venerdì 27 novembre 2015

Venti di guerra



E’ tutto scritto nelle Centuries et prophéties di Michel de Nostredame. In arte Nostradamus. Il celebre astrologo, scrittore, farmacista e speziale francese – un tuttologo insomma, come quelli che vanno di moda oggi – ha previsto la storia del Mondo fino ai giorni nostri nelle sue quartine scritte nello stile ambiguo e criptico della Sibilla Cumana (IBIS – REDIBIS – NON – MORIERIS – IN – BELLO, metti la virgola dove ti pare, dopo la seconda o la terza parola, e non puoi non indovinare, soprattutto retroattivamente).
Il chiaroveggente provenzale ha fatto la fortuna di tutti coloro che da secoli sfruttano la predisposizione umana a credere nel soprannaturale, chiamiamolo così. Le Centurie, scritte più o meno ai tempi della pace di Cateau-Chambrésis, avrebbero previsto eventi lontanissimi nel tempo come la Seconda Guerra Mondiale, la Guerra Fredda, l’11 settembre e lo scontro di civiltà fra Cristianesimo e Islam. Con annessa probabile fine del mondo stesso così come lo conosciamo.
Certo è che un po’ come succede per quei thriller ed horror televisivi che rappresentano fantasie poi abbondantemente superate dalla realtà che hanno ispirato, i fatti di cronaca sembrano confermare le predizioni dello speziale chiaroveggente con una puntualità che dà da pensare. Stai a vedere che i potenti della Terra hanno letto tutti le sue Centurie, e fanno a gara a chi si attiene più fedelmente alle loro predizioni. Nostradamus, e se non lui San Malachia o i Sacerdoti Maya, hanno messo in testa a quelli delle varie stanze dei bottoni anche le idee più balzane che altrimenti mai avrebbero avuto da soli.
Com’è noto, il veggente di Saint Remy de Provence dalla stanzetta in cui si era ritirato dopo che la peste gli aveva decimato la famiglia (evento a quanto pare da lui non previsto, ma come si sa nemo propheta in patria) aveva preconizzato che la Guerra Mondiale Finale sarebbe scoppiata in Francia per colpa della Falce di Luna e avrebbe finito per travolgere tutto il mondo moderno. Alla fine di essa, si sarebbe stabilito un lungo periodo di pace di cui però solo pochi avrebbero goduto. L’Olocausto Nucleare che abbiamo temuto per decenni come conclusione della Guerra Fredda tra le Superpotenze uscite dalla Seconda Guerra Mondiale sarebbe alla fine stato scatenato dalla Terza, scoppiata tra le due religioni che si contendono il Vecchio ed il Nuovo Mondo fin dai tempi dell’Egira.
La chiaroveggenza retroattiva fa un gran comodo per spiegare una catena di eventi ai quali in questi giorni si stenta altrimenti a trovare una logica. Sembra che ognuno degli Stati coinvolti da questo scontro di civiltà su cui si innesta un ancora più forte scontro di interessi economici abbia deciso di giocare la sua partita a carte con il Diavolo, incurante delle possibili conseguenze. Tra le quali un possibile Armageddon, che guarda caso è patrimonio culturale comune a tutte o quasi le religioni. E ci sarà un perché.
La carenza di leadership verificatasi con l’avvento di una presidenza americana tra le più deboli e inconsistenti della storia di quel paese ha lasciato campo libero alle ambizioni di capi e capetti. I mostri creati da servizi segreti per i quali si stenta ad applicare come etichetta la corrispondente parola anglosassone, Intelligence, si sono puntualmente rivoltati contro il creatore come la creatura di Frankenstein. Al Qaeda e l’Isis, se sono fenomeni genuini (del che ci siamo permessi in passato di dubitare più volte), sono fenomeni che avrebbero potuto essere evitati da una classe dirigente appena un po’ più avveduta di quella che ha in mano le sorti dell’Occidente da vent’anni almeno a questa parte.
Errori marchiani come le due Guerre del Golfo combattute con una carenza progettuale senza precedenti si sono parimenti dimostrati esiziali prima di tutto per chi li ha commessi. Anche se nessuno quanto e come la cosiddetta Primavera Araba, la Madre di tutte le Stupidaggini, messa in atto non da quella diplomazia americana a cui abbiamo sempre imputato – a volte con ragione – inesperienza e rozzezza di giudizio ma bensì dalla navigata omologa europea. Da francesi, inglesi, italiani, gente che affaccia sul bacino del Mediterraneo da millenni, che ha gestito imperi, che combatte i Mori o ci convive fin dalle origini dell’Islam.
La Siria però non è più la vittima del tentativo di esportazione di una improbabile democrazia come quelli che ci hanno portato a rimestare nel precario equilibrio tra un potere politico a volte brutale ma comunque laico e non ostile a noi come le dittature di Egitto, Libia, Tunisia, Iraq ed il loro corrispettivo religioso rappresentato da teocrati più o meno fermi a Maometto. Ad Aleppo e nelle altre zone del Medio Oriente dove si combatte, lo si fa finalmente in nome di interessi economici espliciti, non più mascherati dall’ipocrisia o dalla confusione mentale. Da una parte un mondo islamico che vive l’ennesima recrudescenza del conflitto endemico tra Sciiti e Sunniti e che cerca di indebolire drasticamente l’Occidente scaraventandogli quantità giornaliere ingestibili ed insostenibili di migranti. Dall’altra un fronte – chiamiamolo così – cristiano che si presenta all’appuntamento con le predizioni di Nostradamus ancor più variegato e frazionato di quanto era prevedibile anche da parte del più chiaroveggente dei veggenti.
La Francia di Hollande, da cui correttamente parte tutto nella fase decisiva che porta alla resa dei conti globale in Medio Oriente ed in Europa, scopre che quell’asse franco-tedesco su cui aveva riposto tante speranze le serve a poco ora che deve dare risposte ad un popolo che canta coraggiosamente la Marsigliese sotto i colpi dei kalashnikov degli attentatori ma che, svegliatosi da un lungo e colpevole torpore, si scopre costituito per almeno il 10% proprio da quei musulmani che improvvisamente sono diventati il nemico.
La Germania di Frau Merkel è ancora in ginocchio – cosa impensabile fino a questa estate – sotto i colpi inferti a Volkswagen e Deutsche Bank, i pilastri con cui pensava di reggere l’urto dei profughi trasformandolo in un nuovo boom economico tedesco. La Merkel va a bombardare a fianco di Hollande non più come il partner forte della coppia, il vero maschio, ma come il più debole dei fratelli De Rege. La signora di ferro lascia inoltre spiazzato il fedele alleato italico Matteo Renzi, che si deve inventare qualcosa per conto suo visto che da Berlino non arrivano più ordini. Bombardare senza entrare in guerra è uno sketch già usurato dal tempo. Servirà qualcos’altro, e a breve.
A proposito dell’Italia, in una recente intervista il leader russo Putin ha dichiarato che trattasi ormai di un paese che non conta più nulla, governato da persone irresponsabili che per di più nessuno ha eletto. Per fare una simile valutazione, non importava essere Nostradamus. Sicuramente al buon Vladimir deve essere più difficile capire in questi giorni cosa fare con Erdogan e la Turchia. Sono i due paesi più potenti militarmente parlando a ridosso dell’area mediorientale. Sono quelli che maggiormente agognano a riempire il vuoto di potere lasciato dagli americani, tagliandosi una fetta di Siria ed Irak in ogni caso a spese dei Curdi (che nello scacchiere internazionale recitano sempre la parte di quel membro dei Brutos che prendeva lo schiaffone e veniva lasciato a piangere). Dai tempi dello Zar e del Sultano, Russia e Turchia si prenderebbero a schiaffi tanto ma tanto volentieri. Damasco val bene una pila di cadaveri sui Dardanelli, come ai vecchi tempi?
Sassi contro l'ambasciata turca di Mosca
Difficile stabilire da che parte stare. Forse per questo tanti aspettano il trascorrere dell’ultimo anno dell’inutile presidenza di Barack Obama. Un bel presidente di destra con i capelli tagliati a spazzola renderebbe tutto più semplice. Alla peggio, la Clinton come primo presidente donna non potrebbe mai fare peggio del primo presidente di colore. Nel frattempo la C.I.A. appoggia Erdogan, cercando di trasformarlo nel nuovo Saddam Hussein, mentre Assad se la ride al vedere un Occidente di così poche idee ma in compenso confuse. L’Arabia Saudita finanzia intanto Al Qaeda e Isis sperando che indeboliscano l’Occidente, per fare la qual cosa basterà forse la prima bolletta del gas rilasciata da Putin quest’inverno.
Con tutto questo sullo sfondo, risuona per noi la inesorabile colonna sonora dei discorsi del Presidente Mattarella e dell’onorevole Boldrini. Bisogna che finiscano le violenze sulle donne. Bisogna anche che i musulmani si integrino nella nostra società. Bel problema. Avete mezz’ora di tempo per risolverlo a partire da adesso. Tra mezz’ora consegnate.

