martedì 29 marzo 2016

CONTROCORRENTE: La Serra dei cretini

Non passa quasi giorno senza che si debba aggiornare il conto dei morti. E che soprattutto, come se non bastasse il peso sullo stomaco, qualche intellettuale di sinistra ci aggravi lo sconforto con l’ormai consueto pistolotto a proposito dei morti di serie A e morti di serie B. Ultimo in ordine di tempo l’ineffabile Michele Serra.
E dire che una volta, mi piaceva, ma era il tempo in cui si limitava a cazzeggiare con il suo talento di scrittore, limitandosi alle parodie letterarie di 44 falsi o al Giro d’Italia marittimo sponsorizzato e lautamente rimborsato dalla FIAT, a bordo della Uno. Poi cominciò a fare quello che fanno tutti, l’intellettuale radical chic, l’enfant prodige di quel verminaio di nullafacenti spacciato per giornalisti che è Repubblica.
Eccolo qua, a poche ore dall’attentato di Lahore che ha aggiunto 70 vittime e passa in una botta sola al conto del macellaio, lanciarsi nell’ennesimo pippone sull’Occidente che si preoccupa soltanto dei propri morti, e ignora e disprezza quelli altrui. Parigi e Bruxelles valgono bene le nostre lacrime e le nostre candele. Istanbul, Ankara, Baghdad e Lahore – dice lui – no, perché come abbiamo ampiamente dimostrato fin dalla guerra in Jugoslavia (altro luogo comune della sinistra di lotta e di governo) a noi dei morti musulmani e terzomondisti non ce ne po’ frega’ de meno.
Confutare le tesi di un imbecille è un esercizio difficile quanto vano, come spiegava Oscar Wilde. Mettersi a discutere con uno della levatura mentale di Michele Serra è rischioso, la gente potrebbe non distinguere tra voi e lui. Tra un cretino di sinistra e uno che non è né di sinistra né di destra, ma cerca solo di ragionare con la propria testa e sentire con il proprio cuore, che com’è noto tende a sinistra ma solo per un fatto di conformazione fisica.
Qualcuno spieghi a quel cretino e a tutti coloro che lo leggono estasiati, che la gente si addolora e si indigna per tutti i morti, ma che non ci può fare più nulla. I nostri governi sono sfuggiti ormai da tempo al controllo. Così come la situazione in Medio oriente, e non solo. Semmai, è naturale – siamo esseri umani – che se scoppia il palazzo accanto, invece di uno a 5.000 chilometri, ci fa più impressione perché è a due passi da casa nostra e sentiamo meglio il botto. Ciò non vuol dire che di cosa succede più in là non ci freghi nulla.
E’ che ormai è troppo, seguire il TG è diventata una angoscia senza fine e senza scopo. Tanto nessuno di noi può influire su quegli eventi. Siamo governati, qui in Italia, da cinque anni a questa parte da governi che nessuno ha votato o eletto. Figuriamoci se stanno a sentire cosa dice e vuole la gente.
Semmai, la gente non è detto che voglia e dica quello che pretende la sinistra. Semmai, Parigi ci fa un capellino più effetto di qualunque altro posto perché se questi intellettuali radical chic avessero studiato qualcosa a scuola ricorderebbero che tra tutte le città del mondo la capitale francese ha una valenza simbolica del tutto particolare. Simboleggia come nessun’altra la nostra civiltà. Quella a cui, con sommo dispiacere di una sinistra che ormai aspira solo ad un “cupio dissolvi” nel meticciato, continuiamo – malgrado tutto, ma soprattutto una spaventosa ignoranza di ritorno – a tenere come a qualcosa di prezioso.
Detto questo, i morti son tutti uguali, almeno quelli che subiscono la morte, non – mi dispiace, anime belle – quei bastardi fottuti che la morte la impongono fasciandosi di esplosivo (perché un bischero vestito da cammelliere ha promesso loro che scoperanno finalmente ben 72 donne vergini tutte insieme). Quelli vanno solo combattuti con le loro stesse armi. Come fa la Russia, che non è più l’Impero del Male, ma l’unico paese che ha capito cosa c’è in gioco e come giocarselo.
I morti, caro Michele Serra dei miei stivali, erano tutti uguali anche in Jugoslavia tra il 1990 ed il 1999, quando la sinistra di cui fai parte rompeva i coglioni perché si facesse qualcosa per fermare la pulizia etnica ed i genocidi, salvo non farsi mai andare bene niente. E quando il governo D’Alema fece l’unica cosa positiva della sua scellerata esistenza acconsentendo a mettere a disposizione degli Americani il proprio territorio perché qualcuno andasse a fermare i Milosevic, i Karadzic, erano proprio i Michele Serra di questo disgraziato paese a frignare che eravamo “cattivi”, sia per l’ingerenza negli affari di uno stato sovrano sia per l’acquiescienza al volere dei biechi Stati Uniti. Ho smesso di leggerti allora, maledetto idiota di un imbrattacarte che ti spacci per giornalista.
Mi scuso per lo sfogo, ma non ne posso più. Della sinistra e dei suoi piagnistei, come quelli della sig.ra Mogherini (bel messaggio all’Isis!). Dei discorsi senza senso di chi se ne sta a far finta di fare un mestiere che almeno in Italia non è più un mestiere. Quello del giornalista, ridotto ormai a velinaro che lega l’asino dove vuole il padrone, o il partito. Rincorrendo i gusti peggiori tra l’altro di un pubblico che grazie anche a lui sta tornando a livelli di ignoranza che credevamo superati. “Pare che non ci siano italiani coinvolti”. E siamo a posto. Poi la colpa è di quelli che leggono. E non si indignano come il Serra vorrebbe.
Ieri sera, mentre mi frullava dentro la rabbia per l’editoriale di quell’omino che una volta scriveva parodie e ora invece le sue sciocchezze le scrive sul serio, è ripassato in televisione quel capolavoro che è I tre giorni del Condor. E me lo sono rivisto, sapendo che per la millesima volta mi sarei incantato sulle scene finali, paradigmatiche del nostro tempo e del nostro mondo. Il film di Sidney Pollack fu il primo che mostrò, insieme ai libri di John Le Carré, come funzionano veramente i servizi segreti. E perché funzionano così.
Nella scena finale, che vale da sola più di buona parte del cinema e della letteratura contemporanei, un indignato Robert Redford – il Condor sopravvissuto a stento a tre giorni in cui la C.I.A. deviata” (ma non troppo) ha cercato di eliminarlo – sbatte in faccia al suo capo la sua verità. Il capo Higgins – interpretato da un altrettanto magistrale Cliff Robertson – gli risponde per le rime: “Facciamo quello che la gente vuole che noi facciamo. Gente abituata da troppo tempo ad avere tutto. Gente a cui non interessa qual è il prezzo che c’è da pagare, e chi lo paga”.
Il cuore a quel punto se ne va via con Robert Redford in fuga. La testa rimane a rimuginare le parole di Higgins. Vorrei vedere le anime belle come Michele Serra a ritrovarsi senza mangiare o senza benzina per la propria macchina (che non è sicuramente più la modesta Uno con cui scorrazzava per l’Italia spesato dalla FIAT). Lo vorrei proprio vedere per cosa si indignerebbe, lui e tutto il sinistrame che gli va dietro plaudente.

