mercoledì 27 aprile 2016

Storia degli Europei di calcio: 1972 Deutscheland Uber Alles

Quattro anni dopo la vittoria dell’Italia, il mondo era completamente cambiato. Anche il calcio, come ogni altra cosa. Quando Valcareggi e i suoi ragazzi avevano alzato la Coppa che sanciva la rinascita della scuola italiana dopo il periodo buio del dopoguerra, la penisola pallonara era all’apice di un’epoca in cui i suoi club dominavano in Europa ed i suoi campioni facevano incetta di gol, titoli, riconoscimenti. Ma nuovi eroi erano sulla rampa di lancio, nuove squadre premevano per raggiungere il loro momento di gloria. Nuove filosofie di gioco si preparavano a strabiliare un mondo che era sostanzialmente rimasto lo stesso fin dagli anni Trenta.
Un anno dopo il trionfo di Roma, al Santiago Bernabeu di Madrid il Milan aveva vinto la sua seconda Coppa dei Campioni schiantando l’Ajax di Amsterdam. Il 4-1 finale era sembrato un’apoteosi. In realtà si trattava del canto del cigno. Il calcio del nord stava per travolgere quello mediterraneo, e proprio i “lanceri” olandesi avrebbero suonato la carica decisiva.
Anche la Germania era matura per rinverdire il suo palmares, fermo alla chiacchierata vittoria sulla Grande Ungheria ai mondiali del 1954. Una nuova generazione di campioni si stava affacciando alla ribalta. Dopo il secondo posto ai mondiali del 1966 ed il terzo a quelli del 1970, i tedeschi avevano ottenuto l’organizzazione della successiva edizione del 1974. In vista della quale erano riusciti ad allestire uno squadrone.
A livello di club, tedeschi ed olandesi cominciavano a porsi come mine vaganti capaci di travolgere club ben più prestigiosi. Nel 1971 in Coppa dei Campioni l’Inter di Mazzola e Facchetti era stata travolta per 7-1 a Moenchengladbach dal semisconosciuto Borussia. Una lattina piovuta giù dagli spalti del settore tedesco che centrò il centravanti nerazzurro Boninsegna costò ai padroni di casa la ripetizione del match, e l’Inter finì per salvarsi (0-0 in Germania, 4-2 a Milano). Ma l’andamento ed il risultato del match annullato avevano destato comunque grande impressione, e dato il segnale che un’epoca stava forse finendo e tutto stava cambiando.
L’Ajax vinceva la Coppa con le Orecchie per tre volte di fila imponendo come miglior giocatore il suo Johann Cruyff, che qualcuno chiamava già il Pelé Bianco. Da quel Borussia M. era uscito fuori un giocatore ritenuto all’epoca non meno formidabile, quel Gunther Netzer capace per un breve periodo di oscurare in Nazionale tedesca perfino stelle del calibro di Beckenbauer e Gerd Muller. Una specie di versione germanica di George Best, genio e sregolatezza.
Germania Ovest 1972
Gli italiani sulla carta erano sempre quelli dell’Azteca, i vencidores della partita del secolo proprio contro la Germania e coloro che avevano messo paura al Brasile più forte di sempre in finale. La generazione che aveva riportato lustro e prestigio al calcio nostrano si apprestava a proseguire la sua strada di vittorie, ma in realtà cominciava a mostrare anzitempo i segni dell’usura. Il nostro campionato era all’epoca se non il più bello di sicuro il più difficile del mondo. Durante le qualificazioni europee, a Vienna, Gigi Riva aveva riportato la frattura di tibia e perone ad opera del terzino Hof. E senza Rombo di Tuono la nazionale azzurra era molto meno pericolosa.
Al ritorno dal Messico, i tifosi che avevano fatto la bocca al titolo mondiale avevano accolto gli azzurri con fischi e pomodori, festeggiando così il secondo posto. In particolare non era andata giù all’opinione pubblica la famosa staffetta tra Mazzola e Rivera, con i sei minuti finali giocati dall’asso milanista contro Pelé & c. che erano sembrati una beffa. Valcareggi non aveva intenzione di prestare di nuovo il fianco a critiche, né di correre rischi. Istintivamente, fece quello che fanno tutti gli allenatori che vengono da una grande prestazione passata: si affidò al blocco dei senatori, stavolta sistemando sia Rivera che Mazzola nello schieramento titolare, e rinviando esperimenti di talenti emergenti, come Franco Causio, Claudio Sala, Romeo Benetti, Fabio Capello, al dopo-Europeo.
Gerd Muller
La quarta edizione della Coppa Delaunay fu affidata al Belgio, che comunque dovette disputare le qualificazioni come tutte le altre 31 squadre partecipanti. Per la prima volta l’Europa poteva dirsi al completo, da Lisbona agli Urali. Otto gironi di quattro squadre videro la qualificazione ai quarti delle squadre migliori, con una sola sorpresa. La Romania ebbe ragione di una Cecoslovacchia in calo, l’Ungheria di una Francia ancora più in calo, l’Inghilterra della Svizzera, l’URSS si prese la rivincita su una Spagna in tono minore, il Belgio regolò il Portogallo, l’Italia Austria e Svezia, la Jugoslavia ebbe ragione di un’Olanda il cui calcio totale non era ancora sbocciato appieno (e questa fu la sorpresa), la Germania Ovest con la sua generazione di fenomeni ebbe ragione di una Polonia che si stava affermando come altrettanto fenomenale, a  cominciare dal suo leggendario portiere Ian Tomaszevski.
Ai quarti si consumò il destino dell’Italia. In concomitanza con le fasi finali di un campionato combattuto ed estenuante che vide la Juventus di Bettega prevalere di un solo punto sul Milan di Rivera e sul Torino di Agroppi e Pulici, una squadra azzurra priva di energie affrontò il Belgio dell’astro nascente Van Himst e del catenaccio altrettanto nascente del mister Raimund Goethals, con cui l’allievo belga sperò il maestro italiano. 0-0 a San Siro e sconfitta per 2-1 al Park Astrid di Bruxelles, in quella che fu l’ultima partita in azzurro di Picchio De Sisti e la prima di Fabio Capello. Addio sogni di gloria.
Negli altri scontri, nuova rivincita della Germania Ovest sull’Inghilterra della finale del 1966. Dopo il 3-2 di Guadalajara, stavolta fu 0-0 a Londra e 3-1 a Berlino Ovest. L’Ungheria ebbe bisogno di ricorrere alla terza partita di spareggio per eliminare i rumeni. L’URSS travolse in casa la Jugoslavia per 3-0 dopo lo 0-0 di Belgrado, sembrando potersi riproporre con la stessa forza del passato.
Beckenbauer alza la Coppa Delaunay
In semifinale, fu proprio l’URSS la delusione, malgrado la vittoria sull’Ungheria per 1-0. Fu una partita tattica, noiosa, macchinosa tra due squadre che apparvero vecchie glorie, nobili decadute da un glorioso passato. Tutt’altra cosa la semifinale di Anversa, giocata da due squadre alle quali invece sembrava appartenere il futuro. Il sorteggio non era stato benevolo con il Belgio, mettendogli di fronte la Germania Ovest fin da subito. Malgrado la forza dei ragazzi di Goethals, essi si ritrovarono a sbattere nel muro alzato da quelli di Helmut Schon, che erano più forti di loro. E’ opinione comune che la Germania del 1972 fosse ancora più brillante ed in stato di grazia di quella che due anni dopo si sarebbe ripetuta vincendo il titolo mondiale a domicilio contro la leggendaria Olanda di Cruyff. Finì 2-1, con le reti tedesche ambedue segnate dall’altrettanto leggendario Gerd Muller, cannoniere mondiale destinato a restare sul trono fino all’avvento del fenomeno Ronaldo.
Il Belgio dovette accontentarsi della medaglia di bronzo, avendo ragione nella finalina dell’Ungheria. Il 18 giugno 1972, allo stadio Heysel di bruxelles, uno stadio che sarebbe diventato tristemente famoso per noi italiani tredici anni dopo e che oggi è stato ribattezzato in “Re Baldovino” per dimenticare un nome che suscita orrore ancora oggi al pari di quello di Cernobyl, scesero dunque in campo la nazionale tedesca dell’ovest e quella sovietica.
Fu una partita senza storia, imbarazzante per la superiorità della nouvelle vague germanica contrapposta ad una squadra russa costruita sul blocco della Dinamo Kiev, i cui giorni migliori sembravano ormai lontani. 3-0, Gerd Muller chiuse capocannoniere aggiungendo altre due reti e finendo a quattro complessive. Franz Beckenbauer alzò finalmente il primo trofeo della sua carriera, che non era destinata comunque a concludersi lì.

