domenica 30 novembre 2014

Cagliari finalmente viola

Se Verona è il centro benessere della Fiorentina, Cagliari è la sua Nemesi. La parola, di origine greca, significa evento negativo che si verifica puntualmente dopo un periodo positivo. A Cagliari, insomma, si perde, anche nelle annate migliori. Al Sant’Elia, ma anche a casa nostra a Firenze, contro il muro dei rossoblu si sono quasi sempre infranti i nostri sogni. Dai tempi di Gigi Riva, che strappò via dalle maglie viola il secondo scudetto, a quelli di Franco Selvaggi, che impedì sempre ai viola di cucirsi sulle maglie il terzo.
Per citare soltanto gli episodi più famosi, perché ce ne sono stati altri nel tempo. Nella scorsa stagione fu proprio il Cagliari a segnare in negativo una stagione viola che avrebbe dovuto essere trionfale. All’andata, i rossoblu picchiarono come fabbri, tra le vittime ci fu proprio Maro Gomez che fu messo fuori gioco per due terzi di campionato. Al ritorno la rincorsa al terzo posto di una Fiorentina che aveva imparato a fare a meno delle sue punte fu frenata da una brutta prestazione in Sardegna al cospetto di rossoblu scatenati.
Nemesis è un termine che implica un destino negativo che non si può scongiurare. O quasi. Viene il giorno in cui tuttavia si può affrontare il destino e rovesciarlo, se lo si affronta senza fatalismo. Oppure se semplicemente si schierano in campo le proprie forze con intelligenza e determinazione. Mettendo dentro gli uomini più in forma e motivandoli a dovere.
Qualcosa è scattato nella testa di Vincenzo Montella. Finito il periodo delle “dimostrazioni” tese a significare a società e tifosi quanto scontento fosse della squadra che si ritrova in mano per la terza stagione, dopo l’ultima sosta della Nazionale è arrivato per lui finalmente il momento di ottimizzare quella squadra, di farla rendere al meglio, visto che poi tanto male non è, specialmente in un campionato ormai mediocre come il nostro.
E così, reso il doveroso tributo con tanto di abbraccio al suo vecchio allenatore dei tempi romani Zdenek Zeman, non gli ha offerto però il cortese omaggio già fatto ad altri di bloccare le potenzialità offensive della squadra viola con “falsi nueve” ed altre amenità, ma ha messo sul terreno di gioco i migliori, incitandoli a ripetere le ultime prestazioni di Verona e Guingamp (quest’ultima almeno per il primo tempo).
Neto, Savic, Gonzalo, Basanta e Alonso sono in questo momento il meglio che la Fiorentina ha in difesa. Il miglior centrocampista, Aquilani, va a sedersi in panchina, ma i Borja Valero, i Pizarro e i Mati Fernandez che vanno in campo oggi sono decisamente migliori di quelli visti finora dall’avvio di questo campionato. Davanti Joaquin e Cuadrado sono quanto di meglio abbiamo in attacco, lo spagnolo che non sente lo scorrere del tempo ed il colombiano che smania per ritornare al suo tempo migliore, quello della scorsa stagione. Mario Gomez poi ha bisogno di ridiventare Mario Gomez, e per farlo deve giocare più che può.
Formalmente sarebbe un 3-5-2, di fatto è come nei primi minuti a Guingamp una Fiorentina che sta ritrovando confidenza con possesso palla e schemi di gioco offensivo, che aggredisce le partite prima che gli avversari aggrediscano lei, che finalmente mette la palla in rete alla prima occasione o quasi, senza farsi avvilire da occasioni sprecate in serie. Il Cagliari di Zeman, rispetto a quello della scorsa stagione, picchia molto meno e gioca molto di più. Fino al 50° minuto, è perfettamente in partita. Una partita equilibrata e finalmente divertente, che i viola hanno il merito di indirizzare subito dalla loro parte ma che se i rossoblu fossero più bravi o forse più fortunati potrebbero riacchiappare in virtù del loro gioco fatto di ripartenze micidiali. Ibarbo è un’ira di dio, Savic, Basanta e Gonzalo devono fare gli straordinari per chiudere su di lui, Pisano, Cossu e Farias.
Ma stavolta la Nemesi distribuisce il suo favore ai viola, regalando loro una delle vittorie in trasferta più eclatanti della loro storia, quasi a compensazione di tante delusioni passate. Stavolta la Nemesi riporta in auge personaggi quasi dimenticati, o sulla via di esserlo. Il migliore in campo è Joaquin, Montella ormai non ci dirà mai cosa aspettava ad impiegarlo. Lo spagnolo sembra tornato la Furia Rossa di un tempo, la sua prestazione fa quasi impallidire quella di Cuadrado, che tuttavia si danna l’anima per liberarsi dai suoi ritardi attuali, fisici e mentali, oltre che dei raddoppi avversari, ed alla fine ci riesce alla grande.
Il punteggio viene sbloccato però dal funambolo cileno che ha brillato a Firenze solo per brevi periodi. Qualcuno già etichettava Matias Fernandez come giocatore da calcio a cinque. L’ex Colo-Colo prende in mano la situazione fin dal primo calcio di punizione, piegando quasi le mani al portiere rossoblu Cragno. Sul secondo, il ragazzo di Fiesole trapiantato in Sardegna si fa sorprendere dalla traiettoria alla Rui Costa del cileno. La palla finisce in rete, Mati viene abbracciato dai compagni mentre spedisce un bacio a qualcuno. La porti un bacione a Firenze, o almeno a chi ha creduto in lui fino ad adesso.
La Fiorentina potrebbe giocare a questo punto in contropiede, ma proprio non le è congeniale. Il gioco ormai è quello, possesso palla ed accelerazioni. Almeno, quando è svolto con la padronanza di oggi, è un gioco produttivo. Il Cagliari potrebbe farle male con Ibarbo e lo sciagurato Farias, che ad inizio ripresa si mangia due gol fatti, salvati alla disperata dal soldato Savic. La legge del calcio si conferma in questo caso implacabile: gol mancato gol subito. Il Cagliari meriterebbe il pareggio ma la Fiorentina sta meritando di rimanere in vantaggio. Un’azione insistita dei viola, una delle tante, si conclude fuori area sui piedi del buon Mati, che si ricorda di avere i numeri per tirare in porta e lo fa. E’ la sua giornata, quella che forse ricorderà a lungo. Rasoiata all’angolino sinistro di Cragno, due a zero, Fiorentina che vede allontanarsi lo spettro di Guingamp ed al suo posto appressarsi una cavalcata trionfale.
Il Cagliari accusa la mazzata e con il calo di fiato e di morale mette in mostra i limiti del calcio di Zeman. Per i viola nella difesa rossoblu si apre un’autostrada a quattro corsie. Appare chiaro a questo punto che in contropiede la Fiorentina può segnare una sporta di gol. Montella ritarda i cambi, le cose per i suoi vanno talmente bene che ha quasi una remora a togliere uno qualsiasi dei suoi pezzi. Alla fine entra Aquilani a razionalizzare il possesso palla a centrocampo a spese dei numeri di Mati Fernandez, l’eroe di giornata. Joaquin rimane in campo, spesso nelle azioni di ripartenza si fa addirittura vedere come il più lesto a rovesciarsi in area avversaria. Borja sembra ritrovare a poco a poco la confidenza con la regia avanzata, un suo break a metà ripresa meriterebbe miglior sorte della ciabattata che Mario Gomez indirizza in curva.
Non c’è tempo di disperarsi per Marione. Il suo problema è solo psicologico, per due volte ha anche tolto di porta la palla scagliata da compagni, ci sarebbe di che avvilirsi. Ma il ragazzo di Germania ha carattere, alla fine gli capita la stessa palla che a Verona era finita sulla traversa. Stavolta Supermario si fa mezzo campo fino davanti al portiere avversario. Lì giunto, ha ancora lucidità per ignorare Joaquin meglio piazzato e per spedire nell’angolino sinistro. Un gran gol, che come dirà lui stesso dopo la partita gli leva dalle spalle un peso immane. Dopo oltre 250 giorni il tabellino del suo score torna a muoversi, il sorriso torna sul suo volto, i pugni al cielo.
Sul tre a zero, Montella decide che è il caso di mettere la testa alla Juventus, che renderà visita alla Fiorentina venerdi prossimo. Savic e Cuadrado sono diffidati. Dapprima è il serbo a lasciare il posto al connazionale Tomovic, poi è il colombiano ad uscire per Vargas, ma non prima di aver segnato in contropiede il quarto, splendido gol, con un tocco potente e piazzato alla sua maniera.
Va tutto bene alla Fiorentina adesso. Perfino l’arbitro Calvarese dirige senza sbavature, neanche lontano parente del Calvarese che nella scorsa stagione fece infuriare Firenze regalando al Napoli una vittoria immeritata e beffarda. Il resto lo fanno gli attaccanti rossoblu che proprio non ce la fanno a mettere nella porta viola il gol della bandiera, malgrado la Fiorentina non infierisca più, né in attacco né in difesa. Un quinto splendido gol viene annullato comunque ad Aquilani per fuorigioco, peccato per il gran tiro al volo del numero 10 su assist preciso di Pizarro.
Finisce così, la Fiorentina si ritiene paga dei doni della Nemesi, non infierisce e non affonda più. Meglio tenere qualche colpo in serbo per venerdi prossimo. Arriva la Juve, come si è detto, per la madre di tutte le partite. Nel frattempo, la zona Europa League è a tre punti, quella Champion’s –occupata dal sorprendente Genoa di Gasperini (come dire, si potrebbe anche fare) – è a soli quattro.

