mercoledì 30 settembre 2015

VIOLA NELLA TESTA E NEL CUORE: Lassù nessuno ci ama



“Lassù in vetta ci fa un gran freddo, per resistere bisogna essere ben coperti ed attrezzati”. L’aforisma era di Giovanni Trapattoni, l’ultimo allenatore della Fiorentina a ritrovarsi in vetta alla classifica prima di Paulo Sousa. Era il 1998, anche allora un giorno di settembre Firenze si risvegliò capolista, e scoprì subito che la cosa più difficile da quel momento in poi non era affrontare gli avversari, ma gestire le intense, travolgenti emozioni che questo fatto di per sé scatenava.
La Fiorentina del Trap peraltro non sopravvisse ai rigori di quell’inverno in cui tentò la fuga solitaria e di cui aveva pur vinto il titolo di campione. All’entusiasmo della sua gente non corrispose un adeguato supporto economico da parte della proprietà di allora. Al mercato di gennaio a disposizione di un mister che aveva già fatto capire di avere giocatori forti, alcuni fortissimi, ma contati, fu messo a disposizione il solo onesto Fabrizio Ficini. Cosicché quando Batistuta si ruppe nello scatto che avrebbe potuto valere un gol forse decisivo nello scontro diretto con il Milan ed Edmundo cominciò a sentir risuonare le prime note del samba provenienti da Rio de Janeiro, al Trap che aveva cercato di tenere Firenze al caldo per tutta la stagione non rimase che una coperta cortissima.
Vecchia storia, ormai. Tanti tifosi non l’hanno nemmeno vissuta, per motivi anagrafici. E giustamente fanno il loro mestiere con entusiasmo sfrenato. Il mestiere di sognare a ruota libera orizzonti di gloria, dopo la quasi “manita” rifilata all’avversario diretto, l’Inter dell’odiatissimo Moratti che qualcuno ha ribattezzato con epiteto geniale quanto divertente la “Juventus a colori”.
Il tifoso è giusto che sogni, dice un mio carissimo amico. Per carità, ci mancherebbe altro. Cosa vai a fare a prenderti acqua, vento, neve, oppure sole più cocente che nella Desert Valley, magari insieme a qualche sganassone da tifosi di altre squadre e qualche lacrimogeno o manganellata da parte della polizia di stato, se non puoi nemmeno sognare allorché se ne presenta finalmente l’occasione?
Il fatto è che il campionato di calcio, in Italia come altrove, non è più un gioco, tantomeno uno sport. E’ una faccenda diventata terribilmente seria nella quale ballano interessi economici spaventosi. Una volta era ritenuto ammissibile – da parte di chi gestisce a vari livelli quegli interessi – che un Verona come quello di Osvaldo Bagnoli, una Sampdoria come quella di Vujadin Boskov, un Cagliari come quello di Manlio Scopigno o anche una Fiorentina come quella di Bruno Pesaola scappassero via in qualche annata in cui le corrazzate di Milano, Torino e Roma erano un po’ in disarmo. Era ammissibile purché non si ripetesse troppo spesso, e addirittura gli stessi padroni del vapore lo accettavano come facente parte della stessa bellezza del calcio. Golia senza Davide alla fine si romperebbe le scatole.
Adesso non più. Adesso gli scudetti e le Champion’s sono quotate in borsa e vengono messe a bilancio. Adesso, se non sei un magnate russo o uno sceicco, guai se non ti arrivano i soldi di Sky o di Premium che spettano ai vincitori o comunque ai primissimi classificati. Ecco perché stare lassù in vetta è diventato ancora più difficile in questi ultimi vent’anni trascorsi da quando il Trap predicava da queste parti. Il freddo adesso è diventato gelo polare.
Il tifoso è giusto che sogni, perché il sogno è l’essenza della sua stessa anima. Ma è bene che lo faccia con moderazione. Est modus in rebus, diceva Plinio il Giovane (che poi però andava a vedere i Giochi del Colosseo come tutti gli Antichi Romani, non meno fanatici dello stadio degli attuali). E’ bene farlo in silenzio, perché come in tempo di guerra, “il nemico ti ascolta”. Da questo momento è bene sapere che alla Fiorentina nessuno regalerà più niente. Già da domenica l’Atalanta verrà a difendersi come a Fort Apache, in casa della capolista. Già da domenica, forse, il Palazzo invierà arbitri – diciamo così – meno benevoli, o anche soltanto meno pronti del pur inquietante Damato a dare alla Viola quello che è della Viola.
Se dovessimo attraversare momenti meno felici di quello attuale, ricordiamoci della profezia del Trap. Che tra l’altro in un’altra occasione egualmente triste per noi, nel 1982, era dall’altra parte della barricata. Era a Catanzaro dove il gol della Juventus venne convalidato, anzi propiziato. Mentre a Cagliari quello di Graziani veniva annullato. E ancora a distanza di più di 30 anni il sig. Mattei di Macerata non ha saputo dire perché. Ma in compenso l’ha fatto capire benissimo.
E’ un’annata strana. L’anno in cui ti scappa un Verona o una Sampdoria. Ad occhio e croce, squadre in senso assoluto più forti della Fiorentina non sembrano esserci. Magari squadre più robuste, più attrezzate sì. La panchina di Paulo Sousa non è lunghissima. L’inverno invece – come si è detto – è molto, molto lungo.
Sembra che il “sacco di San Siro” abbia risvegliato nei nostri patròn di Casette d’Ete emozioni che forse non sapevano nemmeno loro di avere. Bene, anzi benissimo. E’ importante che i giocatori ed i tifosi vedano in tribuna più spesso anche Diego, oltre al sempre presente Andrea Della Valle. E’ importante però che tutti vedano anche altri segnali. Al mercato estivo la famiglia ha fatto una scommessa da brividi. A quello di gennaio sarebbe bene che si andasse sul sicuro, e di livello.
Cari Andrea e Diego, se qualche vostro dirigente vi si presentasse a gennaio con la proposta di prendere un certo Fabrizio Ficini perché è un affare da plusvalenza sicura, date retta ad un vecchio tifoso: lasciate perdere. Meglio non prendere nessuno.
A tutti quanti gli aficionados viola, calma e gesso. Il gatto finché non è nel sacco può essere una belva feroce da catturare. Firmato Giovanni Trapattoni.

lunedì 28 settembre 2015

Omaggio alla Catalogna



“Chi non salta spagnolo è!”. Così si canta sulle Ramblas di Barcellona dopo la fine dello scrutinio dei risultati elettorali, un canto che risuonerà prepotente non solo in tutta la Spagna ma probabilmente in tutta Europa.
A poche ore dalla chiusura dei seggi, il parlamento regionale catalano risulta governato da una maggioranza costituita dal movimento separatista Junts Pel Sì e da quello di estrema sinistra del Cup (Candidatura d’Unitat Popular), che hanno ottenuto rispettivamente il 39,57% e l'8,21% dei voti. Per la legge elettorale catalana, è un 48% dei voti scarso che vale comunque 72 seggi alle Cortes locali, abbondantemente la maggioranza assoluta.
Non avendo potuto ottenere di poter tenere il referendum consultivo sulla separazione dalla Spagna sulla falsariga di quanto fecero un anno fa gli scozzesi in Gran Bretagna, i catalani si sono riversati in massa alle urne per dare a questa consultazione politico-amministrativa un significato analogo a quello del referendum stesso. E adesso gli avversari dell’unione con lo stato centrale iberico gridano in direzione di Madrid le loro intenzioni. 
«Dedicato allo Stato spagnolo. Senza rancore, adios!», twitta Antonio Banos leader dei secessionisti del Cup. Di tenore più o meno equivalente i commenti di Artur Mas, presidente uscente della Catalogna e leader del Junts Pel Sì. In realtà la costituzione spagnola non prevede la messa in atto di qualsiasi meccanismo che porti alla secessione di una delle sue componenti territoriali ed etniche. Tuttavia è indubbio che il voto di Barcellona e dintorni risuoni come uno schiaffo in faccia al paese di cui Felipe di Borbone ha assunto la corona lo scorso anno succedendo al padre Juan Carlos. Ed al suo premier Rajoy che aveva fatto della campagna per il NO all’indipendenza catalana una battaglia di bandiera.
La Catalogna ha una lunga storia di aspirazioni indipendentistiche e di antagonismo con la capitale Madrid, che raggiunse il suo culmine durante la Guerra Civile, allorché Barcellona divenne il simbolo della resistenza al Franchismo trionfante e l’ultimo baluardo della repubblica spagnola a cadere. Lo stato spagnolo sorto dall’unificazione della penisola iberica operata da Castiglia ed Aragona al tempo della reconquista della stessa dai Mori ha per forza di cose storicamente osteggiato queste aspirazioni, che sono rimaste a covare fatalmente come brace sotto la cenere. Finché il referendum scozzese non ha ravvivato queste braci facendole nuovamente divampare.
Artur Mas presidente della Catalogna
Barcellona è inoltre il motore culturale ed industriale del paese. Una ipotesi secessionista è vista in prospettiva come drammatica dagli altri spagnoli, che preferiscono puntare in queste ore l’accento sul dato puramente statistico: il restante 52% dei votanti (circa il 76% degli aventi diritto, un dato invidiabile da parte del resto d’Europa che la dice lunga su quanto fosse sentita questa consultazione elettorale), astenuti compresi, non si è di fatto espresso a favore della secessione.
In attesa di vedere quali saranno gli sviluppi interni alla Spagna (considerata anche la presenza di un’altra etnia che scalpita per aver riconosciuta da sempre una autonomia la più grande possibile, i Baschi), è interessante adesso considerare che dopo aver visto gli scozzesi ripiegare i loro vessilli a Bannockburn, i movimenti autonomisti e federalisti di tutta Europa, a cominciare dalla Lega Nord italiana, hanno l’occasione di rialzare di nuovo la testa, con lo sguardo puntato a quello che succede tra Barcellona e Bilbao. In un momento in cui, da Wolfsburg a Bruxelles ad Atene, l’Europa – questa Europa - appare sempre di più una insopportabile matrigna.

