mercoledì 30 dicembre 2015

VIOLA NELLA TESTA E NEL CUORE: DIEGO DELLA VALLE, TEMPO DI AUGURI E DI SPERANZE



Un altro anno si chiude, è tempo di bilanci e di auguri. E’ tempo di nuovo di fare gli auguri a Diego Della Valle per il suo compleanno che cade il giorno prima di San Silvestro, intendendo – come ci capita da quattordici anni a questa parte – di farli anche a quella delle sue proprietà che ci sta più a cuore: la Fiorentina.
Dopo 62 primavere festeggiate, il maggiore dei fratelli marchigiani a capo della holding omonima può ben dire di aver creato un impero su cui non tramonta quasi il sole. E’ proprio quel “quasi” però che stona, e non per tutti. Soltanto per coloro che hanno a cuore le sorti della squadra viola in quanto tifosi. O per usare una terminologia cara al mondo commerciale moderno (quello in cui – per dirla con le parole di uno dei più fedeli collaboratori proprio di Della Valle – non esistono più tifosi, ma piuttosto “clienti” interessati ad un prodotto), per gli afferenti al bacino di utenza dell’A.C.F. Fiorentina.
Dopo quattordici anni di patronato viola, Diego e Andrea della Valle ne hanno da raccontare tante. Da quando presero una squadra che non aveva nemmeno maglie, pantaloncini e scarpe (per non parlare di giocatori) per disputare una partita regolamentare, a quando si ritrovarono coinvolti in Calciopoli, proprio loro che il primo giorno di Lega Calcio avevano lanciato una campagna senza precedenti di moralizzazione di uno degli ambienti più immorali (o forse è meglio dire amorali) che ci sia. A quando infine si dovettero accorgere che in Italia è complicato tutto: da vincere uno scudetto a costruire un impianto sportivo, da andare d’accordo con i tifosi ad andare d’accordo con i politici, a far andare d’accordo i bilanci con gli obbiettivi sportivi.
Quello che purtroppo ad oggi non possono ancora raccontare a nessuno, malgrado la loro sia la presidenza più lunga della intera storia viola dopo quella del fondatore il marchese Ridolfi, è cosa si prova a vincere un trofeo importante. Ne hanno vinti pochi anche del genere estivo, quelli che servono ad intrattenere bagnanti e vacanzieri in attesa del ritorno in città e del riavvio della stagione agonistica. Per quanto riguarda le competizioni ufficiali, scudetto, Coppa Italia, coppe europee, per ora siamo a zero. E riesce difficile credere che gente abituata a primeggiare come i fratelli di Casette d’Ete conviva tranquillamente con quello zero in quella casellina dello score.
Quest’anno dunque gli auguri al patron Diego hanno un sapore particolare. La Fiorentina per lui sembrava essere diventata un giocattolo senza più appeal, un hobby passato di moda dopo l’amaro sgonfiamento degli entusiasmi dei primi tempi a seguito delle note vicende giudiziarie e sportive. Negli ultimi tempi, forse proprio in quella che sembrava la stagione meno probabile, i ragazzi in viola l’hanno costretto a suon di prestazioni e di risultati non solo a riaffacciarsi nella tribuna di uno stadio che quasi si era disabituato alla sua presenza, ma anche a farlo con entusiasmo rinnovato. Dopo un’annata in cui il nome dei Della Valle è andato a giro per l’Europa insieme a quello di Firenze grazie al raggiungimento della seconda semifinale di Europa League della loro gestione, ecco la Fiorentina ritrovarsi nientemeno che capolista del campionato italiano dopo una partita devastante in quel di san Siro in cui fu messa sotto un’Inter che era partita con ben altro budget e ben altri investimenti. Altro bacino di utenza, si dice oggi appunto. Ma in testa dopo lo scontro diretto c’era la fiorentina e c’è rimasta.
Non succedeva da diciassette anni, dagli ultimi fuochi di Vittorio Cecchi Gori, prima della Grande Catastrofe. E più indietro nel tempo da quel 1982 di cui nessuno da queste parti ancora oggi vuole riparlare, visto come andarono a finire i sogni di gloria di Antognoni & C. Prima ancora, correva l’anno 1969, a tutt’oggi l’ultimo trionfo della Fiorentina. Bruno Pesaola, il “conducador” di quella squadra, è scomparso quest’anno dopo una vita lunga e avventurosa, pensa un po’ se è passato un giorno.
Sarebbe tempo di smuovere il punteggio, togliere gli zeri da un bel po’ di caselle, sia a Firenze che a Casette d’Ete. Pochi giorni fa la squadra è andata in vacanza a festeggiare Natale e Capodanno con un solo punto di distacco dal primo posto in classifica. Ha mostrato un po’ di stanchezza, ma anche che le basterebbero pochi rinforzi per confermarsi un cliente temibile per chi ambisce a succedere alla Juventus nel titolo di campione d’Italia, Juventus compresa. Ha perso molti scontri diretti, ma per inezie, dettagli, episodi, mettendo sotto nel gioco Juventus, Roma e per certi tratti anche Napoli.
Basterebbe poco per ripresentarsi all’avvio del girone di ritorno con la testa e le gambe di un centometrista di valore alla finale olimpica. Pronta a scattare via, verso una vittoria che manca ormai da troppo tempo. Nel 1969 successe così, la Fiorentina era rimasta incollata a Milan e Cagliari fino a quest’epoca, dopodiché prese la fuga decisiva. C’è chi dice che stavolta siamo meno attrezzati delle rivali per una corsa di testa. Può darsi sia vero, ma allora mettiamola così: siamo ancora lì attaccati a queste rivali, pur con meno attrezzi. Cosa può succedere se a gennaio arrivano un paio di rinforzi giusti da mettere al posto giusto?
Gli auguri a Diego Della Valle sono d’obbligo e li rinnoviamo con piacere. Quanto al regalo di compleanno, ci piace pensare che sia lui stesso a questo punto a volerselo fare. L’anno che sta arrivando poi per la Fiorentina è cifra tonda, il novantesimo della sua vita. Urgono festeggiamenti particolari. Ma soprattutto urge non ritrovarsi tra un anno a fare gli stessi discorsi di adesso (con una delusione in più sulle spalle). Che sia un anno memorabile, non uno la cui unica novità – parafrasando il compianto Lucio Dalla – è che tra un anno passerà.
Buon anno Fiorentina.