E’ un campionato assurdo, stranissimo. Sognare o disperarsi è questione di un attimo. Se il tempo dei capricci è finito, se gli uomini migliori stanno tornando, forse qualcosa si può combinare davvero.

Quando la Toscana abolì, prima al mondo, la pena di morte

«Abbiamo veduto con orrore con quanta facilità nella passata Legislazione era decretata la pena di Morte per Delitti anche non gravi, ed avendo considerato che l'oggetto della Pena deve essere la soddisfazione al privato ed al pubblico danno, la correzione del Reo figlio anche esso della Società e dello Stato, della di cui emenda non può mai disperarsi, la sicurezza nei Rei dei più gravi ed atroci Delitti che non restino in libertà di commetterne altri, e finalmente il Pubblico esempio; che il Governo nella punizione dei Delitti, e nel servire agli oggetti ai quali questa unicamente è diretta, è tenuto sempre a valersi dei mezzi più efficaci col minor male possibile al Reo ...avendo altresì considerato, che una ben diversa Legislazione potesse più convenire alla maggior dolcezza, e docilità di costumi del presente secolo.....Siamo venuti nella determinazione di abolire come Abbiamo abolito con la presente Legge per sempre la Pena di Morte contro qualunque Reo.. »
Alla fine, il Secolo dei Lumi produsse il suo progresso di civiltà più alto. Non lo fece a Parigi, dove i Philosophes e gli Enciclopedisti dall'inizio del XVIII secolo spargevano i semi che stavano per far deflagrare la Rivoluzione Francese. Non lo fece a Londra, dove la Gloriosa Rivoluzione aveva prodotto da tempo un liberalismo che era già allora il “brodo di coltura” del mondo moderno e della libertà. Non lo fece nelle Colonie americane, dove proprio la libertà stava celebrando il suo primo trionfo, e uno dei più grandi della storia. Non lo fece a Vienna o a Berlino, dove la grande Maria Teresa o il grande Federico II avevano incarnato quel sovrano ideale che l'Illuminismo aveva sognato alla guida di un mondo pronto finalmente per uscire dalla barbarie dei secoli bui e a dare attuazione concreta ai precetti cristiani.
Lo fece in riva all'Arno, a Firenze. Il Granduca di Toscana Pietro Leopoldo, nono figlio della grande Imperatrice d'Asburgo e del duca Francesco di Lorena che aveva ereditato la corona degli ultimi Medici, fu davvero l'uomo del destino atteso per decenni dagli illuminati di tutta Europa. Alla vigilia della sua incoronazione, nel 1764, Cesare Beccaria aveva potuto pubblicare proprio a Livorno la sua opera leggendaria, Dei delitti e delle pene, la base filosofica del diritto moderno, che aveva come punto cardine del suo programma di riforma degli ordinamenti europei proprio l'abolizione della pena di morte.
Pietro Leopoldo, per i toscani Leopoldo I, regnò beneamato sul Granducato dal 1765 al 1790, quando la mancanza di eredi al trono asburgico lo richiamò a Vienna. Il suo breve regno come Imperatore annoverò altri successi, ma il nono figlio di Maria Teresa era destinato  a rimanere nella storia dell'umanità per quel suo decreto del 30 novembre 1786, quando ancora sovrano del solo Granducato aveva per primo posto fine alla più grande delle barbarie, che risaliva alla notte dei tempi.
E con lui la Toscana, che vanta molti primati storici in molti campi, ma che solo nel 2000 ha finalmente dato la giusta enfasi a quello probabilmente più importante, con la legge approvata dal Consiglio Regionale che istituisce la Festa della Regione Toscana, celebrata al pari di altre ricorrenze importanti con la sospensione delle lezioni scolastiche. Il primo anno, quello in cui si chiudeva il vecchio millennio carico di tanti orrori e si apriva quello nuovo carico di tante speranze, le campane a Firenze suonarono a distesa alle  17,00, ora in cui secondo le cronache fu promulgato l'editto granducale che aboliva “per sempre” la pena capitale, la tortura, la mutilazione e quant'altro di barbaro sopravviveva negli ordinamenti giuridici. Una festa in cui laicità e religiosità si incontravano finalmente senza rivalità, ma anzi con eguale soddisfazione.
Dopo più di due secoli, l'esempio di Pietro Leopoldo di Lorena e del piccolo Granducato di Toscana che rimise sotto i riflettori la città dove aveva preso il via il Rinascimento stenta ad essere seguito in un mondo per quasi tutto il resto globalizzato e in via di uniformazione di culture, usi, costumi. Secondo Amnesty International sono solo 89 gli Stati che hanno abolito completamente la pena di morte. In 68 Stati essa è ancora prevista dal codice penale ed effettivamente utilizzata (tra queste, gli Stati Uniti d'America, per molti altri aspetti pilastri della civiltà moderna), 30 Stati mantengono la pena di morte anche per reati comuni ma di fatto non ne hanno fatto uso per almeno 10 anni, in 10 Stati è in vigore ma solo limitatamente a reati commessi in situazioni eccezionali, ad esempio in tempo di guerra.

L'Italia abolì la pena di morte con la Costituzione del 1948. Prima, anche durante il regime fascista, era prevista soltanto in caso di attentato al Re e al Duce, oppure in caso di delitti particolarmente efferati. Di fatto non era stata comminata neppure in caso di regicidio. Quando Gaetano Bresci uccise Umberto I nel parco reale di Monza fu poi condannato all'ergastolo. E' uno dei pochi primati morali e culturali che sopravvivono al nostro paese, ed in particolare a quella tra le sue città che si vanta di aver dato origine alla sua lingua e a molta parte della sua attuale cultura.