DIARIO VIOLA: Fiamme viola su San Siro



C’è una luna viola nel cielo di Milano stanotte. La sua ombra si allunga su tutta l’Italia. Dalle 22,30 la Fiorentina è capolista del campionato di calcio italiano. Non succedeva dal 21 febbraio 1999, quando la Fiorentina del Trap salutò il primato che aveva difeso per tutto l’inverno accompagnando in infermeria Batistuta ed al carnevale Edmundo.
Non era mai successo nell’era Della Valle. Forse è per questo che Andrea in tribuna sembrava quasi più preoccupato della responsabilità piovutagli sulle spalle che contento del regalo fattogli dai suoi giocatori in occasione del suo cinquantesimo compleanno. Del fratello Diego, dopo il provvidenziale – come sempre, a quanto pare – “discorso alle truppe”, nessuna traccia. Meglio così, tra le due proprietà, quella nerazzurra e quella viola, non corre da tempo buon sangue, e non certo per colpa del consigliere Panerai.
La Fiorentina balza in testa alla classifica della Serie A schiantando l’Inter a domicilio. E’ una vittoria clamorosa, del tutto diversa da quella dell’anno scorso, ottenuta con una prestazione epica da calcio pionieristico. I viola di Montella in nove contro undici resistettero alle rabbiose folate interiste e portarono a casa una vittoria di misura preziosissima malgrado la sfortuna ed il clamoroso errore dell’allenatore che esaurì i cambi con un suo giocatore a terra infortunato.
Stavolta i viola di Paulo Sousa mettono sotto i più blasonati – e gettonati – avversari nascondendo loro la palla per ottanta minuti su novanta, irridendoli con un possesso palla di cui non li si riteneva più capaci e mettendo a segno quattro reti nella Scala del Calcio. Anche questo non succedeva da una vita. Era il 7 maggio 2000, due gol di Enrico Chiesa, uno di Bressan e uno di Batistuta (che di lì a poco avrebbe salutato la maglia viola) schiantarono l’Inter del giovane Moratti ed i suoi sogni di gloria.
Più che la partita perfetta, la Fiorentina viene a Milano a disputare la partita della vita. La partita del secolo, giocata a ritmi tutto sommato compassati e con la consapevolezza che stasera tutto le va bene, ogni pallone che tocca diventa d’oro. Mentre agli avversari, i nerazzurri di quest’Inter che doveva già spaccare il mondo a furor di popolo (e di mass media), non ne va bene una. Sia sfortuna o pochezza di un centrocampo mai così miserrimo da queste parti lo dirà il futuro.
La Fiorentina ringrazia la buona sorte, ma va anche a cercarsela. In partenza beneficia del forfait di Jovetic, che non è cosa da poco se è vero che dei quindici punti interisti Jo-Jo ne ha procurati da solo almeno la metà. Doveva essere anche una partita, quella dei viola, contro il proprio passato recente. Oltre a Jovetic, si sono accasati qui a Milano sulla sponda nerazzurra anche Llajic e Felipe Melo. Del serbo non c’è traccia, ed è abbastanza incomprensibile vista la scarsa qualità della linea centrale nerazzurra. Il brasiliano invece ad ogni pallone che tocca stasera riporta alla memoria il più grande colpo di mercato di Pantaleo Corvino. Venderlo alla Juve per 25 milioni fu un affare irripetibile, che risarcì la società viola dell’altro subito in negativo allorché il diesse militava nel natìo Lecce ed appioppò ai Della Valle un altrettanto incomprensibile Valerji Bojinov.
La Fiorentina beneficia stasera anche della particolare attenzione posta a quanto accade sul terreno di gioco da parte dell’arbitro Antonio Damato. Della federazione di Bari, ed anche – notoriamente – dell’Inter Club di Barletta. Il fischietto pugliese vuole allontanare da sé ogni ombra di sospetto (dopo gli incresciosi precedenti di un paio di anni fa), e non ha esitazione a concedere un rigore alla Fiorentina già al secondo minuto per atterramento di Kalinic da parte di un Handanovic in serata tutt’altro che di grazia.
Accade che contro la muscolare ma poco agile retroguardia nerazzurra Sousa scelga di mandare il veloce e tecnico Kalinic piuttosto che un Babacar destinato a fare pericolosamente a sportellate. Nello stadio che fu di Roberto Boninsegna, il croato aggredisce la prima palla utile destinata al portiere avversario e ne tira fuori di rapina il vantaggio per la sua squadra manco fosse il Bonimba dei tempi migliori. Handanovic si avvede all’ultimo momento del pericolo e stende l’attaccante con una ginocchiata plateale. Solo i supporters nerazzurri possono avere dubbi su questo rigore. Banti sulla linea di porta segnala il fallo, Damato concede il penalty senza battere ciglio.
Va a batterlo l’altro eroe ritrovato, che stasera è destinato alla consacrazione. Josip Ilicic trasforma la massima punizione con freddezza, e da quel momento se la gioca alla grande, manco fosse diventato Andres Iniesta. Un vero orchestrale di talento nella Scala del Calcio. L’Inter scopre che la partita in cui doveva fare un sol boccone dei parvenues avversari si è complicata maledettamente. Ilicic e Borja Valero stasera suonano i loro strumenti da Dio. Badelj e Vecino tengono il tempo come non mai. La squadra funziona ad orologio. E di questa Inter arruffona e con il sangue agli occhi non ha pietà.
Al quarto d’ora Handanovic smanaccia un gran tiro di Ilicic. E’ un mezzo miracolo, ma l’altro mezzo non si compie. La palla ricadrebbe in porta da sola, ma Nikola Kalinic sente che è la sua serata – per entrare subito nella storia e nel cuore dei suoi tifosi -  e la ribatte in rete. Due a zero, Fiorentina al comando e tifosi viola che si stropicciano gli occhi. E’ valsa la pena aspettare mezza vita per assistere a quello che sta succedendo.
L’Inter non la becca proprio, la Fiorentina sembra tornata quella del momento d’oro di Montella, con in più una velocità d’esecuzione ed una cattiveria offensiva che il tecnico di Pomigliano d’Arco non era mai riuscito a trasmetterle. Passano altri cinque minuti e uno spettacolare Alonso si beve Santon sulla fascia e va a crossare a centro area micidiale come la lama di un rasoio. Il nostro Boninsegna si chiama ancora Kalinic, la deviazione sottoporta è splendida, altrettanto micidiale. Di quelle che chiudono ogni discorso ed aprono scenari assolutamente nuovi.
Partita per giocare lo scontro al vertice della Serie A, la Fiorentina si ritrova a giocare una partitella settimanale. Un po’ come successe l’anno scorso all’Olimpico contro la Roma in Europa League, i ragazzi in viola sembrano poter fare quello che vogliono degli avversari, poter far loro male ogni volta che affondano. E infatti, passano pochi altri minuti e Miranda deve stendere ancora Kalinic lanciato a rete. Fallo da ultimo uomo in chiara occasione da rete, rosso diretto, buonanotte Inter.
In undici contro dieci, la mission della Fiorentina diventa quella di mantenere la concentrazione, visto che il primo posto in classifica ormai è fuori discussione. Lo dimostra chiaramente Tatarusanu, inoperoso per tutta la partita tranne che su un retropassaggio che per poco non riesce a trasformare con abile tocco in un madornale autogol. Ma Sousa dev’essere un discreto motivatore, perché da quel momento i suoi giocatori non sbagliano più niente, ma proprio più niente.
Per tutta la ripresa nascondono il pallone ad avversari che dire frastornati è dire poco. Il gol di Icardi che sugli sviluppi di un calcio di punizione accorcia le distanze è assolutamente episodico, e viene seguito da quindici minuti di possesso palla viola pressoché totale. Finché alla mezz’ora Kalinic fa quattro, avviando una triangolazione con l’ottimo e generoso Ilicic, che gliela rende sotto porta in maniera tale da non potersi sbagliare.
Pur non affondando i colpi, la Fiorentina potrebbe segnarne altri, ma giustamente sceglie di non infierire sull’avversario, per quanto acerrimo. Finisce con Paulo Sousa che con stile sempre più british dà la mano a tutti i suoi ragazzi senza tradire la minima emozione. Soltanto un lieve sorriso sottolinea la serata in cui probabilmente entra nella storia di questa Fiorentina, facendo dimenticare chi c’è stato prima, vicino o lontano nel tempo. E con Andrea Della Valle che sembra guardare apparentemente pensieroso il campo di cui la sua Fiorentina si ritrova improvvisamente padrona.
In cielo, c’è una luna viola che splende e illumina una notte che non era così dolce per Firenze da diciassette anni circa. COMANDA FIRENZE, titolò la Gazzetta dello Sport nel 1981 quando la Fiorentina di Picchio De Sisti balzò in testa alla classifica. Anche stasera è così. Per qualche notte almeno, fateci sognare.


