venerdì 29 maggio 2015

GALLERIA VIOLA: Adiòs Petisso, sulla tua bara l'ultimo scudetto viola

E’ morto a Napoli, la città di cui tutti gli argentini si innamorano, prima o dopo Maradona. A Napoli aveva raggiunto il secondo posto da allenatore, il miglior risultato assoluto prima dell’avvento di Diego Armando. Da Napoli era poi arrivato a Firenze, nell’estate in cui Nello Baglini puntò tutto sulla ruota dell’imprevedibilità e del genio imprenditoriale. E vinse.
Per diversi anni la Fiorentina ye-ye di Giuseppe Chiappella aveva entusiasmato tifosi e addetti ai lavori, sembrando in grado addirittura di ripetere la favolosa epopea dei tempi di Befani. Poi, nel 1967-68 qualcosa si era inceppato nella linea verde e nel rapporto tra il soldatino di Rogoredo e l’imprenditore pisano dei colori. Beppe Chiappella aveva dato le dimissioni a metà di un campionato nato male e continuato peggio. Baglini aveva affidato la squadra a Luigi Ferrero, allenatore del Grande Torino che si era salvato dalla tragedia di Superga solo perché nel 1947 era venuto a Firenze ad allenare la squadra del Marchese Ridolfi. Assieme a lui, in panchina andò il compianto Andrea Bassi, allenatore emergente e gentleman per chi ha avuto l’onore di conoscerlo. Bassi e Ferrero fecero il miracolo di issare quella Fiorentina al quarto posto.
Poi in estate una nuova tempesta. L’anno prima Kurt Hamrin era andato al Milan in cambio di Amarildo. “Uccellino” a quell’epoca era il più grande centravanti del mondo, una specie di Batistuta dell’epoca (non a caso Omar Gabriel è stato l’unico a sopravanzare Kurt nella classifica dei marcatori viola di tutti i tempi). Nel 1968 anche l portiere della nazionale Enrico Albertosi ed il promettente attaccante Mario Brugnera partirono, destinazione Cagliari. Vox populi a Firenze dava la nostra squadra del cuore candidata sicura alla B, pazienza che fossero nel frattempo arrivati un certo Amarildo dal Milan (campione del mondo 1962 al posto di Pelé) ed un certo Luciano Chiarugi dalla Primavera.
Per rincuorare la piazza, o almeno provarci, Nello Baglini si tirò fuori dal cilindro il “Petisso”, il Piccoletto. Bruno Pesaola era uno di quegli argentini che si immaginano accompagnati dalla colonna sonora di un tango alla Astor Piazzolla. Sempre con la sigaretta in bocca, precursore del “Flaco” Cesar Luis Menoti, agli antipodi del fanatico connazionale Helenio Herrera (un Arrigo Sacchi sudamericano che allora andava per la maggiore grazie alla Grande Inter di Moratti padre). O del paron Nereo Rocco, il teorico di “o palla o gamba, meglio se palla”, che comunque era venuto a patti con il talento di Rivera e aveva vinto le prime due Coppe dei Campioni italiane.
Ai fiorentini, questo argentino con l’espressione da viveur di notti brave platensi non piacque per niente, manco a dirlo. Ed il mantra “quest’anno è la volta buona che si va in B” proseguì imperterrito fino alla quinta giornata del campionato 1968-69. In quella occasione la Fiorentina perse in casa 3-1 dal Bologna. La torcida viola cominciò a mugugnare talmente forte che ci volle tutto il carattere di Baglini per tenere duro. Il mago dei colori ebbe ragione. Quella fu l’unica sconfitta della sua Fiorentina in tutto il campionato, che andò a finire come tutti sanno: “Qui Torino, la Fiorentina è campione d’Italia”. Quell’11 maggio 1969, all’annuncio della vittoria viola decisiva per 2-0 in casa nientemeno della Juventus, migliaia di radioline volarono in aria a giro per Firenze.
Il Petisso entrò nella storia della Fiorentina, ma non nel cuore di Firenze. L’anno dopo non bastarono una difesa onorevole del titolo contro il Cagliari di Gigi Riva ed il Milan di Gianni Rivera. Non bastarono i quarti di finale di Coppa dei Campioni, risultato mai più eguagliato e secondo solo alla finale del 1957 persa contro il Real Madrid immeritatamente. L’anno dopo ancora, quando di nuovo la squadra viola conobbe le sabbie mobili della zona retrocessione, il malcontento di Firenze esplose. Dopo quel Dante Alighieri di cui ricorre in questi giorni il settecentocinquantesimo anniversario della nascita, Firenze esiliò anche Bruno Pesaola, l’ultimo “conducador” che le ha dato un trofeo di quelli da caroselli in auto per tutta la notte.

Come Dante Alighieri, non è morto a Firenze Bruno Pesaola, ma in quella Napoli che l’aveva accolto e – come molti altri argentini prima e dopo – mai rinnegato. Adiòs Petisso, a Firenze hanno contestato anche te. Ti sia lieve la terra, sulla tua bara c’è quel secondo ed ultimo scudetto vinto per una città che dopo di te ha celebrato quasi soltanto una montagna di discorsi.

domenica 24 maggio 2015

VIOLA NELLA TESTA E NEL CUORE: Au revoir, Vincenzo

Sul gol del 2-2 del Palermo, con Rigoni che ha addirittura il tempo di compilare il 730 e ordinare una pizza prima di uccellare due terzi di Fiorentina portiere compreso, qualche dubbio ti viene. Ma quando si trovano durante la settimana agli allenamenti, Montella ed i suoi ragazzi cosa fanno e di che parlano?
Va beh, non può finire così. Tra l’altro, nel festival del Barbera la Fiorentina finisce per vincere e conquista matematicamente la sua terza Europa League consecutiva, concludendo di fatto e di diritto una stagione in cui bene o male è stata protagonista nelle tre competizioni in cui era impegnata, ottenendo due semifinali ed un quinto posto. E’ mancata la fortuna e soprattutto un po’ di attenzione, non si può dire però che sia mancato il valore, anche se qualche rinforzo per l’anno che viene è apparso auspicabile se non necessario. E proprio su questo punto dolente si chiude forse l’avventura in viola di Vincenzo Montella.
Nel dopopartita di Palermo il mister è molto più misurato rispetto a quanto gli riuscì di essere nel dopopartita con il Siviglia. Ma le sue parole sono precise e definitive come quelle di un epitaffio. “La Fiorentina è una società seria, e lo sono anch’io. C’è una clausola non scritta nel nostro contratto, e la rispetteremo al pari di ogni altra. Siamo arrivati alla fine di un ciclo più velocemente di quanto abbiamo previsto”. Più chiari di così si muore.
Va ringraziato anche per questo Vincenzo Montella, qualora il suo prossimo incontro con Andrea Della Valle sortisse l’esito che le sue parole di stasera sembrano prefigurare. Va ringraziato perché è sempre stato una persona corretta. Magari non il migliore allenatore in circolazione, lui che non ha mai fatto mistero di volere e dovere crescere insieme a questa Fiorentina. Ma di sicuro uno dei più corretti. Quanta differenza con i pesci in faccia che volarono tra Diego Della Valle e Cesare Prandelli cinque anni fa, a prescindere da chi aveva ragione e chi torto.
La Fiorentina è cresciuta molto da allora, nei comportamenti. Vincenzo Montella si è mantenuto quello che era. Sempre misurato, sempre corretto con chi paga il suo stipendio e con chi paga il biglietto dello stadio. La Fiorentina che si appresta a salutare il suo pubblico al termine della stagione 2014-15 è una società e soprattutto una squadra al bivio, ed a quel bivio c’è arrivata anche grazie a lui. Malgrado alcuni errori che hanno precluso soddisfazioni ancora maggiori, la squadra ha fatto divertire (magari anche penare per segnare un numero di gol commisurato a quel divertimento) ed ha raggiunto risultati prestigiosi. Ed alla Champion’s League mancano davvero pochi punti, a prescindere da come andrà a finire l’ultima giornata di campionato. Lazio e Napoli sono lì, malgrado al pari di Juventus e Siviglia abbiano dimostrato di avere qualcosina in più.
E’ tardi per i rimpianti, ma siamo in tempo per programmare una crescita ed una rivincita nella prossima stagione. Questo è il bivio davanti a cui si trovano i fratelli Della Valle. Lasciamo stare i dirigenti della società, che fanno giustamente quello che viene detto loro di fare con il budget che ricevono. Sono i fratelli di Casette d’Ete che devono decidere se fare il tanto sospirato salto oppure rimanere a questo che comunque è un livello per il calcio italiano ed europeo quasi d’eccellenza.
Il giovane Montella è attirato da sirene nordiste e sudiste, ed è giusto che sia così. A chi si devono rivolgere un Milan da rifondare completamente (sembra la Fiorentina di tre anni fa) o un Napoli orfano di Benitez e di chissà chi altro? E’ il momento di Vincenzo, come lo era quello di Prandelli cinque anni fa. La Fiorentina cosa gli offre? Lo sapremo presto, in settimana. Ma da quello che dice Montella e da quello che ancora non dicono i suoi datori di lavoro non è difficile evincere che la bella storia scritta negli ultimi tre anni, il famoso ciclo programmato a Moena davanti alle famose tagliatelle del 2012, siano giunti alla conclusione.
Va ringraziato dunque Montella, per quello che ha fatto e per come si sta comportando. Tre anni fa la Fiorentina uscì dal campo all’ultima giornata tra fischi assordanti e slogan anti-Della Valle mai uditi prima. Per tre anni ha poi tenuto palla, divertito e fatto paura agli avversari anche più blasonati. Spesso ha anche preso gol come quelli di Siviglia o di oggi a Palermo, vanificando se stessa. E ha penato per segnarne di propri come il gioco espresso e le ambizioni risvegliate nei suoi tifosi avrebbero meritato.
Un giovane allenatore è cresciuto insieme ad una squadra rifondata per venticinque trentesimi. Adesso, per crescere ancora, ciascuno secondo le proprie possibilità ed il proprio carattere, forse è il momento di separarsi. Se uscirà di scena, Montella lo farà con classe e misura. I Della Valle gli stringeranno la mano con la classe e la misura che hanno sviluppato – anche a loro spese – negli ultimi anni anche burrascosi.
Il problema si porrà un attimo dopo, anche se auspichiamo che si sia posto un attimo prima. Dopo Montella, chi? Si fanno tanti nomi in questi giorni. Diciamolo chiaramente, nessuno all’altezza delle ambizioni e – speriamo – dei progetti di questa Fiorentina. O per meglio dire, uno c’é. Luciano Spalletti però non è più quello di Roma, lo Zenith San Pietroburgo gli ha dato fama internazionale e stipendio fuori portata. Rumors provenienti dalla solita Firenze bene informata lo danno desideroso di accasarsi finalmente sulla panchina della sua squadra del cuore, al punto di essere disposto a ridursi l’ingaggio.
Troppo bello per essere vero? Chi vivrà vedrà, in fondo è questione di pochi giorni. Di certo, Lucianone pretenderebbe più che soldi una squadra in grado di seguire i suoi insegnamenti. E lì si apre un altro fronte delicato, come le esperienze di calciomercato degli ultimi anni della Fiorentina insegnano.