venerdì 28 novembre 2014

Impresa viola in Armorica



Nel 50 avanti Cristo tutta la Gallia è occupata dai Romani… Tutta? No! Un villaggio dell'Armorica, abitato da irriducibili Galli, resiste ancora e sempre ...
Cominciavano così le avventure di Asterix il Gallico, sceneggiate da René Goscinny e disegnate da Albert Uderzo. Quando ci deliziavamo da piccoli con le loro bandes dessinées, o fumetti, non potevamo mai immaginare che un giorno, nel 2014 dopo Cristo, di affrontare quella tribù di irriducibili galli sarebbe toccato nientemeno che alla Fiorentina, lungo la strada per la qualificazione ai sedicesimi di finale di Europa League.
Dai tempi di Giulio Cesare, il villaggio della Cotes-d’Armor, dipartimento della odierna Bretagna, ha perso molto del suo smalto, se è vero che la sua squadra di calcio, orgogliosamente denominata En Avant de Guingamp, ha fino ad oggi collezionato pochissime partecipazioni al campionato maggiore francese, la Ligue 1, e due sole vittorie della Coppa di Francia, l’ultima nel 2009 allorché militava nella Ligue 2, la serie cadetta d’Oltralpe.
Anche nella stagione in corso i bretoni non è che se la passino granché bene, se è vero che figurano attualmente al diciannovesimo e penultimo posto della classifica, in piena zona retrocessione. E il primo quarto d’ora della partita – decisiva per il passaggio del turno – che li oppone alla Fiorentina chiarisce subito perché. I viola arrivano allo stadio Roudourou forti dei dieci punti con i quali guidano il girone di eliminazione dopo quattro partite giocate, gliene basta un altro per avere la certezza del passaggio ai sedicesimi, con una vittoria il primo posto è al sicuro.
Vincenzo Montella opta per un turnover parziale ma doveroso, domenica la banda viola è attesa a Cagliari da un confronto tradizionalmente ostico, anche nelle annate migliori, cosa che questa in corso non è stata di certo almeno finora. Con Tatarusanu tra i pali, la difesa si schiera a quattro con Richards, Basanta, Tomovic e uno a turno tra Kurtic e Lazzari, anche se il modulo non è certissimo visto che lo sloveno più volte durante il corso della partita chiederà conferma al suo allenatore se il sistema di gioco è 4-4-2 o 3-5-2.
Il centrocampo fa a meno di un Pizarro ancora in cerca della condizione, spedito in tribuna, e di un Borja Valero che la sta lentamente ritrovando, spedito infreddolito in panchina. Al loro posto il redivivo Aquilani e Badelj, affiancati dall’ariete Vargas e da chi tra Kurtic e Lazzari non è indietro a dare mano alla difesa. In avanti, fiducia a Khouma El Babacar e al talento finora inespresso di Marko Marin, che in molti aspettano come possibile deus ex machina (tradotto in italiano, leva-castagne-dal-fuoco) in sostituzione di un ancora lontano Giuseppe Rossi.
Per la verità, nel primo quarto d’ora non c’è bisogno di parlare di schemi o di tattiche di gioco. La Fiorentina sorprende gli avversari avventandosi sulla partita con una foga e una lucida cattiveria che fanno stropicciare gli occhi ai suoi tifosi, sia i 300 giunti fino quassù nella fredda Armorica sia i moltissimi rimasti a casa ad assistere ad un altro passo in avanti verso la rinascita viola sugli schermi della Pay-TV (a proposito, pare che finalmente al prossimo turno tocchi anche alla Fiorentina essere trasmessa in chiaro, non è mai troppo tardi).
Dapprima Marin si mangia un gol quasi fatto con la porta spalancata in contropiede, poi – siamo ancora al sesto minuto -  una percussione di Babacar ribattuta alla disperata dall’estremo difensore francese Lossi finisce sui piedi giusti, quelli di Alberto Aquilani.  Il quale, come già altre volte in questa stagione quando è sollevato da compiti di regia arretrata, offre al mondo un saggio della sua classe e del suo genio calcistici evitando di tirare e porgendo un assist di giustezza all’accorrente Marin, che più che visto ha sentito arrivare alle sue spalle. Il tedesco di origine serba tocca nella porta semi-sguarnita altrettanto deliziosamente, prendendo Lossi in contropiede.
La Fiorentina in vantaggio non si mette subito comoda ad attendere la reazione degli spaesati padroni di casa, ma continua a tagliare il campo con le sue trame affilate come un rasoio. Pochi minuti dopo, al tredicesimo, viene pescato bene Vargas sulla sinistra. Ottimo controllo, cross da par suo sul quale si avventa da grande centravanti Babacar, che con tocco d’esterno veramente splendido fa due a zero all’angolino sinistro del portiere francese.
Ancora qualche minuto di gioco piacevole dei gigliati, per l’occasione in maglia bianca, ed è Lazzari a scottare le mani guantate di Lossi con un gran tiro da fuori area. Sugli spalti, la pattuglia del tifo viola pregusta la seratona. Ma è proprio in quel momento, verso la mezz’ora di gioco, che qualcosa si rompe nel giocattolo di Montella. I francesi progressivamente si svegliano dal loro stordimento, e capiscono che tutto è perduto fuorché l’onore, ed anche il punticino che in caso di pareggio loro e del PAOK che gioca a Minsk terrebbe vive le loro speranze di qualificazione. Non sono uno squadrone, ma sono la tipica squadra transalpina, veloce, leggera e tecnica, quando non confusionaria.
La Fiorentina dal canto suo forse crede di aver già archiviato la pratica, e comincia il graduale (ma neanche tanto) ritiro dei remi in barca. Dalle parti di Tatarusanu (che non è in serata, proprio adesso che arrivano insistenti le voci di un addio di Neto) cominciano a farsi vivi sempre più spesso i giocatori in maglia rossoblu. L’arbitro russo Eskov nel frattempo si ricorda che in tribuna è presente nientemeno che sua maestà Michel Platini e probabilmente ciò lo condiziona in negativo. Siamo sempre lontani dalla performance del norvegese Ovrebo quattro anni fa a Monaco di Baviera, ma anche il russo non scherza allorché al 43’ si inventa un rigore contro la fiorentina, con conseguente espulsione di Basanta per fallo da ultimo uomo su chiara occasione da gol.
L’unica cosa veramente chiara è che Marveaux entra in area viola e, cercando con mestiere l’appoggio sul difensore viola, non lo trova e perdendo l’equilibrio finisce a terra praticamente da solo. Ha un bel protestare la Fiorentina, Basanta deve guadagnare gli spogliatoi, sul dischetto va Beauvue, palla da una parte e Tatarusanu dall’altra.
Si va al riposo arrabbiati e con la partita riaperta. Ma anche preoccupati per il vistoso calo di concentrazione di una squadra viola che aveva sottovalutato i segnali di ripresa dei transalpini. Si aspetta la reazione dei ragazzi di Montella e di Montella stesso, sulla base del principio che a volte in 10 si gioca addirittura meglio, se si ha la giusta determinazione.
Marveaux va giù, Basanta va fuori, rigore
La ripresa invece è un calvario. Si gioca d una porta sola, quella della Fiorentina. Unica eccezione, una punizione che a un quarto d’ora dalla fine i viola si guadagnano nell’unica sortita oltre la metà campo riuscita loro. Vargas calcia anche bene, ma la barriera si muove in anticipo malgrado la schiuma depositatale davanti come da regolamento da Eskov, che peraltro fa finta di non vedere. L’arbitraggio del russo è a senso unico per tutto il tempo restante, eccezion fatta per un fallo da rigore su Schwarts apparso molto più netto di quello concesso nel primo tempo (la spinta di Savic oggettivamente c’è) e per il gol annullato a Diallo nei minuti finali per fuorigioco non facile da vedere. Effetto compensativo? Forse, sta di fatto che la Fiorentina alla fine non può proprio lamentarsi dei torti subiti, anche perché le occasioni per pareggiare del Guingamp, che la schiaccia nella sua metà campo per tutta la ripresa, sono veramente tante, e alcune clamorose.
Stavolta Montella azzecca i cambi, anche perché l’espulsione di Basanta li rende ovvi. Ma è Cuadrado subentrato al posto di Lazzari a non azzeccare la serata, risultando poco efficace e di scarso aiuto per i compagni sotto pressione. Anche Savic è sotto tono, e rischia nell’occasione del fallo su Schwarts di compromettere lo sforzo di una Fiorentina che cerca ormai di resistere con le unghie e con i denti fino al novantesimo, chiusa nel Fort Apache allestito dal suo vistoso calo fisico che fa seguito a quello di concentrazione.
Entra anche Alonso a rilevare un Badelj come di consueto senza infamia e senza lode, ma anche lo spagnolo può fare poco per raddrizzare la barca viola che fa acqua da tutte le parti. Con Babacar che gioca i venti minuti finali in preda ai crampi (ma siamo sicuri che le metodiche di allenamento di questi ragazzi siano quelle giuste?), i gigliati assistono praticamente inermi alla scorpacciata di gol praticamente fatti da parte di Beauvue ed alla clamorosa traversa  di Yatabaré, prima che Eskov annulli giustamente (ma vista l’aria che tira miracolosamente) il pareggio di Diallo a tempo quasi scaduto.
Alla fine, restano solo i tre punti che valgono il primo posto nel girone a prescindere, e la gioia dei tifosi viola sotto la postazione dei loro 300 coraggiosi supporters, tutti quanti consci dell’impresa realizzata quassù, nel villaggio degli irriducibili galli e in condizioni ambientali avverse. Per non parlare delle proprie, mentali, al limite della Caporetto.
Ci si rituffa in campionato. Domenica c’è una delle nemesi viola, quel Cagliari che tante volte ha posto bruscamente fine ai sogni viola. Il match di Guingamp, che doveva quasi essere defatigante in vista dello sbarco al Sant’Elia, è stato piuttosto preoccupante. Per aspera ad astra, speriamo.