giovedì 24 settembre 2015

DIARIO VIOLA: Sulle ali del sogno



Nel ventunesimo secolo non era mai successo. Prandelli, Montella e compagnia bella l’avevano solo potuto sognare. La notizia del giorno è questa: la Fiorentina è seconda in classifica da sola, a tre punti dall’Inter, e domenica a San Siro si gioca il primo posto. Per ritrovarla in questa posizione bisogna riandare indietro al 1999. L’anno del Trap, di Bati che si rompe nello scontro diretto con il Milan, di Edmundo che vola al carnevale di Rio. Nell’età moderna, all’A.C.F. Fiorentina non era mai successo.
Tanta roba, da commentare. Da non sapere da che parte cominciare. Fiorentina – Bologna è il derby dell’Appennino. Una classica da sempre del calcio italiano, ed una partita carica tra l’altro di suggestioni. Precedenti a non finire, uno in particolare significativo. Era il 3 novembre 1968, quinta giornata d’andata di quel campionato, come oggi di questo. Il Bologna venne a vincere a Firenze per 3 – 1, sembrando aprire la crisi del mister argentino Bruno Pesaola (il Petisso, scomparso pochi mesi fa) e della società di Baglini che l’anno prima aveva ceduto diversi big a dirette concorrenti come Milan e Cagliari. Fu l’unica sconfitta viola di quell’annata, che si concluse con il secondo scudetto. Da allora i tifosi viola sognano non certo di ripetere il risultato di quella domenica, ma tutti quelli che ne seguirono sì.
Il Bologna si porta al Franchi alcuni ex gigliati. A cominciare dal mister Delio Rossi, che rimarrà sempre uno dei grandi punti interrogativi della nostra storia calcistica: dove sarebbe arrivato se non avesse avuto ai suoi ordini una squadra bollita e non avesse perso il controllo dei nervi durante un diverbio con Adem Llajic? Poi c’è lui, l’uomo che fa ancora discutere tutti contro tutti: Pantaleo Corvino. Passano gli anni, tre da quando se n’è andato, ma ancora una buona parte del bilancio dell’A.C.F. si regge sulle plusvalenze realizzate grazie ai suoi colpi di mercato. Chi guarda appunto ai suoi colpi, chi guarda invece ai suoi errori, entrambi clamorosi. Questa è una Fiorentina del resto che da tredici anni a questa parte divide Firenze, più che unirla come in passato. C’è poco da fare.
Per finire c’è quel Mattia Destro che è stato più volte un obbiettivo di mercato viola e non è mai arrivato. In compenso ha fatto del male alla Fiorentina ogni volta che ha potuto con varie maglie. La prima ed unica occasione del Bologna è sua, solo davanti a Tatarusanu che gli ribatte il tiro alla disperata. Grazia la Fiorentina, lui che non l’ha mai perdonata, ed è il segno principale che la serata è quella giusta e che il vento in questo momento soffia impetuoso alle spalle di Paulo Sousa e dei suoi uomini, gonfiando le vele di una barca che finora appariva bisognosa di diversi interventi da carpentiere.
Il mister portoghese dimentica le amarezze del secondo tempo di Carpi e si inventa l’ennesima formazione inedita, rimescolando le esigue carte che la società gli ha messo a disposizione. Centrocampo con Badelj e Vecino e Borja Valero trequartista dietro le punte, l’eroe di giornata Babacar e la sorpresa (ma non più tanto) Rebic. Blaszczykowski prende il posto di Bernardeschi sulla destra, e ben gliene incoglierà.
E’ una Fiorentina che se ne frega delle critiche ricevute (e che continua imperterrita a ricevere) e prova a remare controcorrente, ma non – come si è detto – controvento. La tendenza delle partite precedenti è invertita, stavolta è il primo tempo che lascia a desiderare. L’unica occasione è di Alonso che su punizione tenta di ripetere la magia riuscitagli contro il Milan. Mentre dall’altra parte Destro si fa ipnotizzare da Ciprian Tatarusanu. Di sicuro la Fiorentina starà mancando a Norberto Murara Neto più di quanto sia vero il contrario.
Nella ripresa si cambia marcia. Sousa intuisce che ci sono gli estremi per migliorare la classifica insieme alle manovre offensive, toglie un Babacar che probabilmente non ha recuperato l’infortunio di Carpi e mette dentro Kalinic. Le verticalizzazioni viola acquistano progressivamente maggiore efficacia, il centravanti croato manca di poco la deviazione vincente in diverse occasioni.
Finché al minuto 72 il destino di questa Fiorentina si compie. Cross di Rebic, che ha preso coraggio grazie al sostegno costante del Franchi, deviazione di Vecino sul secondo palo, ed ecco che l’impronunciabile arriva di gran corsa sulla destra dell’area bolognese a mettere alle spalle di Mirante. Primo gol di Blaszczykowski in serie A con la maglia viola (urge trovargli un soprannome perché qualcosa ci dice che andrà nominato spesso), seguito dieci minuti dopo dal primo gol – sempre in campionato – anche di Nikola Kalinic. Il croato arriva in corsa dalla parte sinistra e mette dentro “alla Destro” uno splendido cross di Alonso.
Finisce con la Fiorentina che fa possesso palla e pregusta il secondo posto solitario dei prossimi tre giorni. Il Torino perde con il Chievo, tra i viola e la vetta resta soltanto l’Inter, che finora ha giocato forse anche peggio di loro ma che ha vinto una partita in più.
E’ un campionato mediocre, basta poco per dominarlo, anche un gioco ancora tutto da inventare o registrare come quello delle due squadre che domenica sera si sfidano a San Siro per il primato. Non si è visto un bel calcio finora da quando Paulo Sousa è sbarcato a Firenze, ma già il mister di Viseu, Portugal, può permettersi di guardare più blasonati colleghi da sopra la spalla. Pesaola del resto nel 1968 fu criticato duramente per il suo avvio stentato e la sconfitta con i cugini d’oltre Appennino. E quella era una squadra che giocava da Dio.
Ma i brutti anatroccoli di Sousa sono già più avanti. Hai visto mai? La vita a volte fa degli scherzi talmente strani….



