domenica 30 novembre 2014

Cagliari finalmente viola

Se Verona è il centro benessere della Fiorentina, Cagliari è la sua Nemesi. La parola, di origine greca, significa evento negativo che si verifica puntualmente dopo un periodo positivo. A Cagliari, insomma, si perde, anche nelle annate migliori. Al Sant’Elia, ma anche a casa nostra a Firenze, contro il muro dei rossoblu si sono quasi sempre infranti i nostri sogni. Dai tempi di Gigi Riva, che strappò via dalle maglie viola il secondo scudetto, a quelli di Franco Selvaggi, che impedì sempre ai viola di cucirsi sulle maglie il terzo.
Per citare soltanto gli episodi più famosi, perché ce ne sono stati altri nel tempo. Nella scorsa stagione fu proprio il Cagliari a segnare in negativo una stagione viola che avrebbe dovuto essere trionfale. All’andata, i rossoblu picchiarono come fabbri, tra le vittime ci fu proprio Maro Gomez che fu messo fuori gioco per due terzi di campionato. Al ritorno la rincorsa al terzo posto di una Fiorentina che aveva imparato a fare a meno delle sue punte fu frenata da una brutta prestazione in Sardegna al cospetto di rossoblu scatenati.
Nemesis è un termine che implica un destino negativo che non si può scongiurare. O quasi. Viene il giorno in cui tuttavia si può affrontare il destino e rovesciarlo, se lo si affronta senza fatalismo. Oppure se semplicemente si schierano in campo le proprie forze con intelligenza e determinazione. Mettendo dentro gli uomini più in forma e motivandoli a dovere.
Qualcosa è scattato nella testa di Vincenzo Montella. Finito il periodo delle “dimostrazioni” tese a significare a società e tifosi quanto scontento fosse della squadra che si ritrova in mano per la terza stagione, dopo l’ultima sosta della Nazionale è arrivato per lui finalmente il momento di ottimizzare quella squadra, di farla rendere al meglio, visto che poi tanto male non è, specialmente in un campionato ormai mediocre come il nostro.
E così, reso il doveroso tributo con tanto di abbraccio al suo vecchio allenatore dei tempi romani Zdenek Zeman, non gli ha offerto però il cortese omaggio già fatto ad altri di bloccare le potenzialità offensive della squadra viola con “falsi nueve” ed altre amenità, ma ha messo sul terreno di gioco i migliori, incitandoli a ripetere le ultime prestazioni di Verona e Guingamp (quest’ultima almeno per il primo tempo).
Neto, Savic, Gonzalo, Basanta e Alonso sono in questo momento il meglio che la Fiorentina ha in difesa. Il miglior centrocampista, Aquilani, va a sedersi in panchina, ma i Borja Valero, i Pizarro e i Mati Fernandez che vanno in campo oggi sono decisamente migliori di quelli visti finora dall’avvio di questo campionato. Davanti Joaquin e Cuadrado sono quanto di meglio abbiamo in attacco, lo spagnolo che non sente lo scorrere del tempo ed il colombiano che smania per ritornare al suo tempo migliore, quello della scorsa stagione. Mario Gomez poi ha bisogno di ridiventare Mario Gomez, e per farlo deve giocare più che può.
Formalmente sarebbe un 3-5-2, di fatto è come nei primi minuti a Guingamp una Fiorentina che sta ritrovando confidenza con possesso palla e schemi di gioco offensivo, che aggredisce le partite prima che gli avversari aggrediscano lei, che finalmente mette la palla in rete alla prima occasione o quasi, senza farsi avvilire da occasioni sprecate in serie. Il Cagliari di Zeman, rispetto a quello della scorsa stagione, picchia molto meno e gioca molto di più. Fino al 50° minuto, è perfettamente in partita. Una partita equilibrata e finalmente divertente, che i viola hanno il merito di indirizzare subito dalla loro parte ma che se i rossoblu fossero più bravi o forse più fortunati potrebbero riacchiappare in virtù del loro gioco fatto di ripartenze micidiali. Ibarbo è un’ira di dio, Savic, Basanta e Gonzalo devono fare gli straordinari per chiudere su di lui, Pisano, Cossu e Farias.
Ma stavolta la Nemesi distribuisce il suo favore ai viola, regalando loro una delle vittorie in trasferta più eclatanti della loro storia, quasi a compensazione di tante delusioni passate. Stavolta la Nemesi riporta in auge personaggi quasi dimenticati, o sulla via di esserlo. Il migliore in campo è Joaquin, Montella ormai non ci dirà mai cosa aspettava ad impiegarlo. Lo spagnolo sembra tornato la Furia Rossa di un tempo, la sua prestazione fa quasi impallidire quella di Cuadrado, che tuttavia si danna l’anima per liberarsi dai suoi ritardi attuali, fisici e mentali, oltre che dei raddoppi avversari, ed alla fine ci riesce alla grande.
Il punteggio viene sbloccato però dal funambolo cileno che ha brillato a Firenze solo per brevi periodi. Qualcuno già etichettava Matias Fernandez come giocatore da calcio a cinque. L’ex Colo-Colo prende in mano la situazione fin dal primo calcio di punizione, piegando quasi le mani al portiere rossoblu Cragno. Sul secondo, il ragazzo di Fiesole trapiantato in Sardegna si fa sorprendere dalla traiettoria alla Rui Costa del cileno. La palla finisce in rete, Mati viene abbracciato dai compagni mentre spedisce un bacio a qualcuno. La porti un bacione a Firenze, o almeno a chi ha creduto in lui fino ad adesso.
La Fiorentina potrebbe giocare a questo punto in contropiede, ma proprio non le è congeniale. Il gioco ormai è quello, possesso palla ed accelerazioni. Almeno, quando è svolto con la padronanza di oggi, è un gioco produttivo. Il Cagliari potrebbe farle male con Ibarbo e lo sciagurato Farias, che ad inizio ripresa si mangia due gol fatti, salvati alla disperata dal soldato Savic. La legge del calcio si conferma in questo caso implacabile: gol mancato gol subito. Il Cagliari meriterebbe il pareggio ma la Fiorentina sta meritando di rimanere in vantaggio. Un’azione insistita dei viola, una delle tante, si conclude fuori area sui piedi del buon Mati, che si ricorda di avere i numeri per tirare in porta e lo fa. E’ la sua giornata, quella che forse ricorderà a lungo. Rasoiata all’angolino sinistro di Cragno, due a zero, Fiorentina che vede allontanarsi lo spettro di Guingamp ed al suo posto appressarsi una cavalcata trionfale.
Il Cagliari accusa la mazzata e con il calo di fiato e di morale mette in mostra i limiti del calcio di Zeman. Per i viola nella difesa rossoblu si apre un’autostrada a quattro corsie. Appare chiaro a questo punto che in contropiede la Fiorentina può segnare una sporta di gol. Montella ritarda i cambi, le cose per i suoi vanno talmente bene che ha quasi una remora a togliere uno qualsiasi dei suoi pezzi. Alla fine entra Aquilani a razionalizzare il possesso palla a centrocampo a spese dei numeri di Mati Fernandez, l’eroe di giornata. Joaquin rimane in campo, spesso nelle azioni di ripartenza si fa addirittura vedere come il più lesto a rovesciarsi in area avversaria. Borja sembra ritrovare a poco a poco la confidenza con la regia avanzata, un suo break a metà ripresa meriterebbe miglior sorte della ciabattata che Mario Gomez indirizza in curva.
Non c’è tempo di disperarsi per Marione. Il suo problema è solo psicologico, per due volte ha anche tolto di porta la palla scagliata da compagni, ci sarebbe di che avvilirsi. Ma il ragazzo di Germania ha carattere, alla fine gli capita la stessa palla che a Verona era finita sulla traversa. Stavolta Supermario si fa mezzo campo fino davanti al portiere avversario. Lì giunto, ha ancora lucidità per ignorare Joaquin meglio piazzato e per spedire nell’angolino sinistro. Un gran gol, che come dirà lui stesso dopo la partita gli leva dalle spalle un peso immane. Dopo oltre 250 giorni il tabellino del suo score torna a muoversi, il sorriso torna sul suo volto, i pugni al cielo.
Sul tre a zero, Montella decide che è il caso di mettere la testa alla Juventus, che renderà visita alla Fiorentina venerdi prossimo. Savic e Cuadrado sono diffidati. Dapprima è il serbo a lasciare il posto al connazionale Tomovic, poi è il colombiano ad uscire per Vargas, ma non prima di aver segnato in contropiede il quarto, splendido gol, con un tocco potente e piazzato alla sua maniera.
Va tutto bene alla Fiorentina adesso. Perfino l’arbitro Calvarese dirige senza sbavature, neanche lontano parente del Calvarese che nella scorsa stagione fece infuriare Firenze regalando al Napoli una vittoria immeritata e beffarda. Il resto lo fanno gli attaccanti rossoblu che proprio non ce la fanno a mettere nella porta viola il gol della bandiera, malgrado la Fiorentina non infierisca più, né in attacco né in difesa. Un quinto splendido gol viene annullato comunque ad Aquilani per fuorigioco, peccato per il gran tiro al volo del numero 10 su assist preciso di Pizarro.
Finisce così, la Fiorentina si ritiene paga dei doni della Nemesi, non infierisce e non affonda più. Meglio tenere qualche colpo in serbo per venerdi prossimo. Arriva la Juve, come si è detto, per la madre di tutte le partite. Nel frattempo, la zona Europa League è a tre punti, quella Champion’s –occupata dal sorprendente Genoa di Gasperini (come dire, si potrebbe anche fare) – è a soli quattro.