martedì 26 aprile 2016

25 aprile e dintorni



Ieri settantunesimo anniversario della Liberazione. Da cosa, non ci dovrebbe essere nemmeno bisogno di dirlo. Almeno fino ad una certa data, ad una certa generazione, lo sapevano tutti ed articoli come il mio erano superflui, se non inutili. La scuola, la famiglia, la società avevano già fatto il loro dovere prima dei giornali.
Non è più così, purtroppo. I vecchi combattenti della libertà, i partigiani (come venivano chiamati, perché avevano scelto una parte, quella della libertà) seguono la legge di natura ricongiungendosi in cielo ai loro compagni meno fortunati, morti settantuno anni fa nei giorni della Guerra Civile. Scuola, famiglia e società hanno smesso da tempo di fare il loro dovere. I nostri vecchi non ci sono più per raccontare di quei giorni. Noi, che stiamo diventando vecchi a nostra volta, non siamo capaci di interessare più a nessuno dei più giovani per tramandare quello che abbiamo sentito raccontare. Articoli come i miei restano superflui, se non inutili. Ma per motivi del tutto diversi.
Quello che ho da dire ormai interessa pochi amici della mia generazione. Ed è a loro che mi rivolgo, Dio li conservi – ci conservi – in salute il più a lungo possibile.
Sono convinto da sempre che avesse ragione Winston Churchill, quando disse che “la democrazia è la peggior forma di governo possibile, ma è quanto di meglio il genere umano abbia saputo inventare finora in materia”. Una democrazia liberal, specifico io, anche se al giorno d’oggi sembra ormai diventato un oggetto di modernariato. Vintage, come i dischi di vinile e le radio a transistor. Vecchi, irrimediabilmente vecchi quelli come me che tentano ancora di descriverne pregi e difetti.
Churchill aveva ragione. Aveva visto i sistemi a confronto nel momento più drammatico di quel confronto. L’ora più grande – come disse - per il suo popolo rimasto da solo a resistere al Terzo Reich. L’ora più buia per il mondo che rischiò di precipitare in un nuovo Medioevo, con l’unica incertezza su chi sarebbe stato il Fuhrer di quel mondo, Hitler o Stalin.
Settantun anni dopo, mi permetto di dire ai miei amici e a chi altro vuole stare a sentire, non abbiamo ancora trovato un sistema migliore di quella che resta una pessima forma di governo. Almeno per come è attuata dalle nostre parti. E’ difficile, mi rendo conto, spiegare ad un giovane che cosa c’è di democratico in un sistema che impone da cinque anni a questa parte governi non eletti da nessuno, con la scusa che lo prevede la Costituzione. Governi che fanno scelte importanti, epocali, sulla nostra testa e al di là delle nostre possibilità di controllo.
E’ difficile spiegare a giovani e meno giovani perché tra un Renzi e un Mussolini per ora c’è ancora una qualche differenza. Così come è ingiusto - storicamente, politicamente e in senso lato civilmente – affermare che tutto ciò che fece Mussolini era a prescindere di minor valore rispetto a quanto fatto prima o dopo di lui. Di minor valore e ingiusto.
Su questo punto, a prescindere dalla stima e dal rispetto che porto ad alcuni amici che non la pensano come me sul 25 aprile e sui suoi annessi e connessi, devo comunque riconoscere loro un fondo di verità. Il Fascismo delle origini, quello che cercò in parte di dare attuazione al programma rivoluzionario di San Sepolcro, era un sistema che soppresse le libertà politiche  e civili nel proprio paese, ma che tuttavia gli dette una spinta verso la modernità decisamente poderosa. Istruzione, Sanità, Previdenza Sociale, furono conquiste sociali favorite dal Regime. Volute fortemente dallo stesso Mussolini, che non dimenticava di essere figlio di contadini morti di fame e di miseria.
Allo stesso modo, è opinione comune degli storici più obbiettivi che il periodo di governo di Mussolini fu quello che coincise con il miglior tentativo – se non l’unico – di affrancare l’Italia dalla sua storica e congenita dipendenza dalle Grandi Potenze del tempo. Durante il Ventennio, il nostro paese – per circostanze storiche particolari ma anche per l’azione del Duce del Fascismo – godette di una effettiva sovranità e indipendenza (unita a libertà d’azione internazionale) come non aveva avuto mai prima e men che meno avrebbe avuto più in seguito.
Il Regime fece cose egregie almeno fino al 1936, guadagnandosi stima e rispetto interni ed internazionali. I nodi vennero al pettine negli anni successivi, con l’alleanza con Hitler, le Leggi Razziali e la china rovinosa che portò l’Italia all’intervento nella Seconda Guerra mondiale (e per di più dalla parte sbagliata), alla sconfitta disastrosa, alla perdita di status internazionali. Alla sottoscrizione di un trattato di pace che sanciva il suo ruolo di “periferia di un nuovo impero”: Il Patto Atlantico diretto dagli U.S.A.
Questo destino era forse scritto nell’ordine delle cose. Stati Uniti ed Unione Sovietica erano destinati comunque a diventare le Grandi Potenze che si sarebbero spartite la guida del mondo per i decenni successivi. L’improvvida decisione del governo italiano di affiancare quello nazista nella Guerra Mondiale accelerò e rese inevitabile quel destino. Se Mussolini avesse ragionato come Francisco Franco, il Caudillo che era emerso vittorioso dalla guerra civile spagnola, sarebbe forse morto nel suo letto, e l’Italia avrebbe salvato qualcosa in più del suo ruolo e delle sue prerogative internazionali d’anteguerra.
E qui ritorna in gioco l’aforisma di Churchill. Per la natura del suo sistema di governo, nessuno poté sindacare la scelta di Mussolini almeno fino al 1943, nessuno poté imporgli una decisione diversa da quella che portò all’Asse Roma-Berlino. Deporre il Duce fu un atto di guerra civile, non di normale dialettica politica. Il Fascismo, come ogni dittatura, aveva in sé i germi che ne minavano salute ed esistenza futura. Così come quella del paese che governava.
Per questo si celebra il 25 aprile. Non solo per la fine dell’ultima e più sanguinosa delle guerre civili italiane (almeno fino agli Anni di Piombo), ma per la presa di coscienza che un sistema di poteri in equilibrio – per quanto screditato come il nostro – è sempre meglio, o meno peggio, di uno in cui tutto il potere è nelle mani di uno solo. Perché poi, a prescindere da ogni altra considerazione, quell’uno invecchia, ammattisce, diventa megalomane o mal consigliato. E la società che sta sotto di lui non ha più anticorpi o comunque risorse per contrastarlo, prima della rovina generale.
Per questo, cari amici, resto un liberal (magari d’altri tempi) anche se ogni giorno ho voglia di infamare questi democratici che hanno ridotto e stanno riducendo il nostro paese a una via di mezzo tra una discarica a cielo aperto ed un suk esotico di meticciato cialtrone. Per questo, penso che per quanto come spessore umano e capacità personali Renzi non leghi le scarpe ad un Mussolini, il suo governo è ancora meglio di quello del Duce. Perché alla fine di questo articolo nessun figuro dal cappello floscio verrà a prendermi con la macchina nera per portarmi chissà dove. Magari a far la fine di quelli di Radio Cora.
Dice: ma anche Ilaria Alpi, Giulio Regeni e chissà quanti altri hanno fatto la fine di Radio Cora, dopo quel 25 aprile. Vero. Ma lo possiamo ancora dire ad alta voce, oltre che pensare. Con Mussolini no. Rese possibili tante cose, ai contadini italiani morti di fame. Ma quella no. E alla fine tutti la sentirono come la più importante.
Un abbraccio a tutti i miei amici, comunque la pensino. Un abbraccio a tutti i ragazzi, perché il mondo in cui vivranno sia migliore del nostro, che a sua volta è stato migliore di quello dei nostri babbi e nonni.