mercoledì 23 settembre 2015

CONTROCORRENTE: Diritto di cronaca



Mi sono preso un po’ di tempo prima di scrivere qualcosa a proposito di quel povero bambino morto sulle coste turche, di cui quasi tutti i giornali non hanno avuto vergogna di pubblicare la terribile foto. Terribile, credo, per chiunque abbia avuto un figlio non solo come fatto meramente biologico, ma anche come fatto affettivo, esistenziale. Ed anche per tutti/e coloro che non avendolo avuto sono comunque in grado di "sentire" i bambini come i cuccioli della specie, da proteggere sopra ogni altra cosa.
Mi ci è voluto del tempo per superare l’orrore, la rabbia, lo schifo, e perché no, la voglia di prendere a schiaffi tutti i giornalisti del mondo ed anche tutti coloro che hanno preso in mano quelle copie di giornali senza battere ciglio. Quelle copie immonde che ritraevano in prima pagina la foto del piccolo Aylan Kurdi ormai senza vita. Probabilmente avrei finito per non scrivere niente, se non fosse che ogni tanto sul mio account Twitter insistono a voler avere ragione alcuni partigiani del “pubblicare ad ogni costo”. Orribili creature maschi e femmine che alla fine abbassano ulteriormente l’asticella del mio self control, notoriamente non altissima.
Soprattutto sono le donne a farmi più schifo. Gli uomini faticano a diventare padri molto più di quanto le donne a diventare madri, per un fatto che è – o dovrebbe essere – squisitamente biologico. Le donne dovrebbero aver provato tutte lo stesso mio orrore, secondo me, se aspirano a meritarsi la qualifica di madri, effettive o possibili. Quelle che conosco bene per fortuna hanno reagito tutte voltando la testa da quelle immonde pagine di giornale, chiedendo a voce più o meno straziata di togliere via quella foto atroce.
Le altre, le schifose, le ho trovate tutte su internet. Cuori e cervelli secchi, prima ancora che ventri. Quel piccolo morticino doveva essere rispettato comunque, qualunque fosse stata la sua storia ed il suo aspetto. Ma come si fa a non provare anche – a torto o a ragione – quel surplus di orrore e rabbia in più dato dal fatto che Aylan, povera creaturina, era vestito in tutto e per tutto come uno dei nostri figli, e ne aveva l’aspetto? E tu, femmina o maschio immonda/o, stai lì senza battere ciglio a guardarne la foto? Perfino il rude poliziotto che lo porta via dalla sabbia fatica a non piangere, si vede benissimo, e tu bestia schifosa dibatti e disquisisci imperturbabile sul DIRITTO DI CRONACA?
Ma quale diritto! Il DIRITTO DI MORBOSITA’!!! Quello di cronaca vero ce lo sta togliendo proprio stamani il governo Renzi e nessuno tra l'altro che alzi un dito o batta un ciglio. Quell’altro, quello della foto, è stato il vecchio trucco giornalistico dello SBATTI IL MOSTRO (o in questo caso la MOSTRUOSITA’) IN PRIMA PAGINA. E non c’è stato un quotidiano che sia uno, in Italia ma credo anche all’estero, che si sia fermato davanti all’inopportunità, all’orrore della pubblicazione di quella foto.
I giornalisti sono bestie schifose, secondi solo a mamme e babbi degeneri. Qualche pollo ormai lo conosco tra loro, e posso dire che non c’è stato nessun malinteso diritto di cronaca, nessun dovere di informazione dietro quella foto maledetta su quelle maledette prime pagine. C’è stato solo il calcolo, quella foto faceva vendere di più, assecondando l’orrendo e macabro gusto di un pubblico che si meriterebbe ormai soltanto l’Armageddon, l’Apocalisse. E così è stato, tutte le copie esaurite.
Senza contare il calcolo ulteriore fatto da bestie ancora peggiori, uomini e donne politici ed aspiranti tali: quella foto avrebbe scoperchiato il vaso di Pandora dei sensi di colpa dell’Occidente e della solidarietà e carità pelose dello stesso, aprendo le porte del Continente ad una nuova invasione. Probabilmente quella decisiva, che come Adrianopoli nel 378 d.C. spazzerà via il nostro mondo e le nostre vite. Tutto per la spartizione di fondi comunitari o di fondi d’altro tipo. Tutto sulla pelle martoriata di quel povero bambino. Ed anche sulla nostra.
Ti sia lieve la terra e soffice la nuvola del Paradiso, piccolo Aylan, creaturina che meritavi di vivere e che forse sei stato fortunato a vedertelo risparmiato, almeno in un mondo come questo.

P.S. questa è la foto che avrebbe dovuto apparire su tutti i giornali

 

lunedì 21 settembre 2015

DIARIO VIOLA: Aggrappati a Babacar



Eppure bisognerà inventarsi qualcosa per ringraziare questo ragazzo senegalese di 22 anni che ha deciso anche questa partita brutta ai limiti dell’inguardabile ma fondamentale per la classifica della sua squadra. Poteva essere al terzultimo posto la Fiorentina per come ha giocato finora. E’ al terzo posto assoluto, dietro Inter e Torino e davanti a quella Roma che doveva fare sfracelli proprio grazie ad un ex viola, quel Salah che per ora almeno da un punto di vista dei gol segnati Khouma El Babacar non sta facendo affatto rimpiangere.
E’ presto per fare un monumento a questo ragazzo, i monumenti semmai si fanno a fine carriera. E’ il momento semmai piuttosto di dargli fiducia, da parte dell’allenatore e della società. Era stato appena acquistato dal Rail di Thies, la squadra del suo paese e della sua città natale, quando l’allora allenatore viola non usò mezzi termini per definire le sue potenzialità. “Da un punto di vista calcistico ha prospettive illimitate”. Cesare Prandelli non era e non è uno che si prodighi in complimenti del genere. Se lo fece allora per Khouma, c’era un motivo.
Il motivo sta arrivando adesso in tutta la sua chiarezza. Sei dei nove punti che issano la Fiorentina a vertici che il suo gioco e la sua caratura tecnica attuale sembravano rendere impossibili sono praticamente merito di questo ragazzo, che magari sembra caracollare isolato e inutile in cima all’attacco viola per intere partite e che però quando le avare trame del centrocampo alle sue spalle gli offrono una qualche mezza occasione la butta sempre dentro, cavando dal fuoco castagne difficilissime al suo allenatore.
Il turno di campionato metteva la Fiorentina di fronte ad una prova non trascendentale, a pochi giorni dalla debacle casalinga in Coppa contro il Basilea. Serviva vincere, e possibilmente convincere. Quale migliore occasione di questa neopromossa prodotta dal distretto tessile dell’Emilia, a due passi dalla Lombardia e da quella Maranello che ieri era finalmente di nuovo in festa per il trionfo a Singapore della Nazionale Rossa?
La Fiorentina aveva già regolato il Carpi in una delle tante amichevoli estive che avevano dato lustro a questa banda Sousa chiamata a non far rimpiangere (con meno risorse) la banda Montella. Era l’unico precedente tra le due squadre. L’altro risaliva alla preistoria. Era il 24 ottobre 1926, la squadra denominata A.C. Fiorentina era appena nata dalla fusione di Libertas e Club Sportivo Firenze. Nella quarta giornata del campionato di Prima Divisione dopo tre buone prestazioni iniziali fu proprio il Carpi ad infliggere ai biancorossi di Firenze (il viola sarebbe arrivato tre anni dopo) la prima sconfitta ufficiale della loro storia.
Queste suggestioni che avrebbero fatto la gioia di Giovan Battista Vico e dei suoi “corsi e ricorsi della storia” erano però lontane dalle menti di addetti ai lavori e tifosi viola, sia di quelli spintisi fino a Modena (il Carpi non avendo impianto adeguato alla serie A gioca all’Alberto Braglia stadio del capoluogo provinciale, come il Sassuolo gioca a Reggio Emilia: nella provincia emiliana l’economia corre più veloce delle sue istituzioni) sia di quelli rimasti a casa a metabolizzare sul proprio divano con l’aiuto di Sky il momento interlocutorio di questa squadra.
Se c’è una costante tra la Fiorentina di campionato e quella di coppa, è che questa squadra regge i ritmi richiesti soltanto per un tempo, il primo, durante il quale cerca di dimenticare Montella ed il suo tiki taka e di mettere in pratica gli insegnamenti del pragmatico Sousa, che vorrebbe una squadra tutta pressing e ripartenze. Appariva assai frustrato, quasi sconfortato ieri il mister portoghese nel vedere i suoi ragazzi trotterellare sia nel primo che nel secondo tempo, mantenendo difetti e ripetendo ancor più a fatica pregi delle precedenti apparizioni.
Nel primo tempo, la Fiorentina ha pur fatto vedere di essere di una categoria superiore rispetto agli avversari, pur guardandosi bene dal fare cose trascendentali. I viola sono sembrati in controllo del match, ma più incapaci del solito di imbastire trame offensive efficaci. Al loro posto, laboriose azioni che producevano sporadici tiracci di Bernardeschi (ieri apparso più volenteroso di esprimersi ai suoi livelli abituali ma ancora alle prese forse con una condizione non ottimale e/o una posizione in campo non congeniale), Giuseppe Rossi (alle prese con il lungo viaggio di ritorno verso la sua classe immensa) e Babacar (servito più o meno come veniva servito Gomez l’anno scorso, poco e male).
Finché ecco arrivare al ragazzo del Senegal la mezza palla giocabile ed eccolo tirarne fuori, pur stretto tra portiere e marcatore, una serie di batti e ribatti acrobatici, con l’ultimo tiro quasi in caduta che risulta quello buono. Quello che buca la porta di Benussi e metterebbe la Fiorentina in condizione di gestire la partita come meglio crede.
Nella ripresa invece, ecco la solita Fiorentina di questo inizio stagione. Un pallone sgonfiato, vuoi per mancanza di fiato vuoi per carenza di attitudine mentale. Sousa sempre più avvilito assiste impotente ai minuti iniziali che vedono i suoi ragazzi messi sotto dal Carpi, con Letizia che sembra Cristiano Ronaldo, Borriello che sembra diventato Karl Heinz Rummenigge ed il “nostro” Ryder Matos anche lui quasi inmarcabile da Tomovic o Roncaglia, che ad ogni intervento in area o subito fuori fanno venire i sudori freddi ai supporters ed ai compagni.
Tatarusanu deve guadagnarsi lo stipendio in almeno un paio di occasioni, la seconda delle quali coadiuvato da un Gonzalo prontamente riabilitatosi dall’infortunio di giovedi scorso. Poi, quando è lecito cominciare a “vedere le streghe” di un’altra beffa, ecco venire fuori un Borja Valero che si riavvicina al modello originale del primo anno, un Bernardeschi che se non compie giocate stratosferiche almeno tiene impegnata intelligentemente la retroguardia carpigiana, un Kalinic (entrato al posto dell’esausto Rossi) che se non vede sempre la porta almeno vede di far girare le scatole a chi lo deve marcare.
Nella fase centrale del secondo tempo, pur rimanendo al di sotto dei limiti di decenza nel gioco, la Fiorentina torna ad impegnare il Carpi nella sua metà campo. Non dura molto, ma quanto basta per spegnere le residue energie dei padroni di casa. Negli ultimi minuti, il loro forcing per pareggiare è vanificato da un Borriello boccheggiante come un pesce persico e dai limiti tecnici di squadra, più che da una capace gestione del risultato da parte dei viola. Che puntualmente infatti regalano l’occasione per far male agli avversari anche stavolta all’ultimo minuto (il novantaquattresimo), con boiata finale di quel Mario Suarez che per ora non giustifica neppure la probabile plusvalenza per la quale è stato acquistato.
Finisce bene, perché fosse finita male ieri bisognava mettersi davvero d’impegno. Quattro giornate, cinque gol fatti, altrettanti non subiti grazie al portiere, tre subiti, nove punti, terzo posto solitario in classifica. Montella al terzo posto non c’era mai salito, Prandelli forse un paio di domeniche in cinque anni. E’ proprio vero che la palla è rotonda. Avanti popolo viola.