Salutiamo Vincenzo Montella come merita. E prepariamoci ad una lunga estate.

sabato 23 maggio 2015

La Leggenda del Piave

Il Piave mormorava calmo e placido al passaggio dei primi fanti il 24 maggio. Fino a poco tempo fa, gli italiani si dividevano in due categorie: chi aveva avuto un nonno nella Prima Guerra Mondiale e chi ne aveva avuto uno nella Seconda. La Canzone del Piave, ribattezzata poi Leggenda, la conoscevano tutti. Era stata scritta da Giovanni Gaeta, il celebre maestro autore di successi come Santa Lucia Luntana e Balocchi e profumi, nel giugno 1918 per celebrare le tante battaglie che avevano arrossato le acque del fatidico fiume che era stato il confine del Regno d’Italia con l’Impero Austro-Ungarico fino al 24 maggio 1915.
Quel giorno, per l’Italia cominciò la Prima Guerra Mondiale. Il resto d’Europa, o quasi, la combatteva già dai primi giorni di agosto dell’anno prima. E la preparava da tempo. La voglia di menare le mani era progressivamente montata tra le nazioni del Vecchio Continente attraverso gli ultimi anni del diciannovesimo secolo ed i primi del ventesimo. Si erano progressivamente formati due blocchi di alleanze: da un lato gli Imperi Centrali, quello Prussiano e quello Austro-Ungarico, che progettavano di estendere e rafforzare la loro egemonia sull’Europa attraverso la conquista della penisola balcanica e la realizzazione della Ferrovia Berlino-Baghdad, la via dell’Oriente da cui erano stati fino a quel momento tagliati fuori; dall’altro le potenze coloniali per eccellenza, Gran Bretagna e Francia, preoccupate di arginare l’ascesa della Prussia che dopo la guerra franco-tedesca del 1870 era sembrata inarrestabile, di tenerla fuori dai propri domini sparsi per il globo e semmai di estendere a proprio beneficio quei domini.
Al blocco di lingua tedesca si era fatalmente accostato l’Impero Ottomano, l’altro terminale di quella Ferrovia attorno alla quale ruotavano interessi economici enormi. Da ex nemico, il Sultano di Istanbul aveva pensato di arginare il declino della Porta d’Oro stringendo un’alleanza militare con Vienna (contro cui aveva combattuto per secoli) e con Berlino. Questa alleanza chiudeva la strada all’Impero Russo, sia sui Dardanelli che nella penisola Balcanica, ed ecco quindi lo Zar di tutte le Russie unirsi all’Entente Cordiale anglo-francese a formare la Triplice Intesa. Questo fu dunque il nemico che l’Austria –Ungheria si attirò addosso con l’ultimatum alla Serbia dopo l’attentato di Gavrilo Princip all’Arciduca Francesco Ferdinando a Sarajevo.
Da questo quadro le cui tinte si facevano sempre più fosche fino alla deflagrazione di quella che Papa Benedetto XV avrebbe chiamato la inutile strage, l’Italia si era tenuta apparentemente fuori fino alla primavera del 1915, unico paese europeo di una certa importanza insieme alla Spagna. Ma se la monarchia dei Borbone di Madrid, dopo el disastre del 1898 della guerra ispano-americana, si era ripiegata su se stessa e sull’orizzonte limitato della conquista del Sahara Occidentale e del Rif marocchino (avviando quella catena di eventi che avrebbe portato alla Guerra Civile ed alla dittatura di Franco), quella italiana si era sentita irresistibilmente attratta da quel gioco pericoloso che le Cancellerie e le diplomazie d’Europa conducevano sull’orlo di quel baratro che si sarebbe spalancato a Sarajevo.
La conquista della Tunisia da parte della Francia nel 1881 aveva spinto la giovane nazione appena sorta dal Risorgimento – grazie anche all’aiuto determinante dei francesi – a reagire impulsivamente ed a gettarsi nelle braccia degli austro-tedeschi, formando così la Triplice Alleanza. Era un connubio innaturale, non solo da un punto sentimentale perché portava l’Italia a schierarsi a fianco di un nemico atavico, il tedesco, e contro popoli e paesi fino a quel momento sentiti come amici ed affini, inglesi e francesi, ma anche dal punto di vista dell’interesse nazionale. Malgrado la deriva colonialista che aveva portato alle guerre di Etiopia e di Libia, il nucleo centrale del sentimento nazionale e nazionalista era costituito dall’aspirazione al completamento del Risorgimento, con la riunione al territorio nazionale delle province irredente di Trento e Trieste, dell’Istria e della Dalmazia. Ciò significava prima o poi una Quarta Guerra di Indipendenza contro l’Austria.
Quando le cose volsero al peggio, l’Italia fece capire chiaramente il proprio disagio circa la permanenza nei termini di una trentennale alleanza che non si era presa peraltro la briga di denunciare, mentre cercava il proprio posto al sole in Etiopia e nel Corno d’Africa, a ridosso dei possedimenti britannici, e poi in Libia, a ridosso di quelli francesi e ad un passo dall’Egitto e dal Canale di Suez, due gioielli della Corona della Regina Vittoria e dei suoi eredi.
Quando Francesco Giuseppe dette l’ultimatum alla Serbia, decretando così senza saperlo la fine del proprio glorioso impero (che infatti gli sopravvisse solo per pochi mesi), il governo del Re Vittorio Emanuele III, in quel momento nelle mani di Antonio Salandra, fu ben felice di mettere in mora la Triplice Alleanza, appellandosi alla clausola che ne faceva tecnicamente un’alleanza difensiva. Essendo stata l’Austria-Ungheria l’aggressore della Serbia, l’Italia restò fuori dalla guerra per i primi nove mesi.
Non furono mesi facili per la classe dirigente italiana, spaccata in due tra neutralisti ed interventisti. Tra i primi erano sicuramente da annoverarsi i socialisti ed i cattolici, per motivi ideologici, mentre liberali e conservatori si ritrovavano divisi al proprio interno. Salandra era un ex delfino di Giovanni Giolitti, il vecchio leader carismatico che aveva traghettato il fragile stato liberale italiano nel ventesimo secolo e nella società di massa. Giolitti riteneva che l’Italia sarebbe uscita con le ossa rotte dalla guerra, sia che la vincesse sia che la perdesse (e i fatti gli avrebbero dato ragione), non essendovi affatto preparata ne socialmente né militarmente. Salandra si discostò presto dalle sue posizioni, mettendosi a capo del partito che voleva riprendere la lotta risorgimentale e l’espansione coloniale.
Nei primi mesi del 1915, mentre la guerra da blitzkrieg prussiana si trasformava in guerra di trincea su tutti i fronti, dalla Marna ai Dardanelli, entrambi gli schieramenti fecero pressioni sul governo italiano offrendo ricompense. Quelle che furono messe sul tavolo alla fine di aprile a Londra dagli anglo-francesi davanti a Salandra ed al suo ministro degli esteri Sidney Sonnino furono inevitabilmente più appetibili. Il calcolo degli uomini politici italiani era comunque di ottenere quei vantaggi territoriali ed economici che la nazione chiedeva con uno sforzo relativo, in ciò smentendo le fosche previsioni di Giolitti. La discesa in campo dell’Italia secondo loro avrebbe spostato il fragile equilibrio bellico in favore dell’Intesa.
Il patto segreto firmato da Salandra e Sonnino nella capitale britannica il 26 aprile 1915 era finalizzato a dare il tempo all’esercito italiano di mobilitarsi senza subire ritorsioni anticipate da parte austriaca. Il 3 maggio Roma denunciò a Vienna la Triplice Alleanza dichiarandola decaduta, il 23 il governo italiano dichiarò guerra a quello austro-ungarico (ma non a quello prussiano, per una singolare ipocrisia diplomatica). Nella notte tra il 23 ed il 24 maggio i primi fanti attraversarono il confine che da cinquant’anni rappresentava la sospensione del Risorgimento. Si apriva un fronte che andava dal Cadore al Carso lungo tutto l’arco dolomitico e su cui Italia ed Austria sarebbero rimaste inchiodate per tre anni e mezzo. Per l’Italia era cominciata la Grande Guerra.
Il popolo italiano per la stragrande maggioranza partecipò emotivamente alla chiamata alle armi con lo stesso entusiasmo con cui aveva partecipato a tutto il Risorgimento: praticamente nessuno. Ma i nostri nonni in divisa fecero il loro dovere, malgrado fossero inquadrati in un esercito messo a dura prova dalla campagna di Libia del 1912-13, mal diretto da comandanti inadeguati e comunque sottodimensionato almeno inizialmente rispetto al compito che lo attendeva. Alla fine il bilancio di sangue italiano fu di 1.240.000 morti, di cui 650.000 militari e 590.000 civili. La stessa cifra della Gran Bretagna e dei suoi Dominions e di poco inferiore a quella della Francia e relative colonie, nonché dell’Impero Austro-Ungarico. Di gran lunga più alto il tributo pagato da tedeschi (2.475.000), turchi (2.922.000) e russi (3.755.000).
Quando Giovanni Gaeta scrisse la Leggenda del Piave, le sue acque si erano tinte di rosso tante volte da quel primo passaggio di fanti del 24 maggio 1915. Nell’ultimo anno di ostilità, tra la rotta di Caporetto di cui aveva costituito l’argine estremo e l’ultima disperata controffensiva della Landwehr austriaca, rimasero sulle sue sponde circa 85.000 soldati del regio esercito ed almeno il doppio di soldati imperiali.