ROAD TO BASEL: Orgoglio e follia viola



A quanto pare quella di ieri sera non sarà l’ultima volta che la Fiorentina sale a Basilea in questa stagione. Almeno in linea teorica, i ragazzi viola imponendo alla capolista del girone di qualificazione questo pareggio che va addirittura stretto e che tuttavia è stato anche sofferto si sono guadagnati il diritto di proseguire lungo la strada che a maggio porterà due squadre a giocarsi l’Europa League ancora qui, a Sankt Jakob Park.
Come dice Confucio, lungo la strada due sono gli errori che si possono commettere: non cominciare e non andare fino in fondo. Negli ultimi anni la Fiorentina si è guadagnata in pianta stabile il diritto di partecipare alla competizione europea, cominciandola almeno quattro volte e fermandosi però nelle migliori occasioni appena prima dell’atto conclusivo. Quest’anno per come si era messa sembrava addirittura che arrivare in fondo fosse una chimera, che addirittura rispetto ai tempi controversi di Montella (“noi siamo questi”, ricordate?) avessimo fatto un considerevole passo indietro.
Già, Vincenzo Montella. Chissà se il tecnico di Pomigliano d’Arco alla fine non andrà riabilitato, con i suoi turnover preventivi e le sue scelte tecniche tanto repentine e drastiche da apparire a volte assolutamente azzardate. Vien fatto di pensare che quando mise fuori squadra Facundo Roncaglia dall’oggi al domani sapesse comunque il fatto suo. Stamattina è inevitabile unirsi al tormentone di giornata, quel “a Roncaglia è partito l’Embolo” che sdrammatizza opportunamente un episodio che poteva costare alla Fiorentina ben più dei due punti lasciati in Svizzera. Verrebbero in mente altre battute, tipo quella del “cervello A.B.NORME in un armadio di due metri e mezzo” che fece la fortuna del Frankenstein Junior di Mel Brooks, uno che dalla sua panchina, o meglio dalla sua sedia di regista, non ha mai sbagliato una partita.
Tira un bel sospiro di sollievo Paulo Sousa. Non solo perché esce da Sankt Jakob con un risultato che alla luce anche del pareggio tra Poznan e Belenenses gli richiede soltanto una facile vittoria nell’ultimo turno casalingo contro i portoghesi per ottenere la qualificazione (con il rischio “biscotto” scongiurato dalle possibili combinazioni di risultati rimaste). Ma anche perché questo suo ritorno sulle rive del Reno – un ritorno che a quanto è stato dato di vedere lo angustiava parecchio – si conclude con un’uscita dal campo a testa alta. Sia per lui che per la società Fussballclub Basel 1893, con la quale si era lasciato in modo non proprio idilliaco a giugno scorso, proprio per venire a Firenze.
Il mister portoghese stavolta mette in campo quelli che sa essere i migliori. Come detto più volte, gli uomini su cui può fare affidamento per “dipingere le magnifiche sorti e progressive” della Fiorentina sono 14 o 15. Tra questi, fino a ieri sera comprendeva sicuramente il prode Facundo. Dopo la gomitata galeotta ad Embolo e la squadra ridotta in dieci per più di un’ora, sarà curioso – e al limite anche preoccupante – vedere se riva all’Arno ci sarà ancora spazio per le “roncagliate”.
La Fiorentina gioca per mezz’ora una partita di spessore tecnico considerevole, dimostrando due cose: che i valori tecnici in campo parlano chiaro, la leadership del girone di Europa League – come quella del resto del campionato italiano – sarebbero sue senza discussione se solo fossero eliminati alcuni passaggi a vuoto, soprattutto casalinghi; e che attualmente non può assolutamente prescindere da tre uomini: il Borja Valero attuale, detto “mattonella” perché non gli levi il pallone dai piedi nemmeno mettendogli addosso uno come Roncaglia, il Nikola Kalinic su cui purtroppo mezza Europa sta mettendo gli occhi addosso (soprattutto quel Chelsea con cui ultimamente ci sono stati fin troppi intrecci di mercato pericolosi), il Federico Bernardeschi da Carrara, il ragazzo che gioca guardando quelle stelle che anni fa qui a Firenze furono cucite sulla maglia numero dieci e che ogni giorno che passa vede da sempre meno lontano.
Federico in questo momento è l’uomo ovunque. I suoi vent’anni non richiedono turnover di sorta, lui gioca come giocavano gli olandesi quarant’anni fa, in difesa, a centrocampo ed in attacco. E’ il calcio totale in una sola persona, e di livello tecnico notevole. Il primo gol della Fiorentina ieri sera se l’avesse segnato Messi su passaggio di Iniesta ci verrebbe riproposto in TV per secula seculorum. Invece lo segna lui su assist altrettanto splendido di Borja Valero e per un attimo ai tifosi viola venuti fino quassù ed a quelli rimasti a casa sembra di essere al Nou Camp, senza esagerazioni.
Peccato che la gioia duri poco. A Facundo parte l’Embolo. L’arbitro slovacco Ivan Kruzilak non ha motivo per graziarlo. La Fiorentina, che comunque lamenta un rigore non concesso al terzo minuto per fallo di mano, si ritrova con l’uomo in meno. Entra Nenad Tomovic per Ilicic, non è il mitico cambio Baggio-Marcheggiani di Arrigo Sacchi ai Mondiali USA 94, è un atto pressoché dovuto. E la Fiorentina sul momento non risente della perdita dello sloveno in avanti. Kalinic crea, Bernardeschi trasforma, è il 36’, 2-0 e palla al centro.
Marcia trionfale per Sousa? Serata in discesa? Macché, nemmeno per sogno. Due minuti dopo quando parte il traversone di Zuffi, Embolo e altri due suoi compagni sono in netto fuorigioco, ma arbitro e guardalinee non se ne accorgono. Sepe fa un miracolo sul fantasista camerunense naturalizzato elvetico, ma sulla ribattuta di Suchy non può niente. Finisce il primo tempo sul 2-1, ma fosse stato un 3-0 per i viola nessuno avrebbe potuto gridare allo scandalo.
La ripresa trascorre con la Legione Viola che cerca di stringere i denti resistendo alle folate del Fussballclub Basel ed alle decisioni arbitrali sempre virate al casalingo. Il fallaccio di Janko su Gonzalo in particolare dovrebbe riequilibrare le sorti numeriche del match, ma Kruzilak ha una serata come quella di Roncaglia e ignora. Alonso sfiora il 3-1 con una delle sue punizioni di quest’anno. Suchy compie fallo da ultimo uomo su Kalinic, ma resta anche lui in campo.
Un minuto dopo, il pareggio svizzero. La fortuna stasera non aiuta gli audaci, ma nemmeno i pirla recidivi. Qualcuno spieghi a Sousa (e a buona parte degli allenatori moderni) che sui calci d’angolo si tiene sempre un uomo al limite dell’area a spazzare via, evitando tiri in perfetta solitudine e comodità come quello di El Neny. Che costa alla Fiorentina, la squadra che non pareggiava mai, il secondo pareggio consecutivo, dopo quello maturato domenica scorsa grazie ad analoga prodezza dell’empolese Buchel.
Cosa fai, ti metti a sottilizzare? Portiamo a casa questo pareggio, la Fiorentina per quanto ha potuto ha giocato davvero bene, facendo fare bella figura al suo Mister e a tutta Firenze. Basta soltanto non farsi venire tentazioni di turnover tra una settimana con il Belenenses, e a febbraio saremo ancora qui, pronti a riprendere la strada che (ri)porta a Basilea. Con il Mister che non dovrà più preoccuparsi dell’accoglienza del Sankt Jakob almeno per altri sei mesi, e potrà riprendere il suo discorso tecnico - finora pregevole - con la testa sgombra. Nel frattempo qualcuno dia il sedativo, “sedadabo” o quello che è a Facundo Roncaglia.

mercoledì 25 novembre 2015

CONTROCORRENTE: Francesco giullare di quale Dio?