domenica 20 dicembre 2015

DIARIO VIOLA: Buon Natale, Fiorentina

Per la Fiorentina, in questo girone di andata, vale la Legge di Murphy a rovescio: se qualcosa può andar bene, lo farà. E’ andata bene anche oggi, e soprattutto va bene la sosta che arriva a chiudere questo 2015 con i viola al secondo posto, in gran parte per merito e un po’ anche per fortuna.
Avversario di giornata è il Chievo, provinciale terribile di default e assai di più adesso che viene da una striscia di risultati positivi e da una condizione invidiabile. Il contrario della Fiorentina, che viene dalla peggior settimana della stagione e che mostra una grande stanchezza di testa, alla quale si stanno gradualmente allineando anche le gambe. C’è il rischio di lasciare sul terreno di gioco altri punti, come già accaduto con Empoli, Sassuolo e Juventus. Punti che a questo punto – ci si perdoni il bisticcio di parole oltre che l’accostamento dei Campioni d’Italia alle provinciali – potrebbero risultare fatali, con l’Inter in fuga e le altre che non mollano un colpo.
Paulo Sousa in settimana è stato chiaro su tante cose, dalla situazione della squadra a quella di alcuni singoli, in primis il ragazzo prodigio in difficoltà Giuseppe Rossi. Il rischio è che sia stato fin troppo chiaro, in un ambiente tradizionalmente delicato come quello viola. Anche Marcos Alonso è stato abbastanza chiaro, rifiutando (per ora) un rinnovo al raddoppio del contratto che è probabilmente il massimo che la Fiorentina attualmente può offrirgli. Si prepara un nuovo tormentone primaverile, in una società ed in una tifoseria che non se li è mai fatti mancare, per la verità.
Comunque sia, in campo contro l’unico quartiere di Verona con cui la Fiorentina non è gemellata vanno i soliti undici, i fedelissimi. Gli altri si accomodano in panchina. Tutti hanno nello sguardo la luce giusta, o così sembra. La patria viola è in difficoltà e deve essere salvata da una prestazione senza discussioni, nel gioco e nel risultato. A prescindere dal Chievo, dai mugugni interni ed esterni e dall’attenzione di tutti fatalmente attirata – se non spostata – dalle imminenti vacanze di Natale e dal successivo mercato di riparazione di gennaio, durante il quale proprio la Fiorentina pare che avrà da riparare malgrado tutto diverse cosette.
Difesa a 3 con Roncaglia al posto di Tomovic e Astori ormai inamovibile a fianco di Gonzalo. Centrocampo a quattro con Alonso schierato a sinistra, Bernardeschi a destra, Badelj e Vecino nel mezzo. Due trequartisti, Borja Valero e Ilicic, e un’unica punta Kalinic. Alla fine i numeri della partita diranno tante cose. Pochi attacchi sulle fasce, l’80% delle penetrazioni viola avverrà al centro dove la difesa clivense fa mucchio e randella senza remissione.
Alonso a sinistra va via una volta sola, all’inizio, e se il suo cross al centro fosse un po’ meno violento arriverebbe giusto sui piedi del centravanti croato. La partita offensiva dell’aspirante blaugrana finisce praticamente lì, quella di Bernardeschi dall’altra parte dura molto di più ma con Dainelli, Gamberini e Gobbi – la Sagra dell’Ex -  si passa male e si prendono anche tante botte. Nel mezzo, si nota subito come la condizione calante di Borja e Ilicic li porti a giocare un capellino meno di prima intenzione. Ed è sempre un capellino fatale, il passaggio smarcante parte sempre con un attimo di ritardo, quanto serve al Chievo per schierarsi.
Il Chievo ha appreso la facile lezione impartita da Empoli, Sassuolo e perfino Juventus (absit iniuria verbis). La Fiorentina va aspettata dietro e colpita in ripartenza. La prima parte è facile, la seconda un po’ meno per gli uomini di Maran. Che concluderanno il secondo tempo con una fila di zero nelle caselle dei tiri in porta, dei tiri comunque siano, degli assist e dei calci d’angolo nonché con una percentuale di possesso palla irrisoria.
Anche la Fiorentina però ha vita dura sulla tre quarti d’attacco.  Ci vuole la prodezza individuale, o la sciocchezza avversaria. Arrivano tutte e due. Dapprima Bernardeschi taglia dentro per Kalinic che arriva sulla palla con timing perfetto e tira senza pensarci su. Non sarebbe un tiro irresistibile, ma Bizzarri appartiene a quella generazione di portieri a cui certi fondamentali nessuno li insegna più. Si piega a parare il pallone a gambe aperte, lasciando un varco fatale. Fiorentina in vantaggio. Presto per dirlo, ma il più oggi è fatto. Grazie, dottor Murphy.
Anche Tatarusanu difetta in alcuni fondamentali, tra cui la gestione del pallone su retropassaggio dei compagni. Anche oggi i suoi rilanci abbassano considerevolmente la temperatura di un Franchi altrimenti soleggiato, gelando il sangue agli spettatori. Chi invece ha il piede caldo al punto giusto è Josip Ilicic, che vuole contendere a tutti i costi il titolo di cannoniere all’altro IC venuto dalla Croazia. Gran tiro in corsa parato da Bizzarri e gran tiro su punizione che manca il sette di un millimetro. Ma la Legge di Murphy a rovescio oggi si applica anche a lui. Al 32’ ha il tempo di aggiustarsi la palla sul piede benedetto, il sinistro, e stavolta Bizzarri la vede in fondo alla rete.
Il tempo finisce con alcune pregevoli azioni viola che non producono effetti soltanto perché la corsa e la lucidità non sono più quelle di qualche domenica fa. Si rientra in campo con un Chievo determinato a far vedere di esserci anch’esso. I primi minuti sono moderatamente preoccupanti perché la Fiorentina può solo difendersi, e con qualche difficoltà. Per fortuna che viene fuori l’altro aspetto di questo Chievo, vera e propria squadra a spartiacque: durissima da superare fino al primo gol, incapace di riprenderti dopo aver subito quel primo gol stesso.
Malgrado il sole sia tramontato dietro la Curva Ferrovia, i ragazzi di Maran riusciranno a produrre in tutta la ripresa un paio di tiracci ribattuti in mischia da compagni e/o avversari. Mai una conclusione veramente pericolosa che consenta al nostro Ciprian Tatarusanu di riscattare le magre recenti. Meglio così, il tempo passa senza troppi patemi, ma soltanto con la sofferenza indotta dalla fatica con cui i ragazzi di Sousa cercano di imbastire azioni di contropiede chiamando a raccolta energie che evidentemente non ci sono quasi più. Alonso ha l’indicatore della benzina in rosso, Borja Valero anche (pur nascondendolo con mestiere), Bernardeschi regge un po’ di più giusto perché ha vent’anni. Meno male che gli altri tengono tutti botta, in mezzo e dietro. Qualcuno la botta la prende anche. Ilicic dopo una testata sulla cervicale deve lasciare il posto a Mati Fernandez. Il cileno si rivelerà propizio per addormentare una partita che di brillante aveva già poco.
A dieci minuti dalla fine, Borja Valero si rende conto che si può anche tirare dalla distanza senza tentare di entrare in porta con il pallone. Gran tiro e grande Bizzarri in risposta, così come su Vecino pochi minuti dopo. Certo che se lo spagnolo avesse osato qualche conclusione in più nella sua carriera sarebbe stato un giocatore veramente completo ad altissimi livelli e Del Bosque avrebbe avuto vita davvero difficile come selezionatore iberico.
La standing ovation del Franchi quando esce se la merita comunque appieno. Mario Suarez entra al suo posto a svolgere il compitino di tenere insieme i reparti, cosa a cui assolve degnamente. Se c’è malumore tra quelli del “secondo livello” oggi non si nota, tutti fanno il proprio dovere remando verso il secondo posto in classifica. Perfino le telecamere di Sky smettono di cercare Pepito Rossi che ad un certo punto aveva cominciato il riscaldamento per poi tornare a sedersi in panchina.
Finisce il 2015 con la Fiorentina al secondo posto a pari merito con il Napoli, due punti avanti alla Juve e tre alla Roma. Stasera l’Inter dirà al campionato se continua la fuga o meno. Per restare alle cose di casa nostra, pare di poter dire che nel bene e nel male questa Fiorentina ha fatto se non un miracolo almeno gli straordinari a concludere l’annata dov’è adesso. Adesso i giocatori sono attesi da un riposo sicuramente meritato ed altrettanto sicuramente necessario, mentre la palla passa alla società che tra pochi giorni torna al mercato. Da cosa sono attesi Prade’ e compagni non c’è bisogno di ripeterlo.

Ci si creda o no, scudetto significa non dover mai dire mi dispiace.