E’ un campionato assurdo, stranissimo. Sognare o disperarsi è questione di un attimo. Se il tempo dei capricci è finito, se gli uomini migliori stanno tornando, forse qualcosa si può combinare davvero.

RENZIADE: Matteo Renzi, lo Stil Novo che avanza

4 settembre 2012

Chi lo ha visto in maglia viola allo stadio, sa che ormai la questione è arrivata ad un punto di non ritorno. Nella Tribuna Autorità, di solito, le cosiddette Autorità sono solite portare i figli più o meno piccoli con indosso la maglia della squadra, e questo è normale, percepito come tale, ed anche simpatico, come tutto ciò che è legato all’infanzia.
Lui è andato oltre, come sempre. Quando si è presentato, la maglietta la indossava lui, con tanto di numero e nome approntati dalla solerte società viola, e siccome a volte la fortuna aiuta i molto audaci, poiché la Fiorentina ha vinto, ha finito per scrivere un’altra pagina spettacolare della sua storia personale e del suo ancora più personale modo di fare il Sindaco di Firenze.
Matteo Renzi non è fatto per unire. O lo ami, o lo detesti. Dal giorno in cui si è affacciato sulla scena della vita politica prima cittadina e poi nazionale, l’ha trasformata in uno show di cui è il protagonista assoluto, riducendo a comprimario chiunque lo affianchi o lo affronti. Capace di rubare la scena a Roberto Benigni, a Cesare Prandelli, a Vittorio Sgarbi, perfino a Silvio Berlusconi (che di scene se ne intende), Renzi buca lo schermo come pochi altri.
Della politica c’è da chiedersi cosa abbia capito, della comunicazione ha sicuramente capito tutto, e sembra più che mai intenzionato – e capace – di ripetere la parabola del suo predecessore, il Grande Comunicatore di Arcore. Ma l’uomo di Arcore, al confronto, pare demodé, superato. Non si è mai visto con la maglietta del Milan addosso.
Barzellette sì, ne racconta, ma non più sfacciate di quelle di Benigni. Non ha mai premiato nessuno, finendo tra l’altro per tenersi lui il vero premio. Non ha mai scritto libri. Perlomeno non libri che riscrivono la storia della letteratura e della politica italiana (altri l’hanno fatto per lui, se mai). Renzi fa tutto questo e anche di più.


La sua ultima fatica letteraria tra l’altro è un testo chiave, per capire non solo l’autore, ma anche il destino dell’Italia che egli s’appresta a girare in campagna elettorale a bordo dei due camper appena affittati. Si, perché il nostro – primarie del PD o no –ha deciso, scende in campo, e se la sorte gli arriderà (in Italia la sorte è poco esigente, arride facilmente), governerà quell’Italia con la stessa verve dimostrata nell’amministrazione del capoluogo toscano.
Magari sfilandosi la maglia viola per indossare quella azzurra. Stil novo. La rivoluzione della bellezza tra Dante e Twitter. Già il titolo dovrebbe far pensare (c’è tempo fino all’ultimo momento, nella cabina elettorale): il Sindaco che studia da Presidente del Consiglio, e che per conseguire questo salto di qualità ha deciso di virare verso un look e un atteggiamento giovanilista estremo, condivide con la generazione che più lo intriga rappresentare un quantomeno singolare approccio culturale verso il passato, frutto anche di decenni di pubblica istruzione tra il devastante e il compiacente.
Nel libro, se poi si ha il coraggio di sacrificare preziosi momenti di vita e di sfogliarlo, si trova tutto lo Zibaldone (programma pare una parola grossa) del Sindaco che twitta. I grandi personaggi del Medioevo fiorentino erano modelli di virtù, senza bisogno di partiti o sindacati che non rappresentano nessuno o servono a nulla, con un Welfare State perfettamente funzionante grazie alle Dame di Carità, con nobili signori che sapevano quando era il momento di rottamarsi a favore dei giovani (nessuna menzione ovviamente di tecnologie alternative quali la congiura, l’avvelenamento, l’accoltellamento, ma son dettagli), con altrettanto nobili re che facevano fallire le banche non pagando i debiti al contrario di quanto succede oggi (che nessuno paga i debiti, ma falliscono gli Stati), et similia.
Colpisce il fatto che nessuno degli esempi portati dal Renzi sia successivo all’ancien régime, ma d’altra parte si parla di bellezza e di stil novo ed è noto a tutti coloro che condividono l’impostazione culturale del Sindaco, o semplicemente come lui hanno fatto il Boy Scout, che l’umanità dopo la rivoluzione francese ha prodotto veramente poco in ogni campo.
Dal Big Bang con cui presentò alla Leopolda la sua tempesta di idee alle pacche sulle spalle con un Della Valle altrettanto aperto alle nuove tendenze, passando per la poetica di un Dante che chissà cosa starà facendo nella tomba e una pagina di Facebook dove si parla di tutto con pari disinvoltura ed altrettanto costrutto (e dove gli si può chiedere di tutto, subito qualche solerte sostenitore risponderà al posto suo), Matteo Renzi si è candidato a diventare il Baden Powell d’Italia.
I Boy Scout, fedeli al loro motto, sono sempre pronti, e anche molti ex PCI-PDS-DS in crisi di identità. Personaggi in cerca d’autore a cui nessuno ha saputo spiegare perché devono sostenere Monti e le sue lacrime ed il suo sangue (e senza nemmeno le Dame di Carità del Renzi), ma che non possono fare a meno – per propria abitudine mentale - di seguire insegnamenti ed orme di un nuovo Grande Timoniere e della sua dottrina.
E’ stata una lunga strada quella di Renzi. Mentre allagava il pubblico italiano di trasmissioni televisive a 360°, il pubblico fiorentino ha visto la propria città allagata diverse volte a causa della pioggia e di tombini poco collaborativi, e una volta addirittura trasformata dalla neve nella New York di The Day After Tomorrow. Ma il nostro ha idee e soluzioni brillanti, l’ha dimostrato, e così ha celermente provveduto: gli ultimi allagamenti non sono colpa sua, ma delle municipalizzate alle quali ha trasferito la responsabilità. Chi va sott’acqua, e poi gli punge vaghezza di twittare o condividere su facebook delle rimostranze (e qualche improperio) sulla pagina del Sindaco, che almeno si documenti prima, e che diamine!
E ogniqualvolta le previsioni meteo hanno indicato neve, le truppe del Comune con tanto di spargisale sono sfilate in parata in Piazza della Stazione (rispettando anche la ZTL), come una volta succedeva a Mosca il 7 novembre. La neve, va detto, intimorita, non ha avuto più il coraggio di farsi viva. Perché Renzi è uno che studia, impara e rielabora.
Se la magistratura indaga sulle sue assunzioni facili al tempo della Provincia, o sulla gestione allegra dei finanziamenti della Margherita da parte di Lusi e di chi ne ha beneficiato, allora è il momento di inserire nel programma la riforma della Giustizia, addirittura come priorità. La sua canzone preferita attualmente è We take care of our own, di Bruce Springsteen. Tradotta in fiorentino, mi preoccupo del mio.

Non si sa qual è stata la reazione del Boss alla notizia. La sua ultima parola d’ordine è esportare il modello fiorentino a livello nazionale. Non è dato sapere quanti fiorentini apprezzano e ringraziano, ma è facile pensare che molti, ritenendo di avere già dato, sperano. Non sarebbe la prima volta che Firenze si libera dei suoi problemi spedendoli a Roma. Padre Dante & C. insegnano.