E parliamo finalmente di Papa Francesco. E che Dio ce la mandi buona. Perché ho idea che nella avanzata e laica società italiana di oggi c’è un ritorno di fiamma di misticismo clerico-medioevale secondo cui il Papa è tornato infallibile come nemmeno ai tempi di Pio IX. Del Papa non se ne parla, se non più che bene.
Quando fu eletto, scrissi contro le ricostruzioni ingenerose e faziose del suo passato. Di uomo e di prelato che era venuto a patti con la feroce dittatura di Videla nel suo paese, l’Argentina dei desaparecidos. Erano critiche ingenerose, e come si è visto poi anche infondate. Francesco – inteso come il Santo da cui padre Bergoglio prese il suo nome da Pontefice -  parlava con i lupi, con il Sultano e con tutto ciò che terrorizzava l’uomo della sua epoca. Francesco non aveva paura, né si tirava indietro dal compiere qualsiasi gesto, anche il più trasgressivo, se ne veniva un bene per la sua comunità e per i poveri che assisteva. Come forse il suo epigono di ottocento anni dopo, Francesco forse così facendo salvò delle vite. E chi salva una vita….
Da allora, confesso che io Papa Francesco non ho più saputo come prenderlo. E’ uno di quelli che resterà nella Storia della Chiesa come rivoluzionario. Come Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II. Non c’è parola tra le moltissime che ha pronunciato in questi due anni e più di pontificato, ed in apparenza non c’è gesto tra quelli da lui compiuti, che non si ponga come di rottura con l’establishment bimillenario di una Ecclesia che non si ricorda più probabilmente nemmeno su quale “pietra” è stata fondata e perché. E nello stesso tempo come di speranza per molti che sono disposti a dare a questa Chiesa un’ultima chance di cambiare. Di assomigliare finalmente a quella di Cristo, di San Francesco, di chi si spogliava dei suoi averi per darli ai bisognosi, non allo IOR.
Ma alle parole che cosa è seguito? Qui la questione si fa spinosa, e il Santo Padre mi sembra tanto assomigliare a Barack Obama, finora indiscussa icona mondiale delle delusioni cocenti.
Non siamo nessuno per giudicare gli omosessuali, dice, ma intanto il Sinodo ancora sta a discutere se possono comunicarsi, far parte della comunità cristiana. Se è per codesto c’è il dubbio ancora per i divorziati. La Chiesa poi deve assomigliare a Cristo, ma sui conti dello IOR ancora non riesce a metterci le mani nessuno, Papa compreso. Il suo predecessore Luciani durò un mese. Sarà un caso ma aveva preso di petto proprio la questione della Banca Vaticana, come prima cosa. Adesso invece siamo a Vatileaks, con un processo da Santa Inquisizione dove gli imputati non hanno diritti né civili né politici. Ma del resto, a Città del Vaticano chi ne ha?
Poi c’è l’Islam. La madre di tutte le questioni. I sicari di Maometto infilano una strage dietro l’altra, da Charlie Hebdo al Bataclan. Papa Bergoglio ha un umorismo tutto sudamericano, ma non credo che il suo Santo eponimo, che pure era un cantastorie capace di poesia altissima quando voleva, se ne uscisse con frasi tipo “se uno mi offende la mamma si merita un pugno”. A chiunque altro avremmo fatto notare fin da subito che la sua battuta era stata infelice. Ma del Papa non se ne parla, se non più che bene.
Ognuno giudichi secondo il proprio gusto. C’è chi ritiene che in questo frangente servirebbe più un Urbano II che un Francesco I. O sarebbe forse bastato convincere Ratzinger a rimanere al suo posto. Se invece non è più tempo di brandire la Croce Rossa sulla veste bianca, che almeno non si trascenda in un giustificazionismo latente del modo tutto islamico di intendere il dialogo tra le fedi. Gli uomini di Charlie Hebdo non avevano offeso nessuno, secondo standards di civiltà minima. E alla fine comunque il pugno l’ha preso Valeria Solesin.
Ma la madre di tutte le “fallibilità” papali è ormai alle porte. Poche decisioni del Santo Soglio appaiono improvvide come questo Giubileo Straordinario che si aprirà a breve assieme alla Porta Santa. Non tanto perché secondo l’accezione da Opus Dei del Concordato con lo Stato Italiano tipica del nostro attuale governo l’intera spesa e l’intero onere organizzativo o quasi dell’anno di celebrazioni ricadranno sulle spalle della nostra Repubblica (con tutto quello che ne segue, nella Capitale sotto attacco di varie Mafie e anche nel resto del territorio nazionale), ma soprattutto perché ciò che accadrà in Piazza San Pietro e dintorni sarà per lungo tempo la cornice ideale per lo scatenamento di quell’Armageddon cristiano auspicato (e forse già organizzato) dai veri credenti indottrinati dal Corano.
Speriamo che Francesco non resti davvero nella storia non solo della Chiesa che governa come il Papa dell’Apocalisse di Nostradamus (nel resto del mondo intanto molti si stanno dando da fare per far avverare le predizioni dell’astrologo francese). Una cosa è certa: Francesco – quello vero, quello Santo – qualche dubbio su questa kermesse che va a cominciare in Vaticano e sulle vite che metterà in gioco ce l’avrebbe avuto. E forse perfino il teorico dell’infallibilità papale, Giovanni Maria Mastai Ferretti conosciuto come Pio IX, qualche ripensamento a questo punto lo avrebbe avuto.

CONTROCORRENTE: I testi sacri non sono tutti uguali



Mi dispiace, perché solitamente Corrado Augias è uno studioso pregevole di cose sacre e di spiritualità. Ma ieri sera a Ballarò ha detto una fila di sciocchezze. “Nei testi sacri, in tutti, si trova di tutto”.
No, caro Augias. Non in tutti. Non di tutto. Personalmente sono di quelli che prenderebbero tutte e tre le cosiddette religioni monoteistiche e  le butterei in fondo al mare, come disse una volta nientemeno (e non a caso) Mustafa Kemal Ataturk. Il mondo sarebbe sicuramente migliore, come suggeriva John Lennon. Sicuramente non peggiore, come lo era quello Greco-Romano, dove la gente almeno non aveva la pretesa di ammazzarsi per colpa e causa degli Dei.
Ma se vogliamo discutere di testi sacri, caro Augias, nel Vangelo non c’è niente di paragonabile agli inviti alle stragi di “infedeli” di cui pullula il Corano. Cristo non dice mai “uccideteli tutti, ovunque siano”. Né per quanto né sappiamo lo pensa neanche. Queste sono cose che semmai si ritrovano nel Vecchio Testamento, la Bibbia, scritta in un’epoca in cui l’uomo era appena uscito dalla preistoria.
Non conosco la Torah, ma dal poco che so neanche nel corpus dottrinale ebraico esiste una spinta allo sterminio di tutti coloro che praticano confessioni religiose diverse. Di sicuro non era questo il messaggio di Gesu Cristo, capo carismatico di una delle tante comunità giudaiche di cosiddetti Esseni, sorta di socialisti utopistici – quasi comunisti – ante litteram. Gente che ambiva a riformare la società ebraico-palestinese degli ultimi secoli prima di Cristo in senso più egualitario e più giusto sempre e comunque con la forza dell’esempio, mai con quella delle armi.
Quando Cristo dice – come cita Augias a sorprendente sproposito – “sono venuto a portare la spada”, è perché è ben cosciente di quelle che saranno le conseguenze della sua predicazione. La reazione violenta ci sarà, inevitabile, ma da parte delle autorità politiche e religiose ufficiali, non da parte dei suoi Apostoli o discepoli. Le uniche scene di violenza presenti nei Vangeli – a parte la Flagellazione e la Crocefissione – sono quelle della cacciata dei mercanti dal Tempio (una legittima incavolatura d’istinto, che rende Cristo semmai più umano e apprezzabile ai nostri occhi) e il tentativo dell’Apostolo Pietro di resistere all’arresto di Gesu nell’Orto dei Getsemani, quando estrae la spada e taglia l’orecchio al servo del Sommo Sacerdote Caifa. Un tentativo che Cristo blocca sul nascere: “Rimetti la spada nel fodero, Pietro; non devo forse bere il calice che il Padre mi ha dato?”.
Come ha detto qualcuno, Cristo si fa crocifiggere senza reagire, e questo fa la differenza tra lui e tutti gli altri fondatori di religioni, nei secoli dei secoli. Nel Corano invece si percepisce, si sente quasi musicalmente il tintinnare delle scimitarre ad ogni versetto. Bella differenza. Non è l’unica peraltro.
Il Cristianesimo ha sulla coscienza attraverso i secoli le stesse vittime dell’Islam, almeno fino a duecento anni fa circa. Ma intanto sulla predicazione di Cristo, su quello che viene chiamato il suo Verbo, si è innestata la contraffazione cattolica operata da San Paolo, che sfila di mano agli Apostoli i Vangeli, approva e fa pubblicare solo quelli scritti come vuole lui e nasconde o distrugge gli altri. La Chiesa che nasce fondata su Pietro è ben diversa dalla Comunità di Esseni in cui Cristo voleva trasformare il mondo. E’ una Chiesa che una volta stabilitasi a Roma ed ereditatone l’Impero usa la spada quanto e come l’Islam.
Ma Cristo porge l’altra guancia, Maometto invece non lo fa mai. Maometto uccide personalmente e comanda di uccidere. Tutti quanti, finché il mondo così decimato non sarà diventato la Casa dell’Islam. Il suo verbo è questo, e nient’altro.
Cristo è un primus inter pares di una Comunità di eguali. Non a caso quando i Protestanti riscoprono il suo messaggio originale, ciò coincide più o meno con la nascita della democrazia e della libertà nel mondo moderno occidentale. Laicismo e libero arbitrio sono valori in origine cristiani, che ci piaccia o no (date a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio). La società civile deve combattere duramente la sua stessa Chiesa Cattolica per affermarsi, ma può farlo anche perché Gesu Cristo ha detto lei come fare.
Nell’Islam non c’è niente di tutto questo. Una Teocrazia immutabile che non ha dentro di sé i germi del cambiamento, e non prevede né dialogo né tolleranza con chi si discosta anche minimamente dalle parole del Profeta.
No, caro Augias. Nei testi sacri, nei nostri almeno, c’è molto di più di ciò che serve a riempire una puntata di Ballarò. Compresa la libertà di prenderli e gettarli in fondo al mare. Come il più illuminato di tutti i musulmani, l’uomo che abolì il Califfato dopo 1.500 anni, suggerì di fare.

