che l’uomo del destino era necessario per rimettere a posto il paese) e 7 astenuti. L’intera operazione si era svolta nel pieno rispetto delle prerogative reali e della prassi costituzionale stabilite dallo Statuto Albertino. Mussolini aveva avuto un incarico regolare a formare il governo dal Re il 30 ottobre 1922, ed altrettanto regolarmente ne sarebbe stato destituito il 25 luglio 1943. Molti uomini che gli votarono la fiducia credevano in buona fede che si sarebbe trattato di un fenomeno reso necessario dai tempi difficili, ma effimero, passeggero. Avrebbero avuto più di vent’anni di tempo per ricredersi.

lunedì 27 ottobre 2014

RACCONTAMI: Alinari chiude con Robert Capa

31 gennaio 2014

E’ l’ultima mostra del Museo Nazionale Alinari della Fotografia, così come l’abbiamo conosciuto. Il Museo, inaugurato nel 1985 dall’allora presidente della repubblica Sandro Pertini presso l’ospedale di San Paolo in Piazza Santa Maria Novella a Firenze, il prossimo 30 aprile entrerà nella Notte Bianca fiorentina come M.N.A.F. e ne uscirà come parte integrante del nuovissimo Museo del Novecento, il complesso con cui il sindaco Matteo Renzi ha dichiarato di voler rilanciare la corretta fruizione dell’Arte non solo a Firenze ma in tutto quel paese che un domani potrebbe trovarsi a governare.
Il vecchio Alinari dunque chiude in bellezza con la mostra dedicata ad un grande artista di quel Novecento. Un artista che per dar vita alla sua arte usava uno strumento tipico del mondo moderno, la macchina fotografica. Endre Erno Friedmann era nato in Ungheria nel 1913 e aveva dovuto abbandonarla ancora adolescente perché le sue idee filocomuniste e le origini ebraiche l’avevano reso inviso al governo di estrema destra insediatosi in quel paese dopo la Prima Guerra Mondiale. Emigrato in Germania e da qui dopo l’avvento del Nazismo prima in Francia e poi negli Stati Uniti, aveva incontrato dapprima la fotografia e quindi adottato il nome d’arte con cui sarebbe diventato famoso in tutto il mondo in segno di omaggio al suo regista cinematografico preferito, Frank Capra.
Come Robert Capa, divenne ben presto famoso per i suoi reportage fotografici dai luoghi del mondo dove si faceva la storia, negli anni terribili in cui i dittatori la scrivevano con il sangue di milioni di persone. Nel 1936 la storia si faceva nella Spagna sconvolta dalla Guerra Civile scoppiata per la sollevazione di Francisco Franco contro il governo del Fronte Popolare di sinistra. Con le sue foto riuscì a trasmettere al mondo intero l’esatta dimensione e la profonda emozione di quanto stava avvenendo come pochi reportage scritti furono in grado di fare.
La foto del miliziano colpito a morte dai franchisti divenne l’emblema della Guerra di Spagna al pari di Guernica di Pablo Picasso o di Per chi suona la campana di Hernest Hemingway. Alla fine di quella guerra, la Spagna era passata con Franco vittorioso nel campo delle dittature, Capa invece passò negli Stati Uniti in cerca di una sopravvivenza che nemmeno la sua fama mondiale in Europa poteva più assicurargli.
Nel luglio 1943 Robert Capa era in Sicilia a documentare per la rivista Life lo sbarco anglo-americano che mise l’Italia fuori dalla guerra. A Palermo, avrebbe raccontato, “lungo il percorso verso il centro della città la strada era fiancheggiata da decine di migliaia di siciliani in delirio che agitavano fazzoletti bianchi e bandiere americane fatte in casa con poche stelle e troppe strisce. Avevano tutti un cugino a Brook-a-lee". Ero stato all'unanimità riconosciuto come siciliano dalla folla in festa”.
La celebre foto del soldato americano e del contadino siciliano
Quasi un anno dopo, il 6 giugno 1944 era ad Omaha Beach nella prima ondata verso la testa di sbarco più sanguinosa di tutta l’Operazione Overlord, lo Sbarco in Normandia. Furono poche le sue foto sopravvissute a quella giornata terribile e decisiva, ma documentano efficacemente tutta la drammaticità del D-Day. Era un temerario per quanto era grande come fotografo Robert Capa, e al momento di attraversare il Reno per lanciare l’assalto finale alla Germania l’esercito americano lo annoverò fra i paracadutisti che si lanciarono avanti alla fanteria. Invece del Garand M1 d’ordinanza lui aveva la sua fotocamera 35 mm con cui produsse l’ennesimo reportage d’eccezione.
A un uomo così non poteva bastare dopo la guerra di aprire a Parigi l’agenzia fotografica più famosa del mondo, la Cooperativa Magnum, insieme a Henri Cartier-Bresson e altri mostri sacri di quell’arte. Né di essere arruolato nientemeno che da Alfred Hitchcock o John Houston come fotografo di scena in alcuni dei loro più celebri capolavori. Robert Capa andava dove c’era pericolo, perché era lì che si scriveva la storia.
Quando scoppiò la Prima Guerra di Indocina, quella al termine della quale il Vietnam ebbe l’indipendenza dalla Francia, Capa corse laggiù, aggregandosi alle truppe coloniali francesi. La fortuna gli presentò il conto il 25 maggio 1954 a Thai Bihn nei pressi di Hanoi, allorché mise il piede su una mina antiuomo. La Francia aveva già perso ormai la sua colonia dopo la rovinosa sconfitta di Dien Ben Phu. Il mondo perse il suo più grande artista della macchina fotografica.
Gli Alinari si apprestano a confluire nel grande Museo del Novecento celebrando il più grande fotografo del Novecento dal 10 gennaio al 23 febbraio 2014. La mostra presenta 78 foto in bianco e nero scattate durante la Campagna d’Italia tra il 1943 ed il 1944.