Quando la Toscana abolì, prima al mondo, la pena di morte

«Abbiamo veduto con orrore con quanta facilità nella passata Legislazione era decretata la pena di Morte per Delitti anche non gravi, ed avendo considerato che l'oggetto della Pena deve essere la soddisfazione al privato ed al pubblico danno, la correzione del Reo figlio anche esso della Società e dello Stato, della di cui emenda non può mai disperarsi, la sicurezza nei Rei dei più gravi ed atroci Delitti che non restino in libertà di commetterne altri, e finalmente il Pubblico esempio; che il Governo nella punizione dei Delitti, e nel servire agli oggetti ai quali questa unicamente è diretta, è tenuto sempre a valersi dei mezzi più efficaci col minor male possibile al Reo ...avendo altresì considerato, che una ben diversa Legislazione potesse più convenire alla maggior dolcezza, e docilità di costumi del presente secolo.....Siamo venuti nella determinazione di abolire come Abbiamo abolito con la presente Legge per sempre la Pena di Morte contro qualunque Reo.. »
Alla fine, il Secolo dei Lumi produsse il suo progresso di civiltà più alto. Non lo fece a Parigi, dove i Philosophes e gli Enciclopedisti dall'inizio del XVIII secolo spargevano i semi che stavano per far deflagrare la Rivoluzione Francese. Non lo fece a Londra, dove la Gloriosa Rivoluzione aveva prodotto da tempo un liberalismo che era già allora il “brodo di coltura” del mondo moderno e della libertà. Non lo fece nelle Colonie americane, dove proprio la libertà stava celebrando il suo primo trionfo, e uno dei più grandi della storia. Non lo fece a Vienna o a Berlino, dove la grande Maria Teresa o il grande Federico II avevano incarnato quel sovrano ideale che l'Illuminismo aveva sognato alla guida di un mondo pronto finalmente per uscire dalla barbarie dei secoli bui e a dare attuazione concreta ai precetti cristiani.
Lo fece in riva all'Arno, a Firenze. Il Granduca di Toscana Pietro Leopoldo, nono figlio della grande Imperatrice d'Asburgo e del duca Francesco di Lorena che aveva ereditato la corona degli ultimi Medici, fu davvero l'uomo del destino atteso per decenni dagli illuminati di tutta Europa. Alla vigilia della sua incoronazione, nel 1764, Cesare Beccaria aveva potuto pubblicare proprio a Livorno la sua opera leggendaria, Dei delitti e delle pene, la base filosofica del diritto moderno, che aveva come punto cardine del suo programma di riforma degli ordinamenti europei proprio l'abolizione della pena di morte.
Pietro Leopoldo, per i toscani Leopoldo I, regnò beneamato sul Granducato dal 1765 al 1790, quando la mancanza di eredi al trono asburgico lo richiamò a Vienna. Il suo breve regno come Imperatore annoverò altri successi, ma il nono figlio di Maria Teresa era destinato  a rimanere nella storia dell'umanità per quel suo decreto del 30 novembre 1786, quando ancora sovrano del solo Granducato aveva per primo posto fine alla più grande delle barbarie, che risaliva alla notte dei tempi.
E con lui la Toscana, che vanta molti primati storici in molti campi, ma che solo nel 2000 ha finalmente dato la giusta enfasi a quello probabilmente più importante, con la legge approvata dal Consiglio Regionale che istituisce la Festa della Regione Toscana, celebrata al pari di altre ricorrenze importanti con la sospensione delle lezioni scolastiche. Il primo anno, quello in cui si chiudeva il vecchio millennio carico di tanti orrori e si apriva quello nuovo carico di tante speranze, le campane a Firenze suonarono a distesa alle  17,00, ora in cui secondo le cronache fu promulgato l'editto granducale che aboliva “per sempre” la pena capitale, la tortura, la mutilazione e quant'altro di barbaro sopravviveva negli ordinamenti giuridici. Una festa in cui laicità e religiosità si incontravano finalmente senza rivalità, ma anzi con eguale soddisfazione.
Dopo più di due secoli, l'esempio di Pietro Leopoldo di Lorena e del piccolo Granducato di Toscana che rimise sotto i riflettori la città dove aveva preso il via il Rinascimento stenta ad essere seguito in un mondo per quasi tutto il resto globalizzato e in via di uniformazione di culture, usi, costumi. Secondo Amnesty International sono solo 89 gli Stati che hanno abolito completamente la pena di morte. In 68 Stati essa è ancora prevista dal codice penale ed effettivamente utilizzata (tra queste, gli Stati Uniti d'America, per molti altri aspetti pilastri della civiltà moderna), 30 Stati mantengono la pena di morte anche per reati comuni ma di fatto non ne hanno fatto uso per almeno 10 anni, in 10 Stati è in vigore ma solo limitatamente a reati commessi in situazioni eccezionali, ad esempio in tempo di guerra.

L'Italia abolì la pena di morte con la Costituzione del 1948. Prima, anche durante il regime fascista, era prevista soltanto in caso di attentato al Re e al Duce, oppure in caso di delitti particolarmente efferati. Di fatto non era stata comminata neppure in caso di regicidio. Quando Gaetano Bresci uccise Umberto I nel parco reale di Monza fu poi condannato all'ergastolo. E' uno dei pochi primati morali e culturali che sopravvivono al nostro paese, ed in particolare a quella tra le sue città che si vanta di aver dato origine alla sua lingua e a molta parte della sua attuale cultura.

venerdì 28 novembre 2014

RENZIADE: Fenomenologia di Matteo Renzi

21 settembre 2012

Diceva Thomas Paine che “il governo, nella migliore ipotesi, non è che un male necessario; nella peggiore, un male intollerabile". L’attivista radicale americano ideologo della ribellione delle colonie contro la madrepatria Inghilterra, scriveva per dare sostegno morale e filosofico all’azione intrapresa dai suoi compatrioti in rivolta contro il legittimo sovrano per diritto divino, come si diceva allora. Azione inaudita, per l’epoca, ma che poiché ebbe successo, passò alla storia come Rivoluzione Americana.
I suoi scritti, che per alcune posizioni allora ritenute estreme sconcertarono perfino i Giacobini francesi, oggi possono essere considerati patrimonio culturale comune di tutti i paesi che si ispirano ai valori che trionfarono con le due rivoluzioni americana e francese. Il principale, per l’appunto, si chiama Senso comune, come se l’autore preconizzasse che poiché le verità che affermava erano talmente evidenti e basate sul puro buonsenso, un giorno sarebbero state riconosciute per tali e poste a base della filosofia politica come postulati indiscutibili.
Il senso comune vuole che un governo, quando si pone come tirannico o comunque lontano dai desideri e bisogni del popolo, venga rovesciato dal popolo stesso. Dalle nostre parti, qualcosa del genere è stata affermata dal compianto ex Presidente della Repubblica Sandro Pertini, che parlò esplicitamente dell’ammissibilità nel caso suddetto del ricorso a mazze e pietre.
Per il resto, sia il pensiero politico-filosofico, sostanzialmente fermo a Machiavelli ed al suo Principe, sia la mentalità spicciola e la prassi quotidiana del popolo italiano, sostanzialmente fermi a Masaniello e alle rivolte del pane dei Promessi Sposi (episodi fini a se stessi, nel mare magno dell’arte di arrangiarsi), non hanno consentito ai cittadini di questo paese grossi passi in avanti nel rapporto con i propri governanti, nonostante alcune conquiste ratificate dalla costituzione repubblicana.
Nel dopoguerra, stante la contrapposizione dei due blocchi occidentale e sovietico, abbiamo avuto una serie di governi che giustificavano la loro esistenza principalmente, e in alcuni momenti quasi esclusivamente, con la necessità di tenere lontano dal potere un’altra forza politica, il Partito Comunista, che si riteneva non compatibile con il sistema occidentale stesso, quando non addirittura asservito agli interessi dell’altro blocco.
Cosicché, un partito contraddittorio come la Democrazia Cristiana ha potuto governare ininterrottamente per quasi 50 anni senza mai correre o quasi il rischio di essere sconfitto per la semplice ragione che non esisteva alternativa. E’ rimasta celebre la frase di Indro Montanelli, che invitava i suoi lettori in occasione di ogni tornata elettorale a turarsi il naso ed andare a votare, per la DC o i suoi alleati, ovviamente.
Dopo un periodo iniziale caratterizzato dal grande carisma di Alcide De Gasperi e dalla grande paura
dell’Unione Sovietica guidata da Stalin, la DC ha protratto il proprio potere nel tempo nonostante la perdita progressiva di immagine causata da episodi di corruzione e di malgoverno conclamato che producevano altrettanti scandali, mai nessuno dei quali però decisivo, per la consapevolezza popolare che al governo non ci si ribella, al massimo gli si mugugna contro, ma da dietro le spalle. E poi perché, come si è detto, alternativa non c’era, o faceva comodo pensare che non ci fosse.
Finché l’ultimo di questi scandali, sfociato nell’inchiesta Mani pulite, poco dopo il crollo del Muro di Berlino e la fine della Guerra Fredda che misero fine alla giustificazione dell’anticomunismo, riuscì a spazzare via Democrazia Cristiana e Prima Repubblica, illudendo chi sperava in un cambiamento epocale che quel momento fosse arrivato.
Ma è proprio allora che quegli italiani hanno appreso - dai loro stessi concittadini - la lezione storica più importante, che poi consiste sempre in una sostanziale parafrasi della celebre frase che Giuseppe Tomasi di Lampedusa mette in bocca al personaggio principale del suo Gattopardo, il Principe di Salina: in questo paese, tutto cambia sempre perché nulla cambi veramente..
Apparve chiaro allora e lo è rimasto in seguito che qui si va sempre a votare non per l’alternativa migliore, ma per quella meno peggio. A DC e PCI successero da un lato un partito nato dalla trasposizione armi e bagagli in politica di una azienda privata e dei suoi interessi in conflitto, dall’altro una gioiosa macchina da guerra che dicevano avesse chiuso i conti con un passato dai risvolti abbastanza sinistri ma che sotto la quercia aveva ancora la falce ed il martello (e soprattutto, come ha dimostrato e dimostra tutt’ora ove ne ha la possibilità, poca o nessuna cultura amministrativa).
Una cosa accomuna sempre gli elettori di destra a quelli di sinistra in Italia: sono regolarmente costretti a turarsi il naso con forza per spuntare sulla scheda il nome di personaggi più o meno inguardabili con l’unica consolazione vera o presunta che quelli dall’altra parte sono anche peggio.
Nell’anno di grazia 2013, quando dicono che i poteri forti che governano l’Europa adesso consentiranno anche a questo Belpaese di tornare a votare (cosa per la quale, evidentemente, non eravamo pronti - o meritevoli - nel 2011), a quanto pare si riproporrà la stessa alternativa di sempre. Gli attori in gioco sono arcinoti, e tutti ormai abbondantemente indigesti ad un popolo che sta pagando duramente una crisi economica prodotta in buona parte dai suoi stessi governanti (con la sua acquiescenza). Qui interessa parlare del cosiddetto nuovo che avanza.
Scontata l'affermazione di Lega Nord e Movimento Cinque Stelle come catalizzatori del voto di protesta trasversale, il fenomeno chiave da monitorare sarà, una volta di più, quello di Matteo Renzi. L’uomo che esordì in pubblico nello studio televisivo di Mike Bongiorno, meriterebbe forse che Umberto Eco gli dedicasse (come fece per lo stesso Mike nel 1961 nel suo Diario minimo) uno studio di fenomenologia.
L’uomo che si schiera con Marchionne in un paese di sempre più disoccupati, l’uomo che vorrebbe far funzionare l’Italia e per il momento amministra la città più sporca e mal funzionante d’Italia, l’uomo che vorrebbe rottamare il Partito Democratico e che si candida dentro il Partito Democratico, che vorrebbe rottamare Berlusconi eppure deve tutto a Berlusconi, soprattutto il modo come buca lo schermo e si pone in sintonia con i sentimenti spesso inespressi della gente comune; quest’uomo si appresta a riscuotere una valanga di consensi, sorprendenti (adesso come quelli di vent’anni fa per Berlusconi) solo per chi analizza la politica dalle stanze della politica e dalle redazioni dei giornali, non tra la gente comune.
Per capire questo, basta sintonizzarsi per una settimana su una delle tante rubriche di approfondimento che la TV ci propone (e propina) quotidianamente. Dopo aver visto scorrere il Museo delle Cere (o degli Orrori) dei protagonisti della vita politica della Seconda Repubblica, dopo aver sentito dire a Vendola che stanno seriamente pensando di candidare Prodi al Quirinale, o a Rosy Bindi che nel programma di Renzi c’è solo l’attacco personale a lei (e viene da mordersi lingua e quant’altro ripensando alla celebre battutaccia di Berlusconi), o Bersani dire qualcosa che francamente non capiscono nemmeno al suo paese, o quelli del PDL dire che nel Consiglio Regionale del Lazio ci sono dei rubagalline (come 20 anni fa nel partito socialista c’erano dei mariuoli, abbiamo poi visto come è andata a finire), dopo aver sentito il decano sopravvissuto dei giornalisti Eugenio Scalfari pontificare su come Mario Monti sia il migliore dei presidenti del consiglio possibili, ecco che arriva Matteo Renzi.
Non dice altro che quello che sa che la gente, devastata da una crisi spaventosa e dai ricami sconcertanti che ci fanno sopra i suoi politici (che bruciano risorse come Maria Antonietta mangiava le brioches alle Tuileries), vuole sentirsi dire. Magari nonsense agghiaccianti, o posizioni contrarie a quel senso comune che da Tom Paine ad oggi anche in Italia ci eravamo abituati ad esercitare. Ma li dice con sicurezza e convinzione, o almeno così pare alla stessa gente.
Quando un popolo è abituato ad attendere l’Uomo della provvidenza, e ad andargli dietro se questo si
presenta al momento giusto, quando cioè la crisi morde le caviglie a sangue, quell’uomo sa che è solo
questione di tempo, di non fare gaffes come quella di Romney in America, e se non intervengono giochi strani, avrà la sua chance. E la coglierà. Non perde mai la sua sicurezza, o sicumera, Matteo Renzi. Vorrà pur dire qualcosa. 
Quanto ci manca Indro Montanelli…..

