lunedì 18 gennaio 2016

DIARIO VIOLA: L'Armata Brancaleone



Di solito non diamo voti ai singoli, sa tanto di scuola dell’obbligo, di quel modo un po’ tranchant che avevano ed hanno i professori di sintetizzare il rendimento dei loro allievi con un simbolo numerico che sembra dire tutto e invece spesso e volentieri non dice nulla, o perlomeno tralascia molto. Luoghi comuni, come quel “potrebbe fare di più” o “non si applica” che hanno accompagnato, quando non funestato, la nostra infanzia e la nostra adolescenza dal giorno di San Remigio fino a quello dell’esame di maturità.
Uscendo da San Siro e dovendo riassumere in poche righe la prestazione di una Fiorentina che comincia ad occhio e croce un girone di ritorno ben diverso e probabilmente molto meno divertente di quello d’andata, forse i famigerati voti sono però la cosa migliore. Vediamo un po’: Bernardeschi 4 (di incoraggiamento), Ilicic 3, Kalinic 2. E avremmo detto tutto o quasi.
Con un attacco in condizioni miserrime come quelle viste al Meazza non c’è Fiorentina che tenga. Se non salti un uomo, non fai un cross, non tiri in porta tutto il resto è inutile e stucchevole accademia, dal momento che scopo del gioco è tutt’ora quello di buttarla dentro almeno una volta di più del tuo avversario. La Fiorentina non tira mai nello specchio della porta, e due volte sole orientativamente nella direzione di Donnarumma, con una ciabattata horror di Kalinic ed una zuccata dello stesso da rimessa in gioco del pallone a Volley. Il Milan invece tira tre o quattro volte, e in almeno due casi va a segno, ridicolizzando tra l’altro l’intero reparto difensivo viola, portiere compreso.
Tutto qui. Potremmo evitare dunque di criticare una proprietà che si presenta al 50% in tribuna a San Siro per assistere allo spettacolo disarmante di una squadra – la propria – senza condizione, senza testa, senza spirito e senza più uomini da schierare. Proprio mentre l’orologio del calciomercato scorre inesorabile, siamo a meno 12. Non di temperatura ma di giorni che mancano alla fine di questa sessione in cui – ci era stato detto a settembre – la Fiorentina aveva già in mano i nomi giusti e bastava solo aspettare il primo giorno legalmente utile a mettere nero su bianco.
Potremmo anche evitare di criticare un mister che non sta reagendo bene alla fase di risveglio dal sogno. Quello coltivato per quattro mesi di poter dire anche qui in Italia “veni, vidi, vici”. Mi stanno disfacendo la squadra, avrà pensato Paulo Sousa, ma in fondo con quello che mi resta e che non è proprio malaccio mi basta arrivare a gennaio. A quel punto “arriveranno i nostri”, il Settimo Cavalleria promesso dal Grande Padre Bianco e dai suoi uomini con cui ho firmato a giugno il trattato, pardon, il contratto. E invece niente, né Lisandro Lopez e nemmeno un Quagliarella o un Mexes. Roba almeno da usato garantito, chiavi in mano e di pronto impiego. Poi uno mette Alonso a terzino destro o Rossi al posto di Mario Suarez. Comprensibile, “questi” farebbero perdere la pazienza anche a San Pietro.
Potremmo evitare di criticare anche quei giocatori che non hanno saputo gestirsi durante le feste di Natale. Come il prode Bernardeschi, poco più che ventenne e apparso in affanno fisico e mentale manco fosse al Torneo Vecchie Glorie e manco in tribuna non ci fosse presente nientemeno che il selezionatore della Nazionale azzurra Antonio Conte. O come l’altrettanto prode Kalinic, troppo presto e troppo temerariamente paragonato da qualcuno nientemeno che ad Omar Gabriel Batistuta (ma del resto dopo che hai paragonato Borja Valero ad Antognoni tutto è lecito). Caro Nikola, gol come quello orrendamente “bruttato” nell’unica palla decente che hai avuto ieri sera Batigol li segnava anche quando aveva le caviglie molto più disfatte delle tue. E non aggiungiamo altro per carità di patria.
Potremmo infine evitare di stigmatizzare tutti coloro, tanti, che rispondono al coro ormai classico “bisogna spendere” che tanto ha indispettito Andrea Della Valle domenica scorsa dopo il ceffone rifilato ai viola dalla Lazio, con l’altrettanto classico refrain “allora comprala te la Fiorentina e vediamo cosa sai fare”. Una cosa va detta: sono pochi coloro che nel calcio moderno hanno le risorse economiche non tanto per comprarla, quanto per tenerla a certi livelli. Ma sono molti di più coloro che sfidano una nottata di gelo polare come quella di ieri per valicare gli Appennini e spingersi fino a Milano a sostenere questa squadra che fino a poco fa faceva sognare il rinnovo di fasti ormai talmente lontani nel tempo da risultare sconosciuti ad almeno un paio di generazioni di supporters viola. E tutto ciò solo per passione, ricevendo in cambio al primo mugugno rimbrotti stizziti da parte di permalosi cronici, e limitandosi per lo più a qualche sfottò fiorentino, come il ribattezzare il neoacquisto Tino Costa come Costa Pochigno.