Al prossimo attentato, ed alle immancabili istruzioni per l’uso.

giovedì 24 marzo 2016

Giovedi santo

E’ il giorno cruciale della liturgia della religione cristiana. Quello in cui si compiono gli eventi chiave su cui essa si fonda, ed i miracoli che associamo alla venuta del Figlio di Dio su questa terra. Al passaggio dal Vecchio al Nuovo Testamento, la nuova ed eterna alleanza su cui sono state costruite tutte le nostre credenze religiose, allo stesso modo di come la Chiesa cattolica è stata fondata su Simon Pietro, uno degli storici testimoni e protagonisti di quegli eventi.
L'Ultima Cena di Leonardo da Vinci
Il Giovedi Santo è il giorno dell’Ultima Cena, e dell’avvio a partire da essa di quella catena di eventi che portarono alla Morte e Resurrezione di Gesu Cristo, il dio fatto uomo della nostra religione. Il Cristianesimo si basa appunto su due pilastri fondamentali. L’uomo che spezzò il pane e verso il vino in quella ultima cena con i suoi apostoli e discepoli dicendo “fate questo in memoria di me” era il Figlio di Dio che si era incarnato in spoglie mortali, affinché gli succedesse quello che è narrato nei Vangeli. E lo avrebbe dimostrato tre giorni dopo risorgendo dalla morte. Il gesto del pane e del vino, lungi dal sottintendere pratiche di cannibalismo, significava anzi la Comunione, l’assunzione da parte di ciascun credente di una sostanza che era parte del Divino: il corpo ed il sangue di Cristo, appunto. Il ricongiungimento dell’uomo con la divinità che l’ha creato e che pervade il cosmo. Ciò che oggi chiamiamo Cristianesimo.
Ted Neely - Jesus Christ Superstar
Il giorno più importante della religiosità che chiamiamo cristiana e della sua tradizione liturgica è proprio il giovedi antecedente la Pasqua. Cristo celebrò la fatidica cena, e poi fu lasciato solo dai suoi seguaci nell’Orto dei Getsemani a pregare il Padre Celeste affinché allontanasse da lui quell’amaro calice. Fu lì che lo sorprese Giuda Iscariota il traditore, alla guida delle guardie del Tempio. Da lì presero il via gli eventi che nelle ore successive lo videro dapprima processato davanti al Sinedrio di Hannah e Caifa, i Sommi Sacerdoti della Nazione Ebraica, poi davanti al proconsole romano Ponzio Pilato e poi alla fine crocifisso sul Golgota. E infine, secondo i Vangeli (dal greco eu angelos, buona novella), risorto dal Sepolcro di Giuseppe d’Arimatea.
E’ il giorno in cui si concentrano i misteri sottesi alla religione cristiana, dalla istituzione della Santa Messa e dei suoi significati, all’incomprensibile tradimento di Giuda (accettabile solo per verità di fede), al dialogo tra Padre e Figlio dove viene sancita la fine e la resurrezione dell’Agnello sacrificale di Dio. E’ il giorno la cui celebrazione culmina tradizionalmente con la visita alle Sette Chiese, secondo un rito antichissimo poi canonizzato da San Filippo Neri, il sacerdote fiorentino che istituì il percorso penitenziale che originariamente si svolgeva tra le sette principali basiliche di Roma. E’ praticamente il giorno in cui la Settimana Santa, la celebrazione della Pasqua cristiana entra nel vivo.
Robert Powell - Gesù di Franco Zeffirelli
La religione cristiana così come la conosciamo entrò nel vivo con la “sistematizzazione” operata da Paolo di Tarso, non a caso il primo santo canonizzato dalla Chiesa insieme a Pietro, il primo Papa, la pietra angolare. Fino a loro due, uno il principale discepolo di cristo e l’altro il principale persecutore dei cristiani poi convertitosi, il cristianesimo era stata la filosofia, la religione di una delle tante sette che costellavano l’universo del popolo ebraico.
Il Vecchio Testamento era trascorso nell’attesa del cosiddetto Messia, colui che sarebbe venuto a rinnovare l’alleanza con Dio originariamente stabilita da Mosé e custodita simbolicamente dentro la sua Arca. Per un migliaio di anni circa, all’establishment costituito dai Sacerdoti del Tempio di Re Salomone, custodi dell’ortodossia ebraica, si erano affiancate sette più o meno dissidenti in mezzo alle quali periodicamente quel messia veniva avvistato ed annunciato.
Erano gli Esseni, i propugnatori del ritorno dell’Ebraismo alla purezza delle origini. Una sorta di precursori del comunismo, nel senso della messa in comune di tutto, dai beni ai rapporti affettivi (vissuti in promiscuità). Joshua Ben Joseph, l’umile figlio di un falegname e di una donna del popolo che probabilmente era una ragazza madre, fu uno di questi. Ragazzo dotato di intelletto vivace e precoce (a dodici anni era già a discutere con ed a mettere in crisi gli “anziani” della comunità), giunto a maturità divenne un leader carismatico, tanto da essere identificato con il fatidico Messia, come altri prima di lui che poi erano stati derubricati a semplici Profeti.
Jim Caviezel - La passione di Cristo di Mel Gibson
Lui no, in qualche modo la sua vicenda e la sua predicazione andarono oltre. Si trattasse di riprendere temi e comportamenti già tipici presso gli Esseni oppure di svilupparli ed innovarli fino a conseguenze estreme e del tutto nuove, Joshua – Gesù nella traduzione latina – sconvolse la sua comunità al punto da creare un movimento mistico di grande portata e diffusione proprio nel momento che la Palestina ne aveva più bisogno, stretta tra la pesante ortodossia di Sacerdoti e Farisei e l’oppressione del giogo romano. L’Impero si era impadronito da poco delle terre che erano state promesse al Popolo Eletto. Gesu, con la sua predicazione e la sua fine leggendaria, mise in moto una catena di eventi che tra le altre cose portarono quel popolo a ribellarsi per la prima volta agli oppressori, venendone schiacciato e infine costretto alla diaspora, alla dispersione ai quattro angoli del mondo.
I Romani inizialmente trionfatori ottennero due cose: di creare una nazione ebraica dispersa per tutta Europa, Africa ed Asia, e di fare lo stesso con i Cristiani inizialmente perseguitati. Con una differenza: messa in mano a Paolo di Tarso, una vicenda inizialmente interna all’Ebraismo diventò ecumenica, universale. Un movimento mistico-politico e solo in parte anche religioso diventò una nuova religione. Poi la religione ufficiale dell’Impero. Poi la religione principale del mondo occidentale e del resto del mondo da esso colonizzato.
Enrique Irozaqui - Il Vangelo secondo Matteo di Pier Paolo Pasolini
Gesu Cristo, cioè Joshua crocifisso, non fu ritrovato la mattina in cui si celebrava la Pasqua ebraica (la fuga dalla cattività in Egitto) nel sepolcro che Giuseppe d’Arimatea gli aveva messo a disposizione dopo che era stato tolto dalla croce. Da quel momento il mito, la credenza, la fede nella sua resurrezione travolsero tutto e tutti e misero fine all’antico politeismo che dall’età in cui l’uomo era uscito dalle caverne regolava il Mondo Antico nel suo rapporto con il soprannaturale. Dalla costola del monoteismo ebraico era nata una nuova religione monoteistica, destinata a fare più proseliti per il fatto di non essere volutamente destinata ad un solo popolo (per quanto Eletto) e per la modernità del suo messaggio.
Per la prima volta dall’alba del mondo, infatti, qualcuno aveva parlato di porgere l’altra guancia, di trattare il prossimo come si voleva che fossimo trattati noi stessi, di misericordia e di amore reciproco nel nome di un divino che fino a quel momento si era disinteressato delle vicende umane consentendo che rimanessero pervase di barbarie. Aveva parlato di fine della schiavitù ed oppressione dell’uomo sull’uomo, e pur distinguendo tra Cesare e Dio (forse per evitare quello spargimento di sangue che ebbe poi luogo al tempo dell’Imperatore Tito e dei suoi successori) aveva lasciato all’uomo il più potente messaggio di libertà della storia. Un messaggio che un giorno avrebbe dato i suoi frutti perfino contro la stessa religione da cui era partito.
La Chiesa di San Paolo era nata come ecclesia, koiné, comunità in cui tutto questo era stato elaborato a partire dalla predicazione del Messia, il mandato da Dio. Paolo ne fece il Figlio di Dio, fece di sua madre la Vergine che l’aveva generato, degli apostoli con cui aveva diviso tutto, dal cibo all’amore delle donne che partecipavano alla comunità (non necessariamente delle prostitute ma forse soltanto delle donne assai più libere di quanto sarebbero state prima e dopo), i primi vescovi di una nuova organizzazione religiosa che un giorno avrebbe ereditato l’immenso potere sfuggito dalle mani dell’Impero Romano.

Per volontà espressa di Paolo e dei suoi successori, i vescovi di Roma, ci sono giunti soltanto quattro vangeli. Erano molti di più e pare che raccontassero chi era stato davvero questo Gesu Cristo durante la sua vita terrena. Uno dei personaggi più carismatici dell’intera storia dell’umanità, forse il più rivoluzionario in senso lato. Il Giovedi Santo è il giorno in cui dopo duemila anni facciamo questo in memoria di lui. Dopo duemila anni, ancora non sappiamo però se quello che facciamo – in questo giorno e negli altri che Dio mette in terra – è veramente quello che avrebbe voluto lui e che predicò per l’ultima volta in quella famosa e fatidica cena di tanto tempo fa, nella settimana in cui il suo popolo celebrava la sua elezione a favorito di Dio.