Capa sapeva che cosa cercare e che cosa farne dopo averlo trovato. Sapeva, ad esempio, che non si può ritrarre la guerra, perché è soprattutto un'emozione. Ma lui è riuscito a fotografare quell'emozione conoscendola da vicino.(John Steinbeck).


Uno dei desideri più forti del fotografo di guerra è quello di rimanere disoccupato. Non è sempre facile stare da un lato e non essere capace di fare altro che documentare la sofferenza intorno a sé” (Robert Capa).

RACCONTAMI: Corso Salani torna a Firenze

20 novembre 2013


La 50 Giorni di Cinema Internazionale a Firenze, la manifestazione che con il patrocinio di Mediateca Regionale e Comune di Firenze è stata creata per raccordare tra loro tutti i festival cinematografici internazionali che si svolgono in autunno in riva all’Arno, ha proposto quest’anno l’evento “Per-Corso, tra i nostri autori”. La giornata di ieri 19 novembre è stata dedicata alla rievocazione di Corso Salani, il regista fiorentino prematuramente scomparso più di tre anni fa.
E’ la seconda volta che succede, dopo la retrospettiva dedicatagli “a caldo” nel 2010. Stavolta si è scelto di celebrarlo attraverso quella che possiamo definire la sua eredità, raccolta e curata in primis dall’Associazione che porta il suo nome e formalizzata nel Premio cinematografico parimenti a lui intitolato e che viene da quattro anni a questa parte assegnato alla migliore tra le opere cinematografiche indipendenti e low budget, che si avvicinano appunto alla sua visione del mondo e del cinema.
Il Premio viene attribuito nella manifestazione che da 25 anni a questa parte è assurta al rango di vero e proprio festival del cinema indipendente italiano, una sorta di Sundance nostrano, il Trieste Film Festival, che nella prossima edizione avrà luogo nel capoluogo giuliano dal 17 al 22 gennaio 2014. L’antipasto di ieri del festival fiorentino ha fornito intanto un significativo “dietro le quinte”, attraverso l’incontro con i membri della giuria che ha valutato le opere in concorso nel Premio ed i loro autori, con visione in sequenza di alcuni di questi film. Interessantissima in particolare l’anteprima assoluta italiana de Il seminarista, film realizzato grazie al sostegno del Fondo Cinema della Regione Toscana che il regista Gabriele Cecconi ha dedicato all’amico Salani.

Anche chi scrive ha avuto la fortuna e il privilegio di avere avuto Corso Salani come amico fin dagli anni della adolescenza. Corso era un po’ come Firenze, la città dov’era nato nel 1961 (oggi avrebbe avuto 52 anni). Un mix originalissimo di talento artistico e di umanità capace di rinnovarsi ogni giorno e capace di mostrare sempre nuovi aspetti di sé nei momenti più impensati anche a chi ci aveva fatta l’abitudine per la lunga consuetudine.
Corso Salani poteva essere estroverso e timido nello stesso tempo, con un universo di cose da esprimere dentro di sé e la capacità di esprimerle in mille modi diversi, e tuttavia mai soddisfatto di quelli più comuni, tradizionali, sempre alla ricerca di forme espressive sue, particolari, che prendevano di sorpresa anche chi le aveva viste nascere fin dai primi scherzi tra amici.
Di quegli amici di vecchia data, nessuno si era sorpreso quando Corso aveva comunicato la sua intenzione di intraprendere la carriera artistica nella Decima Arte, il Cinema. Quello era il suo mondo e il suo destino, lo sapevamo tutti. Neppure sorprese la sua scelta di dedicarsi al cinema indipendente, dopo alcune prove d’attore non indifferenti come quel Rocco Ferrante che costituisce lo splendido alter ego del giornalista Andrea Purgatori nel Muro di Gomma di Marco Risi, 1991. Alzi la mano chi non si è commosso dal profondo del cuore quando nelle scene finali Corso-Rocco-Andrea detta il suo pezzo dal telefono fuori del tribunale dove il muro di gomma è stato per la prima volta sfondato.
Il cinema che interessava a Corso, che era nelle sue corde, era tuttavia un altro. Era il cinema indipendente, estremamente personalizzato, intravisto già nella sua opera prima Voci d’Europa, del 1989. Era quella commistione tra documentario e fiction, tra osservazione della realtà e sua rappresentazione poetica che avrebbe pervaso la sua opera fino ai suoi ultimi giorni, trovando la consacrazione nei Confini d’Europa, quei corto-mediometraggi in cui aveva riversato la sua celebrazione delle land’s end del nostro continente come luoghi limite dello stesso spirito umano, di incontro delle diverse incomunicabilità e del proprio sentirsi comunque fuori posto, spaesati. O nel poetico road movie Mirna, riproiettato ieri sera in streaming da Mymovies in collaborazione con la 50 giorni.
Non c’è mai differenza tra l’amore che si legge in un fotogramma e quello che si sente nel cuore”, diceva lui. “Non credo che ci sia molta differenza tra quello che filmo e quello che vivo”. Era vero. Aveva davvero un gran cuore Corso Salani, anche se fu proprio il cuore a tradirlo, lasciandolo a terra quella sera di metà giugno sul lungomare di Ostia. Per chi l’ha conosciuto come uomo ci sono i ricordi di una vita terminata per lui troppo presto. Per chi vuole ricordarlo come regista e ha perso l’appuntamento di ieri, c’è la Fondazione che porta il suo nome e per tutti appuntamento a Trieste a gennaio prossimo.