DIARIO VIOLA: Turnover, chi era costui?



 “Nel corrente utilizzo giornalistico e popolare, si definisce derby una partita di calcio giocata tra due squadre della stessa città. Per estensione, il termine derby può poi venire utilizzato per riferirsi ad un incontro molto sentito fra squadre con accese rivalità agonistiche o che appartengono a una comune entità geografica” (cfr. Wikipedia).
Tralasciando approfondimenti storici che rimandano all’origine del termine (mutuato nientemeno che dall’ippica, ma crediamo che stamattina nessuno dei nostri lettori abbia voglia di appassionarsi alle vicende di Edward Stanley, dodicesimo Conte di Derby), basti qui dire che nel corso di una stagione una squadra di calcio di questi incontri “molto sentiti” ne gioca diversi.
Non fa eccezione la nostra Fiorentina, che nella realtà della regione di cui Firenze è capoluogo deve far fronte alla gestione di tante rivalità quante sono le città e cittadine dotate di squadra di calcio presenti sul territorio. Più che di Derby sarebbe comunque lecito parlare di “campanile”, suona più nostrano e rende meglio l’idea.
Non fa eccezione Empoli, periferia di lusso della provincia di Firenze, che con buona pace delle recenti innovazioni istituzionali e amministrative stenta a vedere nel capoluogo il cuore di una città metropolitana comune, ma piuttosto nutre verso di esso sentimenti ambivalenti. Amore poco (crediamo), odio nessuno (speriamo), rivalità tantissima (è un dato di fatto).
Insomma, per farla breve visto che siamo a commentare un pareggio casalingo che costa alla squadra viola il primato in classifica, quell’essere capolista che aveva ridestato – o destato per la prima volta – sensazioni nuove del tutto dimenticate o sconosciute nei suoi tifosi, l’Empoli viene, è sempre venuto e verrà sempre a Firenze a fare la partita della vita. Ed a giocarsela alla morte.
E’ un dato di fatto costante, così come è o dovrebbe essere l’altro secondo cui dei baldi giovani sufficientemente allenati di vent’anni o poco più se non reggono loro tre partite ad alto (ma non ancora altissimo) livello ad inizio stagione vorremmo tanto sapere al mondo chi le regge. Ora, un’altra parola per cui bisognerebbe ricorrere a Wikipedia (almeno per sapere chi l’ha inventata e con chi rifarsela) è turnover. Quella pratica invalsa nel calcio italiano secondo cui se giochi domenica poi non giochi giovedi All’estero tutti corrono come dannati per quasi dieci mesi su dodici, la rosa dei titolari effettivi per l’intera stagione si aggira mediamente intorno alle 14 unità, qui da noi no. Non sia mai, non puoi farti Empoli e Basilea una dietro l’altra. Ci vuole la panchina lunga.
Mi rendo conto che l’ho presa larga, ma commentare questo 2-2 casalingo tra Fiorentina ed Empoli è dura. Anche perché rischia di diventare come la Corrazzata Potemkim per Fantozzi: una boiata pazzesca. Quei due punti persi che alla fine non vorremmo trovarci a dover rimpiangere per nessun motivo al mondo. Paulo Sousa non è uno che segue le mode, né uno che ha paura di chiedere ai suoi il massimo, ed anche qualcosa di più. Non solo, ma ormai è sulla panchina viola da oltre tre mesi e qualche esperienza, in positivo e in negativo, ormai se la sarà fatta. Qualche gerarchia di valori tecnici se la deve essere formata nella mente. E allora perché questo turnover, rivelatosi alla prova dei fatti più dannoso della grandine? Che lascia a fare la capolista un’Inter utilitaristica che non è parsa proprio avere qualcosa in più di questa Fiorentina, se non una estrema concretezza? Che ci ritira addosso un Napoli Higuain-dipendente finché si vuole, ma a cui al momento non si può concedere vantaggi, mentre già nello specchietto retrovisore cominciano ad apparire in lontananza quei colori bianconeri che quest’anno sembravano fuori gioco, attardati in fondo al gruppo degli inseguitori in netto ritardo?
Diciamo la verità, avesse commesso questo errore quel Vincenzo Montella che abbiamo definitivamente salutato in settimana dopo il suo approdo a Genova non gli sarebbe stato risparmiato nulla di nulla. Il suo successore Paulo Sousa è ancora – e giustamente – in luna di miele con addetti ai lavori e tifosi, e pertanto secondo costume gli si perdona tutto. Anche se questo pareggio con l’Empoli rischia di rivelarsi più funesto della sconfitta interna con il Verona l’anno scorso. Quest’anno del resto ci si gioca molto di più, a detta anche dei patron Della valle, ieri spettatori interessati ed appassionati del derby toscano.
Probabilmente questo match infrasettimanale nella sua città di provenienza, oltre che essere decisivo per il prosieguo della sua squadra in Europa League, provoca delle turbative psicologiche aggiuntive nel mister portoghese. A Basilea Sousa non vuole sfigurare, prima ancora che perdere, e si può capire. Ecco perché lascia fuori un Bernardeschi in grande spolvero e mette in campo un Rebic che definire imbarazzante è un complimento, preferisce a Badelj un Mati Fernandez che non fa altro che pesticciare i piedi a Borja Valero, il quale deve giustamente andare a liberarsi della sua marcatura prima ancora che di quella degli avversari empolesi. Ma soprattutto, con il rientrante Alonso ancora a scartamento ridotto sulla fascia, affida il cuore del centrocampo ad un Suarez che per quanto apparso in ripresa ancora non può reggerne il peso, e quello dell’attacco ad un solitario Babacar che non potrebbe farcela anche se fosse meno indolente e indisponente di quello che – purtroppo –conferma di essere.
Basta un quarto d’ora di un Kalinic ai suoi consueti livelli per regolare la pratica Empoli. Peccato che nel primo tempo in campo – contro la Fiorentina B – ci sia stato appunto solo l’Empoli che ne ha fatti due e ne poteva fare anche tre. Sì, perché se è vero che le partite vengono decise dagli episodi, il primo gol di Livaja sarà anche partito dal fuorigioco, il secondo di Bouchel sarà anche un tiro della domenica, ma su Saponara c’è un rigore di Astori abbastanza netto. E allora lasciamo stare l’arbitro Banti, le partite vengono decise dai giocatori buoni e dallo spirito con cui vengono mandati in campo. Con Kalinic e Benardeschi dall’inizio la Fiorentina oggi sarebbe ancora capolista (lo sarebbe comunque se la traversa non dicesse no alla tripletta del croato) e partirebbe per Basilea con ben altro spirito. Il resto son discorsi.
A fine partita Sousa ammette il suo errore di formazione. Grazie Paulo, ma per una volta non ci basta. Proprio tu ci stai abituando a guardare oltre, fino in fondo, fino a quello che può esserci al termine di questa stagione in termini di risultato finale e di oggettistica da alzare al cielo. Hai voglia a dire che fai le omelettes con le uova che ti danno. Avrai capito che non tutte le uova che ti hanno dato sono pregiate allo stesso modo, alcune ti fanno mangiare da re anche con una semplice frittata, altre sono puramente decorative. Ed in ogni caso siamo in uno di quei momenti della stagione in cui è meglio mettere in campo coloro con i quali si va sul sicuro.
E’ il momento in cui bisognerebbe provare ad allungare, sfruttando anche un calendario non proibitivo. E invece siamo sempre lì, intruppati con squadre che a differenza della Fiorentina non regalano nulla. Sarà bene stare attenti a come l’Ospedale Meyer spenderà la generosa donazione fattagli dai Della Valle la settimana scorsa, ma anche a come verrà gestito il capitale accumulato in queste tredici giornate di campionato.
Caro Paulo, giocati pure il tuo amarcord a Basilea, se va bene siamo i primi ad esserne felici. Poi a Sassuolo c’è un altro “derby”, contro un’altra provinciale da non sottovalutare e che invece sarà facilissimo sottovalutare.
Scuse accettate, per l’amor di Dio. Ma che non risucceda più.