lunedì 24 novembre 2014

Sorridi Fiorentina



Da tempo ormai immemorabile, lo stadio Bentegodi di Verona è un vero e proprio centro benessere per la Fiorentina, che qui ha vissuto alcuni dei suoi momenti migliori fuori delle mura del Franchi. A parte lo storico e antico gemellaggio tra le due tifoserie, questo stadio è legato a ricordi indelebili per quella viola. Qui esordì nel lontano 1972 il “ragazzino che già giocava guardando le stelle”, Giancarlo Antognoni, e fu vittoria, come succede ai predestinati.
Qui la Fiorentina dei Della Valle conquistò la prima e forse la più spettacolare delle sue “quattro Champion’s League” festeggiandola con la parrucca viola di Luca Toni & C. al termine di uno splendido campionato, anche se pochi minuti dopo gli avvisi di garanzia di Calciopoli avrebbero spazzato via tutto quanto. Qui l’anno scorso la migliore Fiorentina di Vincenzo Montella ottenne la sua vittoria esterna più roboante, un 5-3 ottenuto in rimonta contro un Luca Toni troppo presto lasciato andare via ed accasatosi felicemente proprio tra gli scaligeri.
A Verona tanti momenti più o meno felici, questa è una trasferta che da Firenze si fa sempre volentieri. Per la partita salva-Montella, non esistevano forse luogo e avversario più auspicabili. In classifica i veneti avevano un punto in più dei viola, ma oltre all’ambiente del tifo anche la loro difesa era attesa come “amichevole” per i nostri eroi gigliati, che in questo anno di grazia 2014 hanno avuto finora più difficoltà a mettere il pallone nella porta avversaria che a farsi male in modo più o meno grave.
L’Hellas Verona ha mantenuto le attese in pieno, lasciando portar via alla Fiorentina tre punti fondamentali che la rilanciano in classifica a cinque lunghezze soltanto dalla “zona Europa League”. Se vogliamo proprio sognare, la “zona Champion’s” è poco più su, anche se per quella il gioco visto oggi non è sufficiente, come non lo è stato del resto contro le principali competitors Napoli e Lazio.
La sosta per la nazionale è servita soprattutto a far sbollire i veleni accumulati in seguito alla mortificante sconfitta casalinga contro i partenopei di Higuain. E a mostrare quali sono le nuvole che si addensano all’orizzonte di questa società e di questa squadra viola che sembrano destinate a non trovare mai pace, specialmente quando questa pace appare ormai ad un passo. Con Prade’ e Macia dati ormai per sicuri partenti, tocca a Vincenzo Montella dimostrare di non voler essere il terzo mettendo finalmente in campo una formazione che sfrutti le armi migliori del momento (non moltissime, per la verità) anziché ingegnarsi di mettere in risalto le proprie lacune.
Quando Montella sente che i margini di errore sono ridotti a zero, in genere molti pezzi vanno a posto sullo scacchiere viola. Ecco quindi in difesa Marcos Alonso e Basanta, che non saranno i Nesta e Cannavaro dei tempi d’oro ma che danno più sicurezza di tutto quanto si è visto nel reparto arretrato dall’inizio di stagione, consentendo addirittura a Gonzalo Rodriguez di riaffacciarsi in avanti, ma soprattutto di riaffacciarsi ai livelli a lui più consoni. Non è un caso che sia l’argentino a carambolare in rete il pallone del primo gol viola, su colpo di testa di Savic conseguente a calcio d’angolo.
Anche Alonso spinge parecchio, risultando spesso di efficacia almeno pari a quella di un Cuadrado che si danna l’anima per tornare a saltare l’uomo come nei momenti migliori e di un redivivo Joaquin che dimostra di essere ancora uno dei meglio fichi di questo bigoncio, pur in età che comincia a farsi avanzata. Tra i misteri di questo Montella d’autunno ci sarebbe da risolvere proprio questo: dov’è stato finora l’esterno spagnolo, e perché?
Misteri, che si sommano ad altri misteri. Il Pizarro che non indovina un passaggio in verticale e sbaglia spesso anche quelli, pericolosissimi, in orizzontale è preferibile ad Aquilani o, se proprio si vuole, ai Kurtic e ai Badelj che perlomeno l’essenziale lo salvaguardano? Dispiace vedere il Pek in queste condizioni, ma dispiace anche vedere una Fiorentina che domina e a cui lo 0-1 va decisamente stretto beccare l’ennesimo gol in contropiede per una palla persa malamente da un centrocampo che non è più inossidabile e che mette in crisi una difesa buona quando ha il tempo di piazzarsi ma non certo fulminea sulle ripartenze altrui, come si è visto.
Qualcuno darebbe anche la colpa a Neto in uscita disperata su Nico Lopez. Questione di punti di vista, se è vero che la punta veronese, ma anche il suo attempato compare Luca Toni, riescono ad essere più rapidi di mezza Fiorentina. Il portiere brasiliano – altro dato per partente, pare a causa delle “eccessive pretese economiche” – in ogni caso si riscatta nel secondo tempo con alcuni interventi non eclatanti ma che valgono a salvare un risultato più in bilico di quanto il predominio territoriale della Fiorentina avrebbe dovuto consentire.
C’è di buono che nelle maglie di una difesa veronese che definire imbarazzante è il minimo possono ritrovare la loro condizione migliore personaggi come Borja Valero, Cuadrado e Mario Gomez. Lo spagnolo torna ad essere più presente nelle azioni d’attacco viola, anche se ancora difetta in precisione, tenuta di rapidità. Il colombiano stenta ad andare via al marcatore diretto e al puntuale raddoppio, ma perlomeno libera spazio ai compagni, e in fondo gli basta un attimo fuggente per far male. Nel primo tempo gli va storta perché il portiere scaligero Rafael gli chiude l’angolino. Nel secondo Juan Guillermo invece gli si presenta davanti da centravanti aggiunto e devia al volo lo splendido cross di Alonso. Grandissimo gol che leva tante castagne dal fuoco viola.
Il tedesco invece fa a sportellate con gli avversari e anche con il proprio stato psicofisico non ancora ottimale. Il suo voto è alzato dalla prodezza spettacolare compiuta nel primo tempo. In uno dei momenti in cui sembra che la Fiorentina possa sotterrare il Verona, Marione è lesto a intuire la possibilità di un break a centrocampo e ad involarsi come una freccia verso la porta avversaria. Malgrado il difensore stia ritornando su di lui, riesce da posizione defilata a liberare un gran tiro che scheggia la traversa e fa gridare imprecando alla malasorte. Dall’altra parte, poco dopo il suo ex compagno di Bayern Luca Toni fa altrettanto, precedendo di poco il pareggio di Lopez.
Il vantaggio di Cuadrado nella ripresa invece è preceduto da venti minuti di predominio territoriale assoluto della Fiorentina. Si gioca ad una porta sola, il Verona pare in ginocchio. Il gol sembra maturo da molto prima della prodezza di Cuadrado, sul quale viene commesso anche un fallo da rigore abbastanza netto. L’arbitro Di bello gli fa segno di rialzarsi, e qualcuno mormora che il colombiano si sia fatto la fama che fu di Cavallo Pazzo Chiarugi, quella di cascateur.
Tornata in vantaggio, la Fiorentina che stava dominando come poche altre volte deve affrontare di nuovo il demone che attanaglia l’animo di Montella in questo scorcio di 2014. E’ il momento dei cambi, e guai a indovinarne uno. Vargas infatti non entra a rilevare un esausto Joaquin ma bensì a togliere di mezzo Marco Alonso, che fino a quel momento ha retto botta in difesa ed è stato anche micidiale in attacco. Risultato, la partita si rovescia, il Verona ferito a morte trova in una Fiorentina destabilizzata la forza di buttarsi in avanti, e per diversi minuti si torna a giocare ad una porta sola, ma stavolta è quella viola. Babacar entra a dar sollievo a Joaquin, ma sembra tardi per ribaltare ancora l’inerzia della partita. I due centravanti non beccano più un pallone e alla fine Kurtic rileva quello tedesco.
Fortuna vuole che anche l’Hellas Verona abbia poco da spendere, stanchezza a parte, e che la buona guardia di Neto sia sufficiente. La Fiorentina arriva al fischio finale con i tre preziosissimi punti che le valgono un principio di risalita in classifica (complici gli altri risultati a lei favorevoli) e perfino il sorriso dell’ombroso Montella, alla fine graziato al di là dei suoi meriti. A ben vedere, possesso palla a parte (alla fine sarà quasi due terzi viola e un terzo gialloblu), il match è stato reso piacevole soprattutto dagli errori da ambo le parti. Del resto è quello che passa il convento italiano. In questo campionato tendente al mediocre una squadra incerottata come quella viola guidata da un giovane tecnico alla ricerca di se stesso e di chissà cos’altro può ancora dire la sua.
Adesso Cagliari, dove si è perso spesso, anche quando si vivevano le annate migliori. Sarà un test ben più probante, al cospetto di mastro Zeman, ma intanto la settimana che viene sarà senz’altro migliore delle due che se ne sono appena andate.

mercoledì 19 novembre 2014

A Marassi vince l'Italia ma trionfa l'Albania



Alla fine, la partita del cuore per Genova la giocano e la vincono gli albanesi d’Italia. Al Luigi Ferraris di Marassi va in scena l’amichevole di beneficienza in favore degli alluvionati del capoluogo ligure tra le Nazionali azzurra e rossa. La Superba è in ginocchio, a causa della terza alluvione letale in tre anni, e non risponde come forse avrebbe fatto in altre circostanze.
Rispondono invece come meglio non potevano gli immigrati che sventolano la bandiera rossa con l’aquila di Skanderbeg. Su 27.000 spettatori calcolati, stasera 20.000 circa provengono da oltre Adriatico, almeno per nascita. Lo stadio dove solitamente giocano Genoa e Sampdoria stasera sembra quello del KF Tirana. L’Albania dà lezione a tanta gente nella notte genovese, a cominciare da quell’UEFA che l’aveva punita oltre i suoi demeriti un mese fa in occasione degli scontri in Serbia (una decisione di quelle salomoniche che Platini & C. usano prendere, scontentando tutti a cominciare dalla giustizia) per finire a quella parte della società italiana, dalle forze politiche agli addetti ai lavori della stampa, che avevano paventato in vario modo il ripetersi degli incidenti di sabato scorso a San Siro.
No, signori, l’Albania non è la Croazia, a giudicare da quello che si vede é molto migliore. Ed è migliore anche di certa Italia, sì, perché a cantare l’Inno di Mameli stasera sono soprattutto loro, gli albanesi che hanno scelto l’Italia come loro residenza. Quelli di cui parliamo male spesso e volentieri e che invece offrono una lezione di civiltà e di tifo correttissimo per i loro colori da far arrossire di vergogna non solo il paese che li ospita ma un po’ tutto il continente.
Antonio Conte e Gianni De Biasi vogliono non essere da meno ed onorare questo spettacolo di beneficienza come meglio possono mettendo in campo la migliore e più motivata formazione possibile. Il tecnico azzurro opta per una specie di Italia 2, per non appesantire di tossine gli eroi che stanno cercando di ritirare fuori il calcio italiano dall’abisso dopo il disastro brasiliano. E’ stata una vigilia agitata quella dell’allenatore pugliese, dopo il risultato insoddisfacente di sabato propiziato dal tramonto certificato del portierone che fu Gigi Buffon, dopo la questione Balotelli finalmente liquidata con quel “non ho tempo” da standing ovation, nella conferenza stampa della mattina ancora nervosismo, con lo sfogo contro “chi non ama faticare e collabora poco”.
Stefano Okaka Chuka
L’Italia lo ripaga con una vittoria che fa morale e ranking FIFA, ma che risulta quasi ingiusta visto l’impegno profuso dagli avversari ed il clima di festa che i loro tifosi hanno saputo stabilire qui, in questo stesso stadio in cui quattro anni fa la Serbia offrì al mondo lo spettacolo indecente del suo Genny ‘a carogna nostrano. L’allenatore albanese schiera un 4-5-1 molto compatto, gli uomini in maglia rossa difendono bene e hanno le loro occasioni, che Sirigu – l’erede in pectore di Buffon – riesce a sventare. Alla fine è Okaka, il terzino sampdoriano, a sfruttare l’occasione giusta e a dare la vittoria ai suoi. Una bella risposta a chi aveva cercato di cavalcare la tigre della xenofobia chiedendo il rinvio della partita dopo i fatti di San Siro. Vincono gli azzurri, ma con una rete del colored figlio di immigrati nigeriani, che peraltro di nome fa Stefano.
E’ il calcio del Terzo Millennio, e a giudicare da quanto si è visto in campo e sugli spalti è anche decisamente un bel calcio. Italia e Albania vincono a braccetto la partita dell’immagine, in modo diverso ma egualmente efficace. Se a San Siro gli stinger croati erano stati uno spot per tenere lontane le famiglie dal calcio, Marassi le riporta allo stadio. Se ci vorrà tempo perché il martoriato capoluogo ligure rialzi la testa, chi è sceso in campo o ha affollato le tribune lo ha già fatto.
C’è anche l’invasione di campo tra il festoso e l'orgoglioso di un tifoso albanese, ma è quasi un piacere a vedersi. Stringendo la sua bandiera in pugno, pare dire: “Ci hanno preso tre punti con la Serbia, ma questa non ce l’hanno strappata”. I calciatori della sua nazionale lo abbracciano per accompagnarlo fuori, e francamente nessuno se la sente di stigmatizzare quello che non è neanche un incidente. Solo magari, tra gli italiani, di invidiare tanto attaccamento alla propria terra ed al proprio popolo. merce per noi ormai quasi sconosciuta.
La guerriglia di Milano è lontana. L’Albania forse da ieri sera è più vicina.