venerdì 18 settembre 2015

ROAD TO BASEL: Comincia male la strada verso Basilea



La strada per Basilea comincia da Basilea. Non è un paradosso né un circolo vizioso, ma uno di quei giochi che la vita si diverte a fare con chi la vive. Accade che nell’urna di Nyon la Fiorentina peschi come primo avversario della nuova stagione di Europa League proprio la squadra a cui ha “sottratto” l’allenatore a giugno scorso, non appena formalizzata la rottura con Vincenzo Montella. Accade anche che la città che di quella squadra è orgogliosa sostenitrice, la terza per importanza nella Confederazione Elvetica dopo Zurigo e Ginevra, sia destinata ad essere sede ospitante dell’atto conclusivo di questa Europa League appena avviata.
La stagione passata la Fiorentina mancò l’appuntamento con l’atto conclusivo di Varsavia per aver sottovalutato un avversario in semifinale, il Siviglia, che forse non era più forte in assoluto di lei ma che sicuramente si era presentato allo scontro più fresco mentalmente e più organizzato. Era un’altra Fiorentina, peraltro, e sembra passata una vita.
La Fiorentina attuale è figlia di un calciomercato da spending review. Addetti ai lavori e addirittura pubbliche autorità si sono affannati a dipingerlo come positivo e a stigmatizzare chi tra i tifosi ha osato avanzare perplessità che peraltro la squadra nelle sue uscite ufficiali (lasciando cioè da parte il prodigioso ma poco veritiero pre-campionato) ha puntualmente autorizzato.
La squadra di Montella, a parte la presenza in essa di singoli dal tasso tecnico indiscutibilmente superiore a quello di alcuni degli attuali (all’epoca guarda caso seconde scelte), era stata giustamente accreditata nel bene e nel male di essere la succursale in Italia del calcio spagnolo, cioè della scuola che andava – e va tutt’ora – per la maggiore. Quella di Paulo Sousa, da quando il primo arbitro ha fischiato il primo calcio d’inizio della stagione 2015-16, è apparsa piuttosto una riedizione in veste più brillante (ma non troppo) di quella di Cavasin che cavalcò la tigre della panchina viola dalla C2 alla B, dalla Florentia Viola all’ACF Fiorentina nei primi tempi eroici della gestione Della Valle. Quella del “lancione a Riganò”, per intenderci.
Al posto del bomber di Lipari adesso c’è un ragazzo che viene dalla costa dalmata della Croazia, Nikola Kalinic, che ha dimostrato di essere finora l’unico valore veramente aggiunto del calciomercato 2015. Veloce nelle ripartenze che hanno dimostrato di essere l’unica arma finora in mano ai ragazzi di Sousa e tenace nella difesa della palla (il classico “fare reparto da solo” tanto in voga da queste parti dai tempi assai rimpianti di Luca Toni), ieri sera l’ex di Hajduk e Dnipro ha finalmente timbrato anche il cartellino dello score, mettendo subito in discesa la partita dei suoi compagni.
Miglior esordio non poteva sperare Paulo Sousa, con Facundo Roncaglia rifinitore alla Borja Valero e Kalinic falco da area di rigore come il miglior Gilardino. E con una difesa elvetica forse più emozionata di lui nel ritrovarsi di fronte al vecchio allenatore, quello che ha portato Basilea a festeggiare lo scudetto della Confederazione nel maggio scorso. Peccato che l’esito finale non sia stato quello che probabilmente il mister portoghese aveva probabilmente sognato nelle notti di avvicinamento a questa partita.
Diciamo la verità, nelle precedenti uscite tra Milan, Torino e Genoa spesso il risultato finale ha mascherato le vistose lacune viola: primi tempi da calcio d’antan con difesa e contropiede impreziositi dall’estro apparentemente ritrovato di alcuni vecchi e giovani “senatori” come Borja valero, Ilicic e Bernardeschi; riprese caratterizzate da cali fisici spaventosi, con i nostri eroi costretti in difese ai limiti dell’assedio senza più riuscire a ripassare quasi la metà campo avversaria.
Ieri sera l’avversario era di rango internazionale. Son finiti i tempi in cui il calcio italiano poteva guardare quello svizzero dall’alto in basso, a livello di Nazionale come di Club. Ce n’eravamo accorti già due anni fa alle prese con le Cavallette di Zurigo, che tennero per tutto un tempo, il secondo della partita di ritorno, il Franchi nell’angoscia di una possibile eliminazione dalla Coppa già al turno preliminare. Questo Basilea dal canto suo vantava già diversi colpacci messi a segno in terra inglese e almeno uno, clamoroso, all’Olimpico di Roma. Campione elvetico in carica e motivato probabilmente a dimostrare al suo ex allenatore che il progetto che valeva la pena di intraprendere era quello che si è lasciato alle spalle e non quello (assai ipotetico per ora) verso cui si è diretto rescindendo un ottimo contratto.
Per tutto un tempo il Basilea ha subito la fisicità di una Fiorentina comunque apparsa già paga del gol trovato troppo presto. Una Fiorentina molto fallosa e poco ispirata, con Ilicic e Valero ritornati a quell’apatia così consueta nella scorsa stagione ed un Mati Fernandez di pari inconsistenza. Con un Babacar troppo isolato in avanti e poco servito da un gioco ancor più avaro di quello che l’anno scorso esaltava – si fa per dire – la scarsa vena di Mario Gomez. Con un Błaszczykowski che ne ha di strada da fare per ritornare quello di Dortmund, ma si sapeva e semmai non è colpa sua.
Ma soprattutto con una difesa che non era impenetrabile quando Montella poteva schierare gente come Savic e Basanta, e che lo è ancor meno adesso che i suddetti sono stati lasciati partire senza adeguata sostituzione. Il buon Astori in campo internazionale mostra tutti i suoi limiti, infortunio a parte, e per quanto riguarda la presenza di un terzino destro di ruolo in casa viola bisogna risalire a Cristian Maggio, roba dei tempi del sovramenzionato Cavasin. Se proprio non vogliamo riandare col pensiero ad altre Fiorentine, rispolverando dalla soffitta gente come Daniele Adani.
La difesa sotto pressione e non più filtrata dal muscolare (ad autonomia ridotta) centrocampo non regge una partita intera. Se arriva un’espulsione – come nelle ultime due circostanze – è Fort Apache. Dopo Badelj ieri sera è toccato a Gonzalo Rodriguez macchiarsi di una imperdonabile (soprattutto a lui) ingenuità. A discolpa del campione argentino va detto che probabilmente ormai quando si trova al centro di una difesa decimata, sottodimensionata e con gente fuori ruolo va in ansia, malgrado si tratti di un giocatore sul limitare della categoria fuoriclasse. Purtroppo, non tutti hanno il carattere di Passarella oltre ai piedi ed alla testa. Gonzalo solitamente ci va molto vicino, ma ieri sera la sua ingenuità è costata probabilmente il match ai viola, insieme alla commozione cerebrale di Astori.
Il pareggio di Bjarnason al 71’ ha chiarito due cose, anzi tre: che lo scandinavo è più fortunato di Błaszczykowski che ha tentato lo stesso tiro sul palo vedendo però la palla schizzare via con un angolo diverso, che il portiere Sepe almeno ieri sera miracoli non è parso in grado di farne giustificando così le attuali gerarchie tra portieri, che la strenua resistenza sul Piave che aveva funzionato contro il Genoa non è bastata con avversari di rango decisamente superiore. Il gran tiro di Elneny sotto la traversa è un eurogol inferiore soltanto a quello di Florenzi al Barcellona, ma prodezza a parte la Fiorentina ieri sera appariva predestinata ad andare sott’acqua in quei minuti finali in cui non reggeva più nemmeno gli scarsi refoli d’aria che arrivavano sullo stadio da Fiesole e dintorni.
Comincia così la strada verso Basilea di questa Fiorentina post-Montella. Chissà se Paulo Sousa si sta chiedendo se ha scelto il progetto giusto. Chissà dove porterà la strada appena incominciata. La Fiorentina vista ieri sera arriverà sicuramente a Basilea per il match di ritorno, difficilmente per la finale. Di sicuro, i favori di qualsiasi pronostico non possono adesso arriderle più.