Sic transit gloria Florentiae




«Noi lo scudetto lo vinciamo tutti i giorni. Ci basta alzare gli occhi sui nostri monumenti». Firenze ormai è una città ripiegata su se stessa. Inutile tentare di spiegare ai suoi cittadini – quelli che sono qui da sempre e quelli che sono arrivati nel tempo in virtù di una politica dell’accoglienza dagli obbiettivi e dalle strategie non sempre chiari e funzionali -  che il tempo della gloria e dell’orgoglio è tramontato. Che a camminare con lo sguardo sollevato verso i monumenti che facevano il prestigio di questa città, oggi si rischia soltanto di mettere il piede su qualche escremento, di quelli che i suoi incivili abitanti fanno lasciare sui marciapiedi ai propri animali e che il Comune si ricorda di pulire soltanto in qualche ricorrenza particolare.

A sentire qualcuno, a camminare per Firenze sembra di poter incontrare ancora da un angolo all’altro, da un momento all’altro, Lorenzo il Magnifico che discute con i suoi funzionari se commissionare qualche capolavoro a Michelangiolo Buonarroti o ad Agnolo Poliziano. Dante Alighieri che si reca in Battistero assieme a Guido Cavalcanti discutendo del dolce stil novo. Pietro Leopoldo il Granduca che illustra a Pompeo Neri la sua intenzione di riformare il codice penale secondo la dottrina di Cesare Beccaria. Giuseppe Prezzolini che si siede alle Giubbe Rosse con l’amico Giovanni Papini, e intrattiene i presenti con una dissertazione sulle tendenze culturali d’avanguardia del Novecento.
Quella Firenze non c’è più. Era sopravvissuta all’Alluvione, ma soprattutto al primo impatto di una nuova classe dirigente che mescolava spudoratamente il buonismo velleitario e stolidamente accogliente di un La Pira alla mancanza di scrupoli dei comitati d’affari che sorgevano in città già fin dagli ultimi anni della Prima Repubblica, all’ombra di partiti e logge. Determinati, in ossequio a tutto ciò, da un lato ad aprire le mura della città non a chi portava sangue fresco e idee ancora più fresche, ma a coloro che avrebbero finito per imbrattarla irrimediabilmente, trasformandola in un suk esotico, un letamaio a cielo aperto. Dall’altro a ridurla ad un cantiere permanente, che aggiunge casino al casino, che movimenta soldi che girano ormai solo per le stesse tasche, che non porta da nessuna parte perché le Grandi Opere hanno come fine soltanto – una volta realizzate – l’avvio di altre Grandi Opere. Le strade restano sventrate, i ponteggi diventano opere permanenti (verrebbe da dire condonabili), il traffico è quello di Roma però su una pianta venti volte inferiore. Le bestemmie sono le solite, ma qui almeno siamo nel solco della tradizione, nessuno ci faceva caso già ai tempi di Dante, figuriamoci adesso.
Ecco. I fiorentini cosiddetti che parlano adesso di fiorentinità sembrano tanto la volpe di Esopo che parlava dell’uva. Non hanno idea di cos’era questa città, né soprattutto di cosa avrebbe potuto e dovuto diventare. Però hanno la bocca piena. Di parole. Sempre.
La festa juventina in Piazza San Carlo a Torino
A Piazza San Carlo a Torino festeggiano l’ennesimo trionfo. Della perdita della Capitale i torinesi si consolarono ben presto, e per tutto il Novecento fino a questi anni Duemila non hanno fatto altro che riproporre nel calcio una egemonia economica, politica e culturale che era nella storia, nei fatti. E nessuno che si dia la pena di indagarne i motivi reali. A Firenze, come nel resto d’Italia, nessuno ci ha capito nulla. Altrimenti di Juventus nella nostra penisola ce ne sarebbero almeno sette o otto. Invece è una sola, e da un anno all’altro mette in un angolo tutti, di questi tempi, costringendo la metà non bianconera degli italiani a fare gli stessi discorsi. Che lasciano il tempo che trovano, in attesa dell’anno prossimo, alla fine del quale il copione – c’è da scommettere – si ripeterà parola per parola.
A San Carlo festeggiano. In Piazza della Repubblica a Firenze, là dove sorgeva una volta (e sorge ancora, ma ormai ridotto ad un cimelio d’altri tempi, uno dei tanti monumenti superstiti di una grande storia passata) a due passi dalle Giubbe Rosse il glorioso Chiosco degli Sportivi, si commenta. Quello sappiamo fare, da sempre. Ma una volta almeno lo si faceva con quello stile, quella classe un po’ becera ma innocua e tutto sommato divertente con cui la gente di riva d’Arno si infamava furiosamente salvo poi darsi la buonasera come nulla fosse e augurarsi buon appetito, perché era l’ora di cena, dalle finestre si cominciava a sentire profumo di minestrina ed era l’ora di rientrare, la moglie stava mettendo in tavola.
"Tutti zitti!" dice Alvaro Morata dopo il gol decisivo al Franchi
Quella gente si accapigliava per stabilire se Montuori era meglio di Julinho, poi se Antognoni era meglio di De Sisti. Se era stato più  grande Beppe Chiappella o Daniel Alberto Passarella. Gente che parlava di storia, di grande storia al pari di quando parlava dell’Alighieri, del Lorenzo de’ Medici, del Prezzolini. Gente che avrebbe preso un ciabattino marchigiano (con tutto il rispetto per la regione Marche e per i ciabattini veri), venuto a insegnare il bon ton ed il fair play alla città che un giorno aveva inventato il calcio, per le trombe del sedere – come si soleva dire da queste parti – e l’avrebbe riaccompagnato ai confini del Granducato, alla Consuma, affinché portasse altrove la propria alterigia e la propria insipienza, senza mai più farsi rivedere.
I fiorentini non sono mai stati simpatici al resto del mondo. Anzi, forse, con la loro prosopopea derivante da mill’anni di primato artistico e culturale, sono riusciti a rendersi odiosi all’universo. Ma almeno, finché potevano permettersi di discutere chi fra Michelangelo e Brunelleschi (tutti “ragazzi di questo paese”) fosse il più grande, chi avesse maggiormente “illustrato” la patria da Giotto ad Antognoni, una qualche motivazione per il loro guardare il mondo dall’alto del piedistallo potevano averla.
Adesso, già usare il termine “fiorentini” pare forzato. Forse sono estinti, come gli Etruschi, come la famiglia Medici (che poi erano originari del Mugello). Questi succedanei che parlano e scrivono adesso quando intonano le loro odi allo scudetto dell’arte, magari infarcendole di errori grammaticali e di neologismi tratti da quella lingua franco-barbarica che sta sostituendo l’italiano in queste lande dove infuria il meticciato più sfrenato, non si sa se fanno più tenerezza o rabbia.
Indro Montanelli allo Stadio Comunale di Firenze
Disse una volta Indro Montanelli, che era di Fucecchio ma che aveva fatto propria la fiorentinità, quella vera, quella né spocchiosa né odiosa né eccessiva, fin da ragazzo: «Nessun toscano può definirsi tale se non ha a cuore Firenze e la Fiorentina». Chissà che avrebbe scritto ieri mattina a vedere quel labaro viola una volta di più nella polvere su quel campo ridotto a location dell’ennesima festa (meritata) altrui. Chissà se l’avrebbe consolato alzare gli occhi sul Campanile di Giotto o sulla Cupola del Brunelleschi. Magari a rischio di pestare qualcosa, o di finire addosso ad una transenna. O di vederli imbrattati dalle aggiunte stilistiche di qualche portatore di cultura.