lunedì 10 novembre 2014

Tenebre viola



L’anno scorso il simbolo di Fiorentina – Napoli fu il buon David Pizarro che in mezzo al campo al fischio finale mimò il gesto delle manette, a sottolineare l’esito di una partita giocata dai suoi come meglio non si poteva e diretta dall’arbitro come peggio era difficile fare. Quest’anno è impossibile non scegliere a simbolo di questa riedizione (che in sede di presentazione del campionato 2014-15 era stata presentata come lo “spareggio per il terzo posto”) il pessimo Iosip Ilicic che dapprima si toglie via dal braccio la fascia nera sbattendola a terra e poi – novello Batistuta – al momento di uscire dal campo risponde ai fischi assordanti del Franchi con il dito sulle labbra, a zittire tutti.
Peccato non fossimo al Nou Camp. Peccato che quella fascia nera fosse il simbolo di un lutto profondamente sentito dalla gente di Firenze, commossa e grata nell’ultimo addio a uno degli eroi del secondo scudetto, Giambattista Pirovano, spentosi proprio alla vigilia di questo sciagurato Fiorentina – Napoli.
Sono tante le cose che i prodi guerrieri in maglia viola si sono dimenticati di onorare, non soltanto la memoria di questo loro antico ex collega che da solo valeva quanto buona parte dei quattordici scesi in campo ieri sera messi assieme. Oltre al buon Pirovano, perlatro, c’era anche una vendetta sportiva – tanto per dirne una – da consumare rispetto alle ingiustizie sofferte proprio nella stagione scorsa contro questo stesso Napoli. Per non parlare di una tifoseria accorsa una volta di più a sostenere i propri beniamini “senza se e senza ma”, a dispetto di una classifica che non è ancora preoccupante (né potrà probabilmente diventarlo perché almeno tre squadre più impresentabili di questa Fiorentina vivaddio ci sono) ma sicuramente è mediocre nella maniera più desolante, per una squadra che si era presentata spezzando le reni nientemeno che al Real Madrid.
Stavolta il Napoli per “razziare” Firenze non ha avuto bisogno di arbitri compiacenti (Valeri e i suoi collaboratori sono stati impeccabili, pescando Higuain per esempio in un millimetrico fuorigioco nella prima delle sue due segnature, giustamente non convalidata), né delle sceneggiate di “Genny ‘a carogna” e compagni (con relativa latitanza e/o compiacenza delle cosiddette autorità). Si è potuto addirittura permettere di perdere Insigne nei primi minuti di gioco, per una contrattura muscolare abbastanza grave e non se n’è quasi accorto nessuno. Maertens non l’ha fatto rimpiangere, il Napoli ieri sera era troppo squadra rispetto alla Fiorentina per fermarsi “per così poco”.
Agli azzurri di Rafa Benitez è stato sufficiente essere schierati in campo con la saggezza di un allenatore che all’età del suo dirimpettaio già vinceva le Champion’s (vero, Milan?) e aver ritrovato forma fisica e determinazione che erano mancate all’inizio di questa stagione, insieme ad un Gonzalo Higuain in forma mondiale, quella che – per capirsi – aveva quasi fruttato all’Argentina un titolo mondiale ai danni della più forte Germania.
Di fronte a questa armata ricompattata, che non fa mai cose eccelse ma che difende in modo arcigno (orchestrata dal mai troppo poco rimpianto Christian Maggio) e riparte in contropiede in modo micidiale con i suoi attaccanti Higuain, Callejon e Maertens, è scesa in campo una Fiorentina che è sembrata più che in difficoltà tecnico-tattica momentanea. E’ sembrata decisamente alla fine di un ciclo, una volta di più.
Le due squadre, se si vuole, sono le stesse per organico della scorsa stagione, ma mentre il Napoli sembra aver trovato una dimensione di squadra più matura, mettendosi al servizio del suo micidiale goleador senza fronzoli né incertezze, la Fiorentina ha smarrito anche quelle sue poche, di certezze. Gli uomini che l’anno scorso avevano fatto la differenza, sopperendo anche all’assenza pesantissima di Gomez e Rossi, quest’anno sembrano ragazzotti allo sbando in un gioco più grande di loro.
Il resto lo fa un Vincenzo Montella che, dopo la parentesi felice di giovedi con il Paok, sembra tornato quello degli ultimi due mesi: in confusione mentale, oppure in polemica con una società a cui aveva chiesto altri effettivi che non questi con cui si ritrova, e con i quali non vuole o non sa più preparare le partite. Narra Radio Spogliatoio che il tecnico di Pomigliano d’Arco sia ai ferri corti ormai con lo staff dirigenziale viola, leggasi Mario Cognigni, il potente factotum di una proprietà che stenta a superare la propria estraneità rispetto al mondo del calcio. E’ probabilmente un film già visto, non molti anni fa, e c’è da chiedersi quando arriverà alle orecchie del successore di Cesare Prandelli la stessa fatidica frase: “si cerchi un’altra squadra”.
Se Montella però è in questo momento un condottiero allo sbando, i suoi uomini non lo aiutano con la loro condizione malcerta. Qualcuno mette sul banco degli accusati la preparazione estiva, fatta più sulle spiagge di Copacabana che sulle montagne delle Alpi e dell’Appennino come usava una volta. Ma è un alibi che non regge, anche le squadre che stanno davanti alla Fiorentina in classifica hanno preferito il fruscio dei soldi delle tournée estive al sudore delle corse in salita. Eppure adesso pedalano molto più veloce dei viola, anche senza prendere a pietra di paragone il più lento di tutti, quel Iosip Ilicic che perfino ieri per offendere la memoria di un morto glorioso che ha onorato la maglia da lui adesso indegnamente indossata e la platea che giustamente fischiava la sua inguardabile prestazione ci ha messo un tempo interminabile, tanto si muove al rallentatore.
Degli altri, non è che ci sia molto più da dire. Tolti i 10 minuti finali in cui il fiato del Napoli era un po’ calato e le residue briciole di orgoglio viola sono tornate a galla, la Fiorentina è stata tutta in un tiro da fuori di Babacar che ha scheggiato la traversa nell’agghiacciante primo tempo in cui gli azzurri potevano segnarne almeno quattro senza discussione, e in un colpo di testa di Mario Gomez che ha avuto la stessa sorte nella ripresa, poco dopo che i due portieri si erano esibiti in parate spettacolari (Neto su Higuain e Rafael su Cuadrado) e che il Pipita però aveva trovato il corridoio giusto portando finalmente in vantaggio i suoi.
Nell’Armata Brancaleone disposta da Montella indietro il solo Savic appare in crescita rispetto al passato, Tomovic pare tornato quello di Genova (sul gol di Higuain è andato a marcare Neto) e Alonso quello di Firenze un anno fa, mentre Gonzalo Rodriguez è uno dei fenomeni involutivi più clamorosi della storia del calcio a Firenze. In mezzo, Aquilani è costretto a fare il Pizarro anche quando c’è Pizarro, che comunque è meglio dell’attuale ectoplasma a nome Borja Valero (chissà se Del Bosque si fa ancora risate per gli appelli dei tifosi fiorentini prima dei mondiali). Per non parlare di Mati Fernandez, tornato giocatore da calcio a cinque come agli esordi viola.
In avanti, fuori il Vargas in forma smagliante di questo periodo a beneficio di un incomprensibile Ilicic (ma forse Cognigni & C. potrebbero dare qualche spiegazione di questa preferenza), con un Cuadrado in questo momento emarginato dal gioco di una squadra che trotterella e tocchetta (quando non è costretto a fare il terzino dalle buche lasciate dai compagni), le uniche note positive sono costituite da un Babacar che appare grandemente maturato, riuscendo quasi da solo a fare reparto, e da un Gomez che mostra di stare ritrovando una condizione accettabile, se Eupalla non lo fermerà di nuovo con qualche malanno.
La banda Montella contro il rasoio affilato di Benitez è apparsa alla fine di un ciclo, dicevamo. La scommessa di puntare su giocatori che avevano fatto un gran campionato (oltre che sul recupero di Pepito Rossi) aggiungendo solo alcuni rincalzi di presunta qualità si è dimostrata perdente. Probabilmente alcuni personaggi di questa Armata, che in casa non segna da quattro partite e che in undici partite ha fatto tredici punti perdendone già quattro e vincendone solo tre, hanno dato il massimo e adesso sono in fase discendente. Il giochino di Montella ormai tra l’altro lo conoscono tutti, e inoltre è apparso anche snaturato, a metà del guado tra il vecchio tiki taka e una velleitaria ricerca della profondità.
Senza Jovetic né Rossi e con Cuadrado atteso al varco da almeno due marcatori fissi (senza che nessuno dei suoi compagni sappia approfittare di questo raddoppio), le speranze viola di buttarla dentro sono affidate a quei due ragazzoni là davanti, il tedesco ed il senegalese. Sulle loro spalle sta il peso di portare in fondo questo campionato senza farlo diventare l’ennesimo, devastante anno zero.

