venerdì 20 febbraio 2015

I leoni di White Hart Lane

Probabilmente non passeranno alla storia con un epiteto carico di epica e di gloria come i colleghi azzurri che divennero leggenda ad Highbury nel 1934 o quelli viola che lo divennero a Ibrox Park nel 1961. Ma di sicuro i ragazzi di Vincenzo Montella hanno superato ieri sera un esame d’inglese di quelli tosti. Insieme ad un esame di maturità internazionale ancora più tosto. Uscire da White Hart Lane con questo 1-1 è tanta roba, farlo addirittura con un sottile (ma neanche tanto) retrogusto di rimpianto per quei minuti finali in cui poteva arrivare addirittura qualcosa in più va al di là delle più rosee aspettative del più ottimista dei tifosi.
La curva fiorentina a Londra
La Fiorentina arrivava a questa gara di trentaduesimi di finale di Europa League in quel di Londra probabilmente nel momento migliore della sua annata, avendo trovato fiducia, condizione e perfino rincalzi giusti tutti insieme dopo un girone d’andata di puro stringimento di denti. La ripresa dopo la pausa invernale avveniva però su uno di quei palcoscenici che possono far tremare le gambe anche soltanto ad affacciarvisi per una presa di contatto con l’erba del campo, o per un riscaldamento.
Lo stadio degli Hotspurs è uno di quelli dove si è fatta la storia del calcio britannico, esiste dal 1899 e ha visto alzare il primo trofeo internazionale per club della federazione inglese, la Coppa delle Coppe, due anni dopo la vittoria della Fiorentina. Il Tottenham è la Fiorentina d’Inghilterra quanto a palmarés, e come la Fiorentina ha un glorioso avvenire dietro le spalle. Come la Fiorentina, è in ripresa dopo un periodo di appannamento, vorrebbe disfarsi del vecchio glorioso stadio a vantaggio di un altro più “economico”. Come la Fiorentina, sente che questa Europa League può essere la sua scorciatoia per il successo, il trampolino verso la partecipazione a trofei di prestigio ancora maggiore, vista la difficoltà oggettiva di vincere il rispettivo campionato.
Mauricio Pochettino allenatore del Tottenham
Più della Fiorentina, il Tottenham beneficia però del momento di rinascita complessiva del calcio inglese, nazionali a parte. Negli ultimi anni, a livello di club loro sono diventati la tavola imbandita dei ricchi e noi i poveri che guardano dalla finestra del ristorante. Per una di quelle alchimie storiche che a volte succedono, i talenti arrivati da tutto il mondo oppure saliti in prima squadra da vivai dove si attinge ai serbatoi etnici nel modo giusto, senza preoccuparsi delle sciocchezze dette e fatte dai vari Tavecchio, Sacchi, Raiola, Lotito e chi più ne ha più ne metta, questi talenti dicevamo si sono innestati nel corpus tutto sommato ancora sano ma bisognoso di trasfusione di sangue fresco del vecchio calcio inglese. I novanta proverbiali minuti di arrembaggio che devono subire quassù le squadre che vengono a far visita a quelle di casa si sono impreziositi di una tecnica che non ha più nulla da invidiare a quella delle più rinomate squadre continentali.
Come si vede insomma fin dal primo minuto, il Tottenham gioca a calcio altrettanto bene della Fiorentina, ma lo fa molto più velocemente. E per quasi tutto il primo tempo i viola sembrano come impreparati, sorpresi. Se le gambe all’avvio sembrano molli, forse sono le teste – come diceva Julio Velasco la parte degli atleti più difficile da allenare – ad aver bisogno di crescere per poter stare a questi livelli senza concedere tutto quello che concede la Fiorentina nel primo tempo. Gli Hotspurs hanno veramente tante occasioni, e ci va bene che passano soltanto in quella tutto sommato più occasionale. A metà gara la Fiorentina poteva essere già eliminata, e invece è perfettamente in corsa e pronta a mettere a frutto nella ripresa le lezioni del corso accelerato di calcio europeo apprese nei primi quarantacinque minuti.