RACCONTAMI: La nascita della televisione

90 – 60. Non sono le misure di una pin-up, ma gli anni che ci separano dalla data di nascita ufficiale nel nostro paese della comunicazione di massa, i cui principali mezzi, in inglese mass media,  forse più di ogni altra cosa hanno rivoluzionato la società umana nel ventesimo secolo.
Era il 6 ottobre 1924 quando da uno studio più o meno improvvisato nei pressi di Piazza del Popolo a Roma la sig.ra Ines Viviani Donarelli pronunciò via etere le parole che costituiscono ufficialmente la prima trasmissione radiofonica di un’emittente ufficiale nella storia d’Italia. La radio era stata messa a punto negli anni a cavallo tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento dalla competizione tra geni come Nikola Tesla, Guglielmo Marconi e Julio Cervera.
Guglielmo Marconi
Dopo un ventennio di sperimentazioni pionieristiche e l’inevitabile impiego militare nella Prima Guerra Mondiale, i governi cominciarono a intuire le enormi potenzialità nel nuovo mezzo di comunicazione di massa anche nella società civile. Nel 1921 era nata la più antica radio della storia tutt’ora in attività, la BBC o British Broadcasting Corporation. In Italia si dovette aspettare tre anni prima che il governo fascista, presieduto dal grande comunicatore per eccellenza Benito Mussolini, favorisse – e monopolizzasse a colpi di decreto – la nascita delle trasmissioni radio, rigorosamente riservate allo Stato, attraverso l’U.R.I., Unione Radiofonica Italiana.
Fu appunto da un microfono cosiddetto “a catafaco installato” in un ammezzato in Via Maria Cristina a Roma, con le pareti fasciate di pesanti tendaggi ad attutire i rumori, che l’annunciatrice Viviani Donarelli alle ore 21,00 del 6 ottobre 1924 disse la storica frase:  "Unione Radiofonica Italiana, stazione di Roma Uno, trasmissione del concerto inaugurale". Dopo un quartetto d’archi di Haydn, il meteo e il notiziario, le trasmissioni terminarono quindi alle ore 22,30 perché l’autonomia delle valvole non permetteva di andare oltre.
Nel 1928 la Radio di Stato era diventata E.I.A.R., Ente Italiano Audizioni Radiofoniche.  La radio, intesa come mass media, fece la storia dell’Italia fascista e poi della Seconda Guerra mondiale. Attraverso le sue onde gli italiani appresero dal Duce della creazione dell’Impero, e poi che era giunta l’ora delle” decisioni irrevocabili”, l’entrata in guerra. Mentre proprio grazie alla radio Giorgio VI di Inghilterra superava il suo handicap della balbuzie nello storico “discorso del Re” a una nazione determinata a resistere a Hitler, Vittorio Emanuele III perse l’occasione di superare il proprio di handicap, una statura fisica misera come quella morale, e lasciò al Maresciallo Badoglio il compito di informare il suo popolo abbandonato a se stesso che era stato firmato l’armistizio ma che la guerra continuava. Cosa di cui gli italiani si stavano comunque accorgendo più per merito delle bombe che del nuovo mezzo di comunicazione. In compenso, grazie ai partigiani coordinati da Radio Londra, avevano fatto la loro comparsa le prime “radio libere”.
Dopo la guerra, l’E.I.A.R. divenne R.A.I., Radio Audizioni Italiane, e mantenne il monopolio a beneficio di uno Stato preoccupato di centellinare la ritrovata libertà al popolo sovrano. Di radio libere si tornò a riparlare 30 anni dopo il 25 aprile, allorché la sentenza n. 202 del 1976 della Corte Costituzionale abbatté per sempre il monopolio RAI. Ma a quel punto, la gloriosa radio aveva perso lo scettro di mass media per eccellenza. Una nuova diavoleria tecnologica era sopraggiunta a cambiare per sempre i nostri usi e costumi, e a fornire a qualsiasi attività umana un nuovo e più completo palcoscenico, una vera e propria “realtà virtuale”.