venerdì 7 novembre 2014

Batticuore Fiorentina



Narrano le cronache che l’antica città di Tessalonica fu fondata da Cassandro re di Macedonia e così nominata in onore della moglie di costui, sorellastra di Alessandro il Grande. Nell’Impero Romano di cui fece poi parte per più di mille anni, la sua importanza fu seconda solo a quella di Costantinopoli, la capitale. Un destino fulgido, insomma.
L’odierna Salonicco sembra tenere fede al proprio glorioso passato imperiale solo con molta difficoltà. Come la Fiorentina, il PAOK (acronimo che in greco significa Club Atletico Pan-tessalonicese dei Costantinopolitani) è nato nel 1926 e nel corso della sua storia ha vinto 2 scudetti. Quest’anno è momentaneamente in testa alla classifica del campionato greco, la squadra più forte della penisola dirimpettaia alla nostra.
Era ritenuta la formazione più pericolosa del girone di Europa League della Fiorentina, per il valore tecnico e per le storiche difficoltà ambientali che le nostre formazioni incontrano a giocare in Grecia, anche se ormai gli stadi ellenici rammodernati non offrono più quel “calore” che aveva una volta il pubblico assiepato a poca distanza dai calciatori. Lo scontro con i tessalonici insomma era la chiave per la qualificazione dei viola.
Missione compiuta, a meno di imprevedibili ecatombi. Da ieri sera, pur con qualche patema che per come si erano messe le cose non era tutto sommato preventivabile, la Fiorentina ha un piede e tre quarti negli ottavi di E.L., basterà un pari in una delle ultime due partite, tra Guingamp in Bretagna e Dinamo Minsk al Franchi.
Per quanto il campionato sia stato avaro di soddisfazioni in questa fase iniziale della stagione per Montella & C., la Coppa europea invece sta riservando soddisfazioni, ed una discreta passerella ad una squadra che ritrova bel gioco e motivazioni appena esce dai confini nazionali. In Europa si gioca meglio, si è sempre detto, il tatticismo italiano si ferma per fortuna alle Alpi. Ma non è tutto, e ieri sera tecnico e giocatori della Fiorentina l’hanno dimostrato.
A quanto si è visto, il Montella in apparente confusione tecnico-tattica osservato nelle prime dieci giornate di campionato si è dissolto nel trasferimento tra Marassi ed il Franchi. Ieri sera il giovane tecnico viola non ne ha sbagliata una, a cominciare dalla formazione iniziale. Undici giocatori motivati ed al posto giusto. Con qualche sorpresa, in mezzo fuori Borja Valero ed Aquilani a favore di un centrocampo più muscolare con Kurtic ed il redivivo Lazzari (nomen omen). Scelta consapevole ed incredibilmente efficace, con il senno di poi, perché la Fiorentina gioca una partita finalmente tutta di prima e di penetrazione in profondità.
Il tiki taka finisce in soffitta, sul prato del Franchi vanno in scena le prove tecniche di un nuovo modulo e di una nuova convinzione soprattutto. Chissà cosa ha convinto Montella, forse la consapevolezza che i margini di errore ormai sono ridotti al minimo, perché lui ha un bel dire di non aspettarsi grandi cose da questa squadra sostanzialmente secondo lui non rinforzata, il fatto è che tutti – proprietà e tifosi – se le aspettano. E cominciano a mugugnare perché il piatto piange, almeno in campionato.
Ecco allora una Fiorentina messa in campo per mostrare i suoi lati migliori, non i difetti. Il tridente d’attacco è quello che si può sognare in questo scorcio di stagione, con Rossi ancora in infermeria per chissà quanto: Vargas, Gomez e Cuadrado li vorrebbero avere in tante squadre, anche nelle condizioni non perfette di adesso. Il ragazzone tedesco è accompagnato dal sospiro del popolo viola ogni volta che si affaccia in area. Il Franchi (che presenta larghi vuoti, ma siamo sicuri che Firenze abbia bisogno davvero di uno stadio nuovo?) spasima per un gol di Mario Gomez.
Supermario ci prova diverse volte, e sono purtroppo altrettanti errori. Uno dei quali, il primo, decisamente marchiano. Ricorda un po’ il Pazzini del 2008, o se si preferisce il Matri della stagione scorsa: più facile metterla dentro che buttarla fuori in quel modo. Ma la gente sugli spalti e a casa capisce che il tedesco ce la sta mettendo tutta, e che come sempre succede la troppa foga è nemica del risultato. Stasera non c’è pressione per il risultato, non è in Coppa che la Fiorentina sta rischiando di compromettere la stagione (non ancora almeno), e allora c’è tempo e pazienza per attendere la forma migliore del centravanti e perdonargli le imprecisioni di questa serata.
Un altro che va aspettato, anche alla luce dello sforzo economico fatto per tenerlo, è Juan Guillermo Cuadrado. Non è ancora lui, non salta l’uomo, anche se spesso è raddoppiato. Ma si batte sempre con generosità, portandosi via spesso appunto due uomini a beneficio di qualche compagno, e il suo errore più grave in fondo è un gesto di altruismo verso Mario Gomez, a cui passa un pallone improbabile invece di tirare in porta ormai a tu per tu con Glykos. Il colombiano è una risorsa di questa Fiorentina, bisogna solo aspettare tempi migliori.
Chi invece i tempi migliori li sta già vivendo è Juan Manuel Vargas. Dalla sua parte l’uomo viene saltato con facilità, peccato che le sue percussioni non trovano quasi mai compagni liberi e pronti. Il peruviano è un ira di Dio, quando la squadra lo segue si trova spesso in superiorità numerica, o comunque in buone condizioni per sfondare.
E’ una serata strana, i viola danno l’impressione di poterne segnare tanti, facendo sembrare i tutt’altro che modesti avversari veramente poca cosa almeno nel primo tempo. Non è così, il Paok esce nella ripresa e acquista spessore, anche se alla fine tira in porta due volte sole. Peccato che segni due gol, il primo annullato per fuorigioco, il secondo giustamente convalidato. E’ un gol in fotocopia di quello che permise al Grasshoppers di passare al Franchi nella scorsa stagione, creando patemi a una Firenze già convinta di essere qualificata al turno successivo.
Mancano nove minuti alla fine circa, e anche stavolta Firenze si dispone a vivere una nuova beffa (con qualificazione complicata) dopo aver assaporato il gusto del predominio, anche se sterile, per 80 minuti. Ci vuole all’ultimo minuto una prodezza su punizione di Manuel Pasqual, il quale sembra ripetere sul punto di battuta la pantomima di domenica scorsa sul rigore di Marassi tra Gonzalo e Cuadrado. La controparte è sempre la stessa, ma stavolta il colombiano deve inchinarsi al carisma del capitano. E meno male, perché il tiro è splendido e l’urlo del Franchi libera sollievo.
La Fiorentina evita la beffa in extremis e con dieci punti festeggia i nove decimi di qualificazione raggiunti. Nel frattempo, ha giocato un altro scampolo di partita il gioiellino Marko Marin. Il tedesco di origine serba, giunto in estate in apparenza ad allungare la lista dei convalescenti, stavolta mette in mostra numeri notevoli. Non tocca molti palloni, ma li tocca tutti bene, tre passaggi e tre assist. La sensazione è che al di là del suo valore individuale – sembra uno Jovetic con molta più personalità e coraggio – il talento germanico sia in grado di innescare il centravanti connazionale più e meglio degli altri compagni, non foss’altro per il fatto di conoscerlo già molto bene.
Insomma, tutto e bene quel che finisce bene, ed un risultato accettabile consente di apprezzare una prestazione di squadra che pur con diverse cose da migliorare è da ritenere assai positiva. Per il cambio di passo e la maggiore ricerca della penetrazione soprattutto. Una annotazione sulla difesa, rimasta tranquilla per 88 dei 90 minuti anche per proprio merito e poi fattasi sorprendere in maniera imbarazzante nell’azione del vantaggio greco. Soprattutto è la condizione di Gonzalo Rodriguez a preoccupare, l’argentino è in vistoso ritardo e ciò sta costando alla squadra diversi punti.
I sedicesimi di finale dell’Europa League tuttavia sono ormai in vista, e per questo c’è tempo per lavorare sulle singole situazioni, continuando possibilmente sulla strada finalmente imboccata ieri sera da Vincenzo Montella. Ma c’è anche in vista la ripresa di campionato con l’arrivo del Napoli. Sarà bene fare attenzione, perché Higuain e soci, come purtroppo ben sappiamo, di errori ne perdonano assai pochi.