domenica 13 settembre 2015

Un sogno chiamato Coppa Davis

8 aprile 2014

L’Italia che torna in semifinale di Coppa Davis è un po’ come quell’abbigliamento che torna di moda dopo un paio di generazioni, dopo essere stato da tempo classificato come vintage ed essere stato riposto in qualche armadio, per esserne ritirato fuori in fretta e furia allorché si è visto sulla copertina di qualche rivista, annunciato come l’ultima moda della stagione in arrivo. O la vecchia racchetta del babbo capitata in mano un sacco di volte quando si mette a posto la cantina, più volte sul punto di finire a qualche robivecchi e sempre tenuta tra gli oggetti che smuovono ancora qualcosa in un angolino del cuore, che mantengono un nonsoché di prezioso. Hai visto mai che prima o poi…
L’impresa di Fabio Fognini e Andreas Seppi è arrivata quando ormai non ci speravamo più. I vecchi aficionados del tennis disperavano ormai di rivivere una giornata così, i giovani neanche sapevano finora che fosse possibile. Le donne sì, ci hanno abituato a vederle sollevare vittoriose la Federation Cup – la Davis femminile – diverse volte negli ultimi anni, ma gli uomini sembravano una razza in via di estinzione, anzi praticamente già estinta. Fognini ha giocato il match della vita contro quell’Andy Murray che aveva a sua volta riportato il tennis britannico ai fasti ormai dimenticati di Fred Perry, vincendo non solo il torneo olimpico di Londra 2012 ma anche Wimbledon e gli U.S. Open nella passata stagione. Lo scozzese in Davis aveva perso tra l’altro una volta sola, all’esordio, e poi aveva infilato 19 vittorie consecutive.
Stavolta la testa di Fabio Fognini non ha fatto i capricci, come già altre volte, e dopo un iniziale 1-3 per il ligure è stata una marcia trionfale, con il n. 8 del ranking internazionale messo in un angolo ad innervosirsi con se stesso e con il mondo, incapace di portare a casa anche un solo set. Ha completato l’impresa, che era parsa disperata dopo la sconfitta nel doppio di sabato, Andreas Seppi contro il n. 2 britannico Ward. Braccio che non trema, l’altoatesino ha portato il punto decisivo che mette in fila lo scalpo della Gran Bretagna dopo quello dell’Argentina in una stagione che potrebbe davvero essere per il tennis italiano maschile quella della rinascita.
L’Italia torna così a poter vedere la leggendaria insalatiera almeno da lontano, dopo averla tenuta in mano una volta nell’ormai lontano 1976, averla sfiorata altre sei volte ed essersi fermata prima dell’ultima curva almeno altre 10. E’ infatti l’undicesima semifinale della storia della partecipazione italiana alla Coppa Davis, cominciata nel 1922, quella che gli azzurri giocheranno a settembre in Svizzera contro il fuoriclasse in declino Roger Federer ed il suo fido compagno Stanislas Wawrinka, vincitore degli ultimi Australian Open. Pronostico abbastanza chiuso, ma come insegna proprio la sofferta vittoria degli svizzeri sul semisconosciuto Kazakhistan, nel tennis e soprattutto nella Coppa Davis i pronostici sono fatti per essere smentiti.
Un ritorno inatteso nell’élite del tennis mondiale, quello dell’Italia, dopo i lunghi anni bui seguiti alla retrocessione in serie B del 2000, un inferno sportivo da cui sembrava che il nostro paese non dovesse più riemergere. Sono passati 16 anni da quando la squadra capitanata da Paolo Bertolucci e composta da Andrea Gaudenzi, Davide Sanguinetti e Diego Nargiso trionfò in semifinale a Milwaukee contro gli U.S.A. per poi arrendersi in finale ad una delle più forti squadre svedesi di sempre, complice anche l’infortunio del nostro n. 1 Gaudenzi. Con la spalla di Andrea, se ne andò anche la buona stella azzurra. L’Italia due anni più tardi sparì dal tabellone delle nazioni che lottano per la vittoria finale, per ritornarvi soltanto undici anni dopo.
Prima ancora, la Davis italiana aveva vissuto soprattutto tre cicli vincenti. Dapprima quello di Nicola Pietrangeli (tutt’ora recordman mondiale di presenze, con 164 partecipazioni di cui 120 vittorie e “solo” 44 sconfitte), Orlando Sirola e Fausto Gardini, capaci di far tremare i mostri australiani nel 1960 e 1961. Era l’epoca del challenge round, il detentore giocava solo la finale, contro lo sfidante emerso dal tabellone ad eliminazione. Per due volte Pietrangeli & C. fecero fuori gli americani, per due volte sfiorarono il successo contro gli aussies ingiocabili di allora, Rod Laver, Roy Emerson, Tony Roche, la leggenda del tennis insomma.
Poi fu l’epopea dei Quattro Moschettieri (così chiamati perché avevano rinverdito in terra italiana i fasti di quelli francesi, Lacoste & C.). Adriano Panatta, Corrado Barazzutti, Paolo Bertolucci e Tonino Zugarelli si fermarono in semifinale nel 1974 contro il Sudafrica dell’apartheid e degli australiani naturalizzati. Vinsero l’insalatiera per la prima e unica volta a Santiago del Cile contro la squadra che rappresentava il paese di Pinochet (e malgrado polemiche a non finire). Poi per altre tre volte cedettero in finale, nel 1977 all’Australia, nel 1979 agli U.S.A. di McEnroe, nel 1980 alla Cecoslovacchia di Lendl.
Finito il ciclo dei Moschettieri, si dovette aspettare gli anni 90 per riavere una squadra capace di tenerci in corsa fino agli ultimi incontri di Coppa Davis. Nel ’96 la squadra che aveva in panchina Panatta e in campo Gaudenzi, Furlan e Nargiso si fece rimontare a Nantes da una Francia praticamente già battuta. Nel ’97 gli svedesi in casa loro si rivelarono uno scoglio troppo impervio da
superare per i pur bravi azzurri. A Milano l’anno dopo in finale chissà come sarebbe finita se Gaudenzi non si fosse strappato all’ultimo gioco del quinto set, con il servizio a disposizione per dare
il primo punto alla sua squadra.
Alla luce dei dieci e passa anni successivi, fu un bel presagio di sventura. Ma la racchetta del babbo era rimasta laggiù, in cantina, in attesa che tornasse il suo momento. E il momento è tornato, con il soldatino Corrado Barazzutti in panchina e con Fabio Fognini, Andreas Seppi e Simone Bolelli che per la prima volta dopo tanto tempo si può dire che “se la giocano contro chiunque”. E questo, per uno sport che in Italia era diventato vintage, non è affatto poco.

Il Grande Tennis

6 giugno 2010

Francesca Schiavone mi ricorda Adriano Panatta. E gli anni in cui scoprii che il Tennis era lo sport della mia vita, quello che adoravo davvero. Non il Calcio, con la sua gente becera e violenta, i "tifosi", sinonimo di malati, tipologia che non esiste in nessun altro sport, perché negli altri sport si chiamano "appassionati", termine ben più nobile.
Degli sport di squadra ho amato il Basket, perché i miei anni verdi erano gli anni d'oro del Basket italiano, e perchè ai miei tempi una squadra di Basket era soprattutto una SQUADRA. Il Calcio era già la Curva ribollente di Ultras, decerebrati che si opponevano a decerebrati provenienti da altre città. Morte civile già negli anni 70. Mi piaceva il gioco, ma detestavo la gente che ci si affollava intorno.
Poi c'era questo sport individuale. Una scuola di vita, prima ancora di uno sport. Sul campo da Tennis sei da solo, con la tua racchetta e tutta la forza che riesci a tirar fuori da dentro di te. Il carattere, i valori, la grinta, la personalità. Tutta roba che ormai negli altri sport vendi a un tanto al chilo. Nel Tennis no. E' rimasto quello di Pietrangeli, dei "gesti bianchi" di Gianni Clerici", del grande campione della mia giovinezza, quell'Adriano Panatta che quando doveva giocare io non ci dormivo la notte. Per la Davis del '79, negli Stati Uniti, feci notte bianca, e il giorno dopo ero scuro di essere interrogato a scuola. Nel '76 a Santiago Panatta & C. vincevano la prima e unica Davis italiana, io ero alla Pergola ad ascoltare un'altra fuoriclasse, Manuela Kustermann che recitava Amleto, e "maledicevo Iddio e miei parenti" per non avermi dato più forza e dire NO, stasera resto a casa,  a vedere gli azzurri....
Il Tennis era quello che mi aspettavo dalla vita. Mi piaceva giocarlo. Io da solo, con le mie forze. Dipendere da nessun altro. Costringere il braccio al colpo che l'estro nel cervello ti suggerisce. Se ce la fai bene, se no alla prossima. E alla fine la stretta di mano all'avversario. Allo stadio si picchiavano tutte le domeniche. Io sognavo uno sport dove la gente NON APPLAUDE MAI IL COLPO SBAGLIATO DI UN AVVERSARIO.
Ho visto l'epoca d'oro di Adriano Panatta. Francesca me lo ricorda tanto, soprattutto nella capacità di trasformare partite drammatiche e iniziate malissimo in apoteosi epiche. Quando la vedo giocare, mi sento più giovane, di circa 30 anni...e mi ricordo perché giocare a Tennis mi sembrava tanto bello, e l'unica strada per la vittoria vera.
C'é un motivo se a Wimbledon, all'ingresso in campo dei giocatori è trascritta la poesia di Kipling "SE". Invito tutti a rileggerla. Aiuta tanto per vivere una vita migliore.