Vincitori e vinti, quando il 4 novembre 1918 il generale Armando Diaz poté proclamare da Vittorio Veneto la fine delle ostilità e la vittoria italiana (con l’incrociatore Audace che il giorno prima aveva attraccato al molo di Trieste che da allora porta il suo nome), erano due paesi stremati, al pari del resto del continente. Della orgogliosa sicurezza con cui da tutte le parti si erano attraversati i fiumi d’Europa, non solo il Piave, non restava più niente.

mercoledì 20 maggio 2015

VIOLA NELLA TESTA E NEL CUORE: L'UOMO NERO

L’illusione della Curva Fiesole dura giusto lo spazio dell’afoso pomeriggio che precede Fiorentina – Parma. Poi, prima ancora che le squadre scendano in campo, arriva la risposta di Andrea Della Valle. Secca. “Chi attacca Cognigni, attacca la famiglia Della Valle”.
Quando le cose a Firenze, calcisticamente parlando, non vanno bene, il tifo più o meno organizzato rispolvera il vecchio cavallo di battaglia: vogliamo la testa di Mario Cognigni. E’ il capro espiatorio prediletto di chi concentra l’attenzione sulla parte mezza vuota del bicchiere viola. Per la verità, in questa stagione sembrava che il bicchiere potesse riempirsi quasi fino all’orlo. Poi sono arrivate le sconfitte casalinghe con Juventus e Siviglia, a spazzar via altrettante illusioni di poter alzare finalmente un trofeo, il primo della gestione Della Valle.
Di colpo, il Re è apparso più nudo di quanto le magie di Salah e le parate di Neto avevano mostrato per tutto il girone di ritorno del campionato. Per parafrasare l’inno viola, dall’ora di vittoria siamo passati a quella di sconforto nel giro di un mese scarso. La Fiorentina ha aperto l’Uovo di Pasqua e ci ha trovato la consapevolezza di non essere ancora all’altezza delle squadre a cui bisogna disputare quel benedetto trofeo. Manca meno che in passato, ma manca ancora qualcosa. Qualcosa che ci si era illusi di aver già in casa e che invece si è rivelato insufficiente. Ed è di nuovo caccia alle responsabilità, tra i vertici di una società le cui braccia appaiono di nuovo “corte”.
Ma il Re sarà anche nudo, però non si tocca. Il 2002 a Firenze è stato uno spartiacque, un Anno Zero i cui effetti soprattutto psicologici sulla tifoseria dureranno a lungo. La quale tifoseria è spaccata in due come non mai. Da una parte i cosiddetti rosiconi, quelli che già dalla fine del ciclo di Prandelli vorrebbero un avvicendamento alla proprietà della squadra del cuore (fatto salvo il fatto che è dai tempi di Ugolino Ugolini che non si fa avanti un imprenditore fiorentino realmente verace a rilevare la Fiorentina, e a quelli di “fuoriporta” c’è da stare molto attenti, perché girano personaggi non meglio definiti e i tanto favoleggiati arabi per ora si tengono ben alla larga da un Belpaese in cui investire capitali è più problematico che mai).
Poi ci sono tutti gli altri, coloro che in varie gradazioni non mettono in discussione il padrone. Perché, come recita un “mantra” di grande successo: se vanno via questi, chi ci piglia? La paura di tornare a Gubbio a spalare la neve è evidentemente per molti un trauma insuperabile. Oppure, per altri, c’è semplicemente la considerazione che Firenze, come potenzialità economiche, non è Roma o Milano, per non parlare di Londra, Parigi, Madrid, Barcellona o Monaco di Baviera. E come ha ricordato il buon Montella recentissimamente, questa di adesso se non è la nostra dimensione, il nostro kharma, poco ci manca.
E dunque, se i della Valle non si toccano, e non si tocca nemmeno Montella (al massimo gli si scrivono lettere aperte che è lecito aver qualche dubbio che egli leggerà mai), su chi si va a sfogare la rabbia per la figuraccia nella notte del “si pole fare”, l’ennesima delusione a un passo dall’agognato trofeo (la finale UEFA sarebbe stata contro il Dnipro già barcocchiato andata e ritorno l’anno scorso) e la presa d’atto che ancora una volta – al momento critico della stagione – i giocatori difettano di carattere e i dirigenti difettano di “braccino”?
Suona dunque di nuovo l’ora di Mario Cognigni, l’uomo più detestato dai tifosi viola, senza se e senza ma. Da quando nell’800 fu inventata la monarchia costituzionale, i Re d’Europa tirarono un sospiro di sollievo. Al loro potere diminuito soltanto in apparenza corrispondeva la perdita di responsabilità. Se c’era da linciare qualcuno la folla inferocita andava a prendere a casa il primo Ministro, e non assaltava più Palazzo Reale. Il Re – nudo o vestito – era comunque salvo.
Hai voglia a tentare di spiegare al tifoso medio che se da nove anni circa Mario Cognigni tiene ben stretti i cordoni di una borsa che in fin dei conti non è sua ci sarà un motivo. Diego e Andrea Della Valle saranno anche pesci fuor d’acqua in un mondo del calcio sempre più complicato, ma non si può negare loro di essere capitani di industria (ed amministratori) di notevole successo. Tutto quello che hanno toccato finora si è trasformato in oro. Tutto meno la Fiorentina. O per meglio dire, è d’oro anche la Fiorentina, una delle poche società italiane con i bilanci a posto ed in attivo, gli stipendi regolarmente pagati ed un corretto rapporto con il fisco. Se però si guarda alla “ricchezza” della bacheca…..
Dal settembre 2006 Diego ed Andrea Della Valle affidano ricchezze e fortune viola a quest’uomo, praticamente sconosciuto ai più al momento di assumere la carica di vicepresidente all’avvio del campionato della rimonta da -15. Adesso lo conoscono, e lo detestano, tutti. Quando sbarcò a Firenze, il ragionier Cognigni dottore commercialista ed in scienze politiche era già da vent’anni il fiduciario dei fratelli Della Valle nella gestione economica di tutte le loro imprese. Passata la fase “eroica” dell’impianto della nuova società, della risalita dalla C2 e dell’impatto con un campionato di serie A ed una Lega Calcio che guardavano ai nuovi arrivati come corpi pericolosamente estranei, ai fratelli marchigiani parve opportuno – non potendo trascorrere molto tempo nella città di cui avevano acquistato la squadra – coprirsi spalle ed investimenti affidando il tutto all’uomo ed al professionista di cui si fidavano di più.
Mario Cognigni era il principe dei loro amministratori fin dal 1985, da quando i ragazzi Della Valle avevano affiancato il padre in Ditta e avevano stretto amicizia con questo giovane fiscalista di Civitanova Marche, con lo studio a due passi dalla natia Casette d’Ete. Quest’uomo, ha raccontato chi ha lavorato in Fiorentina, trasmette poca o nessuna comunicativa ed altrettanta simpatia personale. Trasmette però esattamente le direttive dei suoi padroni. Sicuramente quelle di Diego, il quale a sua volta – sempre a detta di chi ha lavorato con lui – lascia poco spazio ai sentimenti quando si tratta di rapporti di lavoro.
Da quando la borsa viola è passata in mano sua, alla Fiorentina non si sono più acquistate nemmeno le risme di carta per la fotocopiatrice senza il suo avallo personale (o dell’amministratore delegato Sandro Mencucci con cui ha stretto sodalizio fin dal principio, in virtù delle affinità caratteriali e di formazione professionale). Non c’è stata compravendita di giocatore che non abbia dovuto sottostare al vaglio del suo esame. Tutti gli altri collaboratori dei Della Valle sono finiti o prima o dopo in discussione. Lui mai, né nell’ora di sconforto né tantomeno in quella di vittoria.
Corvino, le cui plusvalenze ancora impreziosiscono i bilanci viola e consentono la conclusione di affari record al calciomercato europeo, fu immolato alla folla che chiedeva una testa per lavare via l’onta del 5-0 casalingo subito dalla Juventus, al termine di due anni nei quali invece del promesso scudetto era arrivata una quasi retrocessione. Fu proprio Cognigni a comunicare a Silvia Berti, mentre squadra e pubblico festeggiavano la qualificazione alla seconda Champion’s League consecutiva, che dal lunedi successivo poteva fare a meno di ripresentarsi al lavoro. Fu ancora lui a prendere in disparte un Prandelli reduce dalla prestigiosa vittoria di Anfield Road contro il leggendario Liverpool (che valeva la qualificazione agli ottavi di Champion’s) ed a suggerirgli che “poteva trovarsi un’altra squadra”.
Di coloro che hanno iniziato il cammino in viola con Diego ed Andrea Della Valle, sopravvivono solo Mencucci (che nel frattempo ha abbandonato la carica di amministratore delegato) e Cognigni, che dal 2009 – dopo la clamorosa abdicazione di Andrea Della Valle – è stato promosso a presidente. Nel frattempo sono volati schiaffi, illusioni, delusioni, ancora illusioni ed ancora delusioni. Altre due volte la Juve è venuta a passeggiare al Franchi, o quasi. E i titoli sono sempre zero. Periodicamente il popolo viola sfoga una rabbia malcelata da risultati parziali contro il massimo che può (o sente di potere) permettersi. Il Re non si tocca, allora vogliamo la testa di Cognigni.
Chi ha conosciuto un po’ di cose della Fiorentina di questi ultimi anni non si è meravigliato alle parole di Andrea Della Valle prima del match con il Parma. Mario Cognigni non sarà mai messo in discussione dalla proprietà, e pazienza se ispira nei tifosi fiducia e simpatia più o meno come quell’Uomo Nero delle favole che ci raccontavano da piccini, per farci stare buoni.