venerdì 22 aprile 2016

Storia degli Europei di calcio: 1968 finalmente Italia



Dopo la vittoria sull’URSS e la conquista del primo titolo internazionale, la Spagna si era avviata verso un dorato crepuscolo destinato a durare, a livello di Nazionale come di club, fino alla fine del regime franchista ed anche oltre. Ma nel frattempo il calcio europeo aveva rialzato la testa anche grazie ad altri interpreti.
Nel 1966 il mondiale inglese aveva visto un podio tutto del Vecchio Continente, per la prima volta dal 1934. L’Inghilterra si era vista finalmente riconoscere il titolo di maestra del calcio che ostentava fin dalla nascita del football nel secolo precedente, ma che nel ventesimo secolo non si era mai tradotto in un successo internazionale in competizioni ufficiali. Dietro di lei, Germania Ovest, Portogallo ed URSS. Grandi squadre e grandi stelle da opporre a quelle del calcio sudamericano, come quell’Eusebio portoghese che non aveva fatto rimpiangere più di tanto Pelé.
Sembrava proprio che il vecchio sogno di Henri Delaunay di creare una prestigiosa Coppa Europa di calcio per nazioni fosse finalmente sul punto di decollare. Alle qualificazioni per l’edizione che si doveva disputare nel 1968 si iscrissero 31 rappresentative, praticamente l’intero continente. Furono divise in otto gironi, sette da quattro, l’ottavo – quello di Jugoslavia, Germania Ovest ed Albania - da tre.
Alla rinascita del calcio europeo, l’Italia aveva contribuito grandemente a livello di club. La Nazionale azzurra invece aveva collezionato batoste su batoste, rendendo ai suoi tifosi quasi impossibile immaginare che un giorno questa squadra aveva dominato in lungo e in largo, mettendo insieme tra il 1934 ed il 1938 due titoli mondiali ed uno olimpico.
Il 1966 era stato un annus horribilis. La squadra allenata da Edmondo Fabbri e piena zeppa di giovani promettenti stelle provenienti da squadre che avevano monopolizzato le ultime edizioni della Coppa dei Campioni – le milanesi – o che comunque tremare il mondo facevano – il Bologna di Bernardini – era andata a sbattere contro una di quelle mine vaganti che gli italiani sono bravi a fabbricarsi da soli, salvo poi saltarci sopra in aria. La Corea del Nord di Pak Doo Ik aveva eliminato gli azzurri a Middelsborough, aprendo una delle crisi epocali del nostro calcio.
Ne era seguita la chiusura delle frontiere (allora si poteva) ed il ritorno alla coltivazione di un vivaio che non aveva e non avrebbe deluso. A Rivera, Mazzola & c. si aggiunsero campioni del calibro di Gigi Riva, Angelo Domenghini, Giancarlo De Sisti, Giacinto Facchetti, Pierino Prati e tanti altri, gente che finalmente trovava posto in prima squadra e poteva esprimere fino in fondo tutto il suo notevole potenziale. Era ora per il calcio azzurro di rinascere, dopo trent’anni di umilianti débacles.
10 giugno 1968 - Roma, stadio Olimpico
Le qualificazioni offrirono poche sorprese. La Spagna campione in carica vinse di misura il primo girone sulla Cecoslovacchia. La Bulgaria surclassò a sorpresa nel secondo il Portogallo di Eusebio. L’URSS frantumò il terzo spazzando via Grecia ed Austria, la Jugoslavia fece altrettanto nel quarto, malgrado la presenza dei vicecampioni del mondo della Germania Ovest. L’Ungheria non ebbe problemi con i tedeschi dell’est e gli olandesi nel quinto. Nel sesto, l’Italia non ebbe problemi con Romania, Svizzera e Cipro. Nel settimo la Francia sopravanzò i cugini belgi e la Polonia. Chiuse l’Inghilterra a cui era stato riservato un gironcino coincidente con il Regno Unito, comprendente Scozia, Galles ed Irlanda del Nord.
Ai quarti di finale parteciparono dunque squadre che avevano scritto la storia del calcio europeo e mondiale nei trent’anni precedenti. Due campioni del mondo (Inghilterra ed Italia), due campioni europei (URSS e Spagna), un campione olimpico (Jugoslavia, a Roma 1960), ex-grandi squadre che avevano sfiorato il successo (Ungheria nel 1954 e Francia nel 1958) e la proverbiale outsider, la Bulgaria. Quattro squadre dell’Ovest, quattro dell’Est, in perfetta parità.
Era l’anno in cui la contestazione giovanile sconquassava il mondo. Nell’ottobre successivo a Città del Messico sul podio della gara più prestigiosa dell’Atletica Tommie Smith avrebbe sconvolto le Olimpiadi portando alla ribalta il Black Power con il suo pugno alzato. Olimpia si era dovuta aprire ai tempi dimenticando filosofie e gesti che non erano più quelli di de Coubertin. Era lecito aspettarsi anche nel calcio qualche sconquasso che rimettesse in discussione gli schemi, in tutti i sensi.
La rivoluzione era nell’aria, ma non ancora matura. Nei sobborghi di Amsterdam un ragazzino di nome Johannes Hendrik aveva smesso di palleggiare sui marciapiedi ed era finito titolare nei Lancieri dell’Ajax. Ma il tempo di Johann Cruyff non era ancora venuto. L’Europeo del 1968 fu invece il momento della rinascita di alcune grandi decadute.
Cominciò l’Inghilterra, che confermò il buon sangue della sua generazione calcistica eliminando i campioni in carica della Spagna. 1-0 a Madrid, 2-1 a Londra. Continuò l’Italia, che strinse i denti a Sofia in Bulgaria limitando i danni per 2-3 malgrado l’infortunio di Armando Picchi che mise in crisi la difesa e grazie alla consacrazione definitiva di Domenghini e Prati, eroi delle due sponde della Milano calcistica. A Napoli, al ritorno, il discorso qualificazione fu comunque archiviato con un perentorio 2-0.
A Parigi, la Francia mancò l’ennesima rivincita sulla Jugoslavia pareggiando 1-1 e andando poi a soccombere a Belgrado per 5-0. A Budapest, l’URSS illuse l’Ungheria di poter cogliere anche’essa finalmente una rivincita che in questo caso non era soltanto sportiva, andando sotto per 2-0. le cose furono rimesse a posto per i sovietici allo stadio Lenin di mosca, 3-0 e sogni magiari rimandati.
Era il momento di assegnare la fase finale. In ballo, due paesi dell’Est, due dell’Ovest. Di andare a giocare all’Est non se ne parlava, i tempi non sarebbero stati maturi fino al 1976. All’Ovest, l’Inghilterra aveva appena avuto il suo mondiale. Restava l’Italia.
Dopo 34 anni una competizione internazionale calcistica tornava a disputarsi nel nostro paese. Dopo otto anni dall’Olimpiade romana, gli stadi italiani tornavano a gremirsi di appassionati che sognavano un trionfo azzurro di cui avevano solo sentito parlare dai più vecchi, nei ricordi di un tempo ormai lontano prima della guerra.
Valcareggi con Anastasi e Riva
Gli stadi prescelti per le semifinali erano il San Paolo di Napoli, dove si doveva giocare Italia – URSS, e il Comunale di Firenze dove sarebbe andata in scena Jugoslavia – Inghilterra. All’Olimpico di Roma, era riservata la finale che tutti nella penisola sognavano.
A Napoli, l’Italia affrontò a viso aperto quella che nell’ultimo decennio era stata spesso la sua bestia nera. Lo fu anche stavolta, tenendo testa agli azzurri di Valcareggi per 120 minuti. Un gran tiro di Domenghini si stampò sul palo strozzando l’urlo dei partenopei quel giorno vestiti dell’azzurro nazionale. Alla fine delle ostilità, non era prevista l’esecuzione dei calci di rigore, né la ripetizione (ammessa solo per la finale). Era il momento della fatidica monetina, un sistema superato in crudeltà soltanto dalla breve stagione del golden goal.
L’arbitro tedesco Tschenscher chiamò dunque le due squadre negli spogliatoi per il sorteggio. Da quel momento, ciò che successe è ammantato di leggenda. Il capitano azzurro Giacinto Facchetti aveva fama di essere fortunato al gioco. Toccò a lui scegliere testa ed aspettare il fatidico lancio. Fuori, lo stadio era reso elettrico dalla tensione repressa, che si sciolse improvvisamente allorché i napoletani videro affacciarsi dalla scaletta degli spogliatoi un Facchetti stravolto dalla felicità. L’arbitro aveva raccolto la monetina e detto Italy.
L’URSS tornava a casa imbattuta ma eliminata. A Firenze intanto la Jugoslavia superava l’Inghilterra per un gol a zero, e si poneva come ultimo ostacolo tra gli azzurri ed il gradino più alto del podio. I plavi erano un’altra bestiaccia contro cui l’Italia era uscita spesso malconcia. Anche in questo caso, alla rivalità sportiva si aggiungevano motivazioni extracalcistiche, che risalivano alla guerra mondiale ed al suo epilogo sanguinoso.
L’8 giugno l’Inghilterra campione del mondo vinse il bronzo a spese di una URSS ormai demotivata. Due ore dopo, nello stesso stadio Olimpico, gli azzurri scesero in campo per il titolo contro una Jugoslavia che non faceva mistero di sentirsi superiore. Ai balcanici mancava Osim, agli azzurri Rivera. La Jugoslavia sembrò inizialmente tornata quella del 1960, irretendo gli azzurri con un gioco paragonabile a quello della Spagna di quarant’anni più tardi. Il bomber Dzajic, che aveva già deciso la semifinale, portò in vantaggio gli slavi, che da quel momento in poi si misero a gestire il risultato anziché cercare il colpo del K.O.
Giacinto Facchetti solleva la Coppa Europa
Gli azzurri privi di Rivera non riuscivano ad innescare i loro pur temibili attaccanti Anastasi e Prati. Ci voleva una prodezza individuale, la trovò Domenghini a dieci minuti dalla fine, con un calcio di punizione dei suoi. Risultato finale 1-1, tutto da rifare.
Il regolamento prevedeva la ripetizione del match dopo 48 ore. I calci di rigore su cui l’Italia avrebbe pianto spesso e volentieri erano per fortuna di là da venire. Valcareggi capì che non poteva ripresentare la stessa formazione di due giorni prima, servivano forze nuove. Dentro Mazzola e spazio a due ragazzi che di lì a poco avrebbero fatto la storia dei rispettivi club: Gigi Riva, che dopo quella partita cominciò ad essere chiamato Rombo di Tuono, e Picchio De Sisti. Fu proprio Riva a dare fiato alle speranze dell’Italia portandola in vantaggio al ’12. Fu Anastasi a darle certezze, raddoppiando al ’31. La Jugoslavia non aveva più le forze per ribaltare il risultato.
Trenta anni dopo gli azzurri tornavano ad alzare una coppa, Roma a riempirsi di gente festante. La maledizione degli eredi di Vittorio Pozzo era finita. L’Italia era rinata, anche nel calcio.