sabato 19 dicembre 2015

Il Regime

373 Si, 129 No, sfiducia respinta. La Camera dei Deputati salva il Ministro per le Riforme Maria Elena Boschi e con lei il governo Renzi. Finito il conto dei voti, può cominciare quello dei danni. Della democrazia in Italia resta ormai un cumulo di macerie, per rimuovere le quali e ricostruire qualcosa che assomigli a rappresentanza e legalità non si sa neppure da che parte cominciare.
Il Partito Democratico e i suoi alleati applaudono l’esito della consultazione richiesta dal Movimento Cinque Stelle, Renzi parla di boomerang clamoroso, la Boschi ha appena finito di rivendicare orgogliosa tutte le proprie appartenenze, familiari, professionali e politiche. Lo fa con il consueto tono ed i consueti argomenti appresi dal proprio mentore nonché Presidente del Consiglio, che ai suoi compagni di strada piace definire determinati e gli oppositori preferiscono invece etichettare come semplicemente arroganti.
E’ il giorno decisivo per la crisi innescata dal Decreto SalvaEtruria & Altri. Il provvedimento con cui il governo del Rottamatore azzera obbligazioni e risparmi dei cittadini per salvare alcuni Istituti di Credito tra i peggio gestiti della storia d’Itala, tra i quali quello di cui il padre dell’attuale Ministra per le Riforme è stato a lungo amministratore, a vario titolo e con vari incarichi. Poiché l’ultimo di questi è stato conferito quando già la figlia sedeva sui banchi del governo, ecco la ragione della crisi rubricata come conflitto di interessi.
Fosse stato in carica il governo Berlusconi tutto sarebbe stato più semplice, avremmo avuto le barricate per le strade e la sinistra (di sinistra e di centro) schierata sopra e sotto il pulpito da cui sarebbero partite le invettive contro la morte della giustizia e della democrazia. Ma siccome è la sinistra stessa in conflitto, nella persona mica da poco di colei che ha in mano nientemeno che la riforma delle istituzioni di questo paese (assieme all’altro frequentatore di banche Denis Verdini), ecco che the world turns upside down, si rovescia completamente.
Il giorno chiave peraltro non è quello di ieri, ma quello del sabato precedente. Lo scenario è quello della Leopolda, tradizionale location ormai delle convention renziane. Giornalisti di fedeltà non comprovata e cittadini che protestano per i propri risparmi sfumati per decreto vengono tenuti accuratamente fuori, non è più tempo di bagni di folla per un premier sempre meno alla mano ma con la mano sempre più nelle tasche degli italiani. Bisogna dunque aspettare il Tg della RAI della sera per assistere all’entrata in scena trionfale della figlia del bancario Boschi. Che rifiuta di fare la moglie di Cesare.
E’ noto che colui che è passato alla storia come un tiranno affossatore della prima delle nostre democrazie, la Repubblica Romana, dette in realtà numerose e preziose lezioni di come dovesse atteggiarsi un uomo politico di vertice nella gestione appunto della Res Publica. Con la moglie accusata di adulterio, Cesare si schierò con lei nel pubblico processo che si tenne (allora usava così, la privacy era un concetto di là da venire) nel Foro Romano, sapendola innocente. Ma subito dopo averla fatta assolvere la ripudiò. “La moglie di Cesare deve essere al di sopra di ogni sospetto”.
Questa lezione è rimasta nel DNA di tutte le democrazie moderne, europee e nordamericane. L’uomo politico di cui si chiacchiera (a torto o a ragione) non è più affidabile e deve dimettersi dalla gestione della Cosa Pubblica. Al posto della Boschi, un ministro inglese, scandinavo, americano, tedesco non sarebbe arrivato in carica alla fine del primo giorno dello scandalo. Lei no. Lei va alla Leopolda a dire, con atteggiamento tra lo spigliato e lo sprezzante, che trova divertenti le illazioni circa il proprio futuro.
Tutto lì. Parte l’applauso della platea PD. Che pur avendo nella sua lunga storia ingoiato ben di peggio (ma spesso con il collo più obtorto di adesso) si produce in una manifestazione di orgoglio partitico da fare invidia ai Donkeys americani o ai labour inglesi. Gente con ben altre tradizioni, soprattutto in termini di cultura di governo. Qui di cultura ce n’è assai poca, a giudicare dalla prosopopea con cui i delegati intervistati rivendicano il diritto della Boschi – e di chiunque altro di loro – a farsi gli affari propri e ad essere lasciata in pace. “Le colpe dei padri non devono ricadere sui figli”, chiosa addirittura un noto showman televisivo, mentre un vecchio arnese della nomenklatura post-comunista senescente come Bersani va a stringere una improbabile mano alla Ministra appena salvata. Peccato che in democrazia rappresentativa non funzioni così, come Gaio Giulio Cesare spiegò tanto tempo fa e come gli sprovveduti anglosassoni continuano a ritenere e ad applicare dalle loro parti.
Volete attraverso me colpire il governo? Lasciate perdere. Il governo è attrezzato per respingere gli attacchi”. La ragazzona piacente e un po’ goffa che Matteo Renzi ha voluto come donna immagine del proprio governo (compito facile peraltro, nel panorama delle Bindi e delle Finocchiaro) cerca di fare la dura, senza rendersi conto di rievocare – proprio in quell’aula sorda e grigia – ben altri archetipi rispetto a quelli di cui vorrebbe essere la reincarnazione. Altro che Nilde Iotti o Tina Anselmi, madri costituenti. I toni di questa donna sembrano quelli di Farinacci.
Il suo discorso che passerà alla storia comunque non è questo, rilasciato a Montecitorio prima del voto che decide il suo destino. Ma bensì quello di sabato scorso alla Leopolda, dove dopo aver definito divertenti le ipotesi di chi pensava che lei, almeno lei avesse una coscienza aveva tirato lo schiaffo a Cesare e a tutti i suoi epigoni lanciando il ci rivedremo a Filippi a proposito del voto di sfiducia chiesto dai M5S (gli stessi che hanno poi salvato il PD sul voto dei tre giudici costituzionali, ma questo passa il convento italiano, così come passa la miserrima astensione di Forza Italia sul voto di fiducia): “Si vedrà chi ha la forza in Parlamento”.
Ecco, i nostalgici del sogno di una democrazia anglosassone (ma siamo sempre meno, categoria vintage) sono serviti. E gli storici possono scrivere fin d’ora che il governo Renzi si è trasformato in regime nella data convenzionale del 12 dicembre 2015. Il Fascismo nacque in Piazza San Sepolcro il 23 marzo 1919 e andò al governo il 28 ottobre 1922 con la Marcia su Roma e l’incarico a Mussolini da parte del re Vittorio Emanuele III. Ma tutti sono d’accordo che il regime mussoliniano vero e proprio prese il via con il discorso del 3 gennaio 1925, con cui il futuro Duce chiuse la crisi seguita al delitto Matteotti e all’Aventino e aprì la stagione delle leggi fascistissime.
Dichiaro qui, al cospetto di questa Assemblea e al cospetto di tutto il popolo italiano, che io assumo, io solo, la responsabilità politica, morale, storica di tutto quanto è avvenuto (…) Se il fascismo è stato un'associazione a delinquere, io sono il capo di questa associazione a delinquere!”. Da lì in poi, dello stato liberale antecedente rimase poco o nulla.
Allo stesso modo, se si deve trovare una data a cui far risalire la degenerazione della Prima Repubblica nel regime illiberale che portò a Tangentopoli e a tutte le sue conseguenze di lungo corso, si deve far capo al discorso tenuto dal Presidente del Consiglio Aldo Moro in parlamento il 9 marzo 1977 a chiusura dello scandalo Lockheed, il primo di una certa entità a scuotere la fiducia degli italiani nella loro classe politica.
Non ci devono essere vittime sacrificali, non si devono fare sacrifici umani... La Dc fa quadrato attorno ai suoi uomini... Non ci processerete sulle piazze, non ci lasceremo processare”. Ecco, per altri quindici anni almeno nessuno riuscì a processare la DC, né nelle piazze né tantomeno in tribunale. Per Moro il discorso fu diverso, circa un anno dopo si aprì per lui il tribunale del popolo ordito dalle Brigate Rosse, ma questa è un’altra storia. Il sistema politico noto come Prima Repubblica si ricompattò alla grande attorno ai suoi partiti ed ai suoi leader, anche grazie alla cooptazione del Partito Comunista che in quei giorni decise di rinunciare a fare l‘unica cosa che sapeva fare: l’opposizione.
Giorgio Napolitano era uno degli uomini che portarono il P.C.I. nell’area di governo e poi di Mani Pulite. La lezione deve essergli servita quando ha deciso di intervenire da Presidente della Repubblica a trasformare profondamente il quadro politico esautorando il governo eletto dal popolo. Poi a dare incarico all’Uomo della Leopolda, esautorando il voto appena espresso dal popolo. Sapeva quello che faceva.
Era giusto che il cerchio si chiudesse alla Leopolda. E che lo chiudesse proprio la donna che ha definitivamente seppellito la moglie di Cesare.

giovedì 17 dicembre 2015

Coppa Italia, addio triplete



Comunque la si giri, è una figuraccia di quelle che lasciano il segno. La Fiorentina esce dalla Coppa Italia 2015-16 agli ottavi di finale. Detta così non sarebbe niente, se non fosse che gli ottavi sono il primo ed unico turno giocato dalla squadra viola in questa competizione, contro una squadra tosta quanto si vuole ma poco più che dignitosa e che comunque qualche sorcio di colore verde glielo aveva fatto già vedere anche in campionato.
Negli ultimi novant’anni, Fiorentina e Carpi si sono incontrati quattro volte, e in due di queste hanno prevalso gli emiliani. La volta precedente si era agli albori, calcio pionieristico, poco male. Ci stava di perdere dal Vado Ligure o dalla Pro Casale. Si giocava con la fascia alla testa e con i mutandoni dall’elastico facile a rompersi. Stavolta si gioca in pieno calcio professionistico, anzi postmoderno, con atleti lautamente pagati che tuttavia qualcuno dice essere in crisi di motivazioni (sai, dopo la Juve – dice – non è facile affrontare il Carpi…chissà perché alla Juve questi discorsi non li fa nessuno…..).
Esce anche la Roma, ai rigori contro lo Spezia, ma la storia del mal comune mezzo gaudio funziona poco e male. Anzi, Di Gaudio c’è solo quello che segna il gol della vittoria del Carpi in una partita a cui la Fiorentina diceva di tenere e per affrontare la quale aveva schierato per nove undicesimi la formazione tipo. Alla fine, mister Sousa si dice “arrabbiato perché non è andata come pensava”, anche se fa capire che – come detto più volte – le uova buone per fare la benedetta (o maledetta) omelette sono poche.
La partita è presto raccontata. Degli undici o poco più che Sousa vede come giocatori di primo livello mancano solo Marcos Alonso e Borja Valero, sostituiti da Pasqual e Rebic. La frittata c’è, ma di quelle fatte rovesciando le uova in terra. La Fiorentina è arruffona e sconclusionata. Anche e soprattutto nel senso che per offrire una conclusione decente verso la porta avversaria costringe i propri tifosi a passare attraverso una sequela di passaggi per linee orizzontali che si credevano ormai ricordo del passato.
Il Carpi ha le sue buone occasioni, non molte ma nette. Su una di queste apre ufficialmente la crisi viola (ci si perdoni l’iperbole). E’ una crisi di quelle surreali che capitano solo a Firenze. La squadra è seconda in campionato e ai sedicesimi di Europa League, e questo è un dato incontrovertibile, a meno di incappare in seguito in ulteriori giornatacce come questa. Ma la figuraccia di Coppa Italia, un trofeo a cui le alte sfere viola dicevano di tenere, arriva alla fine di un mese in cui della Fiorentina che aveva strabiliato nel periodo compreso tra San Siro e Marassi rimangono tracce sempre più labili.
E soprattutto arriva la consapevolezza che nello spogliatoio viola non son tutte rose e fiori. Lasciamo perdere gli episodi di nervosismo costituiti da errori marchiani come quelli che costano l’ennesima sconfitta contro l’acerrima nemica Juventus o espulsioni imperdonabili come quelle di Roncaglia a Basilea e Gonzalo Rodriguez ieri pomeriggio. Parliamo piuttosto delle notizie che trapelano da Radio Spogliatoio e che parlano di una spaccatura sempre crescente tra la squadra – o almeno parte di essa - ed il tecnico arrivato in estate a sostituire Vincenzo Montella.
La vera preoccupazione è questa: Paulo Sousa è in grado di gestire questo gruppo al meglio? Sul piano tecnico si può dire tutto ed il contrario di tutto, nello sport in generale non c’è mai riprova. Per due mesi e passa la Fiorentina è sembrata essere più incisiva sotto la guida del mister portoghese che non sotto quella del predecessore di Pomigliano d’Arco. Poi, al calare della condizione, ecco ritornar fuori il gioco orizzontale e la carenza realizzativa unita alle sbadataggini difensive.
I giocatori sono quelli di Montella (qualcuno in meno, per la verità), la politica di mercato della società anche. La preparazione atletica indefinibile come sempre, quest’anno poi si cala di botto alla seconda giornata così come alla sedicesima, vai a capire te se è stata una preparazione leggera per partire a mille o pesante per durare più a lungo. Più che le gambe è la testa che pare dare qualche problema. Soprattutto a quei giocatori che in un modo o nell’altro si sono sentiti etichettare di “serie B” dal loro tecnico.
Montella vantava tre quarti posti consecutivi in tre anni (oltre ai piazzamenti in Coppa), Sousa in tre mesi ha già un secondo posto (e speriamo che almeno quello duri) e una eliminazione al primo turno. Con i numeri si può andare lontano come da nessuna parte. Ma una cosa però và sottolineata. Forse da un punto di vista squisitamente gestionale dell’aspetto psicologico e da quello dei rapporti inter-societari, quell’aplomb anglo-napoletano di Vincenzino Montella che dava tanto sui nervi ad alcuni tifosi era più produttivo degli “occhi della tigre” di Paulo Sousa, che molti hanno con troppa fretta proposto per la beatificazione. Non vorremmo che la tigre, stentando a continuare a fare prede tra gli avversari, rivolgesse i suoi occhi all’interno della propria tana divorando i propri cuccioli.
Sul resto si può discutere. E conoscendo i fiorentini si discuterà sicuramente. Ricordiamoci che da queste parti sono stati infamati allenatori come Bruno Pesaola e Giovanni Trapattoni. Si salvò De Sisti perché era De Sisti, mentre qualcuno celebra ancora la memoria di gente improbabile come Alberto Malesani (e chi lo ingaggiò).
Resta il fatto che nell’intervallo di Fiorentina – Empoli qualche tarlo si è insinuato nel giocattolo viola, che non funziona più come quando ci è stato regalato. Oppure il tarlo lavorava già in silenzio, e i buchi appaiono soltanto adesso. Alla Società l’ardua sentenza. D’altra parte, mentre assisteremo ai turni successivi disputati da Spezia, Alessandria e Carpi, un po’ di tempo per riflettere – tutti quanti – ce lo siamo ricavato.