Impresa viola in Armorica



Nel 50 avanti Cristo tutta la Gallia è occupata dai Romani… Tutta? No! Un villaggio dell'Armorica, abitato da irriducibili Galli, resiste ancora e sempre ...
Cominciavano così le avventure di Asterix il Gallico, sceneggiate da René Goscinny e disegnate da Albert Uderzo. Quando ci deliziavamo da piccoli con le loro bandes dessinées, o fumetti, non potevamo mai immaginare che un giorno, nel 2014 dopo Cristo, di affrontare quella tribù di irriducibili galli sarebbe toccato nientemeno che alla Fiorentina, lungo la strada per la qualificazione ai sedicesimi di finale di Europa League.
Dai tempi di Giulio Cesare, il villaggio della Cotes-d’Armor, dipartimento della odierna Bretagna, ha perso molto del suo smalto, se è vero che la sua squadra di calcio, orgogliosamente denominata En Avant de Guingamp, ha fino ad oggi collezionato pochissime partecipazioni al campionato maggiore francese, la Ligue 1, e due sole vittorie della Coppa di Francia, l’ultima nel 2009 allorché militava nella Ligue 2, la serie cadetta d’Oltralpe.
Anche nella stagione in corso i bretoni non è che se la passino granché bene, se è vero che figurano attualmente al diciannovesimo e penultimo posto della classifica, in piena zona retrocessione. E il primo quarto d’ora della partita – decisiva per il passaggio del turno – che li oppone alla Fiorentina chiarisce subito perché. I viola arrivano allo stadio Roudourou forti dei dieci punti con i quali guidano il girone di eliminazione dopo quattro partite giocate, gliene basta un altro per avere la certezza del passaggio ai sedicesimi, con una vittoria il primo posto è al sicuro.
Vincenzo Montella opta per un turnover parziale ma doveroso, domenica la banda viola è attesa a Cagliari da un confronto tradizionalmente ostico, anche nelle annate migliori, cosa che questa in corso non è stata di certo almeno finora. Con Tatarusanu tra i pali, la difesa si schiera a quattro con Richards, Basanta, Tomovic e uno a turno tra Kurtic e Lazzari, anche se il modulo non è certissimo visto che lo sloveno più volte durante il corso della partita chiederà conferma al suo allenatore se il sistema di gioco è 4-4-2 o 3-5-2.
Il centrocampo fa a meno di un Pizarro ancora in cerca della condizione, spedito in tribuna, e di un Borja Valero che la sta lentamente ritrovando, spedito infreddolito in panchina. Al loro posto il redivivo Aquilani e Badelj, affiancati dall’ariete Vargas e da chi tra Kurtic e Lazzari non è indietro a dare mano alla difesa. In avanti, fiducia a Khouma El Babacar e al talento finora inespresso di Marko Marin, che in molti aspettano come possibile deus ex machina (tradotto in italiano, leva-castagne-dal-fuoco) in sostituzione di un ancora lontano Giuseppe Rossi.
Per la verità, nel primo quarto d’ora non c’è bisogno di parlare di schemi o di tattiche di gioco. La Fiorentina sorprende gli avversari avventandosi sulla partita con una foga e una lucida cattiveria che fanno stropicciare gli occhi ai suoi tifosi, sia i 300 giunti fino quassù nella fredda Armorica sia i moltissimi rimasti a casa ad assistere ad un altro passo in avanti verso la rinascita viola sugli schermi della Pay-TV (a proposito, pare che finalmente al prossimo turno tocchi anche alla Fiorentina essere trasmessa in chiaro, non è mai troppo tardi).
Dapprima Marin si mangia un gol quasi fatto con la porta spalancata in contropiede, poi – siamo ancora al sesto minuto -  una percussione di Babacar ribattuta alla disperata dall’estremo difensore francese Lossi finisce sui piedi giusti, quelli di Alberto Aquilani.  Il quale, come già altre volte in questa stagione quando è sollevato da compiti di regia arretrata, offre al mondo un saggio della sua classe e del suo genio calcistici evitando di tirare e porgendo un assist di giustezza all’accorrente Marin, che più che visto ha sentito arrivare alle sue spalle. Il tedesco di origine serba tocca nella porta semi-sguarnita altrettanto deliziosamente, prendendo Lossi in contropiede.
La Fiorentina in vantaggio non si mette subito comoda ad attendere la reazione degli spaesati padroni di casa, ma continua a tagliare il campo con le sue trame affilate come un rasoio. Pochi minuti dopo, al tredicesimo, viene pescato bene Vargas sulla sinistra. Ottimo controllo, cross da par suo sul quale si avventa da grande centravanti Babacar, che con tocco d’esterno veramente splendido fa due a zero all’angolino sinistro del portiere francese.
Ancora qualche minuto di gioco piacevole dei gigliati, per l’occasione in maglia bianca, ed è Lazzari a scottare le mani guantate di Lossi con un gran tiro da fuori area. Sugli spalti, la pattuglia del tifo viola pregusta la seratona. Ma è proprio in quel momento, verso la mezz’ora di gioco, che qualcosa si rompe nel giocattolo di Montella. I francesi progressivamente si svegliano dal loro stordimento, e capiscono che tutto è perduto fuorché l’onore, ed anche il punticino che in caso di pareggio loro e del PAOK che gioca a Minsk terrebbe vive le loro speranze di qualificazione. Non sono uno squadrone, ma sono la tipica squadra transalpina, veloce, leggera e tecnica, quando non confusionaria.
La Fiorentina dal canto suo forse crede di aver già archiviato la pratica, e comincia il graduale (ma neanche tanto) ritiro dei remi in barca. Dalle parti di Tatarusanu (che non è in serata, proprio adesso che arrivano insistenti le voci di un addio di Neto) cominciano a farsi vivi sempre più spesso i giocatori in maglia rossoblu. L’arbitro russo Eskov nel frattempo si ricorda che in tribuna è presente nientemeno che sua maestà Michel Platini e probabilmente ciò lo condiziona in negativo. Siamo sempre lontani dalla performance del norvegese Ovrebo quattro anni fa a Monaco di Baviera, ma anche il russo non scherza allorché al 43’ si inventa un rigore contro la fiorentina, con conseguente espulsione di Basanta per fallo da ultimo uomo su chiara occasione da gol.
L’unica cosa veramente chiara è che Marveaux entra in area viola e, cercando con mestiere l’appoggio sul difensore viola, non lo trova e perdendo l’equilibrio finisce a terra praticamente da solo. Ha un bel protestare la Fiorentina, Basanta deve guadagnare gli spogliatoi, sul dischetto va Beauvue, palla da una parte e Tatarusanu dall’altra.
Si va al riposo arrabbiati e con la partita riaperta. Ma anche preoccupati per il vistoso calo di concentrazione di una squadra viola che aveva sottovalutato i segnali di ripresa dei transalpini. Si aspetta la reazione dei ragazzi di Montella e di Montella stesso, sulla base del principio che a volte in 10 si gioca addirittura meglio, se si ha la giusta determinazione.
Marveaux va giù, Basanta va fuori, rigore
La ripresa invece è un calvario. Si gioca d una porta sola, quella della Fiorentina. Unica eccezione, una punizione che a un quarto d’ora dalla fine i viola si guadagnano nell’unica sortita oltre la metà campo riuscita loro. Vargas calcia anche bene, ma la barriera si muove in anticipo malgrado la schiuma depositatale davanti come da regolamento da Eskov, che peraltro fa finta di non vedere. L’arbitraggio del russo è a senso unico per tutto il tempo restante, eccezion fatta per un fallo da rigore su Schwarts apparso molto più netto di quello concesso nel primo tempo (la spinta di Savic oggettivamente c’è) e per il gol annullato a Diallo nei minuti finali per fuorigioco non facile da vedere. Effetto compensativo? Forse, sta di fatto che la Fiorentina alla fine non può proprio lamentarsi dei torti subiti, anche perché le occasioni per pareggiare del Guingamp, che la schiaccia nella sua metà campo per tutta la ripresa, sono veramente tante, e alcune clamorose.
Stavolta Montella azzecca i cambi, anche perché l’espulsione di Basanta li rende ovvi. Ma è Cuadrado subentrato al posto di Lazzari a non azzeccare la serata, risultando poco efficace e di scarso aiuto per i compagni sotto pressione. Anche Savic è sotto tono, e rischia nell’occasione del fallo su Schwarts di compromettere lo sforzo di una Fiorentina che cerca ormai di resistere con le unghie e con i denti fino al novantesimo, chiusa nel Fort Apache allestito dal suo vistoso calo fisico che fa seguito a quello di concentrazione.
Entra anche Alonso a rilevare un Badelj come di consueto senza infamia e senza lode, ma anche lo spagnolo può fare poco per raddrizzare la barca viola che fa acqua da tutte le parti. Con Babacar che gioca i venti minuti finali in preda ai crampi (ma siamo sicuri che le metodiche di allenamento di questi ragazzi siano quelle giuste?), i gigliati assistono praticamente inermi alla scorpacciata di gol praticamente fatti da parte di Beauvue ed alla clamorosa traversa  di Yatabaré, prima che Eskov annulli giustamente (ma vista l’aria che tira miracolosamente) il pareggio di Diallo a tempo quasi scaduto.
Alla fine, restano solo i tre punti che valgono il primo posto nel girone a prescindere, e la gioia dei tifosi viola sotto la postazione dei loro 300 coraggiosi supporters, tutti quanti consci dell’impresa realizzata quassù, nel villaggio degli irriducibili galli e in condizioni ambientali avverse. Per non parlare delle proprie, mentali, al limite della Caporetto.
Ci si rituffa in campionato. Domenica c’è una delle nemesi viola, quel Cagliari che tante volte ha posto bruscamente fine ai sogni viola. Il match di Guingamp, che doveva quasi essere defatigante in vista dello sbarco al Sant’Elia, è stato piuttosto preoccupante. Per aspera ad astra, speriamo.