mercoledì 20 aprile 2016

RERUM NOVARUM (trad. Solita vecchia storia)



Arriva fresca fresca l’ultima sciocchezza Dall’alto dell’Apostolico Seggio. Secondo il vescovo di Roma, i migranti sono un dono. Chissà perché tutti i paesi d’Europa (meno ovviamente l’Italia) si stanno affrettando non solo a guardare in bocca a Caval Donato, ma addirittura a sbattergli la porta della stalla in faccia. Noi no, tutti domenica a Piazza San Pietro a chiedere perdono tutti insieme non si sa a quale Dio e per quale grave peccato. L’importante è andare a tempo con lo spartito dell’Uomo con lo Zuccotto Bianco.
Unico, nel coro assordante dei piaggiatori italiani bipartisan (anzi, tripartisan) oppure nel silenzio fragoroso di chi non ha il coraggio dei propri pensieri prima ancora che delle proprie azioni (a proposito, ma il dogma dell’infallibilità papale è stato abrogato? no, perché qualcuno per esempio è ancora convinto che il voto sia un dovere, anziché un diritto, e cose del genere…..della serie, a scuola ci tiravamo le merendine….), si fa avanti con voce stentorea come il Fantozzi della Corrazzata Potemkin Matteo Salvini, leader purtroppo non ascoltato come quello che parla da Piazza San Pietro ma insomma, che si sta facendo anch’egli un discreto seguito, in questa Italia che vivaddio si sta rompendo finalmente i coglioni del buonismo e della religione di Stato.
Dice il Matteo di opposizione (l’altro, quello di governo, per una volta incredibilmente tace): un dono lo sono di certo, ma per le cooperative che ci mangiano sopra. Apriti cielo, squarciati Velo del Tempio. Gli italiani - di sinistra, centro o destra, non importa – sono un popolo di baciapile, laidamente e stolidamente ossequiosi verso il potere per mero interesse personale. Figurarsi quando uno si permette di criticare colui che pretende di essere nientemeno che Dio in terra.
Il buon Salvini, che sa di camminare sulla lama di un rasoio avendo da chiedere il consenso elettorale dei baciapile, ci va giù soft con comprensibile prudenza. Io non ho da chiedere il consenso né lo stipendio di nessuno, e posso permettermi di dire che i discorsi del papa sono sciocchezze.
E di rincarare la dose. Accettare lezioni morali da uno che ha preso il nome del Poverello di Assisi (colui che si spogliò di tutto, ma proprio di tutto, abbandonando la ricca casa paterna nudo come mamma l’aveva fatto) ma che è e resta a capo della più grande holding finanziaria e immobiliare del mondo mi sembra come stare a sentire i discorsi della Boldrini, che forse qualche africano indigente l’ha visto a qualche apericena nei compound delle Nazioni Unite, a servire a tavola.
La Chiesa Cattolica possiede mezza Roma, per limitarci alla sede. Le chiese di Roma, grandi e piccole, la sera a una cert’ora chiudono bottega. E la marea di “barboni” che non hanno più altri effetti personali che cartoni e giornali con cui proteggersi dal freddo possono considerarsi ancora fortunati che venga consentito loro almeno di allinearsi ai muri esterni di esse per dormire. Non mi pare che il sig. Bergoglio abbia dato disposizioni (effettive, intendo) affinché tale caritatevole status quo venga mutato. Di ciò che giace custodito nei forzieri delle banche vaticane non ne parliamo, ci sarebbe di che dare sollievo e ricetto all’intero sistema solare. Di questo Bergoglio non chiede perdono a nessun Dio. Non sia mai che gli arrivi qualche caffè indigesto.
Il sig. Bergoglio si reca a Lesbo, a portare le scuse del mondo cristiano a circa 4.000 profughi colà internati, stretti tra la paura del ritorno indietro (Turchia, non proprio il massimo dell’ospitalità, o peggio ancora il Medio Oriente di origine) e quella dell’ignoto insita in un problematico andare avanti. Se ne esce con una pirotecnica decisione di riportarsi a Roma 12 persone. E gli altri 3.988? Rimangono ad aspettare le prossime lotterie, come nel film L’Isola? A rammaricarsi – come si fa dalle nostre parti – per non avere conoscenze nell’ufficio competente?
12 persone, prendine almeno uno di religione cristiana, sant'Iddio, così, tanto per dare la sensazione di multiculturalità! Tanto per far capire che conosci un po’ la storia del Medio Oriente, un posto dove i cristiani vengono perseguitati da prima dell’Anno Mille! Per perseguitare i cristiani, le varie confessioni islamiche stipulano tregue come quelle olimpiche che ogni quattro anni interrompevano le guerre civili dell’Antica Grecia. Si mettono d’accordo tutti, un po’ come ai tempi della caccia al negro in Alabama.
Ne vuoi prendere almeno uno di cristiani? O sei andato lì a baciare le pile (anche te, visto che sei a capo di una religione di baciapile) all’Islam?
Forse sto dicendo troppo. Mi prende un dubbio: ma la Santa Inquisizione è stata abolita? O il referendum non ha raggiunto il quorum? Meglio fare come Salvini, finirla qui. Tanto la gente (spero) si sta incazzando per conto proprio. Anche con l’Uomo Infallibile, quello che nemmeno i compagni hanno il coraggio di criticare.
Un’ultima cosa, questa la devo dire. Se San Francesco avesse avuto degli eredi, dei discendenti, ci sarebbero gli estremi per una causa di disconoscimento.
La pace sia con voi.