Il risveglio della Forza



Mi metto in coda con curiosità per entrare a vedere questo nuovo film di film di fantascienza di cui si parla tanto. La critica l’ha stroncato, paragonandolo al magistrale e denso di significati 2001 Odissea nello spazio di Kubrick (una canzonetta pop in confronto ad un’opera lirica, questo è più o meno il senso della stroncatura). Il pubblico, come sempre, ragiona per conto suo e dopo poche settimane gli decreta un successo ad effetto valanga. E’ il 1977, sono uno dei tanti ragazzi stanchi della fantascienza “concettuale” e di quella realizzata con pupazzi animati e sfondi di cartone. Gli effetti speciali introdotti per la prima volta da Guerre Stellari mi travolgono segnandomi per sempre, al pari di tutta la mia generazione. Uscito da quella sala cinematografica, per me il cinema non sarà più lo stesso.
Mi rimetto in coda con nostalgia ed aspettativa per portare mio figlio di sei anni a vedere il primo film della nuova trilogia di George Lucas. E’ il 1999, sono passati 22 anni e La minaccia fantasma compie il miracolo di affascinare sia il bambino di sei anni, più o meno la stessa età di Anakin Skywalker (che il manifesto cinematografico ritrae contro un muro su cui proietta la sua ombra da adulto, quella di Darth Vader) travolgendolo e stregandolo per sempre così come era successo al genitore due decenni prima, sia lo stesso genitore ex ragazzo del 77 che si ritrova bambino come se il tempo non fosse passato affatto già alle prime note della celebre fanfara di Star Wars ed al primo apparire della altrettanto celebre didascalia introduttiva che scorre sullo sfondo dell’universo stellato.
Passano gli anni e sono di nuovo in coda per ritrovare antichi amici nel frattempo invecchiati come me nel nuovofilm che la Disney ha realizzato dopo l’acquisizione della Lucasfilm. Accanto a me c’è mio figlio diventato ormai un uomo come lo ero io quando lo portai a conoscere l’universo di Star Wars, plasmando indelebilmente la sua fantasia così come era stata plasmata la mia. Siamo nel 2015, e Il risveglio della Forza compie di nuovo il miracolo di annullare il divario spazio – temporale, quasi come un balzo nell’Iperspazio del Millenium Falcon. Dopo pochi istanti sono di nuovo il ragazzo del 77, mio figlio il bambino del 99 e tutti e due partiamo alla ricerca di Luke Skywalker insieme ai vecchi e nuovi eroi della Saga più celebre della storia del cinema.
Episode Seven: The Force Awakens
Episode Seven. Forse nessuno sarà mai in grado di spiegare, nemmeno lo stesso George Lucas, per quale motivo da quasi quarant’anni a questa parte egli sia riuscito a trovare la chiave d’accesso all’immaginario collettivo di così tante generazioni. Dalla più vecchia, la mia, che aveva salutato nel 1977 un Harrison Ford nel pieno della sua giovinezza di uomo e di attore in procinto di diventare una star del cinema mondiale proprio grazie a Guerre Stellari e che in questa notte di dicembre del 2015 lo ritrova con i capelli bianchi e la pistola laser in mano al fianco del fedele compagno Chewbecca (e fa un grande effetto, a pensare che siamo invecchiati insieme e come lui tra poco anch’io avrò i capelli ingrigiti). A quella più giovane, fatta di ragazzi che entrano al cinema con le spade laser giocattolo e durante le scene d’azione più travolgenti sentono l’irresistibile bisogno di inscenare in prima persona quei duelli che abbiamo visto tante volte sullo schermo, impersonati da Yoda, Obi Wan kenobi, Luke ed Anakin Skywalker.
Quando Harrison Ford e Peter Mayhew nei panni di Han Solo e Chewbecca entrano di nuovo nel Millenium Falcon dopo tanti anni, e Ford pronuncia la frase storica “Ciube, siamo a casa”, parte irresistibile l’applauso. Quando fanno la loro ricomparsa gli altri eroi della trilogia originale, ingrigiti dal tempo e proprio per questo ammantati di un’aura mitologica ancora più forte, parte la botta di malinconia.
Come per gli eroi giovani della nuova generazione Jedi, anche per i ragazzi al cinema Han Solo, Luke e la Principessa Leia sono eroi da favola, di cui si è sentito parlare ma di cui nessuno ha più avuto prova della reale esistenza. Eccoli qui, ce li ritroviamo di fronte tutti quanti e tutti insieme. Ford che nel frattempo ha costruito la sua leggenda su capolavori come Blade Runner e la serie di Indiana Jones; Mark Hamill che ha atteso per quarant’anni di tornare a vestire i panni del suo personaggio più riuscito, il Jedi che deve riportare equilibrio nella Forza e nell’Universo; Carrie Fisher, un tempo l’inquieta figlia della diva Debbie Reynolds (un titolo su tutti, “Cantando sotto al pioggia”) e diventata diva a sua volta grazie a George Lucas. Che li scelse tutti da sconosciuti quali erano, selezionati tra tanti altri sconosciuti, e li consegnò alla leggenda.
Kilo Ren, il nuovo "cattivo"
Di tutte le saghe che hanno segnato la storia del cinema, dal Signore degli Anelli a Harry Potter, questa di Guerre Stellari riesce a mantenere lo spessore epico e insieme fantastico e carico di significati e di simbologia (proprio come quel 2001 Odissea nello spazio che le veniva contrapposto agli esordi) unito all’innovazione tecnologica d’avanguardia che ne fanno sicuramente la più importante. L’epopea della Repubblica che lotta per sopravvivere all’Impero malvagio con i suoi cavalieri erranti armati di spada laser e della Forza che pervade l’Universo simboleggia l’eterna lotta tra il Bene ed il Male, destinata a non risolversi mai definitivamente. Ed insieme narra la storia più antica del mondo ed in cui ogni uomo ed ogni famiglia possono immedesimarsi: l’eredità dei padri verso i figli, la difficile battaglia quotidiana per affermare se stessi senza smarrire le proprie radici e l’affetto e la stima di chi ci ha generato e prima o poi dobbiamo perdere, per dopo semmai ritrovare altrove. La Forza scorre potente in tutte le nostre famiglie.
La maschera più famosa della storia del cinema
L’episodio sette si mantiene all’altezza dei precedenti, scrivendo un altro capitolo di questa storia girata ormai all’interno del nostro stesso immaginario. E nello stesso tempo opera una divertente citazione dei capitoli passati, in alcune situazioni che il pubblico sicuramente non faticherà ad individuare. “Certe cose non cambiano mai”, dice Han Solo a Leia in una delle battute più significative di questo film di cui sarebbe un delitto anticipare la trama, privando lo spettatore del piacere di reimmergersi nella propria fantasia e nella propria infanzia.
Basti dire che siamo attesi da nuova attesa, per gli sviluppi della storia che saranno contenuti negli episodi Otto e Nove già in cantiere, la cui uscita è prevista per il 2017 e 2019. Al pari di ciò che succederà nella nostra vita reale di cinefili e sognatori destinati a rimanere bambini dentro, vecchi eroi si accomiateranno dal pubblico che li ha amati e giovani prenderanno il loro posto. Figli succederanno ai padri. Vecchie e nuove armi e astronavi ecciteranno la nostra fantasia. Momenti divertenti ed altri più solenni ci prenderanno allo stomaco ed al cuore.
Il film si chiude con una mano tesa, un gesto con cui un oggetto simbolo di tutta la Saga viene offerto, senza sapere ancora se sarà accettato. Lo sapremo tra due anni, lunghi e insieme velocissimi da passare, proprio come quando eravamo ragazzini. Del resto, ne sono passati quaranta e sono volati.
Che la Forza sia con tutti voi.