lunedì 24 novembre 2014

Sorridi Fiorentina



Da tempo ormai immemorabile, lo stadio Bentegodi di Verona è un vero e proprio centro benessere per la Fiorentina, che qui ha vissuto alcuni dei suoi momenti migliori fuori delle mura del Franchi. A parte lo storico e antico gemellaggio tra le due tifoserie, questo stadio è legato a ricordi indelebili per quella viola. Qui esordì nel lontano 1972 il “ragazzino che già giocava guardando le stelle”, Giancarlo Antognoni, e fu vittoria, come succede ai predestinati.
Qui la Fiorentina dei Della Valle conquistò la prima e forse la più spettacolare delle sue “quattro Champion’s League” festeggiandola con la parrucca viola di Luca Toni & C. al termine di uno splendido campionato, anche se pochi minuti dopo gli avvisi di garanzia di Calciopoli avrebbero spazzato via tutto quanto. Qui l’anno scorso la migliore Fiorentina di Vincenzo Montella ottenne la sua vittoria esterna più roboante, un 5-3 ottenuto in rimonta contro un Luca Toni troppo presto lasciato andare via ed accasatosi felicemente proprio tra gli scaligeri.
A Verona tanti momenti più o meno felici, questa è una trasferta che da Firenze si fa sempre volentieri. Per la partita salva-Montella, non esistevano forse luogo e avversario più auspicabili. In classifica i veneti avevano un punto in più dei viola, ma oltre all’ambiente del tifo anche la loro difesa era attesa come “amichevole” per i nostri eroi gigliati, che in questo anno di grazia 2014 hanno avuto finora più difficoltà a mettere il pallone nella porta avversaria che a farsi male in modo più o meno grave.
L’Hellas Verona ha mantenuto le attese in pieno, lasciando portar via alla Fiorentina tre punti fondamentali che la rilanciano in classifica a cinque lunghezze soltanto dalla “zona Europa League”. Se vogliamo proprio sognare, la “zona Champion’s” è poco più su, anche se per quella il gioco visto oggi non è sufficiente, come non lo è stato del resto contro le principali competitors Napoli e Lazio.
La sosta per la nazionale è servita soprattutto a far sbollire i veleni accumulati in seguito alla mortificante sconfitta casalinga contro i partenopei di Higuain. E a mostrare quali sono le nuvole che si addensano all’orizzonte di questa società e di questa squadra viola che sembrano destinate a non trovare mai pace, specialmente quando questa pace appare ormai ad un passo. Con Prade’ e Macia dati ormai per sicuri partenti, tocca a Vincenzo Montella dimostrare di non voler essere il terzo mettendo finalmente in campo una formazione che sfrutti le armi migliori del momento (non moltissime, per la verità) anziché ingegnarsi di mettere in risalto le proprie lacune.
Quando Montella sente che i margini di errore sono ridotti a zero, in genere molti pezzi vanno a posto sullo scacchiere viola. Ecco quindi in difesa Marcos Alonso e Basanta, che non saranno i Nesta e Cannavaro dei tempi d’oro ma che danno più sicurezza di tutto quanto si è visto nel reparto arretrato dall’inizio di stagione, consentendo addirittura a Gonzalo Rodriguez di riaffacciarsi in avanti, ma soprattutto di riaffacciarsi ai livelli a lui più consoni. Non è un caso che sia l’argentino a carambolare in rete il pallone del primo gol viola, su colpo di testa di Savic conseguente a calcio d’angolo.
Anche Alonso spinge parecchio, risultando spesso di efficacia almeno pari a quella di un Cuadrado che si danna l’anima per tornare a saltare l’uomo come nei momenti migliori e di un redivivo Joaquin che dimostra di essere ancora uno dei meglio fichi di questo bigoncio, pur in età che comincia a farsi avanzata. Tra i misteri di questo Montella d’autunno ci sarebbe da risolvere proprio questo: dov’è stato finora l’esterno spagnolo, e perché?
Misteri, che si sommano ad altri misteri. Il Pizarro che non indovina un passaggio in verticale e sbaglia spesso anche quelli, pericolosissimi, in orizzontale è preferibile ad Aquilani o, se proprio si vuole, ai Kurtic e ai Badelj che perlomeno l’essenziale lo salvaguardano? Dispiace vedere il Pek in queste condizioni, ma dispiace anche vedere una Fiorentina che domina e a cui lo 0-1 va decisamente stretto beccare l’ennesimo gol in contropiede per una palla persa malamente da un centrocampo che non è più inossidabile e che mette in crisi una difesa buona quando ha il tempo di piazzarsi ma non certo fulminea sulle ripartenze altrui, come si è visto.
Qualcuno darebbe anche la colpa a Neto in uscita disperata su Nico Lopez. Questione di punti di vista, se è vero che la punta veronese, ma anche il suo attempato compare Luca Toni, riescono ad essere più rapidi di mezza Fiorentina. Il portiere brasiliano – altro dato per partente, pare a causa delle “eccessive pretese economiche” – in ogni caso si riscatta nel secondo tempo con alcuni interventi non eclatanti ma che valgono a salvare un risultato più in bilico di quanto il predominio territoriale della Fiorentina avrebbe dovuto consentire.
C’è di buono che nelle maglie di una difesa veronese che definire imbarazzante è il minimo possono ritrovare la loro condizione migliore personaggi come Borja Valero, Cuadrado e Mario Gomez. Lo spagnolo torna ad essere più presente nelle azioni d’attacco viola, anche se ancora difetta in precisione, tenuta di rapidità. Il colombiano stenta ad andare via al marcatore diretto e al puntuale raddoppio, ma perlomeno libera spazio ai compagni, e in fondo gli basta un attimo fuggente per far male. Nel primo tempo gli va storta perché il portiere scaligero Rafael gli chiude l’angolino. Nel secondo Juan Guillermo invece gli si presenta davanti da centravanti aggiunto e devia al volo lo splendido cross di Alonso. Grandissimo gol che leva tante castagne dal fuoco viola.
Il tedesco invece fa a sportellate con gli avversari e anche con il proprio stato psicofisico non ancora ottimale. Il suo voto è alzato dalla prodezza spettacolare compiuta nel primo tempo. In uno dei momenti in cui sembra che la Fiorentina possa sotterrare il Verona, Marione è lesto a intuire la possibilità di un break a centrocampo e ad involarsi come una freccia verso la porta avversaria. Malgrado il difensore stia ritornando su di lui, riesce da posizione defilata a liberare un gran tiro che scheggia la traversa e fa gridare imprecando alla malasorte. Dall’altra parte, poco dopo il suo ex compagno di Bayern Luca Toni fa altrettanto, precedendo di poco il pareggio di Lopez.
Il vantaggio di Cuadrado nella ripresa invece è preceduto da venti minuti di predominio territoriale assoluto della Fiorentina. Si gioca ad una porta sola, il Verona pare in ginocchio. Il gol sembra maturo da molto prima della prodezza di Cuadrado, sul quale viene commesso anche un fallo da rigore abbastanza netto. L’arbitro Di bello gli fa segno di rialzarsi, e qualcuno mormora che il colombiano si sia fatto la fama che fu di Cavallo Pazzo Chiarugi, quella di cascateur.
Tornata in vantaggio, la Fiorentina che stava dominando come poche altre volte deve affrontare di nuovo il demone che attanaglia l’animo di Montella in questo scorcio di 2014. E’ il momento dei cambi, e guai a indovinarne uno. Vargas infatti non entra a rilevare un esausto Joaquin ma bensì a togliere di mezzo Marco Alonso, che fino a quel momento ha retto botta in difesa ed è stato anche micidiale in attacco. Risultato, la partita si rovescia, il Verona ferito a morte trova in una Fiorentina destabilizzata la forza di buttarsi in avanti, e per diversi minuti si torna a giocare ad una porta sola, ma stavolta è quella viola. Babacar entra a dar sollievo a Joaquin, ma sembra tardi per ribaltare ancora l’inerzia della partita. I due centravanti non beccano più un pallone e alla fine Kurtic rileva quello tedesco.