Storia degli Europei di calcio: 1964 Que Viva Espana



La vittoria dell’URSS all’Europeo di Calcio France 60 era stata una sorpresa soltanto per i non addetti ai lavori. Il calcio dell’Est era in forte ascesa, negli anni in cui la Cortina di Ferro della Guerra Fredda sembrava iniziare faticosamente e lentamente a sollevarsi.
Dopo l’exploit della Grande Ungheria ai mondiali svizzeri del 1954 e quello dell’Unione Sovietica agli europei francesi del 1960 (corredato da un podio tutto “comunista”, con la non allineata Jugoslavia medaglia d’argento e l’Ungheria ritornata forzatamente ortodossa medaglia di bronzo), era arrivato il secondo posto della Cecoslovacchia di Masopust & C. ai mondiali cileni del 1962. I cechi avevano dato del bel filo da torcere ai carioca privi di Pelé, che l’avevano spuntata con più fatica di quanto dicesse il punteggio finale, 3-1.
In vista dell’edizione del torneo continentale dell’anno di grazia 1964, due cose erano ormai chiare. La prima era che all’Est ormai si giocava a calcio quasi altrettanto bene che all’Ovest. La seconda era che la Coppa Henri Delaunay si stava affermando come una realtà tecnicamente appetibile. Alla seconda edizione, l’unico forfait di rilievo fu quello della Germania Ovest, peraltro non ancora annoverabile tra le potenze calcistiche di primo piano malgrado il successo mondiale di dieci anni prima.
Alle eliminatorie, da disputarsi fino ai quarti con matches di andata e ritorno aventi luogo nei paesi contendenti, si iscrissero ben 29 paesi sui 32 allora presenti sulla carta geografica dell’Europa (oltre ai tedeschi dell’ovest si tennero fuori soltanto Scozia e Finlandia). Stavolta, la grana diplomatica scoppiò subito, con la Grecia che si rifiutò di incontrare quell’Albania dalla quale la dividevano questioni secolari di rivendicazioni territoriali. URSS, Austria e Lussemburgo furono ammesse direttamente al secondo turno.
Poche le sorprese, di rilievo praticamente la sola eliminazione dell’Inghilterra, al suo debutto europeo, per 6-3 da parte della Francia semifinalista quattro anni prima. L’Irlanda del Nord andò a vincere in Polonia. L’Italia, altra debuttante, in Turchia. Ottimo esordio anche per la Spagna, che si impose con un complessivo 7-3 sulla Romania.
Negli ottavi, arrivarono i primi verdetti importanti. In primo luogo, quello che ci interessava da vicino. L’Italia, calcisticamente parlando, era ancora un paese convalescente, che stentava ad allestire rappresentative all’altezza dei fasti del passato. Opposta all’URSS campione in carica, la nazionale azzurra perse malamente a Mosca. Allo Stadio Lenin stava già sotto per 2-0 dopo i primi 45 minuti. All’Olimpico di Roma non riuscì a ribaltare il risultato, anzi si trovò sotto con Gusarov al 33’. In questa circostanza nacque la più celebre “staffetta” della storia del calcio italiano. Sbagliò il pareggio la giovane stella della Grande Inter di Herrera, Sandro Mazzola. Rimediò a pochi secondi dalla fine il subentrato Gianni Rivera, altrettanto giovane stella di un altrettanto Grande Milan.   L’1-1 sancì l’eliminazione dell’Italia.
Ai quarti, si allinearono la Spagna a scapito dell’Irlanda del Nord, la Svezia che eliminò la Jugoslavia finalista di Parigi, la Danimarca che regolò l’Albania, il sorprendente Lussemburgo che eliminò un’Olanda ancora neanche lontana parente di quella che avremmo ammirato dieci anni dopo. L'Eire ebbe ragione dell’Austria, la Francia della Bulgaria e l’Ungheria della Germania Est nell’unico derby del Patto di Varsavia.
I turni eliminatori si conclusero con le sfide dei quarti. Il Lussemburgo si confermò quell’anno miracolato, riuscendo a portare la Danimarca al terzo match in campo neutro (all’epoca non valeva la regola dei gol segnati in trasferta). I danesi con gran fatica si issarono alle semifinali, accompagnati dalla travolgente Spagna (7-1 all’Eire), dall’implacabile Unione Sovietica (4-2 ad un’ottima Svezia) e dall’Ungheria capace di sbancare il parco dei principi ed eliminare la Francia.
Era il momento di sorteggiare il paese ospitante la fase finale. Si profilava un'altra possibile grana diplomatica. Due delle quattro semifinaliste rappresentavano paesi che per svariati motivi erano ritenuti non idonei ad ospitare grandi manifestazioni sportive internazionali, URSS ed Ungheria. Una terza, la Danimarca, aveva poco peso specifico, in tutti i sensi. Restava la Spagna.
La penisola iberica viveva a quel tempo una condizione particolare. Il paese che a partire dal Rinascimento fino al Secolo dei Lumi aveva praticamente dominato la storia europea, ne era rimasto sostanzialmente fuori dopo le guerre napoleoniche e fino alla seconda guerra mondiale. La Guerra Civile spagnola era stata una palestra per le dittature fasciste in vista del conflitto che si sarebbe scatenato sul pianeta di lì a poco. Tra l’altro, solo l’URSS di Stalin aveva provato a sostenere il campo del Fronte Popolare. Troppo poco, aveva vinto Francisco Franco instaurando a sua volta una dittatura destinata a durare 40 anni. Il generalissimo non aveva bisogno della partecipazione sovietica alla difesa della repubblica per coltivare il proprio anticomunismo viscerale e vedere tutto ciò che era russo come fumo negli occhi per il resto della sua vita.
La Spagna si era inorgoglita dei successi a ripetizione del suo Real Madrid nei trofei internazionali di club. Ma non aveva ancora stretto nel pugno alcun alloro a livello di nazionale. La miglior prestazione delle Furie Rosse risaliva ai mondiali italiani del 1934, allorché Zamora & C. fecero vedere i sorci verdi ai ragazzi di Vittorio Pozzo, che ebbero bisogno della ripetizione del match nei quarti e dell’assenza del leggendario portiere iberico per passare il turno e volare verso il titolo.
Nel 1959, la Spagna franchista si era rifiutata di andare a rendere visita alla Russia comunista, lasciandole via libera verso la fase finale a Parigi. Stavolta, l’onore dell’Occidente riposava tutto sulle spalle della Furia Roja. Il Blocco dell’Est stava diventando imbattibile, ingombrante.
Accertato che la Spagna stavolta avrebbe tenuto la posizione, come quei tercios che ne avevano fatto una volta la fortuna militare, l’UEFA le assegnò l’organizzazione della fase finale. Le semifinali si sarebbero disputate nei due stadi dove si scriveva già allora la storia sportiva iberica, il Santiago Bernabeu di Madrid ed il Nou Camp di Barcellona. Alla Castiglia, alla capitale, toccò ovviamente ospitare la squadra di casa contro la temibile Ungheria. Segnò Pereda al 35’, pareggiò il magiaro Bene quando già i madridisti pregustavano il triplice fischio che li spediva in finale. Amancio mise fine all’agonia di un paese soltanto al 112’.
La Furia Roja attendeva la sua antagonista che poche ore dopo doveva uscire dalla Catalogna, dove l’URSS affrontava la sorpresa Danimarca. Fu un 3-0 senza storia, la conferma che l’URSS di quegli anni era una realtà più che solida. E che se la Spagna voleva arrivare finalmente alla gloria doveva risolversi ad affrontare quella che per lei era la bestia più nera di tutte.
Il 21 giugno 1964 al Santiago Bernabeu di Madrid presero posto sugli spalti oltre al generalissimo Franco ben 125.000 spettatori. Il clima era torrido, sia dal punto meteorologico che da quello delle aspettative sportive di un intero paese che premeva su quello stadio. I granitici sovietici sembrarono accusare il colpo e vacillarono. Forse non si aspettavano che il loro inno venisse applaudito lì, nella tana del lupo falangista. Forse quel giorno gli “adelanteros” spagnoli erano troppo veloci per la difesa russa che cominciava a mostrare i suoi anni. Quel giorno i miracoli di Lev Yashin non bastarono. Segnò subito Pereda al 6’, rimediò una prima volta Khusainov con il fulmineo pareggio all’8’.  Pian piano le folate iberiche e il caldo torrido lavorarono ai fianchi i sovietici, che nel secondo tempo sembrarono pagare dazio. Quando all’85’ Marcelino mise alle spalle di Yashin il gol decisivo, non c’era più tempo per i campioni in carica per recuperare.
Lo scontro tra due paesi che lottavano per ricostruire – al di là delle convenienze politiche – la propria immagine internazionale, si concluse dunque a favore del paese più ad occidente di un’Europa che in quel momento l’annoverava tra le proprie nazioni malvolentieri. Mentre al Bernabeu risuonavano le note di Que Viva Espana, il capitano Ferran Olivella ricevette dalle mani dei dignitari UEFA la Coppa Delaunay e dal Caudillo Franco un abbraccio che valeva in quel momento quello di una intera nazione.
La Spagna succedeva all’Unione Sovietica nell’Albo d’Oro della manifestazione continentale. Ma soprattutto, la distensione tra i blocchi sembrava funzionare finalmente anche sui campi di calcio. Si era giocato un match importantissimo tra due nazioni che si erano combattute sanguinosamente trent’anni prima e che da allora si erano decisamente odiate. Ed era stata tutto sommato una partita normale. Una semplice per quanto importante partita di calcio.

martedì 19 aprile 2016

CONTROCORRENTE - PER ORIANA

Vedo citata da più parti Oriana Fallaci a proposito della "fiorentinità" e soprattutto in ambito calcistico - antagonistico. Mi dispiace, ma è una citazione a sproposito, e più che un omaggio si risolve in un oltraggio alla nostra più grande giornalista di sempre. Che mai si sarebbe sognata di smentire la propria italianità, e meno che mai avrebbe accettato di veder strumentalizzate le proprie dichiarazioni a fini di "campanile sportivo".
"Fiorentino parlo, fiorentino penso, fiorentino sento. Fiorentina è la mia cultura e la mia educazione. All'estero quando mi chiedono a quale paese appartengo rispondo Firenze, non Italia. Non è la stessa cosa".
Queste frasi significano tutt'altra cosa rispetto a quella che si vuole far apparire. Significano un valore aggiunto, non un valore antagonista. Oriana era italianissima, e si arrabbiava molto quando qualcuno lo metteva in discussione.
Cari amici, se si cita una persona, tanto più una persona come lei ed una persona che non c'é più, facciamolo a proposito. E non la mischiamo con il calcio, e con una battaglia anti-italiana che avrebbe fatto inorridire lei per prima.
Fiorentinità è un'altra cosa. Ce l'ha insegnato proprio lei.



