mercoledì 12 giugno 2013

Quando l'Italia morì con Alfredino



La foto in bianco e nero di quel bambino sorridente con la canottierina a righe apparve all’improvviso in televisione verso l’ora di pranzo dell’11 giugno 1981. A partire dai telegiornali delle 13:00 di quel giorno, sarebbe rimasta sullo sfondo di tutte le trasmissioni in tutte le reti televisive per tre giorni. Sarebbe rimasta soprattutto sullo sfondo della nostra vita e della nostra coscienza per lungo tempo a venire, come l’emblema di una tragedia con cui non si può venire a patti, né in questa vita né in nessun’altra.
Alfredino Rampi
Era ancora la televisione in bianco e nero che da poco era stata sottratta al monopolio di stato. La RAI aveva tre canali, che a mezzanotte interrompevano le trasmissioni, Canale 5 (la nuova emittente del tycoon Berlusconi) muoveva non troppo timidamente i primi passi. In quei giorni drammatici in cui un intero paese si strinse intorno
all’imboccatura del pozzo di Vermicino tentando, con la generosità e la disorganizzazione che gli sono propri da sempre, di salvare la vita del piccolo Alfredo Rampi, nacque la televisione moderna. Ed anche la vita moderna, con i suoi drammi vissuti in diretta TV e rapidamente consumati come in un rotocalco.
La notte tra l’11 ed il 12 giugno 1981 nessuno andò a dormire, sperando nel miracolo di veder recuperare Alfredino dal pozzo artesiano nella frazione di Vermicino, tra Frascati e Roma, in cui era precipitato la sera prima, mentre tornava a casa da solo. Raramente la televisione di stato aveva prolungato i suoi programmi oltre la mezzanotte: quando l’uomo era andato sulla Luna, quando si disputavano Mondiali di Calcio, Olimpiadi o qualche incontro di boxe. Quella volta si trattò di assistere ad un salvataggio come fino a quel momento si era visto solo nei film americani (quelli a lieto fine, che nella vita reale invece non c’è mai), alla morte di un bambino malgrado gli sforzi più o meno estemporanei di tanta gente tra professionisti e volontari, alla nascita di una coscienza civile in cittadini-spettatori che col tempo l’avrebbero smarrita di nuovo (dispersa nei mille futili rivoli dei talk show), alla nascita di una Protezione Civile che dopo questa tragedia e dopo quell’altra immane del terremoto in Irpinia del novembre precedente avrebbe portato un po’ di organizzazione tra chi coraggiosamente e generosamente prestava soccorso dove c’era bisogno e dove spesso si arrivava male e tardi.
Alfredino Rampi cadde nel pozzo di Vermicino verso le 19:00 del 10 giugno. Il pozzo era stato addirittura richiuso dal proprietario che non si era accorto della sua caduta, e solo verso mezzanotte i poliziotti allertati dai coniugi Rampi udirono i suoi richiami dalle profondità della terra. Da quel momento partì la cosiddetta macchina dei soccorsi, coordinata dall’allora Comandante dei Vigili del Fuoco della Capitale Ing. Elveno Pastorelli, che si trovò a combattere principalmente con un destino che sembrò accanirsi diabolicamente contro Alfredino e chi cercava di salvarlo, ma anche con una disorganizzazione ed un pressappochismo di cui ci si rese esattamente conto soltanto in seguito, dopo che il pathos del salvataggio si era fatalmente spento.
Il presidente Sandro Pertini con l'ing. Elveno Pastorelli
I primi tentativi furono approssimativi. Una tavoletta legata a corde calata affinché il bambino vi si aggrappasse si incastrò nel pozzo e finì per ostruirlo quasi completamente. Alfredino a quel punto era a 36 metri di profondità. Provarono gli speleologi del Soccorso Alpino a calarsi giù per toglierla, ma non riuscirono neanche a raggiungerla perché il pozzo si restringeva troppo. A quel punto Pastorelli congedò gli speleologi e decise di puntare sulla trivellazione di un pozzo parallelo che avrebbe permesso ai soccorritori di ricongiungersi a quello in cui era imprigionato Alfredino, attraverso un collegamento che sarebbe sbucato al di sotto del suo livello. A nulla valsero le obiezioni dei geologi presenti, i quali fecero notare che la durezza dei substrati del terreno avrebbe protratto i lavori troppo a lungo, e nello stesso tempo a causa delle vibrazioni rischiato di far sprofondare il bambino ancora più in profondità.
Gli scavi iniziarono alle 8 di mattina dell’11 e si protrassero fino ai TG di mezza giornata, che alla fine non restituirono la linea, ma organizzarono una diretta ad oltranza facendo affidamento sulle previsioni ottimistiche dell’Ingegner Pastorelli e confidando quindi di poter trasmettere in diretta il salvataggio del bambino. Sarebbe stata una delle dirette più lunghe e drammatiche della storia della televisione italiana. Per tutto il pomeriggio, si assisté al succedersi di tentativi che smentirono previsioni e aspettative del Comandante dei Vigili del Fuoco di Roma e dettero drammaticamente ragione a chi gli aveva obiettato la pericolosità della trivellazione. Poiché la trivella non procedeva sufficientemente veloce, fu sostituita con una più potente, che comunque fu stimato non avrebbe potuto raggiungere Alfredino prima di 12 ore circa. Mentre il bambino veniva rifocillato con acqua e zucchero attraverso una sonda, la zona della disgrazia intanto era diventata un punto di attrazione turistica, come purtroppo avremmo visto succedere molte volte negli anni a venire. Si calcolava che fossero presenti sull’orlo del pozzo (assolutamente privo di transenne) oltre agli addetti ai lavori circa 10.000 persone senz’altro da fare che assistere allo spettacolo. Insieme a loro, apparvero gli immancabili venditori di generi alimentari ambulanti, con tanto di furgone.