La parola “televisione”, formata da un prefisso greco (“tele” = “a distanza”) e da un sostantivo latino (visione, da “video”), era arrivata in Italia come traduzione dell’inglese. Lo scettro del primato culturale e tecnologico stava inesorabilmente passando nelle mani degli anglosassoni. Dopo aver sviluppato la radio, brevetto di un italiano e di uno jugoslavo, essi stavano mettendo a punto la nuova scatola che oltre al suono riproduceva le immagini. La prima trasmissione a distanza aveva avuto luogo a Londra nel 1925 presso il centro commerciale Selfridges, ad opera dell’ingegnere scozzese John Logie Baird.
Monoscopio RAI
La prima televisione a tubo catodico entrò in funzione invece nel 1927 a San Francisco, dove Philo Farnsworth aveva messo a punto un vecchio brevetto dell’ingegnere tedesco Ferdinand Braun. In Italia, l’EIAR cominciò nel 1934 a condurre le prime prove sperimentali di trasmissioni televisive a Torino in un teatro sperimentale. Nel 1939 entrò in funzione il primo trasmettitore televisivo da 2kw presso la stazione EIAR di Monte Mario, che utilizzava la tecnologia tedesca della Telefunken. Tutte queste sperimentazioni furono interrotte dalla guerra mondiale. Ci si accorse che le onde trasmesse interferivano con i sistemi di navigazione aerea, e la nascita della televisione in Italia fu rimandata a tempi migliori, anche perché le attrezzature dell’EIAR furono poi smantellate dalla Wehrmacht occupante e trasferite in Germania.
Dopo la Liberazione e la Ricostruzione, il momento della televisione in Italia arrivò il 3 gennaio 1954, quasi trent’anni esatti dopo la radio, allorché dagli studi del Centro di Produzione RAI di Milano la sig.ra Fulvia Colombo annunciò ai pochi fortunati che possedevano i primi apparecchi a tubo catodico che  “la Rai, Radio Televisione Italiana, inizia oggi il suo regolare servizio di trasmissioni televisive”.
La neonata televisione italiana rese subito un servizio gradito, facendo in tempo a trasmettere i Mondiali di Calcio del 1954 in Svizzera. Per raggiungere tutte le zone del territorio nazionale impiegò almeno altri due anni. Per inaugurare il secondo canale dovette attendere il 1961, quando già programmi come Lascia o Raddoppia di Mike Bongiorno e Il Musichiere di Mario Riva erano diventati fedeli e inseparabili compagni di molti italiani.
Nicoletta Orsomando, storica annunciatrice RAI
Negli anni 70 anche per la televisione arrivò la fine del monopolio di Stato, con le prime ”telelibere” più o meno nello stesso momento in cui si sperimentavano le prime trasmissioni a colori. Anche qui toccò ad un grande evento sportivo, le Olimpiadi di Montreal nel 1976, fare da apripista e teatro sperimentale, con il derby tra i sistemi PAL e SECAM. Pochi anni dopo nacque – non senza polemiche in certi casi sfociate in scontri, come quando dovette intervenire il premier Bettino Craxi nel 1984 per impedire un tentativo giudiziario di abbuiamento - il primo network commerciale ad opera del tycoon milanese Silvio Berlusconi.

Il resto è storia nota, la televisione che ha festeggiato ieri il suo sessantesimo compleanno ormai parla l’inglese commerciale delle pay-tv, pay per view, tv on demand. Il digitale ha sostituito il tubo catodico, e la vecchia scatola di Braun e Fansworth ormai si integra quasi completamente con i computer che stanno ereditando la Terra. Un mondo che anche un genio come quello di Nikola Tesla avrebbe probabilmente fatto fatica ad immaginare.