Il cielo sopra New York è azzurro

Quando Martina Navratilova e Chris Evert giocarono la prima delle loro tante finali di un major tournament, Roberta Vinci e Flavia Pennetta non erano ancora nate. Era il 1978, il campo era il grass court di Wimbledon. L’americana era già il numero uno del tennis femminile, un mostro sacro, una specie di Borg in gonnella. La cecoslovacca, che poi sarebbe fuggita negli U.S.A. saltando una Cortina di Ferro allora ancora assai presente ed oppressiva, cominciò timidamente, per poi trovare coraggio e liberare i suoi colpi che l’avrebbero portata a vincere quel giorno ad a scalzare poi la Evert dal tetto del mondo.
Le nostre due campionesse gentilmente fornite dalla Regione Puglia non erano state neanche concepite dai genitori quando l’archetipo del loro tennis andò in scena per la prima volta. Navratilova-Evert diventarono quello che Borg-Connors o Borg-McEnroe erano per il tennis maschile. L’attaccante dai colpi spettacolari contro l’altrettanto spettacolare regolarità di un fondista che non sbaglia mai.
Prima del 1978 il tennis femminile era qualcosa che gli appassionati di tennis guardavano con sufficienza, una specie di manifestazione di contorno a grandi e piccoli tornei. Dopo quel primo scontro ed i successivi, il women’s tennis è cresciuto fino a quello spettacolo da stropicciarsi gli occhi (nulla più da invidiare all’equivalente maschile) che è andato in scena ieri sera sul campo centrale del circolo tennis di Flushing Meadows, New York, dove a partire proprio da quel fatidico 1978 vengono disputati gli U.S. Open, i campionati internazionali americani, quarta e conclusiva prova del cosiddetto Grande Slam, un campionato nel campionato che raggruppa i principali storici tornei di Australia, Francia, Gran Bretagna ed appunto Stati Uniti.
Titolo di merito quasi leggendario è vincerli tutti nello stesso anno, il cosiddetto Grande Slam, termine preso a prestito dal gioco del Bridge. L’impresa finora è riuscita tra i maschi solo a Don Budge nel 1938 ed a Rod Laver nel 1962 e 1969 e fra le donne a Maureen Connolly nel 1953, a Margaret Court Smith nel 1970 e a Steffi Graf nel 1988. Come si vede, impresa difficilissima che è stata solo sognata e mai compiuta da fior di fuoriclasse di tutte le epoche. Stava per aggiungersi all’elenco Serena Williams, quando è stata fermata in semifinale da Robertina Vinci da Taranto.
Partita senza alcun favore di pronostico al pari di tutti i colleghi azzurri maschi e femmine, Roberta ha ritrovato proprio qui sul concrete, il cemento che nel 1978 ha sostituito la vecchia, gloriosa erba di Forest Hills, la condizione fisica, la voglia di giocare e di vincere, di lasciare andare i colpi secondo il talento di cui Madre Natura l’ha dotata. La voglia di tornare ad alzare uno di quei trofei che per lei erano diventati abitudine in doppio a fianco di Sara Errani.
In questa vicenda, a Serena Williams è toccata incredibilmente la parte della malcapitata. Mentre all’amica di sempre e collega Flavia Pennetta è toccata quella della predestinata. Le troppe poche ore di distanza dalla semifinale alla finale hanno probabilmente handicappato la Vinci nei confronti dell’altra azzurra, accreditata da sempre peraltro di una maggiore solidità in campo. Flavia Pennetta ha finito per liberare sul campo colpi altrettanto spettacolari di quelli dell’amica. E nei momenti decisivi è stata lei a prevalere.
Alla fine, la standing ovation con cui lo stadio intitolato al grande Arthur Ashe le ha reso omaggio (sportivamente, malgrado la delusione patita dal pubblico americano per l’assenza dell’enfant du pays Williams), insieme alla Coppa consegnatale dalla presidentessa dell’U.S.T.A., la federazione americana, sono apparsi come due premi assolutamente meritati, fuori discussione per la brindisina. Che ha coronato con la vittoria nel torneo più importante del mondo una già splendida carriera, e che ha trovato il coraggio di annunciare nel discorso di ringraziamento che la sua carriera si conclude proprio qui, a Flushing Meadows, con la Coppa che fu di Chris Evert, Martina Navratilova, Steffi Graf, Venus e Serena Williams tra le sue mani leggermente tremanti per l’emozione.
Un’emozione che gli appassionati di tennis hanno potuto condividere con lei grazie alla sensibilità della rete televisiva Dee Jay Television, che ha tempestivamente deciso di trasmettere in chiaro le immagini del trionfo italiano a New York colmando così la consueta madornale lacuna causata dalla R.A.I., affidataria di un servizio pubblico ormai inesistente. Più che sulla presenza del Presidente del Consiglio Matteo Renzi nella tribuna dell’Arthur Ashe Stadium, doverosa se si considera il ruolo istituzionale di rappresentanza in occasione di un successo italiano all’estero prestigioso come pochi altri, sarebbe stato giusto appuntare le numerose polemiche scatenatesi in patria a margine di questo episodio proprio sul ruolo della televisione pubblica. Un ruolo disatteso una volta di più, a fronte del quale si è fatta apprezzare la sensibilità del Gruppo Mediaset, del cui pacchetto Premium Dee Jay Television fa appunto parte.
Ma tornando all’evento sportivo, parlavamo di emozione. Quella che le due nostre campionesse, due ragazze tra l’altro amiche da sempre (“abbiamo giocato contro la prima volta che forse non avevamo neanche nove anni”, ha ricordato Flavia Pennetta), hanno scaricato l’una abbracciata all’altra in mezzo al campo dopo la conclusione dell’ultimo punto. Quella che hanno saputo gestire alla grande nel simpaticissimo siparietto precedente la bella cerimonia di premiazione (a proposito, quanta suggestione nella cerimonia di apertura, con i Marines che srotolano la bandiera a stelle e strisce e la voce soul che intona God bless America…quanta suggestione e quanta invidia per un sentimento nazionale che noi non riusciamo più a ritrovare neanche in occasione di queste grandi vittorie). Quella intuita più che vista nell’abbraccio acrobatico di Flavia al fidanzato Fabio Fognini, tra l’altro autore anche lui di una grande impresa contro il “mostro sacro” Rafael Nadal.
Quella emozione, infine, che hanno inevitabilmente provato i più vecchi aficionados del tennis, per dirla con il grande maestro Gianni Clerici, a vedersi scorrere sotto gli occhi queste immagini, questi Momenti di Gloria, dopo una rincorsa durata molto più di una vita. Nei centocinquant’anni da che esiste il tennis moderno i nostri campioni e le nostre campionesse hanno solo potuto sognare di alzare questi trofei, con l’unica eccezione di Nicola Pietrangeli ed Adriano Panatta in campo maschile al Roland Garros di Parigi, e di Francesca Schiavone sempre a Parigi e adesso Flavia Pennetta in America in quello femminile.

E’ stata una lunga strada, che forse il buon sangue di questa nuova generazione di tenniste e tennisti saprà proseguire. Finché un giorno una ragazza come Flavia Pennetta o un ragazzo come il suo fidanzato Fabio Fognini riusciranno ad alzare l’ultima Coppa che manca. L’ultimo sogno che per lungo tempo è apparso impossibile. La Coppa di Wimbledon.