Soldado porta in vantaggio il Tottenham
Il match si mette in salita fin da subito per i viola, con il fallaccio ingenuo di Gonzalo su Vertonghen che gli costa una ammonizione pesante per lui e per la squadra e che dà il via ad una catena di eventi che causano il vantaggio dei padroni di casa. Per due minuti e oltre la Fiorentina non riesce ad uscire dall’arrembaggio british. Sul secondo calcio d’angolo, nessuno controlla il prode Soldado che tutto solo dal limite dell’area può indovinare un tiro della domenica, per quanto splendido, che sorprende la difesa gigliata piazzata più o meno come gli omini del Subbuteo e lo stesso incolpevole Tatarusanu.
Potrebbe sembrare il prologo di una disfatta. Sulla fascia sinistra Townsend e Walker sono incontenibili, almeno per il Pasqual odierno. Soldado continua a tentare prodezze e a fare sfracelli un po’ dovunque, di ripartenze – malgrado il Tottenham di spazi ne lasci assai – neanche a parlarne. Il povero Salah è costretto allo schema “prendo palla e vado via da solo” perché di compagni che vanno a dargli mano non ce n’è neanche l’ombra.
Il pareggio di Basanta
Mario Gomez è isolato in avanti, in assenza dei cross del capitano e degli assist del centrocampo, e sembra ritornato quello dei momenti peggiori. Il centrocampo è praticamente inesistente. Pizarro individualmente il suo lo fa, alla fine anzi firmerà una grande prestazione, ma predica – anzi, imposta – nel deserto. Mati Fernandez comincia sovrastato fisicamente dai marcantoni inglesi, ma siccome sta bene e ha buon sangue e buon carattere alla lunga viene fuori. Il pareggio lo firma lui per metà, con una punizione–rasoiata alla Rui Costa. Soldado stende Joaquin al limite dell’area sinistra d’attacco viola, il giovane cileno batte da par suo e il portiere Lloris può solo ribattere sui piedi di Basanta, che conferma la sua recente vena di goleador viola aggiunto.
José Maria Basanta
L’argentino sembra uno dei più a suo agio in questa partita, e insieme ai centrali Savic e Gonzalo e ad un Pasqual a cui Montella alla fine intima di non andare più avanti, restando indietro bloccato nel modulo a quattro, alla fine riesce a imbastire una difesa decente, che corre l’ultimo grosso pericolo al 44’ del primo tempo. La traversa colpita da Chadi trema ancora, e il buon Tatarusanu, che sarebbe stato battuto, si ritrova in mano il pallone dopo che questo ha rimbalzato sulla linea di porta. Buon segno, gli Dei non disdegnano il viola.
Da lì in poi, la difesa non concede più granché, anche se il filtro di centrocampo come si diceva è pressoché inesistente. Anche nella ripresa a volte i giocatori del Tottenham fanno paura quando arrivano sulla tre quarti fiorentina, ma a quel punto la nostra linea difensiva è una Maginot perfettamente orchestrata da Tatarusanu che non sbaglia il tempo nemmeno di un respiro.
Parlare del centrocampo invece oggi significa parlare soprattutto di Borja Valero Iglesias. Che cosa stia succedendo a questo ragazzo è a questo punto un mistero che andrebbe approfondito, per il bene non soltanto suo ma anche e soprattutto di questa Fiorentina. Non è mai stato Iniesta, sia chiaro, ma se ha a lungo sognato di poter giocare con Iniesta nelle Furie Rosse c’era un motivo, e giustificato. Adesso è un ectoplasma che non ne becca più una, né in interdizione né in impostazione. Quando riesce a ripartire le sue discese si schiantano puntualmente sul limite dell’area, vittime non si sa se di debito d’ossigeno o orgasmo dovuto a scarsa coscienza di sé.
Per fortuna nella ripresa un mostruoso Pizarro si vede affiancare da un Mati in crescita, mentre sulle fasce Joaquin e Salah confermano di essere giocatori di un altro pianeta finiti sulla terra, e proprio a Firenze, per chissà quale combinazione astrale. L’egiziano è sfortunato in un paio di controlli, altrimenti sarebbe a tu per tu con Lloris e gli Hotspurs a quest’ora piangerebbero.