CONTROCORRENTE SPECIALE COPPA DAVIS



Figuraccia della Roma a Barcellona. Non ce n’era proprio bisogno di questo ennesimo schiaffo rimediato dal calcio italiano da parte di quello spagnolo (senza estendere il discorso ad altri sport, per non andare fuori tema). Certo che se vai in questo momento in casa di Messi & C. con la pretesa di giocare a viso aperto e con spavalderia è chiaro che ti fai male. Così come l’anno scorso a Monaco di baviera.
Rudy Garcia è un allenatore dall’intelligenza inversamente proporzionale alla presuntuosità ed all’arroganza. Altrimenti, con i giocatori che ha avuto a disposizione, qualcosa avrebbe pur vinto. Invece ha preso 13 gol in due trasferte in casa delle migliori d’Europa (e del mondo). A Monaco e Barcellona è facile perdere, ma prenderne così tanti riesce sempre e soltanto alla Roma. Qualcosa vorrà pur dire. Aggiungo che è inutile fare la corsa allo spasimo tutti gli anni per qualificarsi alla Champion’s per poi fare queste figure. Inutile e dannoso.
Detto tutto ciò, i primi due gol del Barcellona sono in netto fuorigioco. Anche di questi arbitraggi non dovrebbe esserci più bisogno, per un calcio moderno ormai in grossa crisi di credibilità. E’ inutile mettere sotto processo Blatter e Platini (con sacrosanta ragione, per carità) se poi il sistema comunque continua a consentire alle foche ammaestrate blaugrana (brave quanto si vuole, ma oscenamente tutelate in questi anni da quel sistema) di fare quello che vogliono sempre e comunque.
La Champion’s League ed i Mondiali di Calcio sono ormai il palcoscenico delle peggio nefandezze. Sarebbe il caso di ritornare all’antico, con le vecchie Coppe ad eliminazione diretta in cui anche le foche ammaestrate o iperprotette dal WWF rischiavano di uscire fuori al primo turno, se costrette a giocare senza troppi aiutini e aiutoni partite a eliminazione diretta contro squadre modeste ma che correvano come dannate.
Sarebbe il caso, sì. Ma chi glielo va a dire a Sky?


giovedì 19 novembre 2015

CONTROCORRENTE: Gli orfani di Ataturk



I fischi con cui è stato sfregiato il minuto di silenzio per le vittime di Parigi prima dell’amichevole Turchia – Grecia allo stadio Terim di Istanbul, insieme al grido Allahu Akbar (Allah è grande), rappresentano un episodio certamente molto grave. Non tanto per l’insulto recato a 129 persone (ma il bilancio finale è destinato a salire) a cui nessuno può ormai purtroppo più fare del male, quanto per l’oltraggio portato a tutti noi occidentali. Sempre più alle prese con le conseguenze della "grandezza" di Allah.
Non c’è arrampicata sugli specchi da parte di alcuna autorità turca che possa attenuare la bruttissima figura fatta in questa circostanza da quel paese. L’unico a salvare la faccia e a sdrammatizzare opportunamente è stato l’allenatore Fatih Terim, giramondo cosmopolita che ha intelligentemente chiosato: “certa gente non riesce a stare ferma neanche un minuto”. Tentativo apprezzabile da parte del simpatico “conquistatore” (tale è il significato del suo nome di battesimo), che però in definitiva sposta poco.
Sembrano lontani i tempi in cui la Turchia ambiva a diventare membro dell’Unione Europea (idea sulla quale probabilmente ha rimuginato negativamente, e giustamente, da tempo). Sembrano sempre più lontani anche i tempi di Mustafà Kemal Ataturk, e del suo sforzo di trasformare il cuore dell’Impero Ottomano in una nazione laica e moderna. Le recenti elezioni non hanno confermato a caso la leadership di Recep Tayyp Erdogan. Il “sultano” ha riportato una maggioranza schiacciante, che fa impallidire il ricordo pur recente delle manifestazioni di Piazza Taksim, con cui una ormai occidentalizzata Istanbul fermò il suo più clamoroso tentativo di riportare indietro l’orologio della storia nel suo paese.
I fischi, levatisi stridenti e sorprendenti proprio nel cielo di Istanbul insieme a quel grido di guerra con cui dai tempi di Saladino i guerrieri islamici lanciano la loro sfida all’Occidente, sono – dicevamo – un episodio grave. Tanto più grave perché risuonano nella più improbabile (in tal senso) delle metropoli dell’unico paese di religione e cultura islamica che finora poteva definirsi realmente laicizzato e modernizzato.
Ieri mattina, tra i tanti, il segretario della Lega Nord Matteo Salvini ha chiesto l’esclusione della Turchia da tutte le competizioni sportive internazionali. Sull’onda dello sconcerto del momento ho personalmente e istintivamente commentato a favore di questo eventuale provvedimento. A mente fredda, tuttavia, ritengo che avevo torto. Intanto perché se dovessimo escludere dagli eventi sportivi tutti coloro che si rendono colpevoli di gravi intemperanze nel campionato europeo di calcio per esempio resterebbero a fatica tre squadre, due islandesi e una maltese. Ma soprattutto perché significherebbe dare una mano sostanziosa a Erdogan. Ed al suo tentativo di riportare nell’alveo dell’Islam ortodosso, e quindi del più retrivo fanatismo medioevale di ispirazione maomettana, il paese di Ataturk.
Ho avuto modo di ammirare personalmente il livello di civiltà – per certi versi invidiabile anche e soprattutto da parte di noi italiani – raggiunto dai turchi, almeno quelli che vivono nella parte cosiddetta europea, nella megalopoli che dal quindicesimo secolo in poi ha nome Istanbul. L’ex capitale ottomana e bizantina è oggi una città che non ha nulla da invidiare e anzi ha molto da assomigliare a Parigi, Londra, Berlino, Roma, Zurigo. I turchi e gli stranieri che vi risiedono formano un civilissimo melting pot che nulla ha a che vedere con i fischi oltraggiosi dell’altra sera e con le grida di guerra di un revanscismo islamico che a Piazza Taksim e dintorni non ha (o non aveva finora) diritto di cittadinanza.
Per questo forse, a mente fredda, vale la pena di limitarsi ad una irridente alzata di spalle alla Fatih Terim. E sperare che la Turchia rimanga con noi (intesi come occidentali). Nel campo di quei paesi che a prescindere dalla loro religione e dalla loro cultura d’origine vogliono proseguire la lotta all’integralismo ed al fanatismo. Anche perché come ha dimostrato l’Isis dove è stato anche momentaneamente trionfante, in un futuro da esso controllato non c’è più spazio per alcuna cultura.

Io non ho religione, e a volte mi trovo a desiderare che tutte le religioni finiscano in fondo al mare” (Mustafa Kemal Ataturk)

mercoledì 18 novembre 2015

CONTROCORRENTE: #ioinveceliodioeccome

Io invece li odio, eccome. Ho odiato i nazisti che volevano farmi parlare tedesco, farmi fare il passo dell'oca, il saluto romano e ripetere Heil Fuhrer ad ogni pié sospinto. Ho odiato i comunisti che volevano farmi parlare russo, e ripetere a pappagallo sciocchezze scritte nell'ottocento in un libro in non so quanti tomi che non ne ha indovinata una. E adesso odio l'Islam, che vuole farmi parlare arabo, ripetere a pappagallo sciocchezze scritte da un cammelliere nel 600 dopo Cristo (e che si sentiva superiore a Cristo) e farmi mettere a quattro zampe cinque volte al giorno a fare versi che qui non si fanno dal tempo della costruzione delle palafitte e della scoperta del fuoco.
Ho odiato e odierò sempre questi assassini maledetti che pretendono di venire qui a casa mia a dirmi come devo pensare, chi devo pregare e come devo vivere. E non mi si venga a dire che non sono tutti così. Se non sono tutti così, che lo dimostrino, e ci vadano loro a farsi tagliare la gola dai loro fanatici, come noi ci siamo fatti tagliare la gola per secoli dai nostri per arrivare ad un modo di vivere da persone civili. Cosa che loro fanno finta di essere solo se costretti.
Questo è il mio paese, questa è la mia civiltà. Chi viene qui per integrarsi con essa (lui, non io) è ben accetto. Gli altri, FUORI DAI COGLIONI. E SUBITO.