martedì 4 novembre 2014

Quando Firenze diventò Venezia



Aveva piovuto per più di dieci giorni, ininterrottamente. Non era una novità, né per Firenze né per la Toscana. Periodicamente i fiumi andavano in piena, e a volte straripavano, per lo più nelle campagne, senza fare danni ma anzi semmai benedicendo la terra che i contadini lavoravano da sempre. Per questo delle
alluvioni, come degli altri fenomeni naturali, non ci si preoccupava più di tanto, in un mondo poco avvezzo a
lamentarsi, ma semmai piuttosto a rimboccarsi le maniche e a mettersi a lavorare o per riparare i danni prodotti dalla natura o per raccogliere i suoi doni. A volte, con tempi di ritorno a 100 anni o giù di lì, come dicono i tecnici della Protezione Civile ai giorni nostri, il fiume più grande, l’Arno, straripava, o per meglio dire alla fiorentina, “dava di fuori” anche a Firenze. E allora era uno spettacolo, perché Firenze diventava Venezia.
Nell’autunno del 1966, all’appressarsi di quel 4 novembre che allora era una festa e una ricorrenza felice, perché segnava l’anniversario della fine – vittoriosa – della Prima Guerra Mondiale, piovve tanto, come già in altre annate. Ma nessuno si aspettava che le cose si mettessero al peggio proprio in città. Gli straripamenti a monte e a valle di Firenze e di Pisa, per tutta la piana dell’Arno, erano quasi attesi e dati per scontati. Perfino la piena in città era un evento ricorrente, e spesso i fiorentini si raccoglievano lungo le spallette a guardare il fiume solitamente amico in quel momento ingrossato in maniera impressionante, ma che non faceva mai paura. Dava soltanto un argomento in più di discussione a gente abituata a discutere su tutto. Quell’anno il calcio e la politica non offrivano particolari spunti, perciò la piena dell’Arno veniva quasi a rompere la monotonia.
A Pasqua, la Colombina non si era incendiata e il Carro non era scoppiato, nella tradizionale cerimonia che si teneva ogni anno in Piazza del Duomo. Ciò era ritenuto dai vecchi un presagio infausto, ed era successo in un’altra unica circostanza, nel 1940. Quella volta, gli aveva fatto seguito l’entrata nella Seconda Guerra Mondiale. Stavolta i più superstiziosi attendevano qualche altra disgrazia, quale che fosse. Ma in un mondo che si stava modernizzando, chi credeva più a queste cose? Chi vide l’Arno la sera del 3 novembre dopo cena ne rimase impressionato. Ma ancora nessuno volle credere né ai presagi né a previsioni più scientifiche. Alla Nazione, alla RAI, alla Prefettura si auspicava che la notte passasse senza danni. Le spallette dell’Arno avevano retto a tante piene, ce l’avrebbero fatta anche stavolta.
E invece, nella notte successe qualcosa, il fiume ingrossò ancora, gli ultimi decimetri a raggiungere l’orlo delle spallette furono colmati. Alle 3,30 della notte del 4 novembre, con i fiorentini che si preparavano a vivere il giorno dopo una giornata di festa dal lavoro e dormivano il sonno del giusto nelle loro case, un vigile del fuoco che passava da Ponte Vecchio vide i primi zampilli dell’acqua che si riversava sul Lungarno, oltrepassando le murate. Dette l’allarme immediatamente, ma ormai era troppo tardi. Le fognature di Firenze, che risalivano per la maggior parte ai tempi dei Granduchi di Lorena, non riuscirono a tenere, al pari degli argini.
Alle 4,00 il Lungarno Benvenuto Cellini fu il primo a cedere rovinosamente, e da lì l’acqua in breve tempo sommerse l’Oltrarno. San Niccolò e San Frediano finirono sott’acqua in un attimo. Un’ora dopo la stessa sorte era toccata anche agli altri quartieri centrali della città, mentre si cominciava a temere per la sorte del Ponte Vecchio. Alle 6,00, l’alba sorse su una città che si stava allagando completamente fino alle periferie, Scandicci, Lastra a Signa. Alle 7,00 fu investita la Biblioteca Nazionale e la Chiesa di Santa Croce, da una furia delle acque che non si placava. A quell’ora la nuova sede della Nazione in Via Paolieri era già fuori uso, e solo la RAI sotto la guida del caporedattore storico Marcello Giannini riuscì a tenere informato il resto del mondo di quanto succedeva a Firenze. Giannini stesso ha raccontato come da Roma non credessero alle sue prime informative. Allora al giornale radio successivo aprì la finestra e calò il microfono all’aperto, commentando: «Ecco, non so se da Roma sentite questo rumore. Bene: quello che state sentendo non è un fiume, ma è via Cerretani, è la via Panzani, è il centro storico di Firenze invaso dalle acque».
Alle 9,00, l’acqua ormai in tutta Firenze arrivava al primo piano delle case, più o meno dove oggi in molte strade della città si possono osservare le apposite targhette commemorative. Il Sindaco Piero Bargellini, assediato a Palazzo Vecchio dall’acqua come i suoi concittadini, diramò a quel punto alle autorità nazionali la richiesta di aiuto (allora non esisteva lo stato di calamità naturale).
L’alluvione di Firenze fu un evento di tale portata emotiva prima ancora che di cronaca da surclassare eventi analoghi (e forse anche più disastrosi in senso stretto) che si verificarono in tutto il resto della Toscana ed anche in altre zone dell’Italia, soprattutto in quel Veneto in cui era ancora viva la memoria della terribile alluvione del Polesine del 1951.
Chi scrive, oltre alla storia imparata dai resoconti appresi successivamente, ha nella memoria – soprattutto negli occhi – le immagini e i ricordi di un bambino che la mattina dalla terrazza di casa sua vide arrivare l’onda di piena a sommergere la sua strada, il suo mondo, la macchina del babbo, i negozi, la scuola. E sentiva i suoi genitori che come gli altri adulti non sapevano nemmeno loro se disperarsi per la sciagura che era arrivata sulle nostre spalle, o meravigliarsi per poter assistere a un evento di quelli che solitamente si vedono solo al cinema. La sera del 4 novembre, Firenze era Venezia, per le sue strade passavano i gommoni e le barche, non le macchine. Solo dopo, più grande, seppi che spesso quelle barche erano alla disperata ricerca delle persone che allora vivevano nei seminterrati (appartamenti sotto il livello della strada, dopo di allora messi fuori legge) e che mancavano ancora all’appello. Solo dopo, seppi che grazie a Dio i morti per l’alluvione furono solo 34, 17 in città e 17 in provincia. Fosse stato un giorno di lavoro, sarebbe stata una strage ben peggiore.
L’acqua defluì, è ancora il bambino che ricorda, in un giorno, o poco più. Il fango ci mise più di un mese a sparire dalle strade di Firenze. Tutti gli uomini validi si misero al lavoro a spalare e a liberare le proprie cose, chi la macchina, chi il negozio, chi un fondo di magazzino. I più, soltanto per scoprire di aver perso tutto. I soccorsi arrivarono con la giusta calma, com’è uso in Italia. All’on. Aldo Moro, Presidente del Consiglio, un fiorentino giustamente in vena di polemica disse: “Eccellenza, non scenda dalla macchina, che si sporca le scarpe”. La gente aveva fatto da sé, lavorando tra disperazione, rabbia, e ironia tutta toscana. Narra una leggenda (con il fondo di verità di tutte le leggende) di quella donnina che vuotava la propria cantina gettando a secchiate fuori l’acqua e dicendo: “meno male c’è l’Arno, se no tutta quest’acqua dove si buttava?
Il danno più lungo ad essere riparato fu quello al patrimonio artistico. Gli angeli del fango arrivarono da ogni parte del mondo a salvare quel patrimonio che già allora era sentito come appartenente a tutta l’umanità. Il Cristo di Cimabue di Santa Croce fu purtroppo perso all’80%, le Porte d’oro del Battistero di Ghiberti dovettero affrontare un lungo restauro per essere salvate, così come la gran parte delle opere nei magazzini degli Uffizi e dei documenti della Biblioteca Nazionale. In quella circostanza, il prestigioso Opificio delle Pietre Dure raggiunse il livello di eccellenza che poi ha mantenuto da allora. Allo stesso modo, il Sopritendente alle Belle Arti Ugo Procacci ebbe modo di diventare una figura leggendaria.
L’alluvione di Firenze fu il primo evento di portata nazionale e mondiale a fare emergere il problema della mancanza di una struttura centralizzata di Protezione Civile, per arrivare alla quale occorsero altri disastri, dal terremoto del Belice a quello del Friuli fino a quello dell’Irpinia, quando finalmente Giuseppe Zamberletti fu nominato a capo del neonato Dipartimento, guarda caso da un Presidente del Consiglio fiorentino, Giovanni Spadolini. Si era nel 1981, quindici anni dopo. Nel 1982 fu ultimato il Canale Scolmatore dell’Arno, all’altezza di Pontedera, che dovrebbe nelle previsioni dei tecnici evitare il ripetersi di una simile calamità, soprattutto a danno di Pisa. Non si sono mai sopite inoltre le polemiche (peraltro mai arrivate a definizione giudiziaria) di chi accusò i gestori delle Dighe di Levane e La Penna (a nord di Firenze) di aver causato il disastro aprendo le stesse senza che ce ne fosse reale necessità.
Il Governo nazionale si limitò allora ad un contributo a fondo perduto di 500.000 lire a chi aveva perso il negozio, finanziate con una delle tante accise (di 10 lire al litro) sul prezzo della benzina, peraltro ancora oggi in vigore. La FIAT offrì uno sconto del 40% a coloro che avevano perso la macchina e desideravano ricomprarne subito un’altra. Marchionne era ben di là da venire all’epoca. Gli altri aiuti giunsero grazie a privati sensibilizzati da personalità del mondo dello spettacolo, come Franco Zeffirelli che realizzò il celebre documentario “Per Firenze”, con la voce in italiano di Richard Burton.
E’ stato calcolato che se si ripetesse oggi una alluvione come quella di Firenze, il danno economico sarebbe valutabile sui 20 miliardi di euro, pari al valore di una legge finanziaria. Stavolta a finire in ginocchio non sarebbe solo Firenze ma tutta l’economia nazionale. Meglio riderci sopra, ricordando la battuta del Conte Nello Mascetti, in Amici Miei di Monicelli, alla signora affacciata alla finestra che gli chiede se c’è pericolo. “Signora, qui siamo su un dosso, l’acqua ‘un po’ arrivare!”. Un attimo dopo arriva l’onda.