Chi tocca Cognigni torna a Gubbio a spalare neve. Andrea non ha detto così, ma il senso più o meno è quello.

domenica 17 maggio 2015

La pazienza finita di Firenze

Il bambino che ha in mano lo striscione con su scritto IO CI CREDO sorride, inquadrato e trasmesso alla fine del primo tempo dalle televisioni di tutto il mondo. Sorride felice in mezzo a quella che per lui è una grande festa, la Fiorentina in semifinale di Europa League, qualcosa di cui da grande parlerà ai suoi figli. Sorride perché alla sua età è giusto sorridere, così come è giusto sognare. I sogni rendono favolosa l’infanzia.
Attorno a lui non sorride più nessuno, da almeno mezz’ora. Gli adulti hanno voluto sognare anche loro, credendo possibile un ritorno all’infanzia collettivo. Per quattro giorni a Firenze nessuno ha voluto più ragionare.  Semel in anno licet insanire, diceva il grande filosofo Lucio Anneo Seneca, il fondatore della scuola degli Stoici, i teorizzatori della vita equilibrata, sobria. Perfino lui ammetteva che – appunto – almeno una volta l’anno fosse lecito dare di fuori di matto. A lui si deve in sostanza il Carnevale, altrimenti proibito dalle chiese di tutti i tempi e di tutti i luoghi.
Il tifoso è tifoso perché non ama pensare a nulla, dice il grande filosofo e giornalista sportivo (e non solo) contemporaneo Oliviero Beha. E ama “insanire” ben più di una volta l’anno. Prova ne sia, a Firenze per quattro giorni non si fa altro che ripetere come un mantra SI POLE, CI SI FA, e cose del genere. Quando viene la notte fatidica, quella del dentro o fuori dalla Coppa, quella del biglietto per Varsavia, tutti si avviano allo stadio o alla TV senza concedere nulla al dubbio. Nessuno che si chieda, ma se ho giocato meglio del Siviglia e ne ho presi tre senza rifargliene uno, se ne ho presi due dall’Empoli, uno dal Cesena e tre dal Cagliari, stasera dovrei farne quattro senza subirne? Dal Siviglia?
Alla fine del primo tempo c’è solo quel bambino a sorridere, per lui sarà festa comunque, per tutti gli anni a venire in cui riandrà con la memoria a quella notte in cui il babbo lo portò allo stadio a vedere la Fiorentina giocarsi la Coppa Europa. Il babbo, insieme a tutti gli altri, ha smesso di ridere dal ventesimo del primo tempo, quando Carlos Bacca ha reso ridicola mezza Fiorentina avventandosi su un rimpallo e buttandola alle spalle di un attonito Neto.
This is the end, cantava Jim Morrison con i suoi Doors ai tempi d’oro del rock and roll e anche di una Fiorentina che allora in Europa si faceva rispettare molto di più di adesso. Fine dei giochi, fine della pazienza del Franchi. Pochi minuti dopo il raddoppio di Garriço è come uno schiaffo dato – appunto – ad un bambino che sogna ad occhi aperti: la differenza tra il gioco dei grandi, quelli che vanno a disputarsi la Coppa per il secondo anno consecutivo, e quello dei ragazzini.
Da lì in poi c’è spazio solo per la fiera delle vanità e velleità viola, che mettono in mostra il solito gioco laborioso secondo cui arrivare a segnare un gol è come tentare di risolvere un’equazione di secondo grado a più incognite. Poi per l’ennesimo rigore sbagliato, stavolta da un Ilicic che era appena risorto e che almeno ha il coraggio di andare a metterci la faccia, quando i suoi compagni di faccia non ne hanno ormai più. Ed infine per i fischi e gli sberleffi di un Franchi che aveva sopportato di tutto, perfino di veder l’ennesima passeggiata della Juventus in un’altra serata di quelle che dovevano fare un gran bene ed invece hanno fatto un male cane. E che adesso, di fronte alla fine del sogno più improbabile, scopre di non poterne più.
Quando ci si illude al di là di ogni ragionevolezza, il ritorno con i piedi per terra è assai più doloroso che mai. Ha fatto male la Firenze viola a credere in una remuntada impossibile, smentita dalle statistiche prima ancora che dal cuore. La Fiorentina ha sempre segnato, da quando c’è Montella alla sua guida, con una frequenza inversamente proporzionale alla facilità ed alla supposta bellezza del suo possesso palla. In altre parole, per fare un gol è parso a volte che si dovesse fare un bando europeo. Era vano pensare che le cose cambiassero tutto in una notte.
La Firenze viola delusa sfoga la sua rabbia sui suoi ex eroi, che dimostrano non solo alla prova dei fatti un gioco inferiore a quello del Siviglia (e poco male, ci può stare), ma anche e soprattutto una mancanza di grinta, di quei famosi occhi della tigre più volte invocati e quasi mai riscontrati, che è in fondo il vero motivo della rabbia del Franchi. Che la sfoga – tutto sommato civilmente – in modo molto fiorentino: con una suprema ironia che è peggio di centomila sassate.
Non fa male in questo la Firenze viola delusa, ma fa male piuttosto il suo “capitano del popolo” Montella a dolersene, e pubblicamente. Fa male due volte, la prima a ricordare alla gente qual è la sua presunta dimensione (può anche essere vero, mister, ma tu eri pagato proprio per andare oltre quella dimensione, per rimanerci era sufficiente Delio Rossi) e la seconda a ribellarsi, a lamentarsi di non meritare i fischi. Nossignore, tu hai messo in campo una squadra di “belli senz’anima” e tu ora ti prendi le tue responsabilità, alla testa dei tuoi uomini, in silenzio come si conviene a chi – ribadiamo – è stato pagato più che lautamente anche per quello.
I rumors parlano di un Diego Della Valle molto ma molto incavolato per la serataccia dei suoi stipendiati e per l’ennesimo rimbalzo della società di sua proprietà al momento di mettere le mani su qualcosa che si chiama trofeo. Se così è, vivaddio. Se così è, crediamo che a lui le parole del suo stipendiato Vincenzo Montella siano piaciute ancora meno che al pubblico. E che facendo due più due, il tempo di Vincenzo Montella a Firenze sia ormai agli sgoccioli.
Film già visto, dice qualcuno. Può darsi. Come Prandelli, Montella sbatte contro la politica del “braccino” (vero o presunto) della sua società, ci sguazza dentro fin che può senza sapervisi veramente adattare. La società gli dà solo in parte quello che ha chiesto, lui non sa valorizzarlo fino in fondo e non sa far valere le sue ragioni quando è il momento. Lui va avanti con una lista di giocatori che in fondo tutti sanno quello che possono dare. Non li sconfessa e non li protegge, né ne trae quasi mai fuori il massimo.
Dati alla mano, la difesa da tre anni è un “non reparto”. Tre pezzi buoni, Gonzalo, Savic e da quest’anno anche Basanta, che però non riescono ad essere una somma pari al valore dei singoli. Il centrocampo è un equivoco che si regge da tempo sui polmoni e sulla grinta di David Pizarro. Borja Valero e Matias Fernandez sono due splendidi giocolieri da “scartino”, da partita a “porticine”. A calcio vero basta una ventata che soffia più forte per metterli out. Gli avversari se li bevono con facilità, e in un attimo sono nella nostra area. Aquilani ormai è un mistero neanche tanto buffo. Ad ottobre era il migliore di tutti, poi è sparito nel nulla. Altre società avrebbero magari spiegato perché, nella nostra invece funziona così. Se ti va bene, c’è Badelj o Kurtic, se no arrangiati.
In attacco, finita l’attesa messianica per Rossi ormai imparentato con la Tribuna Autorità, finita anche l’epopea di Mario Gomez sulla pantomima del riscaldamento interrotto nel secondo tempo contro un Siviglia che di prendere un gol da questa Fiorentina non ne voleva sapere assolutamente, cosa resta? Cartavelina Babacar, che più di due partite a fila non le regge fisicamente, Bernardeschi che per ora regge mezza partita ma che in compenso ha capito benissimo come funzionano le cose tra procuratori e direttori sportivi, Ilicic che a forza di fare il falso nueve non sa più nemmeno lui che cos’é. E Mohamed Salah, al quale consigliamo di rivedersi il film della carriera di Cuadrado in viola, per non ritrovarsi tra poco intristito come lui.
Siamo alle porte con i sassi. C’è molto da rifondare in casa viola. In panchina ed in campo. E c’è poco tempo ed ancor meno margine, perché a quest’epoca di solito le squadre di un certo calibro sono già fatte o quasi, e noi invece non sappiamo nemmeno chi sarà il direttore sportivo nella prossima stagione. Caro Della Valle, incavolati quanto vuoi ma non ci venire più a dire che c’è tempo e modo per vincere qualcosa.