martedì 15 dicembre 2015

VIOLA NELLA TESTA E NEL CUORE: Tottenham 2 La vendetta



Di nuovo il Tottenham Hotspurs, di nuovo Londra. Paulo Sousa voleva una squadra inglese ed è stato accontentato. Mentalità giusta, come dice il direttore generale Andrea Rogg (ma perché, se ci toccava una spagnola o una tedesca era sbagliata?) o voglia di confrontarsi fino in fondo con il passato recente (a Firenze infuria il tormentone “Sousa ha già fatto meglio di Montella”, tipico esercizio filosofico da Università della Sorbona del Basso Medioevo)? Sia come sia, la Fiorentina volerà di nuovo in Inghilterra e nello stesso periodo della scorsa stagione. Anzi, poiché stavolta è passata ai sedicesimi come seconda, sarà il Tottenham a volare per primo a Firenze e a giocare la seconda e decisiva partita in casa. Tra il 18 ed il 25 febbraio la contesa sarà risolta.
Chissà come sarà messa la squadra viola a febbraio. Chissà se si parlerà ancora di ottimo campionato, di ruolino di marcia record dopo tot giornate, di Sousa meglio di Montella che a sua volta era meglio di Prandelli, dei nuovi arrivati (se arriveranno) meglio o peggio di quelli vecchi. Di vittorie e di sconfitte, che come diceva Rudyard Kipling sono due “impostori” con cui confrontarsi nella vita e da trattare allo stesso modo (sottintendendo con nonchalance), anche se l’ennesima sconfitta rimediata in quel di Torino (e speriamo che sia l’ultima almeno per quest’anno) è difficile da digerire, ha voglia a dire Kipling.
Il Tottenham Hotspurs che ritroverà la Fiorentina (certo che i sorteggiatori dell’UEFA hanno proprio una mano disgraziata, come per la Roma condannata vita natural durante ad affrontare il Real Madrid) è una squadra diversa da quella regolata al Franchi dopo tre tempi di sofferenza ed un quarto concluso in tromba da uno dei rari gol italiani di Mario Gomez e da uno dei primi in viola del ciclone Salah. Dicono che Eric Lamela quest’anno è in grande spolvero, e l’uragano Harry Kane stavolta non dovrebbe essere relegato in panchina.
Gli Spurs hanno cambiato molto e pare in meglio, attualmente sono quinti ed inseguono la zona Champion’s. Da notare tra l’altro che da questo confronto tra speroni e gigliati dipende probabilmente quello complessivo tra Inghilterra ed Italia per il ranking UEFA. Gli inglesi ci sopravanzano di due punti, riuscissimo a scavalcarli torneremmo ad avere noi il diritto di schierare una quarta squadra nella massima competizione a squadre di club europea. Per quello che può valere, viste le condizioni attuali del nostro calcio.
La Fiorentina che ritroverà il Tottenham invece è più difficilmente decifrabile, soprattutto dovendola immaginare tra tre mesi. Allo stato attuale, si può dire che Astori ha fatto del suo meglio per non far rimpiangere Savic, il Bernardeschi attuale non fa rimpiangere Cuadrado o Joaquin, Borja Valero e Ilicic hanno ritirato le controfigure della scorsa stagione e ripreso a giocare da par loro e Kalinic non fa rimpiangere certo Mario Gomez, semmai fa rimpiangere di non averlo preso prima. Se proprio vogliamo rimpiangere qualcuno, facciamolo con Mohamed Salah, che probabilmente ad oggi non è sostituibile da nessuno.
Giocare in Inghilterra, nel complesso, è sempre stata dura per il calcio italiano. Dai tempi dei “leoni di Highbury” (la nazionale italiana riuscì a superare quella inglese per la prima volta soltanto nel 1973) fino a quelli più recenti di una delle più forti Juventus di sempre – quella trasbordata poi in azzurro ai vittoriosi mondiali di Spagna 82 – che veniva presa a pallonate per novanta minuti dal Derby County, con tutto il rispetto una specie di Chievo di Oltremanica.
Per la Fiorentina invece il discorso è diverso, la “perfida Albione” è sempre stata una terra di vittoria, mai di sconforto. All’Ibrox Park di Glasgow  vinse la prima edizione della Coppa delle Coppe nel 1961 e nel 1976 proprio qui a Londra contro il West Ham vinse una delle ultime edizioni della Coppa Italo-Inglese, che si disputava tra le vincitrici delle Coppe di Lega dei due paesi. Per non parlare della notte dell’apoteosi, quella in cui Omar Gabriel Batistuta dopo il Nou Camp ridusse al silenzio Wembley ed eliminò l’Arsenal dalla Champion’s League.
Il destino viola, quando l’inverno che sta per cominciare sarà ormai agli sgoccioli, passerà dunque ancora per White Hart Lane, lo storico impianto situato nel sobborgo londinese di Haringey (ex borgo municipale di Tottenham) inaugurato il 4 settembre 1899 ed in procinto di essere dismesso a favore di un nuovo stadio costruito sempre in quella zona. L’allenatore dei bianco-blu è sempre l’argentino Mauricio Pochettino, che sicuramente medita la rivincita dopo una eliminazione che lo scorso anno parve a lui e a molti addetti ai lavori immeritata. Non c’è più Vincenzo Montella sulla panchina viola, ma di sicuro a quel piatto che di solito si usa mangiar freddo ciò non toglierebbe assolutamente sapore. Paulo Sousa, che sognava di incontrare una squadra inglese, è avvisato. Lassù nessuno ci ama.

lunedì 14 dicembre 2015

DIARIO VIOLA: Il sogno si allontana?