Il calcio è morto



Hendrik Johannes Cruijff, detto Johann, era la risposta della razza caucasica alle perle sudamericane nera e bianca, Pelé e Maradona. Leader della più grande Olanda di tutti i tempi e poi di un Barcellona che cominciò negli anni settanta a fare incetta di stelle del calcio mondiale, fu soprannominato il Profeta del Gol perché il suo impatto sul calcio dei suoi tempi fu se possibile ancora più devastante di quello di Pelé e Maradona.
Cruyff, come si scrive nel resto del mondo che mai verrà a patti con la lingua olandese, ha insegnato al mondo stesso un modo nuovo di giocare. Dopo il calcio totale predicato dai Lancieri dell’Ajax e dagli Orange ai Mondiali del 1974 (che non vinsero per un soffio), il gioco non è più stato lo stesso. Non poteva esserlo.
Da tempo, il Profeta dal cuore per sempre diviso tra i paesi Bassi e la Catalogna, il Pelé bianco come l’avevamo orgogliosamente soprannominato noi europei, doveva lottare con un avversario ben più insidioso di quella Germania che all’Olympiastadion di Monaco di Baviera gli sfilò dalle mani quel titolo mondiale che sembrava suo di diritto. Johann aveva un tumore ai polmoni la cui gravità alla fine non gli ha lasciato scampo.
Come altri giganti del passato, alla fine ha perso la battaglia contro il tempo inclemente. La perdiamo tutti, prima o poi, noi ragazzi diventati grandi con negli occhi le immagini del gioco più bello del mondo. Un gioco che quella maglia numero 14 aveva reso leggendario. Indimenticabile. Irripetibile.
E’ tardi, Johann…… risento ancora la voce di Sandro Ciotti nel film che ti dedicò, e che ho rivisto un miliardo di volte. Ti sia lieve la terra su cui ha rimbalzato il tuo pallone. Come mai più rivedremo. 

Quella mattina a Piazza Sansepolcro



Il 2 marzo 1919 apparve sulle colonne del quotidiano il Popolo d’Italia una inserzione all’apparenza come se ne vedevano e se ne vedono tante. Si annunciava che era indetta per il giorno 23 marzo successivo a Milano in Piazza Sansepolcro, presso la sede dell’Associazione Industriali, una riunione avente per oggetto la costituzione di un nuovo movimento politico. Anzi, un rassemblement, per dirla alla francese.
Benito Mussolini nel 1919
I Fasci di Combattimento furono un’altra idea brillante venuta in testa ad un uomo che aveva già dimostrato di averne parecchie. Benito Mussolini era già noto agli italiani come uno degli esponenti di maggior spicco della vita politica del loro paese, negli anni tormentati a cavallo della Prima Guerra Mondiale.
Ex socialista uscito (anzi espulso) dal partito alla vigilia del conflitto per non essere riuscito a far prevalere la corrente massimalista – rivoluzionaria su quella riformista che lo aveva guidato fin dalla nascita nel 1892 e che adesso era alle prese con il dilemma “che fare?” con cui si confrontavano i movimenti di sinistra di tutta Europa (stretti tra la necessità di non schierarsi a favore della “guerra borghese” e quella di sopravvivere alla prevedibile reazione dell’establishment alla renitenza di massa alla leva), Mussolini aveva dimostrato di avere – dal suo punto di vista – coraggio, idee chiare, visione strategica.
La fondazione del Popolo d’Italia nel 1914 nei giorni in cui la Triplice Intesa tirava la giacchetta di Salandra e Sonnino per ottenere l’ingresso dell’Italia nella Grande Guerra ed il suo schieramento deciso nel campo dell’interventismo (di cui era da subito diventato il capofila) era stato un colpo da maestro. Mentre gli ex compagni socialisti gli domandavano pubblicamente “chi paga?”, accusandolo più o meno esplicitamente di essere al soldo di potenze straniere – soprattutto la Francia – Mussolini non aveva fatto mistero né rammarico della propria svolta ideologica e aveva picchiato duro sul governo nazionale che tentennava, ancora incerto tra una neutralità di buonsenso ed un intervento allettato dal miraggio di facili conquiste, anche oltre quelle che completavano il programma di unità nazionale rimasto in sospeso dalle guerre risorgimentali.
Che poi non tanto di svolta si trattava, quanto di maturazione alle estreme conseguenze di una ideologia che Mussolini aveva fatto propria e nutrito fin dalla turbolenta adolescenza. Il giovane Benito era stato un anarchico più che un socialista, imbevuto di quelle teorie oscillanti tra il nichilismo del tanto peggio tanto meglio che avrebbe tenuto a battesimo anche la futura classe dirigente dell’unica altra rivoluzione di successo oltre alla sua, quella bolscevica russa, e la concezione della violenza come “levatrice della storia”. Niente succede, niente cambia senza violenza, Mussolini aveva fatto proprio questa massima e l’aveva rinfacciata al partito che l’aveva espulso. E nell’immediato dopoguerra si disponeva adesso a cogliere i frutti della sua intuizione.
Mussolini arringa la folla a Sansepolcro
C’erano stati due soli politici italiani ad avere una visione chiara fin nelle conseguenze più a lungo termine di cosa avrebbe comportato per la giovane nazione italiana l’ingresso in una guerra di quelle proporzioni e per la quale era tutt’altro che preparata, come avevano dimostrato le recenti imprese coloniali: quella sfortunata di Etiopia conclusasi con il disastro di Adua nel 1896 e quella conclusasi vittoriosamente due anni prima in Libia con la conquista dell’ex dominio ottomano. L’esercito italiano non era pronto a nuove, devastanti avventure, la società civile lo era ancor meno.
Giovanni Giolitti era l’uomo politico più abile e prestigioso di inizio secolo, una specie di Giulio Andreotti dell’epoca, convinto della necessità di guidare la arretrata società italiana (a inizio secolo l’80% della popolazione viveva ancora immersa in un medioevo agricolo che la poneva assai più indietro nel novero delle nazioni più evolute rispetto agli standard che oggi definiremmo occidentali) in una transizione a piccole dosi e senza scosse verso un nuovo progresso industriale e di emancipazione sociale.
Per Giolitti, l’Italia era un vaso di coccio che sarebbe andato in frantumi mescolandosi tra i vasi di ferro che si stavano scontrando sui campi di battaglia da Ypres a Brest-Litovsk. Le sue fragili strutture economiche e sociali non avrebbero retto agli sconvolgimenti provocati da un conflitto che non era più di tipo ottocentesco (il Risorgimento stesso era stato tutto sommato una questione di èlites, non una guerra di popolo) ma che appunto metteva a ferro e fuoco tutto il mondo, e coinvolgeva i civili allo stesso modo dei militari.
Nel 1913 Giolitti aveva fatto un primo esperimento di transizione democratica inserendo nell’ordinamento italiano il suffragio universale maschile pur sulla base ancora del sistema maggioritario. Il vecchio glorioso partito liberale ne aveva subito risentito, vedendo pericolosamente ridursi le distanze da quello socialista, appunto, e vedendo profilarsi all’orizzonte anche un altro competitor formidabile, quei popolari che Don Sturzo stava organizzando in partito dei cattolici, o almeno di quei cattolici ai quali il non expedit papale successivo alla breccia di Porta Pia andava ormai strettissimo. Giolitti aveva contato di acquisire progressivamente alla democrazia queste forze, evitando derive bolsceviche come quella che stava avendo luogo in Russia. La guerra avrebbe vanificato le sue previsioni ed i suoi sforzi.
La sala dell'adunata al Circolo dell'Associazione Industriali
L’altro uomo politico lungimirante, ma sul fronte opposto, era appunto Benito Mussolini. L’uomo che un giorno sarebbe stato chiamato Duce aveva intravisto nella guerra imminente e inevitabile (Salandra e Sonnino cedettero a Londra nell’aprile 1915, alleandosi all’Entente Cordiale a decorrere dal successivo 24 maggio) l’occasione di far saltare il banco e di scatenare quella rivoluzione che lui e molti altri vedevano ormai come altrettanto inevitabile, per scardinare un ordine borghese che veniva percepito ormai come altrettanto vecchio e superato dai tempi come la vecchia Europa degli Imperi che non sarebbe sopravvissuta alla guerra.
Così fu. Poco dopo la firma dell’armistizio e lo storico discorso di Armando Diaz, mentre a Versailles si discuteva di quella pace che in Italia sarebbe stata propagandata come la vittoria mutilata, Mussolini intercettò il malcontento di molti amalgamandolo in quel Fascio primigenio che la sera del 19 marzo 1919 fu costituito a Milano e che la mattina del 23 fu presentato all’Italia intera, affinché potesse vantare quanti più tentativi di imitazione possibili.
Mussolini all'uscita dell'adunata
I Fasci erano destinati ad avere il sostegno delle componenti sociali e degli individui di estrazione più disparati. Non soltanto degli industriali che – spaventati dalla rivoluzione comunista sovietica e che già avvertivano le avvisaglie di quello che in Italia sarebbe passato alla storia come il Biennio Rosso – furono ben lieti di mettere a disposizione la sede della loro associazione, dietro pagamento di simbolico affitto. A Sansepolcro c’erano anche tutti gli scontenti dei vecchi movimenti anti-borghesi e repubblicani, delusi dalla tiepida opposizione di socialisti & C. alla guerra e a chi l’aveva voluta. C’erano anche i reduci delle trincee, delusi dalla tiepida e a volte decisamente ostile accoglienza trovata al ritorno a casa dal fronte, molti di loro ancora con l’adrenalina in circolo e la voglia di menar le mani non soddisfatta da quattro anni di guerra. Era il caso degli Arditi che influenzarono nella simbologia e nello spirito le prime fogge esteriori ed i primi atteggiamenti dei Fascisti. Gli altri erano ripresi dal passato glorioso dei Littori dell’Antica Roma: “ci sono nella nostra storia, nel nostro sangue, degli elementi e dei fermenti di grandezza, poiché se ciò non fosse noi oggi saremmo l'ultimo popolo del mondo”. Il vecchio nazionalismo insomma fondava e giustificava il nuovo.
Mussolini cavalcava più tigri, con il plauso interessato di diversi aspiranti domatori. E tuttavia la piattaforma comune elaborata a collante di questo universo variegato di opposti estremismi e aspiranti e poco raccomandabili avventurieri – su cui egli dimostrò di avere da subito un incredibile ascendente – a rileggerla oggi con il senno di poi e la conoscenza della storia successiva sorprende per quanto fosse avanzata politicamente e socialmente, sia rispetto all’epoca che ad alcune di quelle successive.
Nel programma annunciato ai fascisti, si legge tra l’altro di suffragio universale (donne comprese, in tal caso l’Italia sarebbe stata al pari con le grandi democrazie anglosassoni) con elettorato attivo a 18 e passivo a 25; di abolizione del Senato (nihil novi sub soli) e di convocazione di apposita Assemblea Costituente per stabilire la forma di costituzione dello Stato, con preferenza dichiarata per quella repubblicana; minimi salariali e giornata lavorativa di otto ore per tutti, con partecipazione delle organizzazioni sindacali alla gestione delle imprese industriali; previdenza sociale e pensioni di invalidità e anzianità; riforma dell’esercito secondo quello che sarebbe poi stato il modello svizzero (brevi periodi di addestramento e richiami frequenti); espropriazione parziale dei latifondi e socializzazione delle imprese essenziali; sequestro di tutti i beni delle congregazioni religiose.
Il Programma di Sansepolcro
Se il Fascismo avesse mantenuto le promesse fatte a Sansepolcro, sarebbe passato alla storia come la forma più avanzata di socialdemocrazia del ventesimo secolo. Non è un caso che al programma di Mussolini si ispirarono gli stessi Lenin e Stalin al momento di elaborare la prima costituzione dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche. La storia in realtà andò in un altro senso. La svolta autoritaria imposta dai gerarchi allo stesso Mussolini a partire dal 3 gennaio 1925 andava probabilmente al di là delle stesse intenzioni di quello che era destinato a restare nella storia d’Italia come un dittatore, colpevole tra l’altro di essersi alleato con i personaggi e le forze più abbiette del secolo e del mondo che aveva inizialmente affascinato. Le classi dirigenti e le pubbliche opinioni di Gran Bretagna e Stati Uniti, non solo gli aspiranti fuhrer e caudillos, ritenevano il padre del Fascismo come un grande uomo politico, che avrebbe modernizzato il suo paese tirandolo fuori dal medioevo e proiettandolo nel futuro tecnologico. Molti, anche nelle grandi democrazie, ritenevano che avesse qualcosa da insegnare anche in casa loro.
Chissà cosa pensava veramente di se stesso e della propria opera tradotta in storia successiva il Mussolini di Salò, nel bel mezzo del ferro e del fuoco di una guerra addirittura più atroce di quella in cui aveva avuto l’intuizione grazie alla quale né il suo paese né il mondo intero sarebbero più stati gli stessi.