Altrimenti quel bambino crescerà, e butterà via lo striscione IO CI CREDO. E alla fine smetterà di sorridere anche lui. La cosa peggiore che ti potrebbe capitare, caro Diego Della Valle. Perché lui a Gualdo Tadino non c’è stato, non avrà paura anche della sua ombra come ce l’hanno tanti noi. Avrà paura soltanto di invecchiare come siamo invecchiati noi. Con zero titoli.

lunedì 11 maggio 2015

Le Lacrime di Apache di Domenico Garaffa



Ho conosciuto Domenico Garaffa il giorno che arrivai alla Scuola di Fanteria e Cavalleria di Cesano di Roma, trent’anni or sono. Se c’era un uomo, tra gli istruttori che l’esercito aveva designato alla nostra educazione militare, che meritava la qualifica di ufficiale e gentiluomo quello era lui. E lo è tutt’ora.
La profonda sensibilità che trasfondeva nelle piccole e grandi cose della vita militare, anche quelle in apparenza alla sensibilità più refrattarie, ne facevano e ne fanno un personaggio singolare, quasi d’altri tempi. Un uomo che riusciva ad essere sempre autorevole senza mai essere autoritario. Un uomo della frontiera nordamericana capace di maneggiare con la stessa abilità il winchester e le opere di William Shakespeare, un samurai giapponese capace di trattare da fedele compagna sia la letale katana da battaglia che la penna con la quale scrivere sublimi poesie, attingendo ad un mix impareggiabile di religiosità quasi taoista e di grande, grandissima, innata umanità personale.
Mi ritrovo adesso, dopo tanta strada percorsa anche grazie ai suoi insegnamenti, a leggere e commentare le sue poesie, quasi come il giornalista che intervista il Piccolo Grande Uomo dopo la battaglia di Little Big Horn e la sua vita intera spesa a cavallo tra il mondo delle giacche blu e quello della Nazione Indiana Lakota, l’ultima e più irriducibile tra quante cercarono di contrastare il passo ai Uas’ichu, gli Uomini Bianchi che portavano il progresso per sé e la morte in riserva per i Pellirosse.
Come le lacrime versate dalle donne apache a Leap Mountain dopo la carica suicida dei loro uomini contro i Lunghi Coltelli ai quali non volevano arrendersi, e trasmutatesi in ossidiana secondo una celebre leggenda, le parole di Domenico si solidificano non appena disposte in versi in questa raccolta che contiene la sua vita raccontata attraverso i suoi più profondi sentimenti.
L’amore per una donna quechua, Occhi che Sorridono, completa – più che chiudere – un cerchio disegnato da quella che più che una passione è una comunanza di sentimenti provata da sempre dall’ufficiale Garaffa verso il popolo delle Grandi Pianure, quegli Indios che cominciarono a morire il giorno che sul loro continente sbarcò il primo dei Conquistadores europei, e che ancora di morire non hanno finito. Quegli Indios del cui destino ormai – esauritasi l’epopea celebrativa del Far West hollywoodiano – sappiamo tutto e ci rammarichiamo, ma per il quale nessuno ha mai chiesto scusa.
Per vivere tra i solchi della storia al di fuori della tua arroganza devi ancora chiedere scusa Uas’ichuuomo biancoIo lo sto facendo”. Parole che non ti aspetteresti sulle labbra e sulla penna di un Soldato Blu. Ma c’è di più del rispetto (tutto sommato normale) nutrito da un guerriero per il guerriero di un’altra tribù. Domenico Garaffa rende omaggio ad un popolo, ad una Nazione – quella degli Indiani d’America – che la storia ha ormai quasi cancellato dai propri archivi, senza rendersi conto di aver sostituito un progresso più apparente che reale (per quanto forse inevitabile come il procedere dei binari del Cavallo di Ferro) ad una filosofia di vita in totale comunanza con la Natura e nello stesso tempo con il proprio Io interiore di cui sopravvivono ormai pochissimi esempi.
Come in una narrazione condotta con la tecnica dei flashback, nei versi di Domenico scorrono momenti della sua vita personale e soprattutto sentimentale alternati senza soluzione di continuità a figure e momenti emblematici della storia degli Indiani del Nord e del Sud America. C’è l’Uomo della Medicina Alce Nero, il primo a raccontare all’Uomo Bianco i segreti più intimi della religiosità dei popoli che veneravano il Grande Spirito. C’é il grande condottiero Cavallo Pazzo, l’eroe indiano della straordinaria vittoria di Little Big Horn destinata a tramutarsi poco dopo in una sconfitta altrettanto epica. C’é la principessa del Machu Picchu, la Vecchia Cima delle Ande da cui seguendo il Dio Sole Inti sono discesi i Quetchua, i discendenti degli Inca sopravvissuti, fino a mescolarsi con noi. Sono questi i protagonisti delle pagine, mescolati ai battiti del cuore ed ai frammenti di vita e di amore dell’autore.
La donna che smuove il cuore ed i versi del poeta lo ricongiunge ad un’epopea a cui il suo cuore stesso tendeva già prima di incontrarla. Ma quella donna è la porta del tempo, lo Stargate che riconduce quel cuore a quella Wounded Knee che per due volte è stata teatro della fine dei sogni di libertà e sopravvivenza indiani, a quella religione dell’Essere che le grandi praterie dell’Ovest conoscevano e coltivavano ancora fino all’arrivo dell’Uomo Bianco, il quale a sua volta ne aveva perso il ricordo al tempo della distruzione della koiné mediterranea governata dalla religione della Grande Madre Terra.
Sui tuoi costoni assetati tra fiori d’agave d’espressionismo danzano i miei passi orchestrati da millenni di storia. Approdo di egemonie sospinte da vento di scirocco con vele cazzate al fruscio di canneti o poggiate al grecale in locande di Re mediterranei”.
Dalla natia Trinacria assolata ai deserti dell’Arizona, Domenico Garaffa ufficiale e gentiluomo rappresenta con i suoi versi l’elegia struggente di un mondo che non c’è più e che forse era l’unico mondo per il quale i veri guerrieri valeva la pena che lottassero. Perdersi tra le sue Lacrime di Apache è un viaggio – breve ma intenso – che consigliamo a chiunque senta la necessità di chiedere scusa al popolo che non c’è più. Ed anche a se stesso.