Fortuna vuole che anche l’Hellas Verona abbia poco da spendere, stanchezza a parte, e che la buona guardia di Neto sia sufficiente. La Fiorentina arriva al fischio finale con i tre preziosissimi punti che le valgono un principio di risalita in classifica (complici gli altri risultati a lei favorevoli) e perfino il sorriso dell’ombroso Montella, alla fine graziato al di là dei suoi meriti. A ben vedere, possesso palla a parte (alla fine sarà quasi due terzi viola e un terzo gialloblu), il match è stato reso piacevole soprattutto dagli errori da ambo le parti. Del resto è quello che passa il convento italiano. In questo campionato tendente al mediocre una squadra incerottata come quella viola guidata da un giovane tecnico alla ricerca di se stesso e di chissà cos’altro può ancora dire la sua.
Adesso Cagliari, dove si è perso spesso, anche quando si vivevano le annate migliori. Sarà un test ben più probante, al cospetto di mastro Zeman, ma intanto la settimana che viene sarà senz’altro migliore delle due che se ne sono appena andate.

domenica 23 novembre 2014

JFK

22 novembre 2013

Immagini in bianco e nero impresse nella memoria visiva e in quella collettiva di tutti coloro che c’erano, e anche di che è venuto dopo. Il filmato in superotto probabilmente più famoso nella storia dell’umanità intera. Il suo autore, il sarto cinquantottenne Abraham Zapruder, non immaginava certo la fama che il suo documentario era destinato ad acquisire quella mattina del 22 novembre 1963 quando scese in strada nella Dealey Plaza di Dallas per assistere al passaggio della limousine scoperta del presidente John Fitzgerald Kennedy, in visita al capoluogo texano assieme alla consorte Jacqueline Bouvier.
Vendidue secondi durò il filmato, dal momento in cui la vettura presidenziale sbucò da Elm Street nella piazza a quello in cui risuonarono gli spari che misero fine alla vita del suo illustre passeggero. La cinepresa catturò anche gli istanti in cui la First Lady, in preda al panico, istintivamente cercò di scendere dall’auto in corsa mentre il marito giaceva già riverso sul sedile imbrattato del suo sangue e della sua materia cerebrale. Poi Zapruder, sconvolto dal tragico sviluppo che aveva avuto quella che avrebbe dovuto essere una festa, spense la macchina e tornò al suo laboratorio. Salvo poi mettere il filmato a disposizione prima della stampa e poi delle autorità inquirenti. Una delle testimonianze più celebri, nell’ambito di una delle inchieste più famose e dall’esito più discutibile e discusso della storia.
Sono passati esattamente cinquant’anni, e sull’omicidio del Presidente della Nuova Frontiera, sul drammatico epilogo della vita di JFK, come lo chiamavano tutti affettuosamente non solo in America, sappiamo con certezza solo quello che c’è nel film di Zapruder e poco più. Sappiamo che un uomo di cittadinanza americana ma di fede marxista, reduce dall’URSS e con un passato di ex-marine prima e di sbandato poi, aveva ordinato per posta un fucile italiano risalente al tempo della guerra mondiale, un Manlicher-Carcano. Era un residuato bellico (e perciò vendibile senza tanti controlli e restrizioni) ma perfettamente funzionante, e con esso Oswald accarezzava l’idea di compiere un gesto eclatante contro un personaggio simbolo del mondo “capitalista”. La scelta era caduta sul simbolo più forte che il mondo avesse in quel momento: il giovane presidente degli Stati Uniti, l’uomo che aveva mandato in pensione la generazione politica della Seconda Guerra Mondiale e che aveva aperto (almeno nell’immaginario collettivo) le porte del futuro alla generazione che aveva di fronte la Nuova Frontiera: un nuovo idealismo che desse significato al secolo americano, la conquista dello spazio, i diritti civili per tutte le razze in America, la fine della Guerra Fredda e la distensione.
Ich bihn ein berliner.....
Secondo la ricostruzione fatta dagli investigatori e poi avallata dalla Commissione del Congresso presieduta dal presidente della Corte Suprema Earl Warren, Lee Harvey Oswald aveva agito da solo, portando il suo fucile all’ultimo piano del Texas School Book Depository e aspettando il passaggio del corteo presidenziale. Da lassù, lui che era un ex tiratore scelto del corpo dei Marines, aveva freddato il presidente riuscendo poi ad allontanarsi nella confusione che seguì, e venendo poi arrestato quasi per caso dalla polizia di Dallas.
Quello che era successo dopo era altrettanto clamoroso. Oswald non arrivò mai ad essere interrogato da nessuno, due giorni dopo l’attentato fu ucciso a sangue freddo (malgrado fosse scortato dai poliziotti) durante un trasferimento da un cittadino a suo dire indignato per il suo gesto: il losco Jack Ruby, personaggio quanto mai equivoco legato a quella malavita che era da tempo accreditata quale acerrima nemica del presidente e del suo fratello Bobby, Ministro della Giustizia che aveva dichiarato guerra alle cosche.
La "vendetta" di Jack Ruby su Lee Harvey Oswald
Warren e gli altri inquirenti non trovarono nulla di strano nella ricostruzione ufficiale di tutta questa strana catena di eventi, e dopo tre anni di indagini archiviarono il caso come il tragico gesto di uno squilibrato. A tenere viva la fiaccola del dubbio provò il procuratore di New Orleans (città alla quale conducevano diverse piste connesse alle persone che a vario titolo erano entrate nell’indagine ufficiale), Jim Garrison, che dovette cedere le armi alla fine nel 1967 dopo essere rimasto isolato da un establishment che ormai aveva voltato pagina, e che dell’affaire Kennedy non ne voleva più sentire parlare. Quale che fosse stata la verità, i tempi stavano cambiando e i venti del 68 e della contestazione alla Guerra del Vietnam (che Kennedy aveva cercato di scongiurare, o almeno limitare) imponevano nuovi temi all’opinione pubblica americana.
Il lavoro di Garrison fu ripreso dal regista Oliver Stone, che nel 1991 riassunse la storia delle indagini nel suo “JFK un caso ancora aperto”. La confutazione del rapporto Warren era totale, Oswald non poteva aver agito da solo, forse aveva fatto soltanto da specchietto per le allodole. La dinamica degli spari (che indicava un tiro incrociato) escludeva la tesi dell’assassino isolato. I risultati dell’autopsia erano stati secretati o inquinati, molti testimoni oculari di quella mattina alla Dealey Plaza sparirono misteriosamente negli anni successivi. Kennedy era amato dal popolo americano come pochi altri presidenti, ma in soli tre anni si era fatto nemici potenti. Non solo le cosche mafiose dei Marcello, Giancana e Trafficante, ma anche la potente lobby militare-affaristica che premeva per un maggiore impegno nel Vietnam e per l’abbandono della distensione con l’URSS, e persino l’ambiente degli esuli cubani scottati dal fiasco alla Baia dei Porci.
Il figlio dell’emigrato irlandese diventato uno degli americani più ricchi e potenti aveva suscitato grandi sogni. “Non chiederti cosa può fare per te il tuo paese, ma cosa puoi fare tu per il tuo paese”. Se fosse vissuto, Kennedy avrebbe forse incanalato quella che pochi anni dopo sarebbe diventata la contestazione giovanile in un nuovo idealismo americano (e forse mondiale). E chissà se sarebbe riuscito davvero a scongiurare tragedie come quella del sud-est asiatico (58.000 morti americani e non si sa quanti vietnamiti) e come la ripresa della Guerra Fredda. JFK divenne il nemico di chi aveva bisogno di mantenere il mondo in uno stato conflittuale. Mentre era a Berlino nell’estate del 1963 a sfidare il muro dei comunisti, “Ich bihn ein berliner”, qualcuno di molto più potente di Oswald si stava armando per porre fine alla sua Nuova Frontiera.
Questa è la storia che tutti conoscono, almeno nel suo epilogo. Il dramma di Dallas impressionò  profondamente l’anima del mondo e costituì una svolta nella sua storia con pochi altri precedenti nel passato. Cento anni prima era toccato ad Abraham Lincoln, il presidente della abolizione della schiavitù, cadere sotto i colpi di un fanatico sudista quando già la sua battaglia era vinta. John Wilkes Booth, come Lee Harvey Oswald un secolo dopo, divenne il capro espiatorio per l’eliminazione di un presidente troppo amato dalla gente e troppo odiato da chi non voleva che la Costituzione americana fosse presa troppo alla lettera dal popolo.