martedì 22 marzo 2016

CONTROCORRENTE SPECIALE BRUXELLES




Interrompiamo le normali cazzate, con cui ci trastulliamo ormai quotidianamente su Facebook e sugli altri dis-social network, per aggiornare la situazione dall’aeroporto di Bruxelles. Sale finora ad 11 il conto dei morti, le compagnie di bandiera stanno cancellando i voli da e per la capitale belga e dell’Unione Europea. Nel marasma dei terminal sconvolti si cerca di recuperare i propri effetti personali, insieme all’idea che questa sia ancora la nostra vita normale.
Qualcuno sta scrivendo “siamo in guerra, da oggi ufficialmente”. No, cari signori, lo siamo da un bel po’. Ma faceva un gran comodo a tutti quanti illudersi che così non fosse. Un po’ perché ormai in occidente ci piace ridurre tutto ad una questione di quattrini. Quanto vuole la Turchia per allestire campi profughi al confine con l’Europa. Quanto vuole la Germania per continuare ad assorbire manodopera a buon mercato per le sue industrie. Quanto vuole un migrante appena sbarcato per votare alle primarie del PD italiano, e presto anche alle politiche.
Ma soprattutto perché è comodo ricondurre il tutto agli stereotipi del vecchio scontro destra – sinistra, comunisti vs. fascisti, antagonisti vs. casapound, radical – chic benpensanti contro leghisti egoisti e bestie. Renzi (“Bruxelles nel cuore e nell’anima”, o qualcosa del genere) contro Salvini (era a Bruxelles, è salvo e twitta: “sto bene - a qualche scemo dispiacerà -  e torno in ufficio”). Non ci abbiamo capito niente, come al solito, e ci fa tanto comodo fare, come al solito, le oche giulive, di sinistra e di destra. Tanto a levare le castagne dal fuoco ci penserà qualcun altro.
E’ uno scontro di civiltà. Tra un occidente decadente e distratto (ma quando scoppiano le bombe distrarsi è più difficile, e il rumore supera anche quello della musica e delle cazzate negli auricolari) ed un terzo mondo (ma anche secondo) che vuole imporci il suo dominio con l’unica cultura che conosce. Che non è quella dell’Alhambra, di Avicenna ed Averroé e di quell’Islam di cui si favoleggia tanto e che non è mai esistito se non nei film e nella fantasia distorta o interessata di qualcuno. E’ quella di Settembre Nero, non si è mai mossa da lì. Non si è mai evoluta. Non può farlo. Maometto non sapeva scrivere, ma la scimitarra la maneggiava benissimo.
Siamo in guerra, sì, signori. Giulio Cesare diceva di prepararsi sempre per tempo, aumenta addirittura le possibilità di mantenere la pace.
Ma forse son concetti troppo complicati. Fate una bella cosa, mezza giornata di attenzione compita, poi rimettete pure gli auricolari.