domenica 10 maggio 2015

Dalla Slovenia con furore

La strada per Lourdes per la Fiorentina passa da Empoli. E’ l’ultimo derby che rimane alla Toscana in serie A. E se non è l’ultima spiaggia per la Fiorentina per mantenere il quinto posto e l’Europa League senza patemi, poco ci manca. Alle 16,45 la Sampdoria sbanca Udine, alle 18,00 la Fiorentina scende in campo al Castellani per non farsi sbancare anche dal campionato e dalla prossima stagione di coppe, sapendo già di essere praticamente obbligata a vincere.
Partita preceduta da veleni vecchi e nuovi. Empoli aspetta dal 1997 la vittoria sul capoluogo di regione e di provincia, Firenze – che di solito si riversa in massa sulla trasferta più breve con ogni mezzo (memorabile un esodo di qualche anno fa, tutti in sella al motorino sulla FI-PI-LI) – aspetta di capire come mai questa volta un biglietto di curva costa 35 euro. Manco fosse, per restare in tema di attualità, una semifinale di Europa League.
Si rispolverano vecchi dissapori, legati all’inevitabile Campanile: la torcida viola ritira fuori il mitico tormentone sullo stadio comprato all’IKEA dai cugini empolesi, che replicano dando grande enfasi al tweet dell’attaccante georgiano azzurro Levan Michelidze, che ironizza sulla scoppola rimediata dalla Fiorentina a Siviglia. Roba da derby, parenti serpenti, ordinaria amministrazione.
Meno ordinaria è l’amministrazione di questa sfida sul campo per la Fiorentina. I ragazzi di Sarri hanno appena conquistato nella Torino granata una meritatissima salvezza, e oggi giocheranno con la consueta grinta e aggressività e senza più il peso sull’anima del proprio destino da salvaguardare per la prossima stagione. Brutto affare, la Fiorentina dovrà scordarsi il fioretto quest’oggi e impugnare la sciabola. Per lei, in questa stagione, quanto di più difficile.
Montella sa di dover dare una prima risposta al pubblico amico che sogna la remuntada in Coppa o almeno un finale di campionato dignitoso. A Empoli deve opporre a quel Maurizio Sarri che viene sempre più accreditato come nouvelle vague proprio al posto suo (lui che ha un’immagine appannata dai risultati dell’ultimo mese) una squadra in grado di tenere botta e classifica risparmiando nello stesso tempo energie preziose, per non avere il minimo rimpianto la notte di giovedi prossimo.
La squadra che va in campo è un compromesso tra troppe esigenze, compresa quella di ridare spazio al ragazzino appena ristabilitosi, quel Federico Bernardeschi su cui Firenze avrebbe tanta voglia di costruire il proprio futuro calcistico. Fede va a prendersi uno dei due vertici bassi del triangolo d’attacco il cui angolo acuto è Gilardino. All’altro angolo di base va Ilicic, che ci mette quattro minuti a guadagnarsi lo stipendio di giornata e a ribadire che questo è il suo momento, peraltro lungamente atteso da società, allenatore e tifosi.
Bernardeschi capisce subito di stargli vicino e cercarlo il più possibile. Il suo corner corto battuto intelligentemente libera lo sloveno per una sterzata in area delle sue, a specchio di quella offerta con il Cesena. Stavolta la palla se la aggiusta sul sinistro prediletto e per Sepe non c’è scampo, gran tiro ad effetto e Fiorentina in vantaggio, con licenza di illudersi di aver davanti una domenica in discesa.
Comincia una partita da calcio inglese, dove la tecnica cede qualcosa alla velocità ma dove il pubblico si diverte non foss’altro perché non c’è un attimo di tranquillità per nessuno ed il risultato è sempre in bilico.  Nel primo quarto d’ora la Fiorentina dà la sensazione di poter giocare agevolmente di rimessa, anche se il fraseggio viola produce soltanto una occasione per Gilardino anticipato dal portiere empolese ed una ciabattata di Aquilani alle stelle.
Il centrocampista romano appare spesso in ritardo d condizione, quasi che il taglio di capelli avesse nuociuto alla sua classe. Recupera un sacco di palloni ma spesso e volentieri non sa redistribuirli al meglio ai compagni che si propongono in fuga per il raddoppio. Accanto a lui, Badelj appare ancora frastornato dalla testata ricevuta giovedi da Mbia, e non solo per la vistosa fascia che indossa. Pizarro regola bene il traffico sulla propria tre quarti, ma neanche per lui è giornata di prodezze in fase di costruzione. Con il centrocampo viola alla ormai consueta ricerca di se stesso e la difesa esposta alle ripartenze fulminee di un Empoli che a poco a poco prende coraggio, l’inerzia del match vira progressivamente dalla parte dei padroni di casa.
Saponara ci prova una prima volta sparacchiando a lato, la seconda volta invece è micidiale quanto fortunato. Basanta e Gonzalo si ostacolano a vicenda, e l’attaccante empolese si ritrova libero a tu per tu con Neto, che può solo guardare il pallone insaccarsi nella propria rete. E’ la mezz’ora, e per la Fiorentina a questo punto si prospetta una partita fatta di rincorse ad un Empoli indiavolato, che gioca a questo punto sulle ali dell’entusiasmo e della consapevolezza di non aver nulla da perdere e molto da guadagnare.
Il tempo si chiude su una punizione di Vargas che Sepe non trattiene e sulla cui ribattuta Bernardeschi arriva con una lentezza che non è da lui. Segno che il ragazzino, che ha giocato un primo tempo decisamente bello ed efficace risaltando in mezzo alla confusione prodotta da molti compagni, ha finito la benzina. Montella sceglie di togliere lui piuttosto che un Vargas che appare comunque affaticato, puntando tutto sull’estro di Salah per salvare la giornata.
Alla ripresa del gioco l’Empoli è una squadra di corsari che si avventano sugli avversari in difficoltà. La Fiorentina è una squadra in debito di ossigeno e di concentrazione. Malgrado un Richards sorprendente che si carica spesso sulle possenti spalle le percussioni offensive viola, sono i padroni di casa ad andare per due volte vicini al raddoppio. La Fiorentina appare ormai una squadra sfilacciata, pronta per subire l’ennesima beffa.
Ma in avanti, alla giornata di grazia di Ilicic si somma quella di un Salah tornato Messi delle Piramidi. L’egiziano ha delle intuizioni geniali e degli scatti che a volte sorprendono perfino se stesso. Quando prende palla sul filo dell’offside al 12’ della ripresa, per la difesa dell’Empoli non c’è remissione. Chi di Saponara ferisce di Salah perisce. 2-1 e domenica che torna serena per la Fiorentina.
Montella dispone la squadra per una gestione più serena del risultato, togliendo l’esausto Gilardino per Mati Fernandez. Il cileno appare più ispirato che nelle ultime apparizioni, peccato che non trovi la porta nemmeno a piangere. Servono tre gol per ribaltare la sconfitta di Siviglia, ne servono tre anche oggi al Castellani per stare tranquilli contro un Empoli stanco ma niente affatto battuto.
Al 23’ per fortuna si completa l’Ilicic Day. Tira Salah, respinge la difesa empolese, Ilicic si trova più o meno nella posizione in cui Fabio Grosso dette la pugnalata alla Germania a Dortmund nel 2006. Il tiro è lo stesso, Sepe – come Lehmann allora – lo vede solo quando finisce in fondo alla rete malgrado il proprio tuffo disperato.
Dieci minuti dopo Sarri tenta il tutto per tutto, fuori Maccarone e dentro Michelidze, quello del tweet, proprio lui. Deve avere qualcosa contro la Fiorentina perché il primo pallone che tocca finisce alle spalle di Neto. Non è destino che la Fiorentina possa riposarsi, non in questa stagione.
Negli ultimi minuti ne succedono di tutti i colori, dapprima un buglione indescrivibile in area viola con Gonzalo e Savic che seguono l’istinto avventandosi entrambi sul pallone e regalando un pericolosissimo calcio d’angolo all’Empoli. Sugli sviluppi, lo sciaguratissimo Mati Fernandez regala ancora agli avversari un calcio di punizione dal limite dell’area. Sulla battuta, Valdifiori consente a Neto di esibirsi in una paratona che salva forse molto di più del risultato odierno.

Nei tre minuti di recupero grazie a Dio sale in cattedra Aquilani, che nasconde la palla agli avversari fino al fischio finale di Gervasoni. Mentre i ragazzi viola vanno a festeggiare sotto la curva dei tifosi, almeno di quelli che hanno sfidato il caro prezzi, è lecito chiedersi se debba prevalere la gioia per questi tre punti strappati ai corsari di Sarri oppure la preoccupazione per quello che aspetta i viola giovedi di fronte ai corsari di Emery. O forse, la domanda è un’altra: Firenze ci crede ai miracoli?