Angelo Licheri, lo speleologo che si calò nel pozzo
In mezzo a questa kermesse, e sempre in diretta TV, lo scavo proseguì per tutta la notte tra l’11 ed il 12. Dopo 24 ore di trivellazione, alle 8 della mattina seguente si calcolava che il tunnel parallelo scendesse fino ad una profondità di 25 metri, almeno 10 sopra il livello a cui era stato rilevato Alfredino nell’altro pozzo. Si decise di accelerare i lavori approfittando di uno strato di terreno più morbido, mentre i medici cominciavano a far presente che essendo il bimbo cardiopatico congenito, a 40 ore dalla caduta le sue condizioni presunte non permettevano di ipotizzare una sua resistenza molto prolungata. All’ora di pranzo, Pastorelli decise di far scavare il tunnel orizzontale, che si calcolava sarebbe sbucato un metro sopra la testa di Alfredino. Un vigile del fuoco si calò nel pozzo artificiale per scavarlo, e gli ci volle tutto il pomeriggio fino all’ora di cena.
Nel frattempo, era arrivato al pozzo il Presidente della Repubblica Sandro Pertini, che da lì in poi avrebbe seguito personalmente tutti gli eventi informandosi di ogni aspetto tecnico e stringendosi alla gente, che percepì quella sua presenza come uno dei momenti topici della sua presidenza.
Alle 19,00, il tunnel orizzontale sbucò nel pozzo artesiano a quota -35, solo per scoprire che i geologi avevano avuto ragione e che le vibrazioni avevano fatto scivolare Alfredino 30 metri più giù. Mentre la disperazione si impadroniva di tutti, addetti ai lavori, giornalisti e spettatori, Pastorelli tentò di nuovo la carta degli speleologi, che tornarono a calarsi a turno nel pozzo artesiano attraverso il nuovo tunnel per raggiungere Alfredino e tentare in qualche modo di imbracarlo per farlo tirare su. Un paio di loro, Angelo Licheri e Donato Caruso, riuscirono a raggiungerlo e a infilargli una specie di imbracatura, che scivolò via beffardamente al primo strattone. Date le condizioni precarie, non poterono ripetere il tentativo per non mettere a repentaglio la propria stessa incolumità. Il loro tentativo consumatosi tra le 4:00 e le 7:00 della notte tra il 12 ed il 13, mise fine di fatto alla tragedia. Angelo Licheri, sceso per primo, fu l’ultimo probabilmente a vedere vivo Alfredino, ormai allo stremo delle forze. Donato Caruso, quando risalì, aveva sul volto la disperazione non solo per il fallimento ma anche per dover comunicare ai genitori e a tutto il mondo che, per quanto aveva potuto constatare durante la sua permanenza nel pozzo, Alfredino ormai era apparentemente morto.
Franca Rampi, la madre di Alfredino
Alle ore 7:00 del 13 giugno 1981, l’Ingegner Pastorelli dichiarò ufficialmente chiusa l’operazione di soccorso e aprì quella di recupero della salma del piccolo Alfredo Rampi. Mentre il Presidente Pertini tentava di consolare i genitori Franca e Ferdinando, fu fatta venire sul posto una squadra di minatori da Gavorrano in provincia di Grosseto, che dovette lavorare per ben 28 giorni per estrarre il corpo dello sfortunato bambino dal pozzo maledetto. Il commiato dei minatori da Alfredino fu probabilmente uno degli ultimi contributi di umanità dato da una televisione che stava tutto d'un colpo diventando fin troppo moderna. Rimesse a posto le macchine, con gli occhi lucidi per una emozione difficilmente controllabile i minatori ripartirono rifiutando, allora e in seguito, qualsiasi intervista o partecipazione televisiva.
Toccò a Giancarlo Santalmassi, allora conduttore del TG2, sintetizzare con domande che dopo 30 anni non hanno avuto risposta esauriente ma che andrebbero riproposte adesso con eguale forza di fronte a certe “Vite in diretta” che la TV ci propina quotidianamente, lo stato d’animo di cittadini e operatori TV straziati dalla diretta appena conclusasi: “Volevamo vedere un fatto di vita, e abbiamo visto un fatto di morte. Ci siamo arresi, abbiamo continuato fino all'ultimo. Ci domanderemo a lungo prossimamente a cosa è servito tutto questo, che cosa abbiamo voluto dimenticare, che cosa ci dovremmo ricordare, che cosa dovremo amare, che cosa dobbiamo odiare. È stata la registrazione di una sconfitta, purtroppo: 60 ore di lotta invano per Alfredo Rampi.

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