CONTROCORRENTE - REFERENDUM

Un consiglio amichevole a tutti, a prescindere da come la si pensa: l'accettazione più o meno serena (e senza maledizioni, infamate e commenti apocalittici) del risultato di una votazione e comunque del modo di pensare degli altri (che comprende anche l'astensionismo tra le possibili categorie di manifestazione) è un requisito essenziale - anzi, direi IL requisito essenziale - per il funzionamento di un sistema democratico.
Quello che sto leggendo mi piace ancora meno della sbruffoneria di un Matteo Renzi, che come tutti i saltimbanchi è destinato a sparire o prima o dopo senza lasciare grosse tracce. Al contrario, l'intolleranza che si sta diffondendo come un virus nel nostro corpo sociale può essere più letale della meningite, di Ebola o di quant'altro contro cui vi siete corsi a vaccinare negli ultimi inverni.

lunedì 18 aprile 2016

Il quorum colpisce ancora



Diventerà un tormentone, una di quelle parole strane capaci di segnare un’epoca, come la tracimazione della buonanima Remo Gaspari o la par condicio dell’altrettanto buonanima Oscar Luigi Scalfaro. Questi saranno gli anni del quorum, soprattutto se l’usanza di andare a votare verrà mantenuta dalle prossime riforme costituzionali.
Il referendum più assurdo della storia d’Italia, quello dal quesito più malposto, incomprensibile e strumentalizzato da quando l’istituto fu introdotto nella nostra Costituzione (e dire che non sono mancati i precedenti significativi in tal senso in passato) si è concluso come era prevedibile. Lo sbarramento del 50%+1 si è rivelato fatale per l’esito della consultazione, in un paese dove la gente non va più a votare nemmeno quando le cose sono chiare e la posta in gioco altissima, come può esserlo per le tornate elettorali politiche ed amministrative.
Alla chiusura delle urne (quest’anno si votava in giornata unica) la soglia dei votanti risulta aver di poco superato il 32%. Il quorum, questa sinistra Spada di Damocle posta da una Costituzione forse ormai un tantino invecchiata sulla volontà popolare, è ben lontano dall’essere raggiunto. Per la cronaca, una cronaca triste per chi aveva caricato questa consultazione dei significati giusti e anche di quelli strumentali, di quel 32% un 86% scarso si era espresso per il SI, cioè – vale la pena ricordarlo – per il mancato rinnovo delle concessioni alla loro scadenza.
A giudicare dai commenti, stamattina c’è un solo vincitore, anche se come suo costume è un vincitore auto referenziato. Matteo Renzi sbeffeggia i referendari e inneggia ai posti di lavoro salvati. Neanche una parola sul merito della questione, sia quello tecnico che quello politico.
Negli ultimi giorni prima del voto infatti la consultazione si era caricata di significati anti-renziani, che avevano finito per surclassare i già non chiarissimi significati tecnici, in termini di politica ambientale ed energetica. Alla fine, è stata questione di andare a votare perché – come ha suggerito un noto comico, personaggio appartenente cioè ad una categoria che ultimamente sta prendendo in mano le redini di questo paese – Renzi aveva detto di stare a casa. E quindi il voto per il SI equivaleva in sostanza ad una mozione di sfiducia.
Ambientalisti e fautori di una maggiore autonomia di approvvigionamento energetico del paese dovranno quindi rimandare l’ennesimo scontro nella lunga singolar tenzone che li vede opposti gli uni agli altri dai tempi del referendum sul nucleare. A questo giro non vince e non perde nessuno, né chi vuole il mare più pulito né chi preferisce la benzina meno cara. Del resto, in ballo c’era il 3% del fabbisogno energetico italiano e poche miglia di una costa lambita da acque che comunque negli ultimi vent’anni si sono arricchite di sostanze poco pregiate come l’uranio impoverito nonché di rifiuti tossici e nocivi d’ogni genere, a prescindere dalle famigerate trivelle.
Il problema di questo paese era e resta piuttosto la mancata azione di controllo da parte del governo nazionale nei confronti di coloro che gestiscono le risorse energetiche e le materie ambientali. La palla torna dunque a Renzi, che con la consueta nonchalance è comunque pronto a sparacchiarla via come un terzinaccio d’altri tempi.
Dove non soltanto il premier ma un po’ tutta la classe politica avrà forse qualche difficoltà in più a presentarsi al paese – anche ad un paese che sta scivolando nell’indifferenza elettorale come l’Italia di questo scorcio di ventunesimo secolo – è sulla questione politica generale. Non è tanto la mancata affluenza alle urne che deve far riflettere, in fondo il fenomeno rientra nel trend occidentale e non lo scopriamo oggi.
Malgrado gli accorati appelli ad una coscienza civica nobile ma d’altri tempi, che richiama alla Repubblica nata dalla Resistenza ed all’esercizio di un diritto di voto che ai nostri nonni è costato sangue, ciò che è successo ieri è un fenomeno perfettamente legittimo e comprensibile, anche se finisce per delineare un risultato auspicato dalla parte – possiamo dire – meno nobile della nostra classe politica. L’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che si allinea alla posizione del governo da lui creato – e da nessuno votato -  nel sostenere l’opportunità di stare a casa, diciamolo pure, non è un bel vedere né un bel sentire.
Come Renzi, il senatore a vita si spertica nell’esaltazione del diritto di astensione. Finché lo fa un Montesquieu, nulla da eccepire. Quando invece la lectio magistralis proviene da un individuo che più schierato e di parte non si può (malgrado l’altissimo incarico a suo tempo rivestito), allora stona assai.
La questione è tuttavia un’altra. E’ la commistione di vecchie e nuove regole che l’attuale classe politica vorrebbe usare per imbrigliare la volontà popolare. La Costituzione si riforma solo in quelle parti che fanno comodo a chi comanda, e si lascia intatta in quelle parti che ormai limitano assurdamente il diritto del popolo di pronunciarsi sulle questioni ritenute importanti.
La necessità di un quorum per ritenere valida la consultazione referendaria, al pari del giudizio di ammissibilità del quesito da parte della Corte Costituzionale, sono precauzioni che il Costituente prese all’epoca in cui la fragile democrazia italiana correva il rischio di pericolose derive. Adesso, diciamocelo, non hanno più senso. Il popolo italiano ha tanti difetti, ma non necessita di continuare a vivere sotto la tutela di un entità superiore. Tanto più coincidente con una magistratura che percepisce come sempre più collusa con il potere politico.
Al referendum, come alle elezioni, si va per votare chi vince e chi perde, senza correttivi. La maggioranza qualificata è un residuo del passato, un’ancora di salvataggio sempre più odiosa per un potere politico che ne ha già fin troppe. Questa parte della Costituzione avrebbe maggior bisogno di essere rivista da quello stesso potere politico, piuttosto che quella concernente il numero dei senatori e la loro provenienza.
Ma nessun sovrano rinuncia volontariamente al potere, se non ha in lontananza (lo diciamo metaforicamente) l’ombra della ghigliottina. In Italia purtroppo non è il popolo ad essere sovrano, ma una classe politica che non ha nessuna intenzione di abdicare fintanto che il circolo vizioso costituito dalle nostre attuali istituzioni glielo consente.
Ci aspettano tempi sempre più duri, e non perché le trivelle continueranno a perforare l’Adriatico ed il Tirreno. A Montecitorio e Palazzo Madama si stanno facendo ben altri danni, ad essere trivellati sempre di più sono i nostri diritti. Ed il prossimo referendum, quello di ottobre, sarà già un’ultima spiaggia.