sabato 9 maggio 2015

V - Day, settant'anni dopo. Non è un'Europa per giovani

L’Unione Sovietica era più ad est degli altri Alleati. La resa della Germania nazista firmata dal generale Jodl a Reims nelle mani di Eisenhower fu comunicata all’Occidente alle ore 23,00 dell’8 maggio 1945. Per l’URSS erano già le prime ore del giorno 9. Per questo il V Day, il giorno della vittoria in Europa che poneva fine alla Seconda Guerra Mondiale, è il 9 maggio e non l’8.
Re Giorgio VI, Winston Churchill ed una giovanissima principessa Elisabetta
salutano la folla in festa per la vittoria l'8 maggio 1945
Finiva il massacro più abominevole dell’intera storia dell’Umanità. Nasceva, o poteva finalmente nascere, una nuova Europa. Chissà se quella che abbiamo sotto gli occhi settant’anni dopo assomiglia almeno vagamente a ciò che Altiero Spinelli, Ernesto Rossi e gli altri confinati di Ventotene avevano immaginato e descritto almeno in embrione nel loro Manifesto del 1944, scritto quando ancora tuonava il cannone ma già si lavorava ad un assetto del mondo futuro che impedisse una volta per tutte il ripetersi dell’orrore scatenato da Hitler e dai suoi alleati e seguaci.
La festa di quella vittoria non si celebra più. E’ durata ancor meno di quanto durò quella della Prima Guerra Mondiale, sopravvissuta un po’ dappertutto almeno fino agli anni settanta. In Italia fu soppressa nel 1977 dal governo Andreotti, preoccupato della presenza nel nostro calendario di troppe festività, in epoca di austerity. La Seconda noi non l’abbiamo mai festeggiata, avendola terminata tecnicamente dalla parte degli sconfitti. A poco a poco anche i vincitori ci hanno raggiunti nella terra dell’oblio.
Piccadilly Circus, VE Day
Ad oggi, solo la Russia di Putin – per motivi peraltro che poco hanno a che fare con la celebrazione di quello che fu – ha solennizzato la ricorrenza di quella che per essa fu la Grande Guerra patriottica. Quella che fece di un paese sottoposto a cordone sanitario mondiale per la paura che contagiasse tutti con il suo virus letale, il Comunismo, la seconda superpotenza del pianeta, capace di tenerlo in scacco nella Guerra Fredda per i successivi quarant’anni. Quella che fece di Stalin da possibile concorrente di Hitler per il titolo di più grande boia di tutti i tempi il “piccolo padre” di tutti coloro che ai quattro angoli della terra sognavano il sole dell’avvenire e credevano che tutto il mondo sarebbe prima o poi diventato come l’Unione Sovietica.
Altiero Spinelli nel 1983 al parlamento europeo di Strasburgo
Sulla Piazza Rossa soltanto si celebrano dunque i settant’anni dalla resa del generale Keitel, il collega di Jodl recatosi nello stesso momento ad est, nelle mani del maresciallo Zukov, che disponeva il cessate il fuoco anche ad oriente dell’Elba. Com’è nata questa Europa non lo ricorda ne lo richiama alla memoria altrui più nessuno. Meno che mai alle giovani generazioni verso le quali il governo continentale istituito nel frattempo si è dimostrato sempre più patrigno, indifferente se non ostile.
Dal Trattato di Roma del 1957 che istituiva la Comunità Economica Europea a quello di Maastricht del 1992 che istituiva l’Unione Europea, la federazione sul modello degli Stati Uniti d’America che metteva in comune la moneta, l’economia, parte delle istituzioni politiche in attesa di avere a regime un unico governo sovranazionale, la storia d’Europa è stata quella dell’illusione di generazioni ormai invecchiate insieme alla speranza di aver trovato – come auspicavano Spinelli e gli altri di Ventotene – la soluzione definitiva a tutti i problemi ed a tutte le conflittualità che avevano gettato per due volte nel ventesimo secolo il continente nel fuoco e nel carnaio dei nazionalismi portati alle estreme conseguenze.
Tutto questo, insieme alla commozione per le vittime subite ed i sacrifici fatti settant’anni fa ed anche in seguito nonché all’orgoglio per certi versi giustificato per quello che siamo diventati adesso – da Lisbona a Vladivostok - , è qualcosa che dice poco a nuove generazioni il cui problema è trovare un posto, costruirsi un futuro in una società globale che ha già bruciato molte delle risorse a loro destinate e che ha ridotto le possibilità economiche necessarie al loro ingresso nel mondo del lavoro e della prosperità come nemmeno la guerra mondiale aveva fatto settant’anni fa. Nuove generazioni che, continuando il trend attuale, saranno portate inevitabilmente a vedere le precedenti non come maestre di qualcosa, custodi di tradizioni positive e gloriose, ma come ostacoli insormontabili sulla strada della sopravvivenza.
Se quest’epoca rischia di assomigliare a qualche altra, è più al primo dopoguerra che non al secondo. Il sogno di Spinelli e compagni appare assai lontano dall’essersi realizzato. Il nome stesso di quei confinati diventati i padri dell’Europa unita è soggetto ormai all’oblio, se non - in alternativa - a qualche futura maledizione. Il V Day, del resto nel nostro paese non è più associato a quel giorno in cui le radio di tutta Europa trasmisero l’annuncio che la guerra era finita, ma a quello molto più recente in cui un sedicente uomo politico locale lanciò il suo messaggio alle piazze, semplice, diretto e sintetico come pochi altri: “vaffa….”.

L’Europa unita era nata come risposta al Fascismo ed ai suoi orrori. Potrebbe diventare lo scenario più propizio ad una sua riedizione aggiornata ai tempi se continuerà ad essere governata sostanzialmente da una Banca Centrale Europea che come la vecchia Società delle Nazioni distribuisce solo ingiustizia e miseria. O da una Germania che ha dimenticato, o fatto finta di dimenticare, perché settant’anni fa a quest’ora era ridotta ad un cumulo di macerie fumanti.

Fiorentina, le Colonne di Cognigni

Sevilla, capoluogo dell’Andalusia, quarta città della Spagna per grandezza ed importanza, una delle ultime prima di Gibilterra, il promontorio che gli Antichi consideravano una delle due Colonne d’Ercole, la fine del mondo a loro conosciuto. La fine del mondo, il limite estremo che non può essere superato. A meno di non voler fare la fine di Ulisse, l’eroe che dopo l’Odissea di Omero Dante Alighieri – grandissimo poeta ma uomo in tutto e per tutto del suo tempo, il Medioevo che credeva la Terra piatta e il Mare Oceano delimitato da un bordo al di là del quale si precipitava negli Inferi – immaginò perito in mare a causa della propria superbia e perciò condannato a passare l’eternità all’Inferno.
Non è un caso forse che la superbia di una Fiorentina sospinta avanti dall’eroe Mohamed Salah oltre i propri meriti abbia incontrato il proprio limite qui, a 250 chilometri circa dalla Fine del Mondo, o almeno di quel continente che sognava ad un certo punto di conquistare, insieme alla certezza di disputare ancora l’anno prossimo le Coppe europee.
Sevilla – Fiorentina è una partita di cui si parlerà a lungo. Magari non tanto quanto le gesta dell’Eroe di Omero per antonomasia, Odisseo, ma di sicuro più che del rinnovo del contratto di Babacar o di Aquilani. Mettere sotto per un tempo i detentori dell’Europa League e riuscire alla fine a perdere tre a zero non è roba che succede tutti gli anni, nemmeno nei romanzi satirici di Stefano Benni. Neppure arrivare bene o male ad una semifinale europea, anche se del torneo di consolazione che ha preso il posto della vecchia gloriosa Coppa UEFA, è qualcosa che succede tutti gli anni. La Fiorentina – va detto - l’ha fatto per la seconda volta in otto anni. Il bicchiere viola, più che mezzo pieno o mezzo vuoto, assomiglia a quelle sfere che si vendono su certe bancarelle: a seconda di come le giri, sul paesaggio locale nevica o meno.
Fiorentina di nuovo tra le prime quattro dell’Europa minore. Comunque vada a finire la remuntada giovedi prossimo al Franchi, è comunque un risultato lusinghiero. Sono in molte le società europee anche prestigiose a guardare quella viola da dietro le spalle in questo scorcio di maggio 2015. Le due semifinali di EL di Della Valle probabilmente valgono la finale UEFA di Pontello ed altrettanto probabilmente la seconda Champion’s di Cecchi Gori (quella fermatasi al Mestalla di Valencia sul gol annullato ingiustamente a Rui Costa), e stanno subito dietro la Champion’s di Prandelli scippata da Ovrebo, Klose e compagnia bella.
Eppure, alzi la mano chi può dirsi veramente contento, anche tra i tanti che ostentano un GRAZIE FIORENTINA più di maniera che di sostanza. In una Firenze sconvolta dalla troupe cinematografica di Ron Howard che sta girando l’ultima trasposizione del capolavoro dantesco, l’Inferno di Dan Brown, i fiorentini viola si domandano arrovellandosi se sia stato peccato di superbia sperare nel primo titolo dell’era dellavaliana con questa squadra di pelotari di salsa spagnola e di poca hombrìa (alla prova dei fatti), oppure se era lecito sognare, e come già altre volte è mancata la fortuna, non il valore.
Un mese fa, la squadra scendeva in campo per il match di ritorno con una Juventus bastonata a domicilio dalla folgorante cavalcata di Salah, il terzo Califfo. Sembrava, del triplete che baluginava davanti agli occhi dei tifosi gigliati abbacinati dal riverbero di tanto splendore, l’appuntamento tutto sommato più facile. Un mese dopo non rimane più niente. Si spera in un miracolo nel ritorno col Sevilla di quelli che forse non si vedono più nemmeno a Mediugorje. Si spera anche di non fare figuracce con l’Empoli, a questo punto temibile come una nave corsara saracena, per salvare un quinto posto che comunque rappresenta un declassamento rispetto alla fila di quarti che dai tempi di Corvino siamo abituati a considerare gembionz.
Allora com’è questo bicchiere? Come la palla con la neve che cade sul Vesuvio o sulle Piramidi? O come quello che un mese fa circa ci ha descritto accuratamente Eduardo Macia, all’atto di salpare per l’ultimo viaggio (almeno in partenza da Firenze) come Odisseo? Bastava che Gomez facesse il Gomez, che Montella si ricordasse a cosa serve nel calcio il centravanti, oppure è colpa di una società che promette vittorie e titoli, e poi quando si arriva al dunque stende sempre il cosiddetto braccino fino ad un metro dal traguardo, e mai oltre?
Accademia, a questo punto. La stagione 2014-15, a meno di un miracolo, volge al termine. Dice, ma il Bayern ne ha fatti sei al Porto in rimonta. Più seriamente, se ci va bene, ma parecchio bene, l’anno prossimo non si fanno i preliminari di Europa League. Se ci va male, e non sarebbe di fuori visto che dall’ultimo allenamento della Fiorentina arrivano rumors che parlano di musi lunghi e clima teso, si potrebbe mandare in replica quel film che comincia con le polemiche sul nuovo stadio e la proprietà che ridimensiona i suoi investimenti nell’autofinanziamento e che va a finire tra un anno in una megacontestazione al termine di un campionato che più che mediocre si potrebbe definire agghiacciante, passando per i mercoledi trascorsi a vedere le repliche di Law and Order Unità Speciale, gli schiaffi del prossimo allenatore al prossimo trequartista lavativo (ci sarebbe in questo caso l’imbarazzo della scelta) e le polemiche devastanti tra chi non vuole ritornare a Gubbio a spalare la neve e chi s’è rotto le scatole di aspettare Rossi, Gomez, Godot, il 25 sulla Bolognese e un titolo che non arriva mai a rinfrescare quello vinto da Manuel Rui Costa. Era, per chi non se lo ricorda, il 2001. L’alba di questo secolo.