Vediamo il lato positivo. Quanto tempo era che un Juventus – Fiorentina non aveva come posta in palio lo scudetto? Come minimo bisogna andare indietro di 17 anni, se non di 33. Se poi aggiungiamo la condizione per cui la Fiorentina arriva allo scontro diretto in vantaggio (consistente) di punti sulla Juventus, allora bisogna risalire addirittura al 1969. Un’ottima annata, peraltro. A volte vien fatto di pensare: irripetibile.
E qui si arriva alle dolenti note. Sei in piena corsa scudetto ed incontri – sulle ali di quelli che dovrebbero essere entusiasmo e convinzione di sé - una Juve che non è più e non può essere lo squadrone formidabile degli anni passati. Per quanto si tratti sempre di una squadra tosta, e galvanizzata da una impetuosa rimonta. Dallo Juventus Stadium, da quando esiste, sono assai poche le squadre che sono ripartite con uno o più punti. Una di queste è appunto la Fiorentina stessa, in una edizione del passato recente.
Rispetto a quel passato recente ha perso spessore tecnico la squadra campione d’Italia (sfido chiunque a sostituire al volo gente come Pirlo, Vidal, Llorente, Tevez, Giovinco), ma lo ha perso anche la Fiorentina, malgrado la classifica attuale sembri dire il contrario. Lo si vede sul campo, con bianconeri e viola che danno vita ad un match dove non si tira mai in porta nemmeno per sbaglio, fatti salvi i primissimi minuti e gli ultimi, quelli che determinano un risultato che per i restanti 80 sembra impossibile, fantasmagorico.
La Fiorentina finisce a perdere una partita che controlla per buona parte del tempo senza correre grandi rischi contro una delle Juventus meno impressionanti degli ultimi anni. E il bello è che riesce a farlo in modo da far sembrare il risultato assolutamente giusto. Nella consueta conferenza stampa che precede la partita, Paulo Sousa aveva messo in risalto proprio la “cultura della vittoria” come caratteristica principale dell’avversario di turno, a prescindere dai giocatori impiegati e dai tecnici che siedono sulla panchina dei campioni d’Italia. Questo per dire che l’errore più grande sarebbe stato quello di sottovalutare i bianconeri, dall’alto dei cinque punti di vantaggio e del bel campionato che i viola hanno sin qui disputato.
Proprio così. Alla fine, la cultura della vittoria è quella che spinge i superstiti dello squadrone che a giugno ha fatto vedere i sorci verdi al Barcellona (più Cuadrado, Dybala e Mandzukic) oltre i propri limiti attuali fino al sorpasso sul campo ed al quasi aggancio in classifica ai danni di una Fiorentina che le partite non sa proprio “morderle”, affrontandole sempre con quello stile tra il compassato, l’accademico e vivaddio a volte lo sbadato che prima o poi frutta sempre almeno una disattenzione fatale.
I bianconeri si avventano sul match con la consueta foga, anche se non sono più in grado come in passato di dominare una Fiorentina che risponde colpo su colpo. Al 2’ minuto si ripete il miracolo di San Siro. Stavolta è Chiellini a non ritirare il piedone mentre affonda in area juventina Bernardeschi, che vola a terra. A velocità normale le immagini non chiariscono se il fallo ci sia o meno, in slow motion invece il contatto appare netto. L’arbitro Orsato non ha visto, ma quello di porta D’Amato sì, e lo spinge alla concessione del rigore.
Batte Ilicic, che quest’anno è un cecchino. Buffon intuisce ma la fucilata dello sloveno non è di quelle che si parano. Fiorentina in vantaggio, prospettive rosee a saperle gestire. E invece la vie en rose per i viola dura solo quattro minuti. Tra i bianconeri c’è Cuadrado, vuoi non concedergli il gol dell’ex? Che vogliamo fare parzialità rispetto a Salah? Manco per sogno.
Al 6’ Evra riesce a crossare da sinistra, a destra il colombiano si trova solo soletto a ridosso dell’area piccola viola, mentre Alonso che lo dovrebbe marcare si accentra in raddoppio di Mandzukic. Non è il primo segnale di una serataccia dello spagnolo, ma è forse il più fatale. Al resto provvede il prode Tatarusanu, che fa quello che una volta insegnavano ai portieri come cosa da non fare mai: uscire a metà. O resti tra i pali o esci con decisione sul tiratore. Il romeno si comporta da (con il dovuto rispetto) portiere d’albergo ed apre la porta al primo gol di testa della sua carriera di Cuadrado. Che ringrazia e non si fa scrupolo di gioire in faccia a quella che neanche un anno fa era la sua vecchia squadra.
Si ricomincia da capo, ed è subito chiaro che la Fiorentina ha sprecato una occasione d’oro. Non tirerà mai in porta per novanta minuti la squadra viola, assolutamente incapace di affondare i passaggi e/o di saltare l’uomo. Borja Valero ed Ilicic, gli uomini da ultimo passaggio, appaiono affaticati e di nuovo involuti nella manovra, Bernardeschi viene spesso chiuso nella morsa dei raddoppi juventini. Dall’altra parte Alonso ha il suo da fare contro Cuadrado, che non è più quello devastante dei primi anni fiorentini ma che comunque è pur sempre un cliente impegnativo. Kalinic per parte sua praticamente stasera non vede palla.
Insomma, riaffiora sempre più nettamente il tiki taka di montelliana memoria, ed è forse inevitabile che sia così. Al venir meno della condizione fisica si accompagna il dissolversi di quelle verticalizzazioni rapide che avevano portato la Fiorentina in testa nelle prime giornate di campionato. Ora è una squadra assai più prevedibile, e come succedeva ai tempi di Montella, tutti l’aspettano indietro e la colpiscono, o tentano di farlo, in ripartenza.
Fa un certo effetto vedere la Juventus schierata in dieci dietro la linea del pallone come una Udinese o un Empoli qualsiasi. I bianconeri temono troppo forse la Fiorentina per affrontarla sul suo terreno preferito, quello del palleggio. E poi anche loro vengono da una qualificazione europea impegnativa, anche se hanno avuto due giorni di riposo in più. Meglio aspettare gli avversari e lasciar loro il compito di fare la partita, anche se alla Fiorentina alla fin fine il pareggio può andar bene perché lascia le distanze come sono.
Il problema è che nemmeno la Fiorentina è in grado di affrontare la partita sul terreno preferito dagli avversari, quello dell’agonismo spinto alle massime conseguenze possibili. La Juventus la mette sul piano fisico spesso e volentieri, anche se nelle more del gioco duro grossi episodi su cui recriminare non ce ne sono. Qualcuno accusa Orsato di favoritismo, lo stesso Sousa si lamenta vistosamente tanto che alla fine il direttore di gara arriva a minacciargli l’espulsione. Nella ripresa volano botte da Premier League ed anche qualcosa di più, ma nel complesso non si può dire che lo stesso Orsato condizioni la partita in favore di una delle due squadre. Il problema della Fiorentina oggi non è l’arbitro, ed innervosirsi per le sue decisioni non l’aiuta certo.
Quando si arriva allo scoccare degli ultimi dieci minuti vien da pensare che tutto sommato non si è trattato di una partita di quelle che rimangono nella memoria collettiva, ma comunque un punto allo Juventus Stadium fa classifica e nobilita il campionato viola, anche alla luce dei risultati delle altre squadre. C’è qualcosa nell’aria però che induce nei tifosi fiorentini una sottile angoscia. Quella sensazione insinuante di una sciocchezza collettiva o individuale in agguato che possa compromettere lo sforzo bellico della patria pallonara.
La difesa fiorentina, l’abbiamo sottolineato più volte, non è di quelle che reggono novanta minuti senza sbavature. Contro le squadre più forti del campionato, del resto, una sbavatura a partita è già troppo. Ed è già costata i tre punti contro Napoli e Roma. Succede anche a Torino.
Sousa è schizofrenico nel chiedere ai suoi di salire, senza tener conto che alcuni di quei suoi di benzina non ne hanno più. I palloni persi a centrocampo diventano sempre più frequenti. La Juve ha sempre la bava alla bocca e mostra di cercare il colpo letale. Di accontentarsi di un punto evidentemente a casa viola non se ne parla, di fare cambi nemmeno. Sembra quasi che tra i messaggi spediti dal mister urbi et orbi ci sia anche questo: ho solo gli undici in campo, e nessuna soluzione alternativa.
Al 35’ la Juventus torna ufficialmente in corsa per lo scudetto, e la Fiorentina torna quella delle passate stagioni, una bella squadra che studia per diventare grande e che dovrà ripresentarsi agli esami di maturità più avanti, tornando a casa con l’ennesima bocciatura sulle spalle. Parte Pogba in break, non è stata una bella partita quella del francese, anche lui nervoso anziché no. Ma gliene basta una per mostrarsi di classe superiore. All’altro estremo della sua rasoiata c’è un altro che aspetta da tutta la partita di mostrare la propria di classe. Dybala si presenta davanti a Tatarusanu, che gli respinge il tiro in uscita, ma depositando la palla sui piedi di Mandzukic. Il tapin del quale nella rete viola è a quel punto lapalissiano.
La Fiorentina si dissolve lì. E siccome c’è ancora tempo, l’arrembaggio finale di una galvanizzata Juventus le frutta anche un terzo gol al passivo. La svirgolata stavolta è di un Gonzalo fino a quel momento impeccabile. Dybala si porta a spasso la difesa per tutta l’area viola e deposita alla fine nella rete sguarnita.
Poco da dire sui cambi finali, che hanno più che altro il sapore di messaggio trasversale più che di soluzione tecnica. Finisce, abbiamo anticipato, con un risultato se si vuole anche clamoroso, ma sicuramente giusto. Scopo del gioco è metterla dentro una volta di più dell’avversario. La banda di Allegri in un modo o nell’altro ci è riuscita anche stavolta. Per quella di Sousa (vedova di Montella) la striscia negativa invece si allunga. Con la speranza che non si interrompa di nuovo. Non abbiamo di fronte tutta l’eternità per ricucire uno scudetto sulle maglie viola.