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RACCONTAMI: La rivoluzione delle musicassette

14 Settembre 2013

Tempo fa, uno spot azzeccato mostrava una musicassetta e una matita, e una didascalia che recitava: “i giovani d’oggi non sapranno mai che relazione c’è tra questi due oggetti”. Già, come si fa a spiegare ai ragazzi d’oggi, quelli degli mp3, che al tempo dei loro genitori la musica passava attraverso questi oggetti di modernariato che ogni tanto avevano bisogno di riavvolgimento manuale, quando il nastro si incagliava nel walkman, con il meno tecnologico dei sistemi, una matita appuntita infilata al centro di una delle due ruote della bobina?
Cinquanta anni fa la Philips introdusse sul mercato uno degli oggetti più rivoluzionari che la scienza moderna avesse mai messo a disposizione del consumo di massa, dapprima musicale poi d’ogni altro genere. Si trattava di un brevetto tedesco, in origine era stata la BASF, ex IGFarben (la famigerata industria bellica di Hitler) a produrre nastri magnetici su cui poteva essere inciso il suono in entrambi i due lati.
La Philips vi aggiunse il supporto, quel compact cassette trasparentemche rese il tutto originale, versatile, di facile utilizzo con i più disparati sistemi di riproduzione, dagli impianti stereo più sofisticati ai lettori da passeggio, gli walkman appunto. Era il 1963 quando i ragazzi si ritrovarono in mano il futuro. Negli anni del boom del rock e della musica come veicolo di modernità e di rivoluzione sociale, l’azienda olandese trovò più o meno consapevolmente la quadratura di un cerchio magico, mettendo alla portata degli adolescenti di tutto il mondo la fruizione di un qualcosa che fino a quel momento era stato al di fuori della portata delle loro tasche. E mettendoglielo a disposizione ovunque, in casa e soprattutto fuori, a scuola, al lavoro, a passeggio, a giocare, a correre, a fare l’amore.
Inizialmente, la Philips prima e le concorrenti poi misero in produzione nastri preregistrati, che trasferivano su supporto diverso la musica del vinile, con i suoi lati A e B. Ma la vera svolta si ebbe con la produzione delle cosiddette “cassette vergini”, registrabili con qualsiasi impianto stereo. Fino a quel momento, i ragazzi si trovavano a casa dei pochi fortunati che potevano permettersi l’acquisto degli LP a 33 giri. Da quel momento in poi, i pochi fortunati dettero il via al più massiccio, incontrastato e incontrastabile fenomeno di pirateria musicale della storia, duplicando i vinili a beneficio di tutti gli amici con buona pace delle varie SIAE mondiali, 26/2/2014 50 anni fa la rivoluzione delle musicassette che sapevano di aver di fronte una battaglia persa. La musica diventò definitivamente un fenomeno di massa ancor più di quanto la radio, Woodstock ed il Rock avessero saputo fare.
Con l’avvento del walkman tascabile della Sony nel 1979 ed il proliferare delle autoradio dotate di riproduttore di cassette, erano veramente pochi i posti in cui la nostra musica preferita (e spesso a costo zero) potesse seguirci, splendida colonna sonora di una splendida giovinezza in un mondo che si apriva ad una tecnologia di cui ancora vedevamo soltanto i lati e le conseguenze positive. Nel frattempo, l’avvento faticoso ma inarrestabile dell’informatica individuava per le cassette nuovi campi di applicazione, i primi Commodore utilizzavano le cassette come supporto per i dati.
Il regno delle musicassette era destinato a durare più di 30 anni, e poteva essere interrotto soltanto da un altro evento epocale. Non l’avvento dei CD audio, che inizialmente costavano quanto e più dei dischi in vinile e non erano masterizzabile, ma bensì a partire dal 2000 quello della musica digitale, gli mp3, contro cui i vecchi nastri (a parità di costo zero, grazie ai vari Napster, Emule & C.) non avevano più possibilità di combattere.
Nell’ultimo decennio la Sony ha messo fuori produzione i Walkman e soltanto la National Audio Company di Springfield, U.S.A., fabbrica ancora le cassette a nastro. A sentire la quale, ne produce e ne vende ancora circa 100.000 pezzi all’anno, una cifra sbalorditiva. Evidentemente, non sono soltanto i genitori cinquantenni (con le loro collezioni registrate in più di trent’anni) gli aficionados del nastro e della matita per riavvolgerlo. Per il vintage, o l’oblio, c’è ancora tempo.

Il Caso Mattei

Il 27 ottobre 1962 un aereo Morane-Saulnier MS-760 Paris decollato da Catania e diretto a Milano precipitava nelle campagne di Bascapé, in Provincia di Pavia, mentre era in corso un violento temporale. I suoi occupanti, il pilota Irnerio Bertuzzi, il giornalista inglese William McHale ed il manager italiano Enrico Mattei morirono tutti nell’incidente. Alcuni testimoni assistettero alla sciagura, uno di questi in particolare, il contadino Mario Ronchi, affermò sul momento di avere visto l’aereo esplodere in volo, salvo poi ritrattare la propria testimonianza.
Con Enrico Mattei (foto a sinistra), presidente dell’Ente Nazionale Idrocarburi (E.N.I.), moriva non soltanto uno dei personaggi più affascinanti e prestigiosi dell’Italia della Ricostruzione e del Boom economico nel secondo dopouerra, ma addirittura il sogno italiano di diventare un paese autonomo per l’approvvigionamento delle fonti di energia e quindi di potenziare lo sviluppo industriale fino a renderlo veramente concorrenziale con quello dei principali paesi occidentali alleati-rivali.
Fino alla fine della seconda guerra mondiale, l’estrazione e la vendita del petrolio greggio era stata praticamente monopolio delle cosiddette Sette Sorelle, un cartello di compagnie americane ed inglesi che praticamente controllava il mercato mondiale. E che quindi aveva in mano, per sé e per i paesi di appartenenza, l’economia del pianeta. L’Italia, dalla fine dell’Ottocento fino a tutto il periodo del Fascismo, era stata soprattutto a guardare.
Nonostante avesse messo le mani sulla Libia, che dopo la fine del periodo coloniale si sarebbe rivelata uno dei maggiori produttori dell’Oro Nero, non aveva tratto alcun beneficio in tal senso dalla propria dominazione, sembrando quasi disinteressarsi della questione. Studi storici recenti hanno addirittura avanzato l’ipotesi che le maggiori autorità italiane, leggasi il Re e il Duce, fossero state “finanziate” dalle Sette Sorelle all’esplicito scopo di non interferire con il mercato petrolifero. Il Regime aveva sì istituito l’Agip nel 1926, nel quadro della propria politica industriale dirigista, ma i risultati in termini di approvvigionamento energetico erano stati estremamente modesti, e i risultati si erano visti durante il conflitto mondiale.