lunedì 16 novembre 2015

Chi tocca Parigi tocca tutti noi



Le immagini di questa Parigi livida, spettrale, deserta della mattina del 14 novembre in realtà le ho già viste. Sono nel mio immaginario personale, e nell’immaginario collettivo della mia generazione a cui le ha trasmesse quella precedente. Non ero nato quando furono scattate, ma si sono stampate a fuoco nella mia memoria, ben prima che mi appassionassi agli studi storici.
Sono le immagini di Parigi una mattina di giugno del 1940. la Linea Maginot aveva ceduto rovinosamente, i panzer di Heinz Guderian scorrazzavano trionfanti per le campagne francesi “nach Paris”. Nella capitale della Francia e del Mondo Libero si aspettava da un momento all’altro l’arrivo dei Nazisti. Chi poteva scappava, gli altri aspettavano in casa di veder spuntare le croci uncinate sui boulevards. Come puntualmente avvenne.
Sono passati settantacinque anni. Per metà dei quali abbiamo creduto che avremmo rivisto Parigi invasa e soggiogata prima o poi dai cosiddetti “cosacchi” dell’Armata Rossa. In realtà, già allora si profilava all’orizzonte un nemico ben più reale e consistente (se possibile): una nuova cavalcata dell’Islam verso il cuore della Cristianità, da fare impallidire quella che seguì alla morte di Maometto e che rischiò di fare del mediterraneo un lago arabo.
Sono passati tutti questi anni. Abbiamo lasciato correre tutti i segnali che – dagli anni sessanta ad oggi – avrebbero dovuto invece rimettere sul chi vive chi era già stato travolto dalla follia del dominio sul mondo intero. Chi era abituato da secoli tra l’altro a scrutare il mare in cerca delle terribili vele nere dei pirati moreschi. Abbiamo liquidato con disprezzo chi era stato nei luoghi dell’Islam e ne aveva riportato racconti che avrebbero dovuto preoccuparci. Ben prima che Settembre Nero compisse la prima clamorosa strage sul suolo europeo, a Monaco nel 1972 durante le Olimpiadi. Ma in fondo, pensò la nostra coscienza collettiva di cattolici mal laicizzati, si trattava solo di ebrei. Fatti loro, anzi (per qualcuno) bene così.
E così, una Oriana Fallaci che era stata il mito dell’antiamericanismo di matrice più o meno comunista al tempo della guerra in Vietnam (un mito anche allora per degli ignoranti che non avevano letto per bene mezza riga di quello che scriveva, lei che adorava gli Stati Uniti d’America – da ex partigiana che aveva sfiorato la morte per mano dei nazifascisti – e che tuttavia agli Stati Uniti d’America non aveva mai fatto mancare critiche anche feroci per tutti i loro errori), era diventata l’oggetto del disprezzo da parte della galassia degli orfani della Falce e Martello. Perché quando finalmente l’Islam aveva gettato l’ultima patetica maschera l’11 settembre 2001 tirando giù le Twin Towers a New York, lei aveva osato dire le cose come stavano. Come diceva da anni, del resto, ad un mondo troppo distratto o troppo interessato dalla benzina che tutti i giorni metteva nel serbatoio delle proprie macchine o dei furgoni che trasportavano i propri beni.
Pochi giorni prima che i kamikaze si facessero saltare in aria (ma può chiamarsi religione questa che glorifica chi si fa ammazzare ed ammazza in nome del vero Dio e della vera fede?) a Saint Denis, a Les Halles, al Bataclan, a Place de la Republique (in quei luoghi cioè che non sono soltanto il simbolo di tutto ciò che è – grazie a Dio, quello vero – la nostra cultura di uomini e donne occidentali, ma dove inoltre mandiamo quotidianamente i nostri figli con gioia perché maturino nel miglior modo possibile, diventando come noi e meglio di noi), avevo finito di leggere “Le radici dell’odio”.
E’ l’ultimo libro postumo di Oriana, pubblicato proprio ora a ben nove anni di distanza dalla sua morte (ma niente succede per caso) e con una improbabile prefazione della veterocomunista Lucia Annunziata. La quale è comunque costretta pur nella sua prosa fumosa, involuta e inconcludente a convenire che la grande giornalista – di cui il libro riassume e ripercorre gli scritti fondamentali di cinquant’anni di reportages dai luoghi dell’Islam – era stata del tutto profetica. Le parole di Oriana mi sono risuonate nelle orecchie ancora più forti e violente delle esplosioni nella Ville Lumiere. E stavolta, i fastidiosi squittii della galassia post-comunista non li sento nemmeno, tanto sono ridicoli e patetici. Stavolta la verità è sotto gli occhi di tutti, tragicamente rappresentata da 129 (per ora) corpi straziati e dalle strade di Parigi di nuovo deserte come quando attendevano l’arrivo di Hitler.
Il Nazismo oggi si chiama Islam. E come settantacinque anni fa una parte di questa Europa che ne subisce l’assalto preferisce nascondere a se stessa la verità con mille autosuggestioni fuorvianti. Negli anni 30 il continente veniva da un’altra guerra mondiale a breve distanza, quella del 1915-18, che era stata spaventosa. I peace ballots del 1935, il referendum che chiese al popolo della Gran Bretagna se sarebbe stato disposto a tornare a combattere per prevenire il nascente riarmo tedesco sotto il Nazismo, dette come risultato una schiacciante maggioranza per il NO. Il risultato fu che quattro anni dopo gli inglesi dovettero rimettersi comunque in divisa in fretta e furia, avendo perso nel frattempo tutto il loro vantaggio militare strategico e tattico. Il risultato fu che in quei giorni del 1940 in cui il loro esercito insieme ai resti di quello francese ripiegavano rovinosamente verso la salvezza a Dunkerque, Sua Maestà Re Giorgio VI dovette anche lui in fretta e furia conferire l’incarico di Primo Ministro a colui che era stato sbeffeggiato per un decennio a causa delle sue “manie guerrafondaie”. E che in quel momento rimaneva sulla scena come l’unico inglese dotato di forza e carattere per portare la sua patria e tutto il Mondo Libero alla sopravvivenza.
Winston Churchill fu la Oriana Fallaci degli Anni 30. Oggi l’Europa viene invece dal più lungo periodo di pace della sua storia. E’ forse un deterrente ancora maggiore per chi deve cominciare a pensare di rinunciare a qualcuno dei propri conforts e a disporsi alla resistenza contro questo nuovo Nazismo predicato dal Corano. Si, cari signori. Dal Corano. Leggetelo bene, e non nella versione edulcorata (si fa per dire) dell’Imam di Segrate o simili. Gli infedeli come noi non hanno diritti, come non ce li hanno gli ebrei. Siamo soltanto entità da tollerare (previo compenso economico, bella religione, complimenti ancora), senza diritti civili né tantomeno politici. E alla fine da sgozzare e trucidare, se proprio insistiamo a non volerci “convertire” alla vera e unica fede. Nel Corano c’è scritto questo, e chi dice il contrario, chi distingue fra Islam buono e Islam cattivo, mente sapendo di mentire. Oppure, meglio ancora, non sapendo proprio niente.
Ne ha da fare di strada l’Islam prima di poter essere considerata una religione, una cultura con cui dialogare. Loro il dialogo lo intendono soltanto per avvicinarsi a noi a distanza di coltello. Finché non si avvererà la profezia di Boumedienne nel 1974. Grazie alle loro capacità riproduttive, un giorno su questo continente loro saranno più di noi. Quel giorno, l’Islam smetterà di cercare il dialogo e di limitarsi a chiedere la costruzione di moschee come luogo di spiritualità. Quel giorno, usciranno fuori i coltelli e come nel settimo secolo dopo Cristo si prenderanno con la forza quello che era nostro.
Non è più tempo di piangere, di accendere ceri o di spegnere le luci, di mettere foto di bandiere listate a lutto. E’ tempo di aprire gli occhi, di prepararsi a resistere, a reagire. Wake up, Occidente! E se non vi piacciono le parole di Oriana Fallaci ditelo come diavolo vi pare, ma soprattutto fatelo! E soprattutto, per l’amor del cielo, basta con questo opportunismo da italianuzzi, che si sentono al sicuro perché la nostra penisola è un luogo di approdo e di basi logistiche per la Jihad, ed “a noi non faranno mai nulla”.
Cari vigliacchi, la Francia siamo anche noi. Noi siamo la Francia. Siamo nati – per quello di buono che siamo – nel 1789, alla Bastiglia. La Marsigliese è il nostro inno, e risuona tutti i giorni a ricordarci quanto è costato a noi cristiani emergere dalle tenebre di una religione un tempo altrettanto oscurantista. E quanto costerebbe ripiombare in quelle tenebre, ora che conosciamo pregi e difetti di tutti i sistemi e di tutte le culture.
L’altra sera dallo Stade de France a Saint Denis gli scampati al massacro uscivano cantando tutti in coro La Marsigliese. Possono starci a volte antipatici, i nostri cugini, et pour cause. Ma hanno insegnato al mondo che cosa è un popolo vero, unito e libero. Non è un caso che le bombe scoppino a Parigi, capitale della nostra cultura, della nostra civiltà, del nostro mondo. Del Mondo Libero. E sono bombe tirate anche a noi. Chi si mette contro Parigi si mette contro tutti noi.
Wake up, Occidente! Oppure altrimenti vai a quell’inferno che il Profeta ti ha destinato.