domenica 2 novembre 2014

La vendetta di Sinisa

Sinisa Mihajlovic resterà nella storia della Fiorentina come uno dei personaggi più difficili da collocare. Arrivò a Firenze nell’estate del 2010 a raccogliere la difficile e compromessa eredità di quello che era stato uno degli allenatori più amati dalla piazza, Cesare Prandelli, che si era lasciato con la proprietà quasi a pesci in faccia. E’ opinione comune che Miha capitò da queste parti in quello che si può definire il Medioevo dei della Valle, tra il Primo ed il Secondo Progetto. La squadra, orfana del precedente condottiero e anche assai demotivata da una società tra il latitante ed il negligente a sua volta, non si concesse più di tanto alle sue direttive, malgrado lui fosse notoriamente una personalità forte, un motivatore, uno che trasmetteva agonismo anche quando era al bar a prendere un caffè.
L’ex ragazzo che batteva le punizioni come nessuno, simpatizzava per le Tigri di Arkan (che gli avevano salvato la famiglia nella guerra post-jugoslava del 1992) e attaccava al muro colossi come Vieira, incredibilmente lasciò in un anno e mezzo di permanenza sulla panchina viola una traccia misera, incolore. La sua Fiorentina faceva più notizia per i tormentoni Montolivo, Jovetic, Llajic, Gilardino che per i risultati, che valsero alla fine un modestissimo nono posto. L’anno dopo fu peggio, e si concluse prima di Natale per Sinisa, che fu costretto da una classifica preoccupante a lasciare la mano a Delio Rossi.
Sappiamo tutti com’è andata, nessuno a Firenze rimpiange l’allenatore serbo per la qualità di un gioco che non decollò mai e perfino per un agonismo che – per una volta nella sua vita – non riuscì a trasmettere a nessuno dei suoi giocatori in viola, anche se qualcuno continua a pensare che in altre circostanze il carattere vincente della tigre serba avrebbe potuto produrre ben altri risultati.
Sinisa Mihajlovic, c’è da crederci, aspettava questa partita con un sentimento di rivalsa che solo le grandi ingiustizie possono alimentare dentro un uomo come lui. Firenze poteva rivelarsi lo stop della sua carriera, anziché il trampolino di lancio. A quanto pare, questo lancio sta avendo luogo a Genova, e dopo una vendetta sportiva preparata con la massima cura per tutta una settimana (o forse per tre anni) adesso il buon Miha si gode il terzo posto in classifica e guarda dall’alto, in compagnia del pirotecnico e folcloristico presidente Massimo Ferrero, la società e la squadra che scarsamente l’avevano supportato e freddamente l’avevano liquidato in quel 2011 da dimenticare.
Intervistato dopo il pareggio dello scorso anno, a chi gli chiedeva cosa invidiava a Vincenzo Montella, suo successore in viola, aveva risposto: “La squadra, che io non avevo”. L’ex compagno di una grande Sampdoria che fu aveva visto esauditi molti di quei desideri che lui non aveva neanche osato esprimere, credendo tra l’altro di avere a sua volta uomini all’altezza tra quelli lasciatigli da Prandelli. La frecciata non era tanto rivolta a Montella quanto ai suoi datori di lavoro, che nel 2011 erano in crisi motivazionale e non investivano, mentre nel 2012 avevano ricominciato a spendere. L’anno scorso, la sua Samp ereditata in acque tanto per cambiare tempestose aveva strappato un pareggio, ed era sembrata allora tanta roba.
In un anno, secondo quelle traiettorie misteriose che prende a volte la vita, lo scenario si è ulteriormente modificato. A Marassi è scesa in campo una Fiorentina che tutt’ora gioca al calcio meglio della Sampdoria, ma che tutt’ora si dimentica a volte dimettere in campo anche l’anima. Cosa che non succede mai più ai blucerchiati, i quali, opportunamente istruiti da quel condottiero arrabbiato del loro allenatore, l’hanno presa di infilata, gettandosi all’arrembaggio sui suoi portatori di palla quasi fossero una squadra di rugby, più che di calcio.
E così, una Fiorentina che aveva cominciato benino mangiandosi il consueto gol iniziale con Babacar si è fatta pian piano sopraffare nel primo tempo da una Samp che senza fare cose trascendentali si gettava su ogni pallone sbagliandone praticamente nessuno e creando pericoli più o meno grandi per la retroguardia viola, dove Gonzalo Rodriguez riprendeva il suo posto a fianco di Savic, Richards e Marcos Alonso. Arrembanti i padroni di casa, sussiegosi gli ospiti, che macinavano il consueto gioco per vie orizzontali con la certezza di trovare prima o poi la via del gol con una prodezza del giovane Baba o dei giocolieri Borja Valero e Ilicic. Tra le linee, Aquilani e Badelj sembravano farcela a reggere botta e a mettere ordine. E invece è toccato proprio all’Aquila prendere parte all’episodio che ha portato sotto la Fiorentina.
Il sig. Giacomelli della federazione di Trieste, dopo aver giudicato a favore della Fiorentina uno scontro tra Okaka e Neto, ha pensato forse di aver qualcosa da farsi perdonare e ha concesso ai padroni di casa un rigore fatiscente per scontro tra Aquilani e Soriano. I due guardano entrambi il pallone che si allontana, i loro piedi si incrociano. Giacomelli non ha dubbi, Palombo non ha paura. 1-0 per i Sinisa Boys, Montella si incupisce, non sarà una rimpatriata facile la sua in quel di Genova.
Ancora Giacomelli forse pensa di dover correggere qualcosa dando anche alla Fiorentina un rigore di quelli che “si possono non dare”, anche se la trattenuta di Palombo su Babacar in area doriana c’è più del fallo di aquilani nella circostanza precedente. Sul dischetto va Gonzalo, o meglio quello che ne rimane, perché il centrale argentino in questo avvio di stagione è lontano parente del campione ammirato nelle due precedenti, incerto ed esitante in difesa, ininfluente in attacco. Il suo tiro dagli undici metri finisce tra le braccia del connazionale Romero come un ultimo respiro esalato. La partita dei viola si mette veramente male, l’arbitro non ha più debiti con loro, la Samp non ha più riguardi né tantomeno timori reverenziali.
Ci si mette anche Neto a fine primo tempo a complicare la vita dei compagni, evitando di fare il miracolo di turno su un tiro di Rizzo lasciato completamente solo dalla difesa fiorentina. Fortuna che Savic riapre il match saltando bene di testa sull’unico angolo battuto decentemente dai gigliati in tutta la gara. Bello il gesto con cui il centrale serbo incita i compagni tornando a centrocampo, pugno chiuso alzato, una tigre che lancia la sfida al cospetto di un’altra tigre.
La Fiorentina comincerebbe la ripresa ancora viva, e con tutte le chances di raddrizzare la giornata ed evitare la vendetta del suo ex allenatore. La Samp cala di fiato, i viola possono ruminare il loro gioco quasi senza opposizione fino alla tre quarti doriana per quasi tutta la ripresa. A quel punto, i problemi sono i soliti, con Cuadrado in giornata di scarsa vena l’uomo non lo salta nessuno. Borja, Ilicic, Babacar, Aquilani le tentano tutte a tocchi e tocchetti, i sampdoriani hanno però sempre buon gioco a spazzare via con il randello le puntate di fioretto dei leziosi avversari.
In compenso, le rare volte che riescono a partire in contropiede i padroni di casa danno l’impressione di poter far male a una retroguardia viola distratta a causa forse dei lunghi tratti di inattività. Potrebbe farlo Okaka, è invece il nuovo entrato blucerchiato Eder a partire in fuga al 77’ e a farsi tutto il campo bevendosi tre avversari in serpentina prima di battere Neto.
3-1, quasi una beffa per la Fiorentina ma un premio all’agonismo della Sampdoria. Una brutta rimpatriata per Montella (che opera tre cambi, Pizarro per Badelj, Pasqual per Richards e – udite, udite – Mario Gomez per Cuadrado assolutamente ininfluenti) che deve porgere a denti stretti  l’omaggio al vecchio compagno, quel Sinisa Mihajlovic che consuma la più gustosa delle vendette. La sua Samp è dove la Fiorentina dei Della Valle in 12 anni non è mai arrivata nemmeno per un giorno, al terzo posto in classifica.
Nemmeno il ritorno di Supermario riscalda un po’ l’animo dei tifosi viola, infreddoliti da questa giornata più di quanto potesse far supporre il clima da fine estate. Sull’unica palla che gli capita, il bomber tedesco scivola malamente come un contadino in un campo di patate dopo la pioggia. E’ vero che il terreno di Marassi è una vergogna per la serie A, ma quella vergogna c’è anche per i giocatori della Sampdoria, che riescono spesso a stare in piedi meglio dei viola.

Concessa la rivincita a Miha, adesso la Fiorentina si rituffa in Europa ad aggiustarsi una volta di più le ossa rotte da un campionato che proprio non ne vuole sapere di vederla tra le favorite. Poi c’è il Napoli, e qui la rivincita spetterebbe alla Fiorentina, per le note vicende. Chissà se gli uomini di Benitez saranno d’accordo, domenica prossima.