Alla caduta del Fascismo, uno dei primi provvedimenti dei governi della Liberazione fu quello relativo alla messa in liquidazione dell’Agip, ente italiano per la estrazione, lavorazione e distribuzione dei petroli, e delle sue controllate come la SNAM, che si occupava della estrazione del metano. La scelta cadde su un giovane imprenditore del settore chimico che negli ultimi anni del regime mussoliniano aveva raggiunto una certa notorietà, diventando addirittura fornitore delle Forze Armate. Enrico Mattei, originario di Acqualagna nel Pesarese, alla fine della guerra era un personaggio insieme prestigioso e controverso.
Nonostante fosse stato iscritto originariamente al Partito Fascista, dal 1943 al 1945 aveva militato come partigiano mettendosi in luce per le sue qualità organizzative e stringendo buonissimi rapporti con quelli che sarebbero diventati esponenti di rilievo delle future forze politiche repubblicane, a cominciare da Luigi Longo, futuro segretario del Partito Comunista Italiano. Come diceva Montanelli, Mattei era soprattutto un personaggio capace di trarre il maggior profitto per sé e per le proprie imprese dal governo in carica.
Nel 1945, mentre il ministro Merzagora lo nominava commissario liquidatore dell’Agip e dall’altra parte l’Avvocatura dello Stato lo metteva sotto inchiesta come presunto profittatore di regime, Mattei dimostrava di essere oggettivamente un passo avanti a tutti con l’intuizione che, lungi dall’essere dismesso, l’ente produttore di petrolio di stato doveva continuare, e anzi essere potenziato. L’ingegner Zammatti, che aveva guidato l’Agip fino a quel momento, lo convinse in tal senso rivelandogli l’esistenza di alcuni pozzi di petrolio sul territorio italiano, fino a quel momento misteriosamente secretati. Altra spinta alla sua decisione fu data dall’offerta, molto generosa, avanzata da compagnie americane circa l’acquisto del’Agip, attrezzature comprese. La pulce era ormai nell’orecchio di Mattei, che da quel momento mise in campo tutta la sua abilità non solo per salvare l’ente, ma addirittura per potenziarlo.
Nel giro di pochi anni, Mattei – nel frattempo schieratosi con la Democrazia Cristiana senza tuttavia rompere i rapporti con le sinistre – arrivò a fondare l’E.N.I., Ente Nazionale Idrocarburi, che avviò una politica incalzante di ricerca ed estrazione del metano (scoperto nella pianura padana) e del petrolio (trovato a Cortemaggiore, in provincia di Piacenza, e poi in altre località), nonché di costruzione a tamburo battente dei metanodotti e oleodotti con cui i combustibili venivano portati alle raffinerie e quindi all’utenza. Nel 1952 fece la sua comparsa nel panorama nazionale e nell’immaginario collettivo il cane a sei zampe, che divenne presto uno dei simboli della rinascita italiana e di quel suo decollo industriale poi chiamato boom.
Più o meno nella stessa epoca prese forma e sostanza la politica estera (spesso autonoma da quella governativa) di Mattei, tesa a stringere rapporti con paesi africani, quali la ex colonia Libia, e asiatici come il turbolento Iran scosso da colpi di stato e rivoluzioni, al fine di strappare contratti di approvvigionamento petrolifero vantaggiosi per l’Italia e al di fuori del controllo opprimente delle Sette Sorelle. Questa politica, destinata a metterlo in rotta di collisione con gli stessi alleati americani, inglesi e francesi dell’Italia, ebbe il suo culmine durante la Guerra d’Algeria, che vide praticamente l’E.N.I. schierata con il Fronte di Liberazione Nazionale algerino.
Nel 1962, al culmine della Guerra Fredda e della lotta anticolonialista del Terzo Mondo, Mattei era oggettivamente un fattore destabilizzante dell’Area NATO ed un personaggio scomodo per lo stesso governo italiano. Il suo atteggiamento, opportunamente rappresentato dal quotidiano da lui fondato, Il Giorno, un giornale estremamente innovativo e subito di successo presso l’opinione pubblica, era ormai antagonista alle forze politiche governative italiane, in quel momento prese dalla necessità di far “passare” in modo indolore in ambito “atlantico” la svolta di centro-sinistra di Fanfani.
Bascapé, 27 ottobre 1962
Pare che, salutando la moglie la sera del 26 ottobre 1962 al momento dell’imbarco per Catania, Mattei le sussurrasse l’eventualità che avrebbe potuto non tornare. A Bascapè, le indagini si orientarono verso la disgrazia causata dalla fatalità e dal temporale, e chi come Ronchi all’inizio aveva visto qualcos’altro, ben presto si convinse (o fu convinto) di aver travisato. Si dovette attendere il 1997, con il ritrovamento di nuovi reperti e le conseguenti analisi condotte con tecniche moderne, perché in un mondo ormai affrancato dalla Guerra Fredda e profondamente cambiato dall’epoca delle Sette Sorelle emergesse una nuova verità. Dopo otto anni, nel 2005, la nuova indagine concluse che a bordo del velivolo che trasportava Mattei ci fu un’esplosione, di cui resistevano tracce perfino sull’orologio e sull’anello del presidente dell’E.N.I. La perizia svolta dal Politecnico di Torino per conto delle autorità inquirenti accertò che una bomba di circa 150 grammi di tritolo era stata posta nel cruscotto dell’aeroplano e si era attivata in fase di atterraggio.
Mattei, in procinto di sottoscrivere un accordo di produzione con la neonata Algeria indipendente, fu eliminato dalla Mafia, stando alle rivelazioni che il pentito Buscetta fece in seguito al pool di Caponnetto a Palermo. Il giornalista Mauro De Mauro, ex collaboratore del Giorno di Mattei e consulente del regista Francesco Rosi che girò il film Il Caso Mattei (con il quale tentò una prima sistemazione del materiale emerso – e trascurato - dalle indagini sulla sciagura di Bascapè), non fu una misteriosa vittima di Mafia, ma nient’altro che la seconda vittima dello stesso Caso Mattei. Seguita da altre, che indagarono sul Mistero dei Misteri, da Carlo Alberto Dalla Chiesa al Commissario Boris Giuliano capo della Mobile di Palermo, fino allo stesso Pier Paolo Pasolini, che pare nell’ultima parte della sua vita avere indagato in proprio sulla morte di Mattei. La sua ultima opera, curiosamente, si chiama Petrolio.