lunedì 21 marzo 2016

Il nostro figlio del vento



21 marzo 2013
Era il nostro Figlio del Vento. Il penultimo bianco capace di vincere la medaglia d’oro alle Olimpiadi nella corsa veloce, recordman del mondo dei 200 metri per 17 anni e tutt’ora recordman europeo imbattuto. Pietro Mennea era nato a Barletta il 28 giugno 1952, e si è spento stamani in una clinica di Roma, dove aveva combattuto la vana battaglia finale contro un male di quelli che non perdonano. Nel mezzo a queste date, una vita di quelle da leggenda.
La prima medaglia assoluta agli Europei del 1971, con la staffetta italiana 4x100, la prima medaglia olimpica a Monaco nel 1972, un bronzo alle spalle del suo idolo e maestro, il sovietico Valery Borzov. Due anni dopo a Roma, toccò a Pietro il gradino più alto, oro finalmente nei 200 metri, la distanza a lui più congeniale, quella in cui poteva dispiegare tutta la sua potenza e velocità progressiva, mentre nei 100 fu ancora secondo dietro al “mostro” Borzov.
A Città del Messico con Primo Nebiolo e Gianni Minà
Pietro era la speranza bianca, il campione predestinato, l’atleta destinato a ridare orgoglio all’Italia dopo gli anni opachi seguiti alla fine della carriera di Livio Berruti, il campione di Roma 1960. Ma il ragazzo venuto dal sud, pur avendo fatto tanta strada, ne doveva fare ancora altrettanta prima di raggiungere le terre del Mito. A Roma 1974 seguirono anni di crisi, psicologica prima ancora che tecnica. Pietro aveva medaglie e record nelle gambe, ma stentava a sentirli nella testa e nel cuore. Alle Olimpiadi di Montreal nel 1976 chiuse senza vittorie, l’oro andò al giamaicano Don Quarrie e lui fu quarto nei 200 e nella staffetta 4x100.
La sua rinascita avvenne a Praga nel 1978, ai campionati Europei. Pietro aveva raggiunto una maturità e uno stato di forma tali da far suoi oltre ai 200 metri che gli appartenevano da sempre anche i 100, distanza in cui fino ad allora non era riuscito a dispiegare il suo ritmo di gara migliore, data la brevità. Fu a Praga che maturò l’idea del record del mondo. Lo studente di Scienze Politiche Pietro Mennea aveva diritto a partecipare alle Universiadi che l’anno successivo si sarebbero tenute a Città del Messico, città la cui altezza sul livello del mare favoriva i record sportivi da sempre. Lì nel 1968 alle Olimpiadi Tommie Smith aveva stabilito il precedente primato, 19’83’’ e aveva sollevato sul podio il pugno sinistro guantato di nero, facendo conoscere al mondo il Black Power.
Toccò a Pietro succedergli, con quel tempo di 19’72’’ che resistette come record mondiale fino al 1996, quando fu superato da Michael Johnson ai trials per le Olimpiadi di Atlanta. A livello europeo nessuno ancora è mai riuscito a batterlo, ed è un record che ormai Pietro si è portato con sé, chiudendo gli occhi per l’ultima volta stamattina.
L'arrivo dei 200 a Mosca
Dopo il record, era il favorito d’obbligo per le Olimpiadi che si tenevano a Mosca l’anno successivo, quelle del boicottaggio degli americani a causa dell’invasione sovietica dell’Afghanistan. A contendergli la medaglia d’oro, oltre al campione uscente Don Quarrie c’era lo scozzese volante Alan Wells, che gli aveva già dato un dispiacere sulla distanza dei 100 metri. Anche nella finale dei 200 Wells sembrò dapprima involarsi verso un clamoroso bis, ma Pietro aveva il tempo per rimontare e lo fece con una progressione che abbiamo ancora tutti negli occhi, bruciando il britannico al foto-finish. Nella 4x400 poi dette poi il suo contributo fondamentale alla medaglia di bronzo italiana.
L’anno dopo annunciò il suo ritiro, forse consapevole di aver dato e raggiunto il massimo. Ma il richiamo della pista era forte, e Pietro tornò due volte, in occasione delle olimpiadi di Los Angeles 1984 (dove cedette il testimone ad un altro Figlio del Vento, Carl Lewis) e di quelle di Seoul 1988, dove fu portabandiera azzurro. In totale cinque partecipazioni olimpiche, altro record eguagliato da pochi al mondo.
Pietro Mennea aveva quattro lauree, Scienze Politiche, Giurisprudenza, Lettere e Scienze Motorie. Era avvocato, docente universitario, cofondatore assieme alla moglie della Fondazione Onlus intitolata a suo nome che intendeva diffondere i valori dello sport e contribuire alla lotta al doping. La città di Londra, nell’ambito delle iniziative connesse alle Olimpiadi del 2012, gli aveva addirittura dedicato la stazione della metropolitana di High Street Kensington.
Come ha detto Livio Berruti, Pietro «era un inno alla resistenza, alla tenacia e alla sofferenza». Tutte qualità che gli italiani, non solo nello sport, non possiedono più.
Adesso è lassù, con Jesse Owens e tanti altri, a raccontarsi i loro giorni di gloria per l’eternità.