DIARIO VIOLA: Genova per noi

Con quella faccia un po’ così, che abbiamo noi quando giochiamo con Genova. Scomodare Paolo Conte per la terza giornata di campionato può sembrare un’eresia, eppure come sempre i grandi artisti con due versi riescono a sintetizzare stati d’animo e situazioni che altrimenti richiederebbero voluminosi trattati.
Genova per noi, è sempre sofferenza. Da tanto tempo. Forse da quella maledetta domenica in cui i viola di Giancarlo Antognoni conquistarono drammaticamente all’ultimo minuto di campionato la permanenza in serie A proprio a spese dei rossoblu di Roberto Pruzzo. Forse ancor più da quando – era l’anno di disgrazia 2002 – Leonardo Domenici sindaco pro-tempore di Firenze ed Eugenio Giani assessore allo sport (proprio lui, quello che dopo tante poltrone adesso siede su quella di Presidente del Consiglio Regionale e si distingue principalmente per dare del “gobbo” a tutti coloro si dimostrino critici verso l’attuale oggettivamente problematica gestione della maggiore società calcistica fiorentina) andarono a consegnare il titolo sportivo di Firenze al semisconosciuto Diego Della Valle, snobbando quell’Enrico Preziosi già conosciuto imprenditore del settore giocattoli ed aspirante patron del calcio che conta che aveva già posseduto il Como, ma sognava di entrare nel grande giro proprio raccogliendo le spoglie della defunta Fiorentina di Cecchi Gori.
Preziosi se la legò al dito per l’eternità, e da allora pretende che il suo Genoa, comprando il quale si consolò pochi anni dopo dello sgarbo fiorentino, quando vede viola veda rosso come i tori. Tanto più dopo quel 2009 in cui Adrian Mutu rimontò a Marassi i tre gol di Diego Milito e spense in maniera cocente le velleità di Champion’s dell’imprenditore avellinese.
Con il Genoa è guerra, in campo sono botte e spigoli acuminati, fuori sono parole al vetriolo. L’allenatore rossoblu Gasperini, ogni volta che viene a Firenze, a parte i discorsi imposta la partita su catenaccio e contropiede, botte da orbi, tutti dietro e stiamo a vedere. L’anno scorso gli andò bene, in porta aveva quel Mattia Perin che anch’egli quando vede viola diventa Lev Jascin o Rinat Dasaev. I viola sprecarono lo sprecabile, Montella impostò la partita alla sua maniera, possesso palla a girare, tiki taka. Anche Gasperini impostò la partita alla sua maniera, pedatoni, palla lunga e pedalare. Finì 0-0, e su quel brutto pareggio casalingo si impantanò l’avvio di campionato di una Fiorentina comunque brillante, ma destinata alla fine ad un quarto posto che col senno di poi qualcuno sorbì come minestra riscaldata.
Venendo al presente, i “grifoni” (che proprio in questi giorni hanno festeggiato il loro centoventesimo compleanno, la più antica società d’Italia, la prima a vincere lo scudetto, erano i tempi dei marinai inglesi alla fonda nel porto di Genova) si sono presentati a Firenze dopo una campagna acquisti moderatamente ambiziosa, con l’intento di ripetere la fortunata partita di un anno fa e di vedere di costruirci sopra qualcosa. I viola li hanno attesi dopo una campagna acquisti (si fa per dire) moderatamente avvilente, con l’intento di non impantanarsi subito di fronte ad una presunta “pari grado” come un anno fa, o peggio ancora come in quel terribile 1977-78.
Paulo Sousa era alla sua prima esperienza contro Gasperini. Credeva di potersela giocare a viso aperto, dando tra l’altro la centesima fascia da capitano della sua carriera all’ex terzino Manuel Pasqual, dando l’occasione a Giuseppe Rossi di ripresentarsi titolare al Franchi dal primo minuto. Dando ai propri tifosi la sensazione di voler giocare sempre e comunque in attacco, anche se le prime due uscite sono state, diciamo così, contraddittorie. E così ecco una linea difensiva dove ai probabili squilibri offensivi creati da Alonso e Pasqual contrappone la presenza di Tomovic ed Astori, due che comunque fermi dietro ci restano il meno possibile. Ecco un centrocampo dove Badelj e Vecino devono rompere il gioco altrui e ricostruire il proprio immediatamente, con avanti un Borja Valero trequartista avanzatissimo a ridosso delle punte. Che sono un inedito tridente Bernardeschi, Babacar, Rossi. Roba, sulla carta, da leccarsi i baffi.
Tutto bello, tutto giusto. E allora perché quella gran fatica a fare gioco nel primo tempo, e quel calo clamoroso nel secondo pari pari come contro il Milan ed a Torino, con l’aggravante oltretutto dell’espulsione di Badelj, una delle più stupide e inutili che l’intera storia del calcio ricordi?
Nella gabbia di Gasperini i viola lottano ed annaspano con cuore impavido e scarsa lucidità. Malgrado i propositi bellicosi della vigilia, il Genoa non arriva quasi mai dalle parti di Tatarusanu e mostra chiaramente di essere aggrappato solo al vecchio Pandev per le sue velleità offensive. I ragazzi di Sousa invece davanti a Lamanna, sostituto di Perin dai piedi da visita ortopedica, ci arrivano in diverse circostanze, malgrado la fatica immane a superare la trequarti difensiva genoana. Sono altrettante ciabattate, ad eccezione di un gran tiro di Babacar appena deviato sopra la traversa da un difensore rossoblu. Nkouma scalpita dalla voglia di riprendersi la maglia di centravanti titolare, e di dimostrare che i suoi gol dell’anno scorso non erano casuali.
Il problema è che nel suo spazio convergono fatalmente sia un Bernardeschi che è tutt’altro che un’ala destra, sia un Giuseppe Rossi che affronta con coraggio i pedatoni rossoblu ma trova poco spazio per i suoi micidiali cambi di direzione. Appiccicato a loro, Borja Valero si perde spesso nelle sue esitazioni, dimostrando di non essere proprio un rifinitore da limite dell’area, né tantomeno una mezza punta.
Si va al riposo interdetti. Non gioca nemmeno malaccio la Fiorentina, ma ha poco peso, ed ancor meno idee, in mezzo al campo. E questo vanifica un po’ tutto il resto. Vecino forse non vale i dodici milioni offerti dal Napoli, che forse andavano accettati al volo. Badelj non vale Pizarro, e questo si sapeva. La colpa è di chi l’ha lasciato solo lì in mezzo a fare il Pizarro.
Nella ripresa Borja arretra un po’, e finalmente nella nuova posizione comincia a giocare all’altezza del suo talento. Volano più cartellini gialli che azioni da rete. Pepito Rossi comincia a boccheggiare e Sousa fa togliere la tuta a Kalinic. Questo Genoa è da battere, per questa Fiorentina che però si sta perdendo nelle sue attuali contraddizioni. Se qualcosa deve succedere, è il momento che succeda. E’ il quarto d’ora del secondo tempo quando Borja crossa per Nkouma El Babacar, che come a Verona un anno fa si fa trovare al posto giusto. Lamanna raccoglie il pallone in fondo alla rete, la Fiorentina si dispone ad una partita molto meno angosciosa di quella fin lì disputata.
O per meglio dire, vi si disporrebbe se quel buontempone di Badelj non facesse la madre di tutte le sciocchezze, falciando – già ammonito – un avversario più o meno alla riga di centrocampo. Doveri forse ha sorvolato fino a quel momento su qualche spigolosità di troppo dei rossoblu, ma sul rosso da sventolare in faccia al croato non ha e non può avere esitazioni.
Da quel momento, al consueto calo viola che dobbiamo abituarci a considerare fisiologico in questo scorcio di stagione si somma l’uomo in meno. Ne viene fuori uno sterile ma non meno preoccupante assedio di Fort Apache da parte del Genoa, a cui non possono evidentemente porre rimedio neppure i cambi di Sousa: Kalinic per Rossi, Suarez per Babacar, l’ultimo acquisto Blaszczykoski per Borja Valero. Il polacco ha tempo di dimostrare poco se non una certa personalità in campo, coadiuvando un Bernardeschi peraltro oggi meno brillante di quello apprezzato in Nazionale nel tentativo di far trascorrere i minuti con astuzia e mestiere.
E i minuti trascorrono, compresi i cinque di recupero, senza che succeda più niente da annotare sul taccuino. L’episodio più eclatante è l’abbandono della tribuna anzitempo da parte di un Andrea Della Valle che riferiscono essere amareggiato dalle critiche che cominciano a salire verso il cielo dagli spalti di un Franchi attanagliato dalla preoccupazione di veder la Fiorentina soccombere ancora una volta.
Caro signor padrone, per fortuna la Fiorentina non soccombe alla fine, ma i suoi tifosi sono più amareggiati di lei. Che ha disfatto un giocattolo che alla fine dell’anno scorso funzionava alla grande per elargirci al suo posto un altro che francamente sembra – per ora – quello della Befana dei Poveri. Che manda in giro i suoi dirigenti a parlare di “clienti” o di “foi tifosi di Fiorentina” senza che si capisca cosa volete fare da grandi. Se ancora volete fare qualcosa.

Le sortite del presidente Giani, che di sicuro continueranno imperterrite nel tempo a venire finché ci sarà una poltrona da cui declamarle, sono una ben magra consolazione per chi voleva riformare il calcio e vincere. Ma chi si contenta, com’è noto, gode. Di inquietante, caro Della Valle, c’è solo il tempo che passa, uguale a se stesso.