Per gli Antichi il mondo finiva alle Colonne d’Ercole. Per i moderni a quelle di Cognigni. Se poi qualche coraggioso Ulisse vestito di viola ci vuole smentire, saremo i primi ad esserne contenti.

venerdì 8 maggio 2015

Fiorentina fine dei giochi



Succede nella vita di tutti di incontrare prima o poi il proprio limite. Dentro di noi sappiamo più o meno qual è, sappiamo dove possiamo arrivare e dove saremmo costretti a fermarci, a cose normali e senza il concorso di circostanze più che favorevoli. Ma trovarsi di fronte alla constatazione di tutto questo è un’altra cosa. La fine delle illusioni, il brusco risveglio sono sempre dolorosi, per quanto preparato possa essere il nostro inconscio.
Succede anche alle squadre di calcio. La Fiorentina partiva per Sevilla portandosi dietro una prestigiosa imbattibilità esterna nell’Europa League giunta alla semifinale, oltre all’enorme carico delle illusioni di tutti i suoi tifosi, quelli imbarcatisi sull’aereo con lei e quelli rimasti a casa, molti dei quali già in possesso del biglietto per il match di ritorno da giocare in uno stadio Franchi che si annunciava strapieno.
Le ragioni del tifo, si sa, non sono mai facili da confutare, anche se difficilmente possono sostituirsi alla realtà. E la Fiorentina era destinata ad incontrare la propria realtà, il proprio limite, sul terreno di gioco dello stadio Ramon Sanchez Pizjuan al cospetto dei detentori della Coppa. Una sfida affascinante ed intrigante, tra la quinta della Liga spagnola e la quinta del campionato italiano, ambedue accreditate di un gioco piacevole a vedersi come pochi altri ma in entrambi i casi non sufficiente a consentire loro di fare risultato contro le rispettive prime della classe nazionali, il Real e la Juventus.
Era dunque uno spareggio per il torneo di consolazione, questa Europa League che ha sostituito solo in parte la vecchia e prestigiosa Coppa Uefa, ma che comunque distribuisce pur sempre un posto gratis nella prossima Champion’s. Una posta in palio più che sufficiente a nobilitare una stagione altrimenti da rubricare come semplicemente “positiva”.
Con il 99,9% delle probabilità sarà il Sevilla a volare a Varsavia per l’ultimo atto, quello che la opporrà al sorprendente Dnipro beneficiato da una svista alla Ovrebo oppure ad un Napoli ferito nell’orgoglio e capace di rimontare in Ucraina. Gli andalusi detentori del trofeo hanno messo sotto ed umiliato la Fiorentina con un secco 3-0. E adesso già circola a Firenze la battuta: il prossimo sponsor della Fiorentina sarà la TRE. Per chi si mettesse in collegamento soltanto adesso, il riferimento è al numero dei gol incassati mediamente nell’ultimo mese e mezzo dalla squadra viola in ogni partita giocata.
E’ bene ricorrere ad un po’ di umorismo, altrimenti come si commenta un match come questo, dove la Fiorentina per un tempo gioca addirittura meglio dei più quotati avversari mettendoli in difesa in casa propria e sprecando, anzi “strafalcionando” (ci si perdoni il doveroso neologismo) almeno quattro occasioni da gol di quelle che anche il vostro cronista di mezza età, un po’ sovrappeso e completamente fuori allenamento trasformerebbe tranquillamente?
Una squadra meno leziosa e meno idiosincratica al gol di quella viola chiude il primo tempo in vantaggio almeno per due a zero e chiude soprattutto i discorsi, cominciando a pensare se sia meglio per la finale trovare il modesto ma galvanizzato Dnipro già regolato un anno fa sempre in Coppa o il forte ma affaticato Napoli contro il quale cercare più di una rivincita.
La Fiorentina no, non gioca per segnare gol agli avversari (lo si vede perfino nell’allucinante minuto di recupero finale in cui gioca per linee laterali assolutamente compassata, come se stesse gestendo una tranquilla vittoria casalinga invece che cercare di limitare i danni per tenere viva la speranza) ma per stordirli e stordirsi di passaggi e triangolazioni fini a se stesse e a poco altro, se non a consentire agli avversari stessi un più agevole recupero del pallone ed una fulminea ripartenza che la trova regolarmente sguarnita in difesa.
La Fiorentina non chiude nel primo tempo una partita già vinta, ed anzi chiude in svantaggio. Perché il Sevilla segna prontamente nell’unica occasione da gol che ha in tutta la prima frazione. Aleix Vidal non ha nulla a che vedere con il suo omonimo Arturo della Juventus, ma nella circostanza può permettersi di piazzarla come un giocatore di biliardo, perché di difensori o di centrocampisti in maglia viola dalle sue parti non ce n’è neanche l’ombra. Un gol in fotocopia di quello preso da Biglia all’Olimpico contro la Lazio. Come dire, mai imparare dai propri errori. Di cosa parli Montella ai suoi giocatori nelle sedute di allenamento infrasettimanali a questo punto non è dato sapere.
La Fiorentina irretisce ma non segna quando ha la palla, e subisce senza remissione quando ce l’hanno gli altri. E’ un limite questo della squadra viola che ormai conosciamo bene, dopo tre anni di tiki taka montelliano. Ma a questi livelli viene fuori con una chiarezza lampante. Siamo in semifinale, è giusto che il tuo avversario non ti perdoni nessuna delle tue usuali sciocchezze. E’ giusto che un centrocampo come quello andaluso – che non è, si badi bene, quello del Barcellona, altrimenti il Sevilla sarebbe al posto del Barcellona in Spagna ed in Europa – ti sopraffaccia prima o dopo. I centrocampisti viola del resto sono giocatori da calcio a cinque o da playstation, anche questo lo sappiamo. Al Pizjuan è arrivata la certificazione.
Gonzalo e Savic, coadiuvati da una batteria di terzini nessuno dei quali è adeguato probabilmente a giocare a questi livelli, reggono finché possono. Poi, alla seconda occasione sevillana – creata da un centrocampo (nella fattispecie dall’impresentabile Badelj) che non solo non aiuta la difesa ma la mette in difficoltà perdendo sovente palla sulla propria tre quarti – devono soccombere ad un nuovo tiro chirurgico di Vidal, stavolta coadiuvato da una scelta sbagliata di Neto, che si butta a proteggere il palo più lontano ed improbabile.
Sul 2-0 per i padroni di casa, la partita è chiusa, insieme alla stagione di questa Fiorentina. Seguono quaranta minuti di agonia viola, durante i quali c’è solo – francamente – da vergognarsi di come i nostri eroi cedono psicologicamente di schianto e finiscono per farsi irridere dagli spagnoli ormai esaltati come toreri in una delle loro Plazas de Toros. Alla fine i gol sono tre, forse per compiacere – secondo la battuta – il prossimo sponsor. Cambia francamente poco. Una remuntada casalinga di questa Fiorentina a questo Sevilla appare francamente già inverosimile sul 2-0, il terzo gol di Gameiro al termine di una azione da flipper in un’area viola completamente sguarnita di difensori non sposta assolutamente nulla.
Avrebbero potuto spostare qualcosa forse i due rigori netti negati ai nostri eroi dall’arbitro tedesco Felix Brych. Del resto, i viola come si è visto nelle ultime uscite segnano – o non segnano – ormai prevalentemente su calcio di rigore o comunque da fermo (magari calciato meglio di quanto sia in grado di fare l’attuale Matias Fernandez). Avrebbero potuto, certo, ma paragonare gli episodi di Sevilla a quelli di Monaco di Baviera del 2010 come fa un Della Valle in vena di arrampicature sugli specchi a fine partita appare francamente eccessivo. Così come appare eccessivo sentir dire a Montella che “abbiamo giocato alla pari”. Per mezz’ora forse sì, poi i veri valori delle due squadre sono inesorabilmente venuti fuori.
Da Andrea della Valle, o chi per lui, vorremmo piuttosto sapere cosa ne sarà della banda viola adesso che la stagione può considerarsi conclusa (in attesa di riprova già domenica prossima ad Empoli) e che anche il ciclo aperto da Pradé e Macia tre anni fa può dirsi giunto al termine. L’anno prossimo ci sono diversi cambiamenti da fare, nei vari ruoli della squadra prima ancora che nello staff tecnico e dirigenziale.
Un esempio su tutti, ha ancora senso mantenere al centro dell’attacco un Mario Gomez che per stoppare il pallone rischia di farsi male in una spaccata degna di Heather Parisi? E se proprio ormai si è rinunciato ad Aquilani (ieri tenuto a scaldarsi per buona parte del secondo tempo malgrado non ci fosse alcuna evidente intenzione di impiegarlo a ridare vita ad un centrocampo esangue), c’è l’intenzione di andare sul mercato a cercare qualcuno in grado di stare in mezzo al campo con un po’ più di sostanza rispetto ai figuranti visti all’opera ieri sera?
Per dirne soltanto due, perché le domande sarebbero tante di più, e probabilmente anche ingenerose (nella sostanza e nei toni) se fatte in questo momento di comprensibile – per quanto prevedibile – amarezza. Un ciclo, un progetto sono arrivati al termine, anche se non sono mai stati veramente e compiutamente realizzati. Seguirà come l’altra volta un’epoca di incertezze costellata di personaggi a cui “si spenge la luce” o di schiaffoni tra allenatori e giocatori?
Chi vivrà, vedrà. Intanto è arrivato il caldo, e si sente già profumo di mare. Ite, Missa est. La stagione è finita, andate in pace.