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giovedì 17 marzo 2016

Ufficiali e gentiluomini



Chi siamo noi? Un ufficiale va in congedo soltanto temporaneo, provvisorio. Basta ritrovarsi una mattina nel Piazzale del Fante alla vecchia scuola (ma se per questo anche di fronte ad una qualsiasi bandiera tricolore), perché sensazioni e sentimenti che credevamo sepolti sotto trent’anni di vita civile tornino fuori prepotentemente. Come se avessimo lanciato i berretti in area pochi minuti fa, e invece di disperderci ai quattro venti fossimo rimasti in attesa dell’adunata successiva.
Ci ha messo trent’anni ad essere chiamata, quell’adunata. Ma invece che il 12 marzo 2016 sembrava il 14 marzo 1986. La mattina dopo il saluto del Comandante e la consegna dei gradi. Cancellati di colpo i ricordi, le ferite, le SAST a cui la vita ci ha sottoposto nel lungo percorso per ritornare qui, in questo Piazzale e poi poco più in là, sugli scalini della Tommaso Monti.
Hai voglia a stupirti dei segni impietosi del tempo, non solo sui nostri volti e sui nostri corpi ma anche e soprattutto sul Primo Battaglione. Quando entri, i tuoi occhi (malgrado le diottrie lasciate indietro e le lenti più o meno spesse che le hanno sostituite) vedono benissimo. Vedono la vecchia Cesano com’era, e come sarà sempre per noi.
Sulla sinistra c’è l’ufficio del Comandante Angelini, di fronte l’ingresso dello spaccio, a destra i corridoi e le camerate della Prima Mareth. Le stanze del capitano Foti e dei subalterni, poi il tavolo dello Scelto, poi ancora a sinistra le camerate del Primo Plotone e di seguito su per il corridoio quelle del Secondo, Terzo, Quarto e Quinto. Da un lato, a metà l’armeria, dall’altra la saletta della televisione a cui per avere accesso era necessaria una raccomandazione dello Stato Maggiore della Difesa (ho odiato veramente i nostri ufficiali istruttori una volta sola, una sera che si giocava Italia-Germania….).
Più avanti il magazzino, mi sembra ancora di veder uscire Davide Zanon con una tavola da surf sottobraccio il giorno della grande alluvione di Cesano, esclamando: “E venne il giorno della grande onda!”. Più avanti ancora, oltre il Quinto, l’Aula Magna, o come si chiamava. Quella che ti mettevano a pulire quando eri consegnato. Io ne feci la conoscenza subito, due giorni da Giorgio Gabrielli per schiamazzi durante il trasferimento a mensa. Da allora, quando mangio, sono compostissimo. Poi altri tre giorni da Michele Del Piero per aver lavato gli anfibi in bagno. Da allora, le mie case sono rigorosamente dotate di rimessa con lavabo, e le mie scarpe arrivano in casa perfettamente linde e lustre. Mi spiegò come fare, alla perfezione, il Capitano Foti, nell’udienza pomeridiana ai puniti.
Chi siamo noi? Che cos’è che ci tiene legati a questi posti? Non è solo il ricordo della nostra giovinezza. E’ qualcosa di più, di meglio. E prima o dopo l’abbiamo capito tutti. Qualcuno sabato confessava di essersi portato dietro una punta di – diciamo così – risentimento per qualche passo del leopardo in più rispetto a quello che sentiva come “dovuto”. Un nodo che solo rientrando a Cesano era riuscito a sciogliere, avendo finalmente compreso che tutta la sua vita successiva – nel bene e nel male, ma soprattutto nel bene – era partita da lì, da quel passo del leopardo.
Non ero il migliore del corso, non ho mai preteso di esserlo. Ma credo di essere stato uno dei primi a capire come funzionava Cesano e perché funzionava così. E ad andarmene il 13 marzo 1986 dalla scuola in pace con me stesso e con chi aveva fatto di me un ufficiale e un gentiluomo. In pace ed in gratitudine. Con la speranza un giorno semmai di rivedere gli istruttori AUC di ogni grado, e di poter dire loro queste cose.
Sapevo perfettamente perché ero lì, e perché dovevo sputare sangue. Ero lì perché l’avevo chiesto io, ma sapevo esattamente cosa avevo chiesto. Quella era una scuola di guerra. Una scuola per ufficiali dell’esercito, in un’epoca in cui la guerra alle porte di casa nostra era ancora una ipotesi verosimile. In un’epoca in cui il servizio militare era tutt’altro che di moda. Dopo il 1943 non lo è più stato, chi ostentava una divisa era già tanto se se la cavava sentendosi dare del “fascista”. Chi parlava con orgoglio e trasporto del proprio servizio militare si vedeva emarginato, ridotto ai margini dei salotti e dei convivii della vita civile.
Niente e nessuno, pur arrivando alla stazione di Cesano o salendo sul pullmann a Viale Giulio Cesare a Roma con le migliori intenzioni, ci aveva preparati a quello che ci aspettava. Dal momento in cui varcavamo la porta carraia della scuola, dal primo urlo con cui venivamo accolti un istante dopo, il mondo in cui eravamo precipitati non aveva niente in comune con quello in cui eravamo vissuti fino ad allora. C’è una frase del capitano Foti riportata nel giornalino del corso, l’intervistatore gli chiede quale è la sua soddisfazione più grande, e il capitano risponde: “trasformare dei giovani, timidi studenti in sicuri comandanti”.
Ecco cosa eravamo. Dei giovani, timidi studenti che avevano vissuto in un mondo immerso in una pace artefatta e illusoria. Alcuni avevano alle spalle una freschissima Maturità. Altri una Laurea, come me, e qualcuno che aveva già cominciato a chiamarci “dottore”. Tutti dovevamo “riprogrammarci” nel più breve tempo possibile, con ogni mezzo lecito ai sensi del codice militare, per diventare persone in grado di difendere con le armi il proprio paese. Difendere e far difendere, perché comandare – come dice ancora il capitano Foti in quell’intervista – è la cosa più difficile che ci sia. Molto più facile ubbidire.
Ecco cosa siamo diventati. Gente in grado bene o male di dire ad altri – in qualunque attività si siano messi – cosa devono fare e perché, di dirlo con fermezza e con le dovute maniere. Di ottenere risultati da altri. Il destino ha voluto che nella nostra epoca nessuno di noi ha dovuto prendere le armi per difendere la propria casa, la propria famiglia, la propria patria. Poteva succedere, e ci piace pensare che saremmo stati pronti. Nella nostra epoca invece, la vita civile ci ha chiamati spesso a lavori difficili, frustranti, funestati dalla vigenza di strategie e tattiche assurde, idiote a volte, e dalla presenza in comando di individui che non avevano altro merito che quelle raccomandazioni che a Cesano ci davano, a torto o a ragione,  tanto fastidio. E non avevamo ancora visto nulla.
Farsi una collina di Sant’Andrea a passo di leopardo serviva a questo. Farsela a 40° o a 0° centigradi, dopo una giornata di addestramenti che non avevano scherzato, con la prospettiva in caso di fallimento di andare incontro a punizioni ancora più dure, serviva ad andare oltre i propri limiti. Perché in guerra un nemico non ti perdona, se vede un tuo punto debole è lì che colpisce. E il tuo punto debole è il punto debole di tutta la tua squadra, di tutti i compagni che confidano su di te per riportare a casa anche la loro pelle.
Nella vita civile è la stessa cosa, nessuno ti perdona niente e tutti aspettano il tuo punto debole per colpirti. E gli amici, quelli veri, quelli che possono darti una mano sono pochi. Si contano forse soltanto sulle pagine di un giornalino di corso A.U.C. Ma nessuno è più abituato a considerarlo. Il servizio militare non esiste più, niente prepara più i nostri figli e le nostre figlie ad esercitare valori diversi da quell’individualismo assoluto che impera adesso. “Dopo di me, attorno a me, il diluvio”. Noi sapevamo sempre che, durante un assalto come una esfiltrazione, come una guardia armata o una semplice corvée o una andata a mensa, alla nostra destra come alla nostra sinistra c’era sempre un compagno pronto a darti una mano e ad aspettarsela da te. Nel buio di quelle notti gelide dell’inverno 1986 non eravamo mai veramente soli. Dopo, lasciata Cesano ed il servizio, ci siamo ritrovati più soli che mai. Il mondo cambiava, ed a far fronte a quella solitudine che avanzava, di nuovo nessuno ci aveva preparati.
Ecco che cosa siamo. Quelli dell'ultima generazione entrata a Cesano per uscirne ufficiali e gentiluomini. Non c'é bisogno di aggiungere altro. Ho impiegato un sacco di parole per dirlo. Credo comunque che ad ognuno di noi sia bastato riguardarsi negli occhi sabato mattina scorso per capire in un lampo tutte queste cose. O forse, le sapevamo già tutti. Da sempre.


mercoledì 16 marzo 2016

Via Fani



Ricordo che ero a scuola quando arrivò la notizia. Un commando delle Brigate Rosse ha rapito il presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro. Una bomba, più devastante ed assordante di quelle che all’epoca scoppiavano qua e là per l’Italia, campo di battaglia della Strategia della Tensione, degli Opposti Estremismi e di chissà quanti altri episodi di quella Guerra Fredda quasi calda che si combatteva nelle nostre città, nelle nostre vite.
A scuola, non passava quasi giorno senza che nessuno telefonasse per annunciare la presenza di qualche fantomatica bomba, con la conseguenza magari di provocare l’uscita anticipata di studenti e personale scolastico, quando la minaccia sembrava più verosimile. A volte era addirittura qualcuno di noi che telefonava, in concomitanza di qualche compito o interrogazione scottante, per provocarne il rinvio.
Quel giorno, la bomba scoppiò davvero. Peggio di una atomica, avrebbe cambiato il nostro mondo e la nostra storia per sempre. Niente sarebbe stato più come prima, per noi ragazzi, per gli adulti, per l’Italia che ci sembrava andare in pezzi un po’ alla volta ogni giorno, e che quel giorno sembrò arrivare davvero sull’orlo del baratro.
Era il 16 marzo 1978. Quando la notizia ci raggiunse, all’ora di ricreazione, il fatto era già successo da qualche decina di minuti. A Roma, in Via Fani, lungo il tragitto che percorreva per raggiungere Montecitorio dalla propria abitazione nel quartiere Trionfale in zona Monte Mario, Aldo Moro, presidente del partito di maggioranza relativa che governava l’Italia da 34 anni ininterrottamente – la Democrazia Cristiana –, mentre si recava a presenziare al voto di fiducia della Camera dei Deputati a quello che avrebbe dovuto essere il 34° governo della Repubblica Italiana dalla sua proclamazione, era stato aggredito da un commando BR composto da personaggi i cui nomi erano destinati a diventare tristemente famosi presso l’opinione pubblica italiana: Valerio Morucci detto Matteo, Franco Bonisoli detto Luigi, Prospero Gallinari detto Giuseppe, Raffaele Fiore detto Marcello, Barbara Balzerani detta Sara. A Via Gradoli, in uno dei covi che le indagini successive avrebbero sfiorato ma incredibilmente mai scoperto, erano rimasti i cervelli Mario Moretti detto Maurizio, Adriana Faranda detta Alessandra. All’incrocio della fatidica Via Fani con Via Stresa era scattata la trappola, con le auto dei brigatisti che avevano bloccato quelle su cui viaggiavano Moro e la sua scorta.
Il corpo dell'agente Giulio Rivera riverso nella 128 dopo la strage
In pochi secondi, il maresciallo Oreste Leonardi e gli agenti Domenico Ricci, Raffaele Iozzino, Giulio Rivera e Francesco Zizzi furono sterminati con freddezza ed efficienza. Aldo Moro fu sequestrato e condotto da Mario Moretti nel covo – prigione di Via Montalcini, dove sarebbe rimasto segregato per i successivi 55 giorni, prigioniero del cosiddetto Tribunale del Popolo.
Ci sono fotogrammi stampati a fuoco nella memoria collettiva di una intera generazione. Bruno Vespa che con voce stravolta commenta assieme al povero Paolo Frajese la carneficina di Via Fani. Papa Paolo VI che rivolge il suo disperato appello in favore dell’illustre prigioniero agli Uomini delle Brigate Rosse. La stella a cinque punte che campeggia su ciascuno dei comunicati stampa consegnati dai terroristi agli organi di informazione. La foto di un Aldo Moro dall’aspetto sempre più smunto e provato, spedita agli stessi organi di informazione dalla prigione del popolo attraverso chissà quale canale.
I brigatisti si sentivano i nuovi partigiani, come testimoniava il loro tragico vezzo di scegliersi un nome di battaglia allo stesso modo dei combattenti della Guerra Civile del 43-45. La loro lotta contro lo Stato Imperialista delle Multinazionali era rimasta fino a quel momento – per quante vittime poteva aver già fatto – quasi sotto traccia. Uno dei fenomeni degenerativi di una società che dopo gli anni del boom economico era entrata in crisi. Di crescita e di consapevolezza di sé.
A metà degli anni settanta era chiaro che il vecchio Centrosinistra non bastava più ad assicurare progresso e stabilità ad un paese i cui squilibri interni tornavano ad essere penalizzanti, strutturalmente più forti di qualunque beneficio la congiuntura economica potesse fornire. Aldo Moro era uno dei due cavalli di razza della Democrazia Cristiana, secondo la celebre definizione di Indro Montanelli, che avevano guidato il partito ed il paese dopo la scomparsa di De Gasperi e la fine della ricostruzione post-bellica e l’inizio del boom.