venerdì 11 dicembre 2015

ROAD TO BASEL: IL RITORNO DEL BABA



E poi lo chiamarono Babagol. Quando capita una partita che nessuno vorrebbe giocare ma che va giocata – e vinta – per forza per salvare la patria pallonara, quando si deve segnare quel benedetto gol sfiorato un sacco di volte e sempre sfumato, in un area avversaria che pare una tonnara di Mazara del Vallo, lui va a finire che c’é. Anzi, è proprio il momento in cui si torna ad accorgersi di lui, dopo settimane passate a “Chi l’ha visto” e comparsate degne della celebre staffetta Rivera-Mazzola a Mexico 70.
Paulo Sousa non è Ferruccio Valcareggi, tecnicamente e caratterialmente. Il fatto è che lui Babacar non lo vede proprio, non risponde ai suoi requisiti di approccio alla partita e partecipazione alla manovra. E’ un po’ indolente a volte il Khouma, diciamo tutta la verità, ed il Mister tutti i torti non ce li ha. Finire in fuorigioco sistematicamente contro una squadra come il Belenenses significa che hai lasciato non dico la testa ma almeno la parte più importante di essa negli spogliatoi.
Però a volte Sousa è costretto a metterlo giocoforza. Come stavolta, che ricorre San Turnover e la Fiorentina si gioca in tre giorni la permanenza in Europa League e quella al vertice del campionato. Fa rabbia per lunghi tratti della gara, Khouma El Babacar. Si scuote solo per prendere una clamorosa traversa a metà primo tempo, per poi ricadere di nuovo nell’apatia e nella distrazione fino a metà del secondo. Oddio, non è che il resto della squadra faccia cose granché più egregie delle sue. Ma lui è l’osservato speciale, questa è la sua grande occasione, una traversa non basta, non può bastare, anzi.
Tra i non molti convenuti al Franchi per questo atto finale della fase a gironi di EL e fra i molti di più rimasti a casa alla televisione comincia a serpeggiare  l’epiteto sinistro e beffardo di “Balotelli”, quando accade finalmente che la Fiorentina voglia dare un senso alla sua serata imbastendo a bruciapelo la più bella azione corale non solo di questa partita ma anche di diverse altre precedenti. Giuseppe Rossi, un altro che stasera è alla ricerca di se stesso, taglia come un rasoio la tre quarti portoghese con un’apertura su cui si avventa il vecchio capitano Pasqual, uno che si è ritrovato da tempo e ha solo bisogno di non riperdersi. Il capitano si esibisce in un tunnel in corsa a Kuka, si accentra e serve al limite dell’area il liberissimo Juan Verdù. Lo spagnolo conferma la bontà dei suoi piedi tagliando dentro a sua volta per Babacar, il quale con una sterzata secca alla Gigi Riva si porta la palla sul destro e fulmina il portiere Ventura. Un eurogol.
Abbiamo speso più tempo per descrivere l’azione che decide partita e destino viola di quanto se ne può destinare a raccontare il resto di una gara che serve solo a spedire la Fiorentina lunedì prossimo a Nyon per il sorteggio dei trentaduesimi di finale. E’ una partita che conclude un girone di qualificazione tra i più strampalati dell’intera storia viola. La Fiorentina passa il turno come seconda dietro al Basilea vittorioso a Poznan dopo aver perso due volte in casa e aver preso sottogamba buona parte degli impegni. Il Belenenses conferma al Franchi di essere la più debole di un lotto che non è nel complesso stratosferico, malgrado avesse vinto in casa di un Basilea che quella sera non aveva peraltro goduto di particolari favori arbitrali.
I portoghesi allenati dal vulcanico Sa Pinto, malgrado la matematica lasciasse loro ancora qualche speranza, non tirerebbero mai in porta se non desse loro una mano Davide Astori, che al pari di Marcos Alonso macchia un periodo di grazia con una svirgolata degna del miglior, o peggior che dir si voglia, Zaccardo in versione World Cup. Rimedia come può un Sepe che sembra aver acquistato sicurezza con il passare del tempo, e soprattutto strafalciona la ribattuta il belenense Andre Sousa, per la gioia del suo tecnico.
La partita, quanto a episodi, è quasi tutta qui. La Fiorentina la affronta con un discreto turnover, Alonso centrale al posto di Gonzalo, Verdù in mediana al posto di Vecino, Baba e Rossi a dare fiato a Kalinic e Bernardeschi. Tutta gente che domenica sera servirà riposata ed al meglio della forma allo Juventus Stadium di Torino. Sousa decide di schierare invece Borja Valero, e lo spagnolo gli dà ragione dimostrando di avere ancora aria nei polmoni e in testa e tono nelle gambe.
Il ritmo della partita è quello compassato delle occasioni in cui la padronanza di palleggio dei viola desta più insofferenza che ammirazione. E’ chiaro in ogni istante che se affondasse i colpi questa Fiorentina farebbe un sol boccone di questo Belenenses in qualunque momento. Come all’andata, allorché riscattò con un bel poker il precedente passo falso in casa contro gli svizzeri. Ma stasera i viola giocano al risparmio, è chiaro che la testa di tutti a Firenze, giocatori compresi, è già in coda sull’autostrada al casello di Carmagnola, in uscita per Torino. E poi, alla fin fine, per passare il turno basta un punto. Basta soprattutto non fare sciocchezze, come quella di Astori.
Chi sembra dannarsi l’anima per trasformare la serata comunque in un evento è Pepito Rossi, che vorrebbe tanto ritrovare una delle sue giravolte brusche che gli hanno permesso di segnare tanti gol e gli sono anche costate ben tre ginocchia grazie a difensori poco addomesticati al bel calcio. Vorrebbe, ma la strada pare ancora lunga ed in salita, malgrado la squadra lo cerchi con insistenza. Più difficile trovare Babacar, che invece si estranea dal gioco spesso e  volentieri provocando la mimica facciale di Paulo Sousa al limite del consentito. La gara di smorfie tra i due tecnici portoghesi Sousa e sa Pinto è esilarante, di sicuro la cosa più divertente di una gara che di divertente ha assai poco. E’ scontento il Mister viola, e ne ha ben donde, anche se questa non è e non può essere la vera Fiorentina. Continua ad urlare ai suoi di alzare il baricentro della squadra. Ad un Astori che incredulo gli risponde “Mister, ma siamo già a centrocampo!”, replica con un altro urlaccio “Salite ancora più su!!!”
Alla fine, Babacar non esulta nemmeno dopo il suo splendido gol salva-immagine. E’ un modo un po’ “balotelliano” di mandare messaggi a qualcuno, e stona un po’ nel contesto di celebrazione del salvataggio di uno degli obbiettivi stagionali più importanti, fino a prova contraria. Ma non stiamo a sottilizzare. Qualcosa ci dice che nel prosieguo di questa stagione i gol del centravanti senegalese avranno il loro peso, soprattutto se lui capisce a sua volta che peso può avere in questa squadra.
Fiorentina a Nyon, dunque. Incombe il rischio di beccare una “declassata” dalla Champion’s League, come il Manchester United o il Borussia Dortmund. E’ successo quando eravamo teste di serie, figuriamoci adesso che la testa del girone è rimasta a Basilea.
Ma questi sono problemi ancora di là da venire, lontanissimi. Siamo tutti già in coda sull’autostrada. Prossima uscita Torino.

giovedì 10 dicembre 2015

CONTROCORRENTE: Il bambino e il poliziotto

Stamattina le forze dell'ordine hanno sgombrato l'ex palazzo della Regione in Viale Toscana 21 dalla occupazione effettuata ieri sera dal Movimento Lotta Per la Casa. Movimento famigerato, che a Firenze ne ha combinate di cotte e di crude, tra cui la prolungata occupazione del Vecchio Meyer (lasciato in condizioni orrende dai "portatori di cultura" che vi soggiornarono per anni).
La prima sensazione è stata di normalità. Nè contento, né scontento, solo "normalizzato". Imbecille la Regione a lasciarsi sfuggire quel palazzo, imbecille chi ha permesso alla situazione sociale fiorentina ed italiana di arrivare a questo punto. Imbecilli tanti, se non tutti. Ma per una volta i poliziotti sono intervenuti subito, presto e bene, senza "mediatori culturali" e ricatti moralisti e politicanti.
Poi qualcosa ha cominciato a stridere, a fianco del fastidio dei consueti slogan post-sessantottini. Si, va bene, questi erano da sloggiare. Ma..... e quelli che stanno svernando al nuovo Meyer serviti e riveriti dalla cricca di Rossi e del PD? Questi erano italiani, a loro dire e ad occhio e croce. Cioé cittadini a cui la costituzione ancora dovrebbe garantire almeno il diritto alla sopravvivenza. Cittadini che "scappano dalla povertà", per dirla con l'affabulatore Mattarella e tutto il Circo Medrano di Boldrini & C. (ma loro si riferiscono a tutti meno che agli italiani).
Perché per questi Rossi non ha stanziato un euro? Perché non li porta nottetempo a rifocillarsi e stanziarsi in qualche Villa Basilevskiy o altro bene demaniale che dir si voglia? Perché la legge non è mai unguale per tutti in questo cazzo di paese, e se sei italiano è ancora meno uguale?
E le Forze dell'Ordine? Qui arrivano subito, magari a Roma, Genova e Venezia avessero fatto altrettanto. ma questi non sono Black Bloc, sono solo venti bischeracci che gridano coordinati da un facinoroso post-sessantotto con tanto di megafono.
Arrivano in cinque camionette insieme tra Polizia e Carabinieri (non succedeva credo dal referendum Monarchia-Repubblica), più quella dei Vigili del Fuoco. Quando la Fondiaria ed il Comune di Firenze si mettono a fare sul serio non ce n'é per nessuno, specialmente se si tratta proprio di "nessuno". Italiani, Ovviamente, ci fosse stato un solo "portatore di cultura" colored il discorso cambiava (e un'altra volta vi racconto episodio analogo finito a tarallucci e vino).
Tra parentesi, le camionette alle ore 15,00 erano ancora lì, quando degli occupanti non v'era più traccia. A pensar male, viene da pensare appunto che a quel punto la giornata di servizio è quasi finita e gli eroici difensori dell'ordine tiravano tardi per non rientrare in caserma e vedersi spedire da qualche altra parte. Uno spippolava sul cellulare, uno dormiva, uno si massaggiava la pancia dopo visita al lampredottaio all'angolo, uno era al bar della Regione (quello non lo dismette nessuno e dà rifugio a tutti).
Dice, ma sono mal pagati. Vero, ma per quello che ho visto sono anche scelti male. Non hanno mai avuto visi raccomandabili i poliziotti, non devono averli per potersi mischiare ai delinquenti. Ma questi...... Uno per tutti, l'agente in assetto antisommossa a cui chiedo come fare a superare in macchina lo sbarramento delle camionette all'uscita dell'ufficio, parcheggiate come se avessero avuto da catturare Godzilla. L'espressione chianina dell'agente mi ha fatto desistere dal rivolgergli ulteriori quesiti. I miei gatti in genere mi capiscono al volo. Con questi non c'é verso.
Mi considero un estimatore delle forze dell'ordine. Sarò a lutto finché non mi riportano i nostri Marò dall'India. Ma questi......contro chi erano in assetto antisommossa? Contro quel bambino che ho sentito dichiarare "almeno stanotte non ho dormito in macchina"?
Ma che andassero a cagare tutti quanti. Me compreso, che sto ancora qui a incazzarmi per essere condannato a vivere in questo paese di merda.
P.S. L'assessore regionale alla casa Vincenzo Ceccarelli, il mio assessore, col cazzo che si è affacciato alla sua finestra a vedere cosa succedeva. Tanto per la cronaca.