Potremmo fare tutto questo, e anche di più. Poi guardiamo quei voti, e ci rendiamo conto che con un attacco mal messo come quello viola di ieri sera neanche strateghi affermati come Mourinho o Guardiola, neanche magnati del calcio moderno come Abramovich avrebbero salvato le penne al Meazza. Chi pare averle salvate piuttosto è la nostra vecchia conoscenza Sinisa Mihajlovic, che in qualche modo ha saputo ricompattare la truppa rossonera spingendola verso questa vittoria che la rilancia e soprattutto appaga il suo desiderio di rivalsa. Firenze è stata avara ed amara con lui e per lui? Ecco qua servito il celebre piatto che si mangia freddo.
Ma Sinisa lì davanti ha Bacca, che magari segnerebbe al quarto minuto quel gol anche se avesse addosso un marcatore meno improvvisato di Tomovic (al quarto anno di inamovibilità) e davanti un portiere più attento di Tatarusanu. Magari è da chiedersi se basterebbe poco più dello stesso Tatarusanu ormai in stato confusionale e di un Roncaglia per il quale abbiamo finito gli aggettivi (almeno quelli non positivi) per evitare a Boateng il raddoppio che chiude i giochi a due minuti dalla fine. La risposta ci sentiamo di dire che è sì.
Tra le due reti rossonere, una partita neanche brutta a vedersi ma tutto sommato poco consistente. Come all’andata, gran possesso palla viola e Milan forse più pericoloso in ripartenza. All’andata aveva trovato due volte il gol la Fiorentina, su prodezza individuale. Al ritorno tocca al Milan. La panchina di Mihajlovic è salva, le sue squadre si confermano non improntate al bel gioco ma -quando obbediscono ai suoi dettami - estremamente motivate e determinate. Del resto, per tagliare in due questa Fiorentina e metterla knock out basta poco. Basta una difesa rossonera attenta e Bacca lì davanti.
Paulo Sousa appare sconsolato per buona parte del match, come se i suoi non lo ascoltino più. Per “suoi” si intende naturalmente quella pattuglia di 12-13 giocatori (meno infortunati e squalificati) a cui lui ha ristretto la rosa viola. Forse i fedelissimi non ce la fanno più, forse tutti sanno, anche il Milan, come giocare contro la ex sorpresa Fiorentina. Aspettano dietro e ripartono, e il Milan qualche uomo per far male ce l’ha. Forse, forse, forse, di doman non v’è più certezza.
I cambi, se ne vogliamo parlare, spostano poco e come già nella partita precedente sembrano più dettati da qualche intento polemico che da un reale disegno tattico. Sousa toglie Suarez che se oggi non è stato il migliore in campo poco ci manca e che ha retto la baracca di centrocampo senza far rimpiangere troppo Badelj. Al suo posto mette un Rossi abbastanza spaesato, in una partita in cui la Fiorentina si trova costretta da se stessa a verticalizzare per vie centrali, finendo ad ogni azione – o presunta tale – in un imbuto senza speranza.
Le notizie che si susseguono sono tutte pessime per un Sousa già demoralizzato. Vecino salterà il Torino per squalifica, e c’è il caso che analoga sorte tocchi a Marcos Alonso per infortunio. Entra Pasqual, ed è l’unica buona notizia per Conte, che di lì a poco riterrà di aver visto abbastanza e lascerà San Siro. Poi tocca all’inguardabile Ilicic di questa circostanza lasciare il campo a Babacar, che subisce ancora una volta i “sei minuti di Rivera” proprio nello stadio che fu di Rivera. La sensazione data dai viola nei minuti finali è quella di un’Armata Brancaleone senza nemmeno Brancaleone. Il senegalese si mette in luce solo per due falli sul portiere. Almeno il suo dirimpettaio Balotelli un paio di numeri li fa, dall’altra parte. Ma il 3-0 sarebbe troppo anche per questa Fiorentina.
Finisce così, con la sensazione che dopo la Lazio la Fiorentina abbia fatto da madrina anche alla resurrezione del Milan. E che il girone di ritorno possa riservare sorprese non proprio positive per una squadra che fino a poco fa autorizzava ben altri sogni. Dal fronte societario tutto tace. Niente di nuovo sotto il sole. Forse sarebbero bastati davvero un Quagliarella e un Mexes per restare aggrappati a quei sogni un altro po’. Ma dopo quindici anni di gestione Della Valle, è più facile che alla fine dei giochi, tra un paio di settimane, ci si ritrovi con un Keirrison o un Bonazzoli. E qualcuno in più fuori dello stadio a intonare il canto “Bisogna spendere”.

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