Nel 1962, Enrico Mattei era senza ombra di dubbio una figura determinante per l’equilibro del potere nel mondo occidentale, e non solo. A Bascapè la Storia cambiò radicalmente. Non sapremo mai esattamente in che misura, ma è certo che il sogno di uno sviluppo industriale ed energetico italiano autonomo finì lì.

Lavori in corso alla Scala del Calcio



Non si può vincere sempre. Soprattutto quando sarebbe la quarta volta consecutiva sullo stesso campo, quello che una volta veniva definito nientemeno che la “Scala del Calcio”. Tre anni fa una Fiorentina che lottava per non retrocedere (e soprattutto per non sprofondare nel ridicolo e negli schiaffi) eliminò a sorpresa dalla corsa scudetto un Milan lanciatissimo. Nei due anni successivi Milan-Fiorentina era stato soprattutto il Borja Valero Show (purtroppo regolarmente vanificato dal match di ritorno).
Stavolta la Fiorentina porta via da San Siro un punto. E’ il classico bicchiere mezzo pieno. Ognuno può guardare la metà che preferisce, avendo comunque la sua parte di ragione. Per come si erano messe le cose, è un punto ottimo, che muove una classifica che cominciava a farsi preoccupante dopo un avvio di campionato che definire balbettante è un eufemismo. Il Milan quest’anno è una squadra decisamente rimotivata e rimessa in campo decentemente da Pippo Inzaghi, non più la banda di mestieranti allo sbaraglio del crepuscolo di Allegri. I rossoneri scendono in campo con la bava alla bocca, confidando – finché regge loro il fiato – sugli estri di un rigenerato El Sharawy e dell’ottimo acquisto Menez, oltre che sulla provvidenziale venuta meno di Mario Neuro-Balotelli. Quest’anno, soprattutto in casa loro, crediamo che regaleranno molto poco.
Il vantaggio rossonero di De Jong
La Fiorentina è quella che sappiamo. Lentamente sta ritrovando forma, determinazione e motivazione, di squadra e dei singoli. Il problema è che non ha attacco e a volte si dimentica di avere anche una difesa. La disattenzione che porta de Jong a segnare di testa circondato da tre difensori viola a cui rende diversi centimetri fa il paio con quella che ha mandato la Lazio in vantaggio la domenica precedente, e poteva costare altrettanto cara.
A quanto pare, i viola almeno un regalo a partita si sentono obbligati a farlo, a  qualsiasi avversario. Dopo di che la notte si fa regolarmente più buia, perché il gioco della Fiorentina dall’inizio della gestione Montella di spettacolo ne produce quanto se ne vuole, ma di gol veramente pochi. A ben vedere, la classifica attuale dei gigliati dipende da tre tiri da lontano: Kurtic con l’Atalanta, Babacar con l’Inter e Ilicic ieri con il Diavolo rossonero.
Senza la prodezza dello sloveno, che finalmente ha giocato due partite di fila a parziale altezza della propria fama e soprattutto della cifra che è costato alla Fiorentina ingaggiarlo, probabilmente saremmo qui adesso a commentare un’altra sconfitta, perché i ragazzi in viola hanno dimostrato anche a San Siro la consueta idiosincrasia a rendersi pericolosi dalla tre quarti avversaria in su.
Il Milan l’attacco ce l’avrebbe, e nel primo tempo – gol a parte – mostra di potersi rendere più pericoloso della Fiorentina. Poi nella ripresa il fiato gli viene a mancare, le sue ripartenze naufragano sui muscoli inaciditi, la Fiorentina può uscire con i suoi palleggiatori e riprendersi quel possesso palla su cui ha costruito in passato le sue fortune.