Diversamente dall’altro, Amintore Fanfani, precocemente invecchiato ed estromesso dalla leadership politica dalla battaglia per il divorzio che aveva avversato, Moro aveva ancora un ruolo da giocare nell’attualità. La sua idea delle convergenze parallele (artificio non troppo retorico e paradosso politico che aveva simboleggiato l’avvicinamento della sinistra fino allora considerata eversiva, quella comunista, all’area di governo, pur con la cautela necessaria a non scontentare l’alleato americano) stava rapidamente evolvendo nel cosiddetto Compromesso Storico.
Il segretario del Partito Comunista Italiano di allora, Enrico Berlinguer, malgrado il suo partito stesse registrando un avanzamento storico e trionfale (culminato nel 34% alle politiche del 76. a pochi punti di distacco dalla DC), aveva maturato la convinzione che in Italia non bastasse il 51% per governare, almeno finché durava la Guerra Fredda (quell’ombrello atomico della NATO che era oggetto di amore-odio per i comunisti di allora) e la conventio ad excludendum nei confronti del P.C.I. dalla possibilità reale di governare. La tragica vicenda cilena con il rovesciamento sanguinoso di Salvador Allende e del governo di Unidad Popular stava lì a dimostrarlo.
Enrico Berlinguer e Aldo Moro
Quando Moro se ne uscì con la proposta di un appoggio esterno comunista (preludio ad una successiva partecipazione alla compagine ministeriale) al quarto governo Andreotti da costituire di lì a poco, Berlinguer non se lo fece ripetere due volte. L’abbraccio con la DC era l’unica via per il potere, e l’unica via d’uscita dalla situazione di impasse del paese. Almeno così sembravano credere tutti in quel momento.
Quella mattina di marzo del 78 Moro uscì di casa per andare a votare la fiducia alla sua ultima creazione, destinata nella sua intenzione a ripetere il geniale successo del centrosinistra di quindici anni prima che aveva visto l’entrata del P.S.I. di Nenni al governo del paese. Ma era scritto nella logica della storia prima ancora che nel destino che non dovesse mai arrivare a Montecitorio, né fare ritorno all’appartamento che condivideva con la moglie Eleonora.
All’angolo tra Via Fani e Via Stresa c’erano forze potenti, nemici implacabili ad aspettarlo. A parte i brigatisti, che le quattro edizioni dei processi celebrati in seguito avrebbero praticamente dimostrato tra l’altro essere infiltrati da servizi italiani e di altre nazioni, c’erano sullo sfondo prima di tutto due superpotenze per nulla soddisfatte della piega che gli avvenimenti italiani stavano prendendo (gli USA perché non c’era barba di santo che si convincessero a fidarsi a lasciar entrare un partito comunista – per quanto facesse professione di conversione alla socialdemocrazia come quello di Berlinguer – in una qualunque stanza dei bottoni dell’area NATO, l’URSS perché vi leggeva – e non a torto – una fuga senza ritorno del P.C.I. dal controllo di Mosca). E come se non bastasse c’era un quadro politico italiano parimenti scontento del meccanismo di evoluzione che si era messo in moto tra Piazza del Gesù, storica sede DC, e Via delle Botteghe Oscure, altrettanto storica sede comunista. L’abbraccio con i comunisti veniva visto obtorto collo da più esponenti politici di quanto non sembrasse all’apparenza.
Ad armare la mano di Moretti & C. furono probabilmente in tanti, assai più di quanto la storiografia ufficiale ci ha consentito finora di comprendere. Lo statista pugliese (era di Maglie, nel Salento, era nato il 23 settembre 1916), era destinato a chiudere i suoi giorni nella prigione del popolo di Via Montalcini. Ed il suo progetto politico a morire con lui.
I sei morti di Via Fani
Fu subito chiaro non appena alla feroce determinazione dei brigatisti assassini l’establishment politico scelse di contrapporre una inusuale – per il costume italiano – linea della fermezza. Dei politici – e delle forze politiche – di spicco, il solo Bettino Craxi neosegretario del P.S.I. si dichiarò disposto alla trattativa, per salvare la vita di Aldo Moro. Gli altri, a cominciare dai suoi compagni di partito e di una vita intera (in primis quel Giulio Andreotti che una Camera dei Deputati sconvolta aveva eletto a spron battuto di nuovo capo del governo lo stesso 16 marzo, e quell’Enrico Berlinguer che figurava come principale beneficiario dell’azione politica dello stesso Moro), furono tutti per un no che significava una condanna a morte.
Che fu eseguita al momento di caricare Aldo Moro sulla celebre Renault 4 rossa poi abbandonata in Via Caetani, a metà strada tra le due sopra citate sedi storiche dei partiti che stavano celebrando il loro Storico Compromesso. Ultimo schiaffo in faccia ad uno Stato che non era stato capace di salvare la vita al suo esponente politico più importante, sesta vittima di Via Fani dopo i cinque uomini della sua scorta.
Gallinari, Moretti e gli altri BR a processo
Il seguito è storia nota, almeno per chi ne ha mantenuta memoria. Le dimissioni del ministro dell’Interno Francesco Cossiga (unico caso nella storia della Repubblica), autoincolpatosi per non essere stato capace a liberare il suo collega. Le dimissioni del presidente della Repubblica Giovanni Leone, sull’onda del dramma in corso ma anche e soprattutto dello scandalo Lockeed che aveva avviato anni prima la crisi conclamata del sistema. «Non ci faremo processare nelle piazze», aveva detto in Parlamento proprio Aldo Moro, senza immaginarsi che proprio lui sarebbe finito sotto processo. Se non in piazza, in una cantina.
A giugno arrivò l’elezione di Sandro Pertini ad invertire la tendenza verso il baratro dello Stato e della società italiani. A quel punto, nessuno parlava più di Compromesso Storico. Mentre le forze dell’ordine si mettevano a dare la caccia sul serio ai suoi assassini, del testamento politico e morale di Aldo Moro già non restava più niente.