Eugène Delacroix, La Liberté guidant le peuple, 1830

venerdì 13 novembre 2015

VIOLA NELLA TESTA E NEL CUORE: SI PUO' FARE



A dire una cosa del genere a Firenze si rischia di dover richiedere una scorta per poter uscire di casa. Ma è vero. Mai sosta per la Nazionale fu più benedetta di questa. I ragazzi in viola hanno corso come matti, non solo a Genova ma anche nelle uscite precedenti. Nel calcio moderno si chiama “intensità”. Anche senza essere andati al supercorso di Coverciano, ci vuole poco a capire che a questi ritmi non si può durare fino a maggio, a meno di avere una panchina molto lunga e attrezzata.
L’allenatore viola attuale è di quelli che guardano lontano. Occhi di aquila quando si fissano sui traguardi da raggiungere alla fine di questa stagione. Occhi di tigre quando si rivolgono ai propri giocatori. A giudicare da come corrono e si impegnano, i ragazzi in viola quest’anno devono essere supermotivati. Non che gli anni scorsi tirassero indietro la gamba, ma quest’anno c’è qualcosa in più. Non dev’essere facile accontentare il mister, o avere a che fare con il suo scontento.
A Genova la Fiorentina è sembrata una grande squadra, non soltanto per il gioco espresso (di caratura notevole, soprattutto se rapportato agli standards della nostra serie A) ma anche e soprattutto per l’intensità con cui ha ricercato il risultato, senza fermarsi mai fino al novantesimo. E’ un atteggiamento mentale prima ancora che tattico che abbiamo visto come prerogativa di poche grandi squadre nella storia recente, forse soltanto due: il Milan di Capello e la Juventus di Conte. E’ presto per dire se la Fiorentina può arrivare a confermarsi stabilmente a quei livelli. I tifosi si accontenterebbero che arrivasse in fondo a questa stagione dov’è adesso.
Paulo Sousa sta facendo il possibile per valorizzare al massimo le risorse umane messegli a disposizione. Giocatori come Badelj e Vecino appaiono improvvisamente maturati (a gran livello) rispetto alle edizioni passate. Giocatori come Borja Valero e Marcos Alonso appaiono come recuperati in versione addirittura migliorativa rispetto al livello tecnico già elevato con cui si imposero all’attenzione nei primi tempi in viola, salvo poi scontare una flessione che – pare di poter dire – con Sousa difficilmente si ripeterà. Se poi davanti hai da scegliere tra Kalinic, Babacar, Rossi, Ilicic (questo Ilicic) e Bernardeschi, beh, tanto male non sei messo.
E tanto male non sembra mettersi nemmeno a livello societario. Al netto delle voci insistenti secondo cui un fantomatico (speriamo non famigerato) gruppo straniero sarebbe in procinto di entrare in società pro quota da definire, l’assetto attuale della holding Della Valle limita le dichiarazioni pubbliche ad una sobrietà encomiabile, ma d’altra parte pare convincersi ogni giorno che passa di più che una Fiorentina per la settima giornata consecutiva in vetta alla classifica, in crescita di gioco e di convinzione e con davanti un calendario non esattamente proibitivo, a gennaio probabilmente varrà ancor più di adesso la pena di un ulteriore investimento. Tanto più che l’imminente uscita dal bilancio societario dell’ingaggio dell’ex tecnico Vincenzo Montella dovrebbe liberare discrete risorse economiche. Salvando capra, autofinanziamento e cavoli.
La panchina va allungata soprattutto nel reparto difensivo. Se si fa male Alonso, si è visto, siamo a corto di soluzioni. Roncaglia e Tomovic sono spendibili sulle fasce, al bisogno, ma forse sarebbe l’ora che l’A.C.F. Fiorentina tornasse a comprare un terzino di ruolo. Cosa che non le accade dai tempi di Christian Maggio, nella Terza Era Geologica. Ora siamo nella Quarta abbondante, e si prospetta l’occasione di azzerare finalmente la casellina degli “zero tituli”. Per di più con quello più ambito. Quello che nessuno per scaramanzia osa ancora pronunciare.
Giusto essere scaramantici, soprattutto quando non hai un gran bacino di utenza né grandi favori dal Palazzo (ma il Presidente del Consiglio – che è di queste parti – viene sempre più spesso a seguire le partite della sua squadra del cuore, o perlomeno del suo collegio elettorale, sarà un segno anche questo?). Ma giusto anche alla fine provarci. E per provarci bisogna crederci. Non solo l’allenatore, il Presidente, i giocatori. Ma anche il più tiepido dei tifosi.
E allora diciamolo. Per quello che si è visto dopo dodici giornate, la Fiorentina può vincere lo scudetto. Sì, quel triangolino tricolore che si appuntava sul petto della maglia dalla parte opposta al giglio, l’ultima volta successe nel 1969. Starebbe un gran bene anche su queste maglie moderne.
Si può fare. Si deve fare. Ora o mai più. 


lunedì 9 novembre 2015

DIARIO VIOLA: Genova saluta la capolista



“Credo che stiamo meritando”, è il commento finale di Paulo Sousa. Lo crediamo anche noi, tutti a stropicciarsi gli occhi di fronte ad una squadra che alla dodicesima giornata si ritrova ancora in vetta alla classifica, dopo aver espugnato un campo su cui bene o male quest’anno non era ancora mai passato nessuno. Ma soprattutto dopo una prova di forza e di gioco impressionanti, culminata in una ripresa durante la quale la Sampdoria riesce a toccare la palla sì e no per cinque minuti. Gli altri quaranta sono in totale controllo viola.
E dire che non era cominciata benissimo questa trasferta in posticipo a Marassi. Sousa aveva messo in campo la solita – ormai – Fiorentina “di lotta e di governo”, una formazione capace di bloccare sul nascere le iniziative degli avversari con un pressing altissimo ed asfissiante e poi di ripartire con quegli affondi micidiali che quest’anno hanno invertito completamente la tendenza del gioco alla spagnola ammirato – e a volte anche un po’ sofferto – nelle scorse stagioni.
Ma Walter Zenga, indimenticato portiere azzurro a Italia 90 e adesso allenatore in cerca di gloria, aveva messo invece in campo una squadra di mazzolatori di lusso, una specie di Lech Poznan impreziosito davanti dalla presenza micidiale di gente come Eder, Muriel, Barreto. Gente che se indovina la ripartenza giusta ti fa male. Ti ha già fatto male l’anno scorso quando l’azzurro naturalizzato Eder si bevve mezza difesa viola e andò a sancirne una clamorosa sconfitta insieme alla vendetta dell’ex Mihajlovic.
Proprio lui, il nipote di quel Battista Righetto che partì da Vittorio Veneto alla volta del Brasile, comincia subito a far vedere i sorci verdi ai viola costringendo Badelj ad un fallaccio e Carmine Russo di Nola alla prima ammonizione. Tre minuti dopo è Vecino a beccarsi il giallo per analogo intervento su Muriel. Ancora cinque minuti e Gonzalo si becca il terzo giallo, sempre grazie a Muriel. Ha un bell’incavolarsi in panchina Paulo Sousa, che sembra dire: ma volete condizionarci? Le ammonizioni però ci sono e restano, anche se nessuno dei viola apparirà affatto condizionato, anzi.
Anche perché poco prima dell’ammonizione a Gonzalo l’inerzia del match ha già preso la strada di Firenze. Bernardeschi stasera è un’ira di Dio, se corresse in moto starebbe dietro a Valentino Rossi. Al 8’ comincia il suo show, sul suo spunto in area Zukanovic compie un fallo di mano più da pallavolista che da calciatore. Russo non ha e non può avere dubbi. Sul dischetto del rigore va il nuovo portabandiera Ilicic. Il portiere tifoso Viviano fa il suo dovere intuendo il lato giusto del tiro, ma non può far nulla per pararlo.
Per l’ennesima volta in questa stagione, la Fiorentina si ritrova in meritato vantaggio e può gestire il resto della partita come meglio preferisce. Giocando il suo gioco, francamente in questo momento il migliore ed il più efficace dell’intera serie A, con determinazione micidiale.
Quella del primo tempo però è una Sampdoria abbastanza all’altezza, che crede ancora di poter raddrizzare il risultato e ha gambe e fiato per farlo. La Fiorentina per la verità le concede di restare in vita quando al 16’ non chiude un contropiede che pone Nikola Kalinic a tu per tu con Viviano. Il croato spedisce clamorosamente fuori, è il secondo o terzo errore marchiano dopo quelli contro la Roma. Un errore abbastanza grave che gli abbasserebbe purtroppo il voto se poi il centravanti viola non si dannasse l’anima da par suo per il resto del match e non si facesse trovare pronto all’appuntamento con il raddoppio nella ripresa.
I sampdoriani azzannano la partita con tutte le energie possibili, sentendosela scappare, ed azzannano anche le caviglie dei giocatori viola, che spesso e volentieri si ritrovano a terra doloranti a guardare increduli un direttore di gara imperturbabile. Così, quando la palla sbatte sul braccio di Vecino a centrocampo senza alcuna evidente volontarietà, le proteste dei blucerchiati appaiono francamente eccessive. Russo fa proseguire, e anzi da quel momento si limita ad assistere al match con lo stesso aplomb notarile di un vigile urbano di questi tempi in Viale Morgagni.
Si va al riposo dopo che un grande Viviano nega ancora il raddoppio ad un grandissimo Bernardeschi. Tutti e due gli allenatori accompagnano negli spogliatoi l’arbitro esprimendogli il loro scontento. In realtà, dopo soli quarantacinque minuti la sostanza del match appare chiara. La Fiorentina sta lentamente piegando la Sampdoria, che nella ripresa – a corto di fiato e di fiducia -  esce del tutto dalla gara. Il possesso palla dei giocatori viola è imbarazzante per gli avversari.
Il raddoppio di Kalinic al quarto d’ora, eseguito con una facilità impressionante in dai-e-vai con Ilicic, è frutto di una delle tante penetrazioni gigliate in area avversaria. Lo sloveno ed il giovane talento dell’Under 21 (e forse tra poco anche della Nazionale maggiore di Conte) fanno quello che vogliono sulla tre quarti d’attacco,e così anche Kalinic ha occasione di recuperare il suo standard abituale di qualità.
Alonso rileva Pasqual, Mario Suarez dà il cambio a Badelj e Mati Fernandez a Ilicic. E’ l’occasione per vedere tre giocatori, i nuovi entrati, in fase di pieno recupero. Soprattutto Suarez compie un altro gesto atletico che meriterebbe di fruttare il terzo gol alla Fiorentina, e che viene sventato solo da un Viviano che si conferma forse il migliore in campo in assoluto.
Soltanto la Fiorentina può complicarsi la vita, nell’attesa del novantesimo. Per la verità, a Roncaglia una mezza idea in tal senso viene, allorché a dieci minuti dalla fine gli punge vaghezza in occasione di un disimpegno tra i più tranquilli di passare la palla all’unico sampdoriano nella metà campo viola. Non è dato sapere cosa passa per la testa all’argentino, forse come una lepre abbagliata ha visto qualcosa di bianco addosso ad Eder. L’italo-brasiliano ringrazia e si presenta solo soletto davanti a Tatarusanu, che è costretto a guadagnarsi lo stipendio compiendo un intervento per niente facile.
Poi è solo accademia viola, ricerca della prodezza individuale, pregustazione di altri quindici giorni da capolista. Una volta tanto, la sosta per la Nazionale che arriva adesso è benedetta, perché i ragazzi in viola stanno correndo tanto e consumando tante energie fisiche e nervose. Nel frattempo, il calcio italiano si sta accorgendo con stupore (unito a piacere o fastidio a seconda degli interessi di bottega) della forza crescente di questa squadra, allenata da un uomo che evidentemente aveva poco da insegnare in termini di tecnica a chi già giocava bene in passato, ma ha insegnato e sta insegnando molto in termini di atteggiamento vincente. E a questi ragazzi la sensazione è che vincere stia cominciando a piacere assai.