Ciprian Tatarusanu
Cominciano i cambi. Pochettino cala i suoi assi, Harry Kane (che dimostra subito di meritarsi la storpiatura affettuosa dei suoi tifosi in Hurricane) ed Eric Lamela. Ma ormai le gambe viola non tremano più, anzi hanno ancora muscoli da sollecitare. E le teste hanno appreso in fretta la lezione. Compresa quella di Montella che indovina i suoi primi due cambi. Alonso per Pasqual è doveroso, il capitano stasera non ce la fa e il madridista dimostra di essere a casa sull’erba inglese, dopo l’anno al Sunderland. I difensori bianchi lo tengono con estrema difficoltà, adesso le parti si sono rovesciate e sono i padron di casa a soffrire.
Il secondo cambio sarebbe altrettanto doveroso, e non si può dire che non sia azzeccato. Badelj rileva degnamente un Borja Valero al quale ogni minuto che resta in campo in queste condizioni può essere ascritto come un oltraggio. Il croato non butta via niente e la sua regia fa un gran comodo a una Firoentina che comunque alla fine dimostra di avere più fiato di un Tottenham che ha corso alla morte, come vuole lo spirito del calcio di Albione. Ma la domanda, crediamo non solo nostra, è: che fine ha fatto Alberto Aquilani?
Il giocatore romano a inizio campionato era in condizioni di forma spettacolose, poi è sparito e adesso i tempi di assenza dal terreno di gioco rischiano di rivaleggiare con quelli di Mario Gomez nella scorsa stagione. E’ un problema di salute serio il suo? Oppure, come già successo a tanti, si tratta semplicemente di una fastidiosa “cognignite”? La domanda non è di poco conto, viste soprattutto le attuali precarissime condizioni del collega Valero.
L’ultimo cambio è il più problematico, e dimostra che anche il buon Vincenzo Montella, che sta attraversando una fase bioritmica molto più positiva di quella del passato recente e che per altri versi anche oggi ha dimostrato di essere all’altezza della situazione, ha anche lui qualcosa da imparare e qualche progresso da conseguire al pari dei suoi ragazzi, per stare degnamente a questi livelli. Succede che Mario Gomez arranca stremato, e finalmente a sette minuti il mister gli dà sollievo. Con Ilicic.
I bicchieri pieni a metà nel calco sono i più difficili da bere. Qualcuno dice che un punto strappato ad un match come questo è già sufficiente. Qualcun altro si lamenta della proverbiale mancanza di coraggio “italiana”: queste son partite che devi saper leggere, e se del caso, provare a vincere. Qualcuno rinfaccia i minuti finali di Juventus-Fiorentina 1-1 dell’anno scorso, non sfruttati e costati poi cari, come sappiamo. Qualcuno, con spirito fiorentino, si limita a commentare, “loro mettono Lamela, noi il Broccolo”.
Sospendiamo il giudizio, soprattutto a fini di scaramanzia. Certo che se levi il centravanti magari ne metti un altro che hai in panchina, a nome Babacar. E non questo nueve che più falso ormai non si può, oltretutto inadatto ad una gara di corsa infernale come questo Tottenham-Fiorentina.
Finisce dunque in parità, Pochettino e Montella si abbracciano e con loro i giocatori in campo. Anche se il tecnico inglese resta convinto di aver meritato di più giocando meglio, e verrà a Firenze tra una settimana a vendere carissima la pelle. I bianchi del Tottenham hanno nelle gambe e nella testa classe sufficiente, servirà una Fiorentina ancora migliore di questa.
Per finire, una notazione di costume e di attualità. Britannia felix. Mentre a Roma si contano i danni lasciati a Piazza di Spagna dai pirati olandesi (e qualcuno cade finalmente dal pero chiedendosi come mai la nostra polizia non ce la faccia più ad arginare i delinquenti, tanti o pochi, italiani o stranieri), qui a Londra si rivolge un pensiero riverente a quella signora primo ministro che non c’è più. E che tanti anni or sono riportò questo paese alle sue tradizioni di civiltà e sportività con le buone e anche con le cattive.
A White Hart Lane si tifa e si festeggia e basta, prima, durante e dopo il match. Ai giocatori che si abbracciano sportivamente al fischio finale fa da sfondo un pubblico, londinesi e fiorentini, che civilmente applaude le proprie squadre per poi riversarsi via tranquillamente verso casa nella notte inglese. Non vola una mosca dove non deve volare, non c’è una cartaccia in terra, nessuno si presenta in ospedale nemmeno per un’unghia incarnita o un raffreddore. Tra una settimana si replica a Firenze, e allora che Dio ce la mandi buona.
Grazie signora Thatcher.


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