Peccato che di entrare in area ed impensierire Abbiati non se ne ragioni proprio, anzi, sono proprio i due uomini migliori fin qui – Aquilani e Cuadrado – a fare più fatica in mezzo alla fisicità del centrocampo milanista. Muntari andrebbe richiamato fin dai primi minuti, ma anche gli altri, anche se più correttamente, non scherzano.
Ecco allora che le speranze viola di raddrizzare partita e classifica dipendono tutte dalla soluzione da fuori area. Considerato che calci d’angolo e punizioni sono diventate tabù e che per farsi dare un rigore è necessario entrare in area e poi subire fallo (e comunque è già tanto che l’arbitro Banti diriga la partita senza sviste, negandolo al Milan il rigore per evidente simulazione in un paio di circostanze), bisogna provarci da lontano. Va male ad Aquilani, Cuadrado non sfonda, e dunque la mossa del cambio tra sloveni, Ilicic per Kurtic, finisce per rivelarsi azzeccata.
Il pareggio viola di Ilicic
Fin dal momento in cui batte il “cinque” al connazionale, Josip Ilicic appare con una determinazione dipinta sul volto che non gli conoscevamo nelle precedenti apparizioni. Come già giovedi a Salonicco, gli spazi lasciatigli dagli avversari sono sufficienti a permettergli qualche giocata di classe, pur ai suoi ritmi compassati. Quando la palla gli giunge su sciagurato rinvio di De Sciglio, il “bradipo” non perdona.
La mezz’ora finale è come un match tra due pugili esausti, che si scambiano gli ultimi colpi alla cieca. Batti e ribatti continuo, risultato che appare in bilico e che potrebbe cambiare da un momento all’altro. Sarebbe anche una partita divertente se non fosse giocata alla “viva il parroco”, con le due squadre che si fanno un dovere di non indovinare un passaggio che sia uno. Ci sarebbero intere praterie aperte ai rispettivi contropiedi, ma nessuna delle due è in grado di arrivare nell’area avversaria con un minimo di decenza.
In questa gara allo svarione, brillano due gesti tecnici che riportano alla mente il bel calcio che fu, un controllo volante di tacco del “niño” Fernando Torres e un palleggio volante tra Aquilani e Borja Valero. Perle in un deserto costellato di troppi strafalcioni.
Alla fine il pareggio è giusto. Banti fischia a metà dell’ultima azione con la Fiorentina in attacco e Borja Valero che stava caricando il destro da trenta metri. Forse l’arbitro livornese non ne può più nemmeno lui della sagra delle pallonate. Né Inzaghi né Montella hanno del resto idee e soluzioni per far propria l’intera posta.
Anzi, il tecnico viola ha mostrato chiaramente le sue intenzioni a un quarto d’ora dalla fine, quando risponde alle evidenti difficoltà del Milan di contrastare la sua squadra a centrocampo togliendo l’unica punta Babacar per il centrocampista di puro contenimento Badelj. E’ il calcio italiano, bellezze. Il punticino è sempre il punticino, e il giovine Montella deve aver pensato che era già grassa ad aver segnato un gol, con questi chiari di luna.
Peccato che i vecchi, consumati manuali del calcio insegnavano e insegnano tutt’ora che una punta fisicamente prestante come il “Baba” si tiene sempre in campo, anche esausta, per mantenere la squadra alta. Che infatti, uscito lui, si è ritrovata costretta trenta metri più indietro.
Undici punti, intanto, e undicesimo posto. Torneranno tempi migliori? Speriamo. Mercoledi intanto c’è Di Natale. Dubitiamo che Stramaccioni ci farà il regalo di non metterlo in campo.