La galleta de Espana



Alla fine è tutto come lo sciovinismo e l’affarismo spagnoli chiedevano. Jorge Lorenzo si fa il suo bel giro d’onore con in mano la bandiera gialla e rossa, la stessa che pende sopra tutti e tre i gradini del podio. Alla fine, è balzato in testa al mondiale all’ultimo giro dell’ultima corsa, dopo avere inseguito per tutta la stagione. Per carità, difficile dire che non se lo merita a uno che nel 2015 ha messo insieme sette vittorie e non si sa quanti giri veloci. Poteva finire comunque così, ma qualunque altro modo in definitiva sarebbe stato meglio di questo, che lascia un amaro incancellabile in bocca non solo ai tifosi italiani ma anche agli appassionati di motociclismo – quelli veri – di tutto il mondo.
Il podio di Valencia
Alla fine, la spagnolissima Valencia tributa anche una standing ovation al rivale italiano di Lorenzo, quel Valentino Rossi che il giro d’onore se lo fa senza bandiere, scuotendo la testa sconsolato nell’unico momento di sconforto di questa giornata, quello in cui apprende che la sua lunga rincorsa è stata inutile. Che anche quest’ultima pagina leggendaria scritta sul filo del rasoio di una rimonta incredibile da ultimo a quarto in soli otto giri, rischiando la pelle come non mai prima ancora che il risultato, resterà negli occhi e nei cuori di tutti, ma nell’albo d’oro della MotoGp non ve ne sarà traccia.
Biscotto in spagnolo si dice “galleta”. E’ la sensazione incancellabile lasciata da un Marc Marquez che dopo aver corso da pericolo pubblico per tutta la stagione si fa tutti i ventisette giri dell’ultima corsa come un bravo ragazzo disciplinato che porta i bagagli del fratello maggiore, come un fedele scudiero di un cavaliere di altri tempi. Visto dove si corre, verrebbe da dire un Sancho Panza, se non fosse che il Don Chisciotte in questo caso era il povero Valentino, che pensava di poter combattere da solo, con l’unico ausilio della sua classe immensa, contro tutto e contro tutti, contro la Spagna padrona della Federazione mondiale e contro le servili, ossequiose case produttrici Yamaha e Honda, disposte a sacrificare il loro stesso onore nipponico sull’altare del business.
Alla fine, anche un grande campione del passato, Giacomo Agostini, malgrado i suoi sforzi di apparire imparziale adesso che è passato a fare il commentatore per la televisione, è costretto a dire: “ha vinto il più veloce, non il più forte”. Il più forte si è visto anche oggi chi era. Esistono tanti bravi piloti, tra questi Jorge Lorenzo è sicuramente il migliore. Ma esiste uno solo che può dire di identificarsi con la moto, fino a essere un tutt’uno con essa. Quell’uomo, quell’ex ragazzo ormai cresciuto fino alla trentaseiesima primavera, si chiama Valentino Rossi.
Dovrà rimandare all’anno prossimo la rincorsa a quello che sarebbe il suo decimo titolo mondiale in carriera, il Dottore. Questo che sembrava l’anno buono va invece ad aggiungersi alla fila di annate maledette in cui quasi mai il numero 46 è stato dipinto su una moto all’altezza di chi la guidava. E quando finalmente il cavaliere aveva ritrovato il suo destriero come nei giorni migliori, ecco accadere nello sport individuale per eccellenza un gioco di squadra trasversale alle stesse squadre, una galleta, un biscotto, una combine che mortifica quello sport stesso, prima ancora che un risultato finale su cui – purtroppo per il pur bravo Lorenzo – resterà per sempre un’ombra.
Ci mette poco a recuperare la sua usuale verve Valentino dopo la corsa. “Quello che ha fatto Marquez è stato imbarazzante. E’ un giorno triste per questo sport, spero che lui stesso lo capisca, magari tra qualche mese”. Parole taglienti come la lama di un coltello, come le sue traiettorie in curva, in staccata. Come quelle con cui oggi si è bevuto 23 avversari (magari non tutti mal disposti nei suoi confronti). E pazienza se ne sarebbero occorsi 25.
Le parole di Vale hanno anche un sottofondo premonitore. Questo è uno sport in cui si rischia prima di tutto la vita, a Sepang Marquez ha tentato di disarcionare Rossi più o meno nel punto dove Marco Simoncelli volò in cielo, per dirne soltanto una. Comportamenti come quello dello scavezzacollo spagnolo, oltre che antisportivi, possono essere letali. Saranno gli stessi colleghi, questo vuol dire Rossi, a farglielo capire. O almeno è auspicabile, prima di celebrare altri funerali.
Della corsa di oggi, poco da dire. Vedere Marquez e Pedrosa fare da scorta a Lorenzo è stato ben peggio che imbarazzante, perché ha privato il mondo intero della degna conclusione di un’annata fino a quel momento memorabile. Vedere Marquez ridestarsi solo dopo che Pedrosa, all’ultimo giro, aveva fatto il gesto – vero o simulato – di attaccare il connazionale leader della corsa e a quel punto del mondiale, ingenera ben più che un sospetto. Jorge doveva arrivare primo e Valentino almeno terzo, non era ammissibile sparigliare quell’ordine di classifica. La Spagna non lo avrebbe ammesso.
Jorge Lorenzo e i suoi fedeli scudieri
E’ stato lo stesso Lorenzo ad ammettere – piuttosto ingenuamente, ma il ragazzo non è nuovo a queste ingenuità, basta vedere il contro-ricorso presentato all’insaputa della stessa Yamaha – che Marquez e Pedrosa lo hanno aiutato “a far sì che il titolo restasse in Spagna”. C’è poco da aggiungere. Solo da voltare pagina, sperando che le prossime che sfoglieremo in questo sport che movimenta in egual misura grandi passioni ed altrettanto grandi interessi economici siano meno macchiate da ombre. E che i biscotti ognuno se li mangi a casa propria, a colazione e non in pista.
Fatti il tuo bravo giro della vittoria, Jorge Lorenzo, con in mano quella bandiera che meriterebbe di essere onorata in ben altro modo e che invece purtroppo non perde ancora il gusto di simili vittorie. Noi preferiamo tenerci negli occhi i fotogrammi di quel pilota numero 46 che vola come una freccia passando in spazi dove diresti che non passa nemmeno la lama di un coltello. E che si è fermato a cinque punti da questo titolo ma che ormai da tempo è entrato la dove nessuno dei suoi attuali colleghi può seguirlo. Nella leggenda del motociclismo.
Grazie lo stesso Valentino Rossi.