Gli spari di Dallas risuonarono in tutto il mondo, e risuonano ancora. Un anno dopo la morte di Kennedy scoppiarono a Berkeley in California le prime rivolte studentesche, due anni dopo i primi disordini per motivi razziali. Quando nel 1968 toccò a Bobby cadere sotto i colpi di un altro improbabile “fanatico isolato”, il palestinese Shiran Shiran, a Los Angeles durante la campagna elettorale per succedere al fratello alla Casa Bianca, l’America era impantanata nel Vietnam fino al collo. E soprattutto aveva perso per sempre la sua ingenuità e la sua fiducia nelle istituzioni progressiste, nel sogno americano che fino a Dallas non aveva conosciuto interruzioni o ostacoli. E la storia degli ultimi 50 anni è stata tutta diversa da quella che avrebbe potuto essere.

mercoledì 19 novembre 2014

A Marassi vince l'Italia ma trionfa l'Albania



Alla fine, la partita del cuore per Genova la giocano e la vincono gli albanesi d’Italia. Al Luigi Ferraris di Marassi va in scena l’amichevole di beneficienza in favore degli alluvionati del capoluogo ligure tra le Nazionali azzurra e rossa. La Superba è in ginocchio, a causa della terza alluvione letale in tre anni, e non risponde come forse avrebbe fatto in altre circostanze.
Rispondono invece come meglio non potevano gli immigrati che sventolano la bandiera rossa con l’aquila di Skanderbeg. Su 27.000 spettatori calcolati, stasera 20.000 circa provengono da oltre Adriatico, almeno per nascita. Lo stadio dove solitamente giocano Genoa e Sampdoria stasera sembra quello del KF Tirana. L’Albania dà lezione a tanta gente nella notte genovese, a cominciare da quell’UEFA che l’aveva punita oltre i suoi demeriti un mese fa in occasione degli scontri in Serbia (una decisione di quelle salomoniche che Platini & C. usano prendere, scontentando tutti a cominciare dalla giustizia) per finire a quella parte della società italiana, dalle forze politiche agli addetti ai lavori della stampa, che avevano paventato in vario modo il ripetersi degli incidenti di sabato scorso a San Siro.
No, signori, l’Albania non è la Croazia, a giudicare da quello che si vede é molto migliore. Ed è migliore anche di certa Italia, sì, perché a cantare l’Inno di Mameli stasera sono soprattutto loro, gli albanesi che hanno scelto l’Italia come loro residenza. Quelli di cui parliamo male spesso e volentieri e che invece offrono una lezione di civiltà e di tifo correttissimo per i loro colori da far arrossire di vergogna non solo il paese che li ospita ma un po’ tutto il continente.
Antonio Conte e Gianni De Biasi vogliono non essere da meno ed onorare questo spettacolo di beneficienza come meglio possono mettendo in campo la migliore e più motivata formazione possibile. Il tecnico azzurro opta per una specie di Italia 2, per non appesantire di tossine gli eroi che stanno cercando di ritirare fuori il calcio italiano dall’abisso dopo il disastro brasiliano. E’ stata una vigilia agitata quella dell’allenatore pugliese, dopo il risultato insoddisfacente di sabato propiziato dal tramonto certificato del portierone che fu Gigi Buffon, dopo la questione Balotelli finalmente liquidata con quel “non ho tempo” da standing ovation, nella conferenza stampa della mattina ancora nervosismo, con lo sfogo contro “chi non ama faticare e collabora poco”.
Stefano Okaka Chuka
L’Italia lo ripaga con una vittoria che fa morale e ranking FIFA, ma che risulta quasi ingiusta visto l’impegno profuso dagli avversari ed il clima di festa che i loro tifosi hanno saputo stabilire qui, in questo stesso stadio in cui quattro anni fa la Serbia offrì al mondo lo spettacolo indecente del suo Genny ‘a carogna nostrano. L’allenatore albanese schiera un 4-5-1 molto compatto, gli uomini in maglia rossa difendono bene e hanno le loro occasioni, che Sirigu – l’erede in pectore di Buffon – riesce a sventare. Alla fine è Okaka, il terzino sampdoriano, a sfruttare l’occasione giusta e a dare la vittoria ai suoi. Una bella risposta a chi aveva cercato di cavalcare la tigre della xenofobia chiedendo il rinvio della partita dopo i fatti di San Siro. Vincono gli azzurri, ma con una rete del colored figlio di immigrati nigeriani, che peraltro di nome fa Stefano.
E’ il calcio del Terzo Millennio, e a giudicare da quanto si è visto in campo e sugli spalti è anche decisamente un bel calcio. Italia e Albania vincono a braccetto la partita dell’immagine, in modo diverso ma egualmente efficace. Se a San Siro gli stinger croati erano stati uno spot per tenere lontane le famiglie dal calcio, Marassi le riporta allo stadio. Se ci vorrà tempo perché il martoriato capoluogo ligure rialzi la testa, chi è sceso in campo o ha affollato le tribune lo ha già fatto.
C’è anche l’invasione di campo tra il festoso e l'orgoglioso di un tifoso albanese, ma è quasi un piacere a vedersi. Stringendo la sua bandiera in pugno, pare dire: “Ci hanno preso tre punti con la Serbia, ma questa non ce l’hanno strappata”. I calciatori della sua nazionale lo abbracciano per accompagnarlo fuori, e francamente nessuno se la sente di stigmatizzare quello che non è neanche un incidente. Solo magari, tra gli italiani, di invidiare tanto attaccamento alla propria terra ed al proprio popolo. merce per noi ormai quasi sconosciuta.
La guerriglia di Milano è lontana. L’Albania forse da ieri sera è più vicina.