domenica 13 marzo 2016

Eravamo giovani a Cesano

Me lo trovo davanti all’improvviso. E di colpo 30 anni svaniscono. Non ce ne siamo mai andati da qui. Abbiamo lanciato i cappelli in aria 30 anni fa, più o meno a quest’ora. Ma poi siamo rimasti qui. La parte migliore di noi è rimasta qui, dove è stata forgiata.
Gli ultimi metri per arrivare alla porta carraia della Scuola di Fanteria sono stati da batticuore, come l’altra volta due anni fa. Allora c’era stata più emozione, stavolta è come avere la consapevolezza di tornare a casa. Una sensazione di quiete, e di serena aspettativa. Stavolta so esattamente cosa mi aspetta. Una caserma che non è più la mia, la nostra caserma, eppure è ancora lei. Completamente diversa, nelle camerate che non sono più quelle dove abbiamo sofferto e sperato, sorriso, pianto, battuto i denti dal freddo e dormito per cinque mesi, e che adesso sembrano le stanzette di un centro benessere. Ma assolutamente uguale in tutto il resto.
Anche noi siamo uguali a 30 anni fa. Con qualche chilo in più, i capelli ingrigiti (chi li ha ancora), sul volto l’espressione di una vita trascorsa verso le direzioni più disparate, da quando ci siamo salutati lasciando Cesano. Ma c’è un dettaglio, un particolare che non tradisce, consentendo a tutti di riconoscerci subito, malgrado tutto il resto che è cambiato.
Sono gli occhi. Gli occhi sono sempre gli stessi. Qualcuno ha la luce vivida di chi ha trovato il successo. Qualcun altro li ha offuscati da una penombra, come chi il successo l’ha solo sognato e mai raggiunto, oppure l’ha visto scorrere via. E se n’è fatto una ragione, oppure non se l’è mai perdonato. Ma gli occhi sono lo specchio dell’anima, e la nostra anima è stata tirata fuori dal guscio qui. A Cesano di Roma. Gli occhi non mentono, dicono chi eri e chi sei, senza bisogno di guardare alla targhetta con il nome, cognome, compagnia e plotone che ognuno di noi ha appuntata alla giacca.
Gli occhi di Michele Del Piero sono sempre gli stessi. Ha gli occhiali adesso, e quando mi parla dopo avermi stretto le mani la sua voce è quella tranquilla di un cinquantenne come me, non più quella carica di energia (e di umanità che covava sotto la brace ardente) di quel ragazzo che in tre mesi ci insegnò che cos’è un comandante e ci fece desiderare di esserlo. Di essere come lui.
Mi guarda negli occhi, e attraverso le lenti che il tempo gli ha aggiunto al volto il suo sguardo è sempre lo stesso. E di colpo mi ritrovo a Forte Bravetta, nella settimana del più bel Natale della mia vita, quello che – durante la guardia armata alla polveriera di Roma – mi vide stringere alcune delle amicizie più forti e durature di tutta la mia vita. Durature quanto la mia vita, ed anche oltre.
Gli occhi di Michele sono particolari. Con lui non puoi fingere. Non potevi farlo 30 anni fa, quando ti strigliava cercando di tirare fuori da te il meglio (“non vi chiedo niente che non abbia già chiesto ed ottenuto da me stesso”, quante volte ho ripensato a questa frase, diventato comandante a mia volta e poi nella vita civile). Non puoi farlo adesso, che te lo ritrovi davanti all’improvviso quando pensavi che non lo avresti più rivisto, una delle tante immagini del passato rimasta chiusa in un album.
Invece eccolo qui, ed è giusto. Che ricorrenza del 121° AUC sarebbe stata questa, senza colui che ha segnato quel corso come nessun altro? In un attimo, la contentezza mi travolge. Ho ritrovato il mio vecchio comandante, per rendermi conto in un attimo ed in poche parole scambiate che adesso, 30 anni dopo, è soprattutto un mio vecchio, carissimo amico.
Mentre mi parla e mi racconta del perché non rimase a fare il lavoro per cui sembrava tagliato come nessun altro - lui che era stato capocorso del 117°, per non restare a lavorare nel posto dove lavorava suo padre - mi viene in mente quello che ho provato io proprio in questi giorni, rendendomi conto che invece è quello che ho fatto io. Uno sbaglio colossale, perché la gente non ti apprezzerà mai per quello che sei, ma ti valuterà sempre e comunque perché sei “figlio di….”.
Quando mi parla invece delle sue difficoltà attuali, mi viene in mente invece la fine del film Rambo, quando Sylvester Stallone rompe gli argini dell’emozione e si chiede, e chiede al mondo: “nell’esercito pilotavo mezzi che costavano milioni di dollari, e adesso nella vita civile non vogliono affidarmi nemmeno un posto da commesso in una ferramenta???”. O qualcosa del genere. Eravamo comandanti di uomini. Nella vita civile adesso tocca sottostare a qualche imbecille messo lì dalla politica, o da qualche strategia assurda di marketing. Un imbecille che nemmeno ha dovuto farsi mezzo metro a passo del leopardo per dimostrare di valere qualcosa.
Quando mi congedai, il mio comandante del 3° battaglione Granatieri di Orvieto me lo ripeté più volte: “sei proprio sicuro? Guarda che là fuori non è come qui, è una giungla di belve”. E io giovane ingenuo desideroso di chiudere con un servizio, quello militare, che allora non andava di moda, dissi che sì, ero sicuro. Per poi maledirmi per buona parte degli anni a venire per aver lasciato quella che era una casa più confortevole delle altre che ho trovato dopo.
E’ questa consapevolezza che ci vela appena gli occhi, mentre parliamo e camminiamo sui vecchi percorsi della Scuola di Fanteria.  Nel frattempo, eccoli arrivare, Davide Zanon, Nico Di Marco, Massimo Petti. Con loro ormai basta uno sguardo e ci siamo detti tutto. Con Totò Russo, Sandro Bellini, Roberto Manigrasso, Bruno Bellassai ci vuole qualche parola in più, ma a noi piace così. Le parole ci piacciono, quando escono dal cuore meglio una in più che una in meno.
Ecco Domenico Garaffa, l’altro del 117° che rese il 121° un ricordo indelebile insegnandoci che si può avere carisma senza perdere un briciolo della propria umanità. Che come gli antichi samurai giapponesi, si può essere guerrieri conservando un animo sensibile. Il samurai scriveva poesie quando riponeva la katana. Io aspetto le nuove poesie di Domenico, per tuffarmici dentro nuovamente e provare a spiegare al mondo tutto quello che io so di lui e dei suoi versi fin dal primo giorno in cui lo sentii rivolgerci la parola.
Non c’è il comandante Angelini, un altro a cui 30 anni dopo avremmo avuto tante cose da dire, e che forse non c’è neanche bisogno di dire. Lui sa già tutto. C’è Giorgio Gabrelli, un altro i cui occhi sono inconfondibili, immutati dal tempo. Un altro con cui era difficile fingere 30 anni fa, e con cui è difficile fingere adesso. Non c’è Bocci stavolta, ma c’era due anni fa, e ormai è un vecchio amico anche lui.
Non c’è Giorgio De Luca, un altro samurai che trovò la sua katana proprio nei giorni di Cesano. Non c’è Massimo D’Antonio che volevo riportare a finire quello che era rimasto in sospeso 30 anni fa. Ce ne sono tanti altri, ma tanti mancano. Che Dio ci dia vita a sufficienza per riportare qui anche loro, prima o poi.
La Prima Compagnia Mareth non c’è più. Al suo posto una delle Spa in cui si sono trasformate le caserme del nuovo esercito di volontari dopo la riforma del 2000. Che peccato, dove andrà mio figlio tra 30 anni a ricercare le origini della propria anima e il senso della propria vita? A rincontrare le sue amicizie più forti? A ritrovare quel muro che mi ci volle di sputare sangue per scalarlo, quella pista intorno alla quale ho quasi lasciato il fegato e la milza per fare il tempo necessario ad essere ammesso all’ottava settimana?
Stavolta non c’è tempo di andare a Porta Nord, ma ai Monti di sant’Andrea ci andiamo comunque a mangiare, dalla parte del lago di Martignano. Nessuno guarda Del Piero, per un inconscio residuo di timore che ti faccia fare qualche scalata tra i cardi. Poi alla fine scappa da ridere a tutti. Il lancio di bombe di Natale Cozza (per non parlare di quello del nostro Pierluigi Breschi) è uno dei ricordi più cari per tutti, soprattutto per chi l’ha pagata con una mezzoretta di passo del leopardo. I sacchetti messi per l’alluvione a difesa del piazzale di compagnia, la fuga dal poligono di Monte Romano prima che il secondo plotone cominciasse a sparare in anticipo, la marcia notturna di esfiltrazione, la settimana di pattuglia invernale, il sollievo al ritorno da quella pattuglia di una doccia gelata nella settimana più fredda di quell’inverno.
Sono cose che può capire solo chi c’era. Sono cose che ai nostri figli mancheranno. Sono cose che ci faranno attendere il prossimo raduno con la stessa ansia con cui abbiamo atteso questo. E mentre torni a casa, la notte, con milioni di immagini, di suoni, e di ricordi che ti frullano per la testa e ti fanno dispiacere che questa giornata sia già finita, arriva un messaggio di Totò Russo e ti piega in due dalla commozione. Chi siamo noi e chi eravamo.
Caro Totò, il fatto è che noi lo sappiamo da 30 anni chi siamo. E anche se siamo sempre rimasti qui, oggi finalmente siamo tornati a casa.



Non ho mai più avuto amici come quelli….. Gesù, ma chi li ha?
(Stand by me, Stephen King)

"Non occorre che un uomo sappia cosa avverrà alla fine del giorno dopo, è sufficiente che il giorno finisca e la conclusione sarà nota; se ci rincontreremo allora sorrideremo, sennò, sarà stato lo stesso un bell'addio".

(Caio Giulio Cesare, William Shakespeare)