lunedì 7 dicembre 2015

Pearl Harbor

La storia è maestra di vita, diceva Cicerone in un epoca in cui di storia alle spalle l’uomo ne aveva assai meno di adesso, e tuttavia sufficiente ad insegnare qualcosa – con i suoi corsi e ricorsi – a chi si fosse presa la briga di studiarla.
Abbiamo rinnegato da tempo i nostri maestri, buoni o cattivi che fossero. Compresa appunto la storia, che è diventata materia specialistica e per di più insegnata malamente, attraverso i filtri spessi dell’ideologia e di un analfabetismo di ritorno che si accoppiano in modo diabolico e micidiale.
Era un 7 dicembre di 74 anni fa, quando la storia del mondo cambiò per sempre. Era un mondo avviluppato dalle fiamme della guerra per una buona metà della propria estensione geografica. Mancava, a dare pieno significato all’aggettivo “mondiale” per quella guerra, giusto il continente americano. I caccia Mitsubishi A6M, divenuti leggendari con il soprannome “Zero”, che decollarono all’alba di quel 7 dicembre per attaccare la flotta statunitense alla fonda nella rada di Pearl Harbor si incaricarono nel modo più clamoroso e sanguinoso possibile di ovviare a quella lacuna. Dopo l’Operazione Barbarossa che vide Hitler rompere il patto con Stalin, l’attacco a Pearl Harbor trasformò la guerra anglo-tedesca nella Seconda Guerra Mondiale.
Affondamento della U.S.S. California
Una cosa era sembrata chiara, durante quei 1940 e 1941 in cui gli americani si erano limitati a sostenere gli inglesi nella battaglia d’Inghilterra. Al punto in cui le cose erano arrivate, la guerra avrebbe finito per coinvolgere anche loro. Lo sapevano perfettamente il presidente Franklin Delano Roosevelt e tutti gli uomini della sua amministrazione. Era scritto non solo nel manifest destiny, il corollario alla Dottrina Monroe che spingeva gli U.S.A. verso un ruolo ineluttabile di superpotenza mondiale, esportatrice di quei valori di libertà e democrazia contro cui si erano scatenate le Potenze dell’Asse. Era scritto appunto nella logica stessa della guerra in corso, esplosa per motivi ideologici ed economici che portavano gli Stati Uniti al fianco della Gran Bretagna e dell’Unione Sovietica per ragioni di sopravvivenza.
Per il popolo americano il discorso era diverso. Appena messa fuori la testa dalla devastante Grande Depressione, nessuno aveva voglia di abbandonare l’Isolazionismo, la politica tradizionale che da più di un secolo portava l’americano medio a disinteressarsi totalmente del resto del mondo. Gli Zero di Yamamoto, decollati all’alba del 7 dicembre 1941 dalle portaerei giapponesi secondo un piano elaborato da settimane (fu proprio l’impresa dei caccia britannici a Taranto a dare al Sol Levante l’idea dell’attacco a tradimento a Pearl Harbor), costrinsero appunto l’americano medio a dire addio alla Dottrina Monroe, ai suoi corollari ed all’illusione che l’orizzonte degli U.S.A. fosse limitato dalle spiagge del Pacifico e dell’Atlantico dove terminava il continente americano.
Day of Infamy, lo chiamò il presidente Roosevelt per chiamare a raccolta lo stordito popolo a cui nel giro di poche ore era venuta a mancare buona parte della Flotta del Pacifico. Ma non, come aveva sperato (tiepidamente, a quanto pare, a cominciare dallo stesso ammiraglio Yamamoto) lo Stato Maggiore Imperiale giapponese, la volontà di combattere. James Monroe e la sua “America agli americani” furono dimenticati non appena la prima bomba lanciata da uno Zero colpì la prima corrazzata americana a Pearl Harbor.
Quando l’ambasciatore giapponese consegnò (in ritardo artefatto) la dichiarazione di guerra al governo americano, la guerra era già nell’animo di ogni cittadino statunitense. Il destino giapponese era stato stabilito nei primi anni Trenta, quando il vuoto di potere russo e cinese aveva invogliato l’Impero del Sol Levante a mangiarsi l’Asia. Il destino americano era stato stabilito allora, essendo l’unica potenza rimasta in Asia a contrastare le ambizioni nipponiche. Ed anche in verità prima di allora, agli inizi di quello che sarebbe stato conosciuto come il “secolo americano”, allorché un altro Presidente Roosevelt, Theodore, aveva stabilito il corollario alla Dottrina Monroe secondo cui la difesa del Continente portava gli U.S.A. a scontrarsi con il resto del mondo, in un’epoca in cui le Grandi potenze erano ancora potenze coloniali. A scontrarsi ed ovviamente a vincere.
La storia che fu scritta nei quattro anni successivi a Pearl Harbor, e che lasciò il mondo nelle mani della superpotenza americana contrastata da quella sovietica durante la Guerra Fredda, come ogni storia maestra di vita è stata dimenticata da tempo. Al suo posto, un fiorire di leggende alimentate da ideologia e ignoranza. A cominciare da quella secondo cui gli americani non si sarebbero fatti sorprendere dal tradimento giapponese, ma lo avrebbero addirittura facilitato, se non incoraggiato, se non addirittura provocato e guidato. Facendosi attaccare appunto deliberatamente a Pearl Harbor per vincere le resistenze interne alla popolazione e gettarsi nel conflitto mondiale.
La leggenda nera (alimentata dall’antiamericanismo di matrice fascista e comunista mai sopitosi e anzi divampato nel dopoguerra con lo scontro tra i Due Blocchi) dell’auto-attentato ha sostituito qualsiasi verità storica. Ed è grassa se un film ad effetti speciali ma tutto sommato abbastanza veritiero ed accurato come quello di Michael Bay del 2001 ha istillato qualche fotogramma nella memoria collettiva delle ultime generazioni. A cui nessuno insegna più niente, lasciando il campo libero alle bufale complottistiche che infestano i social network e quello che rimane di certi “circoli politici”.
Gli americani che nel 1941 “si bombardarono” nelle Hawaii sono gli stessi che “si tirarono” giù le Torri Gemelle quasi 70 anni dopo. Sono gli stessi che si creano i propri nemici ad arte, giusto per il piacere di mandare i propri figli a farsi ammazzare in guerra (perché sono loro che mandano i propri figli a morire nelle nostre guerre tutt’oggi, non noi europei che invece siamo così saggi, avveduti, furbi, seri, lungimiranti, animati da buoni sentimenti e chi più ne ha più ne metta). Sono il Grande Satana di cui parlava Khomeini, uno che di mandare i propri figli a morire se ne intendeva. Sono quelli che hanno anche stretto alleanza con gli Alieni stabilitisi nella base sul lato oscuro della Luna. E che hanno affidato alla sapiente regia cinematografica di Stanley Kubrick la ripresa del finto sbarco sulla stessa Luna.
Il complottismo ha un solo limite: la stessa mancanza di intelligenza che lo alimenta. Gli U.S.A. costituirono la famosa e famigerata C.I.A. soltanto nel 1943, nella propria ambasciata a Grosvenor Square a Londra sotto la supervisione e gli ammaestramenti del MI6 inglese. Fino a quel momento il suo servizio segreto era stato costituito da mestieranti, come quelli che si fecero sorprendere dall’attacco giapponese a Pearl Harbor, ignorando – per ignoranza, appunto – i segnali premonitori, fossero in codice o meno.
74 anni dopo la C.I.A. – nonostante il vittorioso tirocinio della Guerra Fredda – non può peraltro certo dire di essere diventata molto più abile di quei pionieristici precursori, se è vero che i segnali lanciati da Al Qaeda nell’estate 2001 sono stati ignorati più o meno come quelli dell’estate e dell’autunno 1941. Era una domenica quel 7 dicembre, la flotta americana era in stato di allerta moderato. Gli Zero non trovarono resistenza, fu una strage. Come quella delle Twin Towers.

Chi dice che fu il governo U.S.A. a rivolgere la mano contro il proprio popolo allora come in seguito non conosce la storia. Che come tutte le maestre di vita è molto meno affascinante della teoria dei complotti. Resta una certezza, il secolo americano cominciò il 7 dicembre 1941, per andare in crisi (almeno di certezze) l’11 settembre 2001. Un secolo breve, l’avrebbe definito Eric Hobsbawm. Dopo di esso il mondo sta cercando, in modo assai caotico per non dire rovinoso, un’alternativa. Se essa sia realmente possibile – oltre che vantaggiosa per il genere umano – lo dirà la Historia Magister Vitae alle generazioni future che avranno voglia di studiarla.