mercoledì 12 novembre 2014

Nasiriyya



Come si fa a dimenticare Nasiriyya? Da ogni parte si legge: PER NON DIMENTICARE. Come se fosse possibile scordarsi di quella tragedia, di quell’attentato sanguinoso che sconvolse un paese e lo proiettò di colpo nel mondo moderno, in quel ventunesimo secolo in cui non è più possibile ripudiare la guerra, per nessun motivo. Perché la guerra ci ha raggiunti in casa nostra.
Come se fosse possibile dimenticare le mani del Presidente Ciampi, appoggiate su ognuna delle diciannove bare sbarcate a Ciampino avvolte nella bandiera tricolore. Quelle mani appoggiate per lunghi, interminabili istanti, a rappresentare come poche altre volte un sentimento condiviso da tutti gli italiani. In quel caso lo strazio, il dolore per quei ragazzi partiti con lo scudo verso l’Antica Babilonia e tornati sullo scudo, come guerrieri antichi in un mondo moderno che stentava ancora a capirli. A capire il perché c’era e c’è bisogno ancora che dei ragazzi nel fiore degli anni imbraccino le armi, anziché le fidanzate, e vadano da qualche parte a difenderci. A difendere chi resta a casa a continuare la vita di tutti i giorni, che tuttavia può continuare solo grazie a quei ragazzi lì, lontani, sotto il fuoco.
Sono passati dieci anni. Dieci anni fa soldati italiani erano in Iraq inquadrati sotto comando Alleato per far rispettare una risoluzione dell’ONU, la 1843, che con il linguaggio tipico della politica internazionale moderna parlava d “riportare la democrazia” nel paese in cui era stato appena deposto il dittatore Saddam Hussein. Il nuovo Hitler, si diceva allora, quello contro cui erano state combattute le due guerre del Golfo: la prima, quella del 1990, per liberare il Kuwait invaso dal più grande  e prepotente vicino, che finì per lasciare le cose come stavano e rinviare i problemi; la seconda, quella del 2003, sull’onda dell’illusione più o meno consapevole, più o meno fondata o ben diretta, della caccia a Bin Laden, ad Al Qaeda e a tutti i suoi alleati, prima nell’Afghanistan dei Talebani e poi nell’Iraq. L’antica Mesopotamia, la terra tra il Tigri e l’Eufrate che avevamo studiato a scuola e poi opportunamente dimenticato, come tutto ciò che riguarda quel Medio oriente che pure ha condizionato anche da lontano la vita di più generazioni di europei.
L’Italia era un paese che, con la Costituzione del 1948, aveva ripudiato la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. L’esercito italiano esisteva soltanto per difesa dei confini nazionali e dell’Alleanza Atlantica, in cui era inquadrato dal 1949. La scelta era sembrata doverosa e conseguente dopo la débacle – catastrofe della guerra mondiale combattuta per di più dalla parte sbagliata. Poi, a metà degli anni 80, durante una delle crisi ricorrenti nel “paese dei cedri”, il Libano – quella successiva alla famigerata strage di Sabra ed El Shatila, per capirsi – la situazione in Medio Oriente era parsa talmente compromessa, sull’orlo di una catastrofe suscettibile di tirarsi dietro il mondo intero, che l’Onu aveva deliberato l’invio di un contingente internazionale: americano, inglese, francese e – per la prima volta dopo la seconda guerra mondiale – italiano.
L’invio del contingente agli ordini del generale Franco Angioni non era avvenuto senza polemiche laceranti. Per la prima volta da tempo immemorabile il paese era tornato a spaccarsi tra interventisti e pacifisti. Stavolta a dividere era il diverso approccio alla cosiddetta “sporca guerra” del petrolio. Il Medio Oriente era ed è il benzinaio del mondo, nessuno se lo nascondeva allora e se lo nasconde adesso. Diverso semmai è il sentimento di chi ha sempre preferito liquidare il coinvolgimento italiano nella politica internazionale come un sostegno indebito all’imperialismo americano, rispetto a chi invece – magari lentamente e faticosamente – ha finito per tornare a convincersi che quel coinvolgimento, magari a sostegno soltanto del nostro modello di vita a cui nessuno, nemmeno gli antiimperialisti, sa rinunciare volontariamente, richiede di tornare anche noi italiani ad imbracciare le armi e fare la nostra parte.
Gli uomini di Angioni partirono nel 1983. La missione fu un successo, magari retoricamente ammantato del mito degli “italiani brava gente” contrapposti ai “cattivi” anglosassoni e francesi.  Da allora, sempre più spesso uomini in divisa dell’esercito italiano presero ad essere inviati fuori dai confini nazionali in missioni internazionali. Una volta infranto il tabù, dalla Somalia, all’Iraq, alla Jugoslavia, all’Afghanistan e di nuovo all’Iraq, l’esercito italiano ebbe il suo carico di lavoro in misura sempre crescente, il suo battesimo del fuoco e presto purtroppo anche il suo tributo di sangue.
Si chiamava peacekeeping, missione di pace, secondo l’ipocrisia del “politicamente corretto” tanto in voga nel mondo post Guerra Fredda. Anche la missione deliberata dal Parlamento italiano nel maggio 2003 e denominata in codice “Antica Babilonia” in attuazione della risoluzione ONU 1843 venne rubricata come missione di pace. I nostri soldati furono inviati a Nasiriyya sotto comando inglese, a controllare una zona chiave nel distretto petrolifero iracheno. Giravano in assetto di guerra, subivano il fuoco nemico (a volte con le cosiddette “regole di ingaggio”, altra invenzione della moderna ipocrisia politica, che neanche permettevano loro di difendersi), venivano feriti e a volte morivano, ma guai a dire che non erano lì altro che a “mantenere la pace”
L’ipocrisia finì esattamente dieci anni fa, la sera del 12 novembre 2003, quando la notizia di apertura di tutti i telegiornali fu che la base italiana nel capoluogo iracheno aveva subito un gravissimo attentato, ad opera di un carro-bomba, che aveva fatto una strage tra gli italiani. 19 vittime, il tributo di sangue più alto dalla fine della seconda guerra mondiale. Quella sera, mentre a tutti si chiudeva la gola per il dolore, a tutti o quasi fu anche chiaro che la tregua morale imposta dalla costituzione del 1948 era finita, che eravamo piombati nel mondo moderno, nel ventunesimo secolo, quello aperto e segnato per sempre dall’attentato alle Torri Gemelle.
Eravamo in guerra, e i nostri soldati erano al fronte a difenderci. E venivano uccisi, come quelli degli altri paesi. Gli italiani non erano più “brava gente”, ma obbiettivi dei terroristi al pari di americani, inglesi, tedeschi e quant’altri. La missione di pace era finita, cominciava quella di guerra, e intanto c’erano da riportare a casa quelle diciannove bare. I nostri primi morti in guerra dal 25 aprile 1945.
Le mani del Presidente Ciampi che accarezzavano quelle bandiere insanguinate su quelle casse da morto schierate a Ciampino erano le mani di tutti noi, quella notte. O quasi tutti, perché qualcuno continua ancora adesso a scrivere su qualche muro “10, 100, 1000 Nasiriyya”. Si sa, un paese libero è libero anche se dà pari cittadinanza ai suoi figli più sciocchi. Dei sessanta milioni o quasi di italiani che dieci anni fa invece compresero finalmente in che mondo si stavano ritrovando a vivere crediamo che siano veramente pochi quelli che a distanza di tutto questo tempo non ricordano con lo stesso dolore e la stessa angoscia quella notte, quelle mani, quel dolore. Quell’art. 11 della nostra amata Costituzione che non ci difende e non ci giustifica più. E questi nomi:
Carabinieri
Massimiliano Bruno, maresciallo aiutante, Medaglia d'Oro di Benemerito della cultura e dell'arte
Giovanni Cavallaro, sottotenente
Giuseppe Coletta, brigadiere
Andrea Filippa, appuntato
Enzo Fregosi, maresciallo luogotenente
Daniele Ghione, maresciallo capo
Horacio[1] Majorana, appuntato
Ivan Ghitti, brigadiere
Domenico Intravaia, vice brigadiere
Filippo Merlino, sottotenente
Alfio Ragazzi, maresciallo aiutante, Medaglia d'Oro di Benemerito della cultura e dell'arte
Alfonso Trincone, Maresciallo aiutante
Militari dell’esercito
Massimo Ficuciello, capitano
Silvio Olla, maresciallo capo
Alessandro Carrisi, primo caporal maggiore
Emanuele Ferraro, caporal maggiore capo scelto
Pietro Petrucci, caporal maggiore
Civili
Marco Beci, cooperatore internazionale
Stefano Rolla, regista
oltre a nove cittadini iracheni presenti in servizio nella base italiana di Nasiriyya alle ore 10,40 (ora locale) della mattina dell’attentato, per un totale di 28 vittime