martedì 12 aprile 2016

CONTROCORRENTE: Toghe eroiche

E così abbiamo un nuovo eroe popolare. Il 1992 e seguenti non ci hanno insegnato nulla, siamo di nuovo ad aspettare che come ai tempi di Mani Pulite siano i magistrati a dare il via alla rivoluzione popolare (da vivere in questo caso comodamente seduti a casa sul divano con in grembo il PC o il tablet per "lottare" duramente su Facebook o su Twitter).
Piercamillo Davigo è il nuovo presidente dell'Associazione Nazionale Magistrati. E si è subito fatto sentire, con frasi tra l'altro abbastanza pesanti che danno ragione a chi ha detto che "in questo paese parlano più i magistrati dei politici".
Scusate se non mi unisco al plauso popolare. Una volta sono stato un fan di Mani Pulite. Salvo poi rendermi conto che non funzionava. Nel principio e nella pratica. Le rivoluzioni le fanno i popoli, non le corti di assise. E su una delle tante cose dette da Silvio Berlusconi negli ultimi vent'anni possiamo essere tutti d'accordo: i magistrati italiani sono politicizzati.
Il signor Davigo bisognerebbe che spiegasse tanto per cominciare come mai D.C. e P.S.I. furono costrette a "cantare" prima, e sparire poi. Mentre il P.C.I. poté emergere indenne e intonso dalla marea di Mani Pulite, anzi "più forte che pria", pronto a diventare la "gioiosa macchina da guerra" di Achille Occhetto. E non mi si venga a parlare del "coraggio" di Primo Greganti, un faccendiere alla Lavitola e Ricucci al quale le manette non sono state fatte seriamente tintinnare nemmeno per mezza giornata, altrimenti avrebbe raccontato perfino dov'era sepolto il corpo dell'ultimo Zar e della famiglia reale Romanov.
Vogliamo parlare di Magistratura Democratica, sig. Davigo? Io ci andrei piano con i giudizi di merito sulla classe politica, che peraltro se li merita appieno, ma non espressi da una categoria altrettanto screditata ormai come quella dei magistrati.
Faccia una bella cosa, quello che fanno tutti in questo paese: presieda. E vivaddio lasci perdere i discorsi, che qui i magistrati parlano anche troppo, e le mani pulite a questo punto non ce l'ha più nessuno.

Storia degli Europei di calcio: 1960 la prima volta dell'Est



Com’era successo per la prima edizione del Campionato del Mondo di Calcio del 1930 (allora più comprensibilmente, perché a quell’epoca un viaggio transoceanico per nave o addirittura per aereo non era uno scherzo), anche la prima edizione dell’Europeo fu penalizzata dall’assenza di alcune delle grandi potenze pallonare del momento.
Il 1960 fu l’anno delle Olimpiadi di Roma. Alcune federazioni importanti preferirono ancora optare per il torneo olimpico, o forse semplicemente non credevano nella riuscita del torneo nuovo di zecca che la neo costituita UEFA aveva organizzato per le rappresentative nazionali continentali. All’avvio delle eliminatorie nell’aprile del 1959 mancavano all’appello Inghilterra, Germania Ovest, Belgio, Olanda e Svizzera.
Mancava anche l’Italia, ufficialmente perché impegnata in altre competizioni. In realtà la nostra Federazione aveva difficoltà a ricostituire una rappresentativa azzurra all’altezza delle tradizioni del nostro calcio, dopo il disastro che aveva portato nel 1958 alla eliminazione dal mondiale svedese da parte dell’Irlanda del Nord (a tutt’oggi unico caso di mancata partecipazione dell’Italia ad una fase finale mondiale).
Il 1960 fu anche l’anno in cui cominciavano a sentirsi i primi effetti della distensione tra i due Blocchi. All’Est, Krushev aveva spazzato via lo stalinismo, a Roma Giovanni XXIII aveva fatto lo stesso con l’eredità dell’ultimo Papa Re Pio XII, era l’anno elettorale negli U.S.A. e tutti davano per favorito alla vittoria finale il candidato democratico John Fitzgerald Kennedy, l’apostolo della Nuova Frontiera, di una nuova generazione, di un mondo nuovo. Di quel mondo, il calcio sembrava poter diventare il verbo, uno strumento di pace dopo tanti decenni di guerra, calda o fredda.
Tra le 17 squadre che si iscrissero alla prima edizione della Coppa Delaunay, le formazioni dell’Est europeo erano ben otto. Unione Sovietica, Jugoslavia, Cecoslovacchia, Germania Est, Romania, Bulgaria, Polonia e Ungheria. Per parte occidentale, il campo delle partecipanti era come detto fortemente menomato. A parte la Spagna, che viveva una situazione ed una condizione internazionale particolari, era o sembrava essere proprio il paese che governava l’UEFA da sempre – la Francia – il più accreditato a cogliere la vittoria finale, la prima a livello internazionale.
Fino a quel momento, il calcio del patto di Varsavia aveva raccolto pochi allori. Unica eccezione, la Grande Ungheria che aveva mancato il titolo mondiale di un soffio in Svizzera nel 1954, per poi dissolversi due anni dopo all’epoca in cui a Budapest entrarono i carri armati sovietici,e Puskas e compagni chiesero asilo politico alla Spagna, in cui si trovavano per l’appunto in tournée. Il calcio danubiano ormai si avviava a diventare un ricordo del passato, ingiallito e sbiadito. Nessuno si aspettava quindi che i primi tre posti del podio potessero finire ad altrettante squadre dell’Est.
Il regolamento prevedeva turni eliminatori da giocare con andata e ritorno nei paesi partecipanti. Dopo uno spareggio vinto dalla Cecoslovacchia sull’Eire, negli ottavi i cechi travolsero i danesi per complessivi 7 gol a 3, i francesi fecero altrettanto per 8 a 2 con i greci, gli spagnoli 7 a 2 con i polacchi, gli austriaci 6 a 2 con i norvegesi, i portoghesi 5 a 2 con i tedeschi dell’Est. L’URSS eliminò per 4 a 1 una nazionale ungherese che non era più quella dei tempi d’oro, mentre la Jugoslavia (3-1) e la Romania (3-2) vinsero con più fatica gli scontri rispettivamente con Bulgaria e Turchia.
Da sinistra: Slava Metreveli, Lev Jascin, Igor Netto
Nei quarti, la Coppa Delaunay visse la sua prima grana internazionale. Il sorteggio mise di fronte due delle squadre migliori, purtroppo rappresentative di due paesi che si ignoravano diplomaticamente da più di 20 anni. La Spagna del Generalissimo Francisco Franco non aveva e non voleva avere rapporti diplomatici con l’U.R.S.S., fin dai tempi della Guerra Civile. Né voleva avere rapporti di altro tipo, compresi quelli sportivi. Le Furie Rosse rifiutarono la trasferta a Mosca e presero uno 0-3 a tavolino, doppiato dalla mancata partecipazione al match di ritorno a Madrid.
I russi furono raggiunti in semifinale dai francesi, che nei due match tra Parigi e Vienna ne rifilarono 9 agli austriaci subendone 4. La Jugoslavia regolò 6-3 un Portogallo che non era ancora quello di Eusebio, la Cecoslovacchia estromise la Romania per 5-0.
A termini di regolamento, all’altezza delle semifinali l’UEFA designava tra le quattro superstiti il paese organizzatore della fase finale. La scelta cadde sulla Francia, ufficialmente in quanto nazione che dava le maggiori garanzie in termini di organizzazione. In sostanza, i galletti speravano di cogliere il loro primo alloro internazionale con la squadra che era stata semifinalista in Svezia due anni prima. Le due partite vinte largamente in casa nel vecchio stadio di Colombes con Grecia ed Austria alimentavano l’ottimismo francese, anche se le pesanti assenze di Fontaine, Kopa ed altri titolari pesavano come macigni. Gli Jugoslavi invece erano una squadra giovane, al completo e per di più in grande forma (come avrebbero dimostrato vincendo nel settembre successivo il torneo olimpico a Roma). Al Parco dei Principi, il nuovo stadio al Bois de Boulogne in cui si giocò la semifinale, il sogno francese sembrò in un primo tempo decollare, a metà ripresa i bleus conducevano per 4-2. Poi, complice una difesa transalpina non impeccabile, toccò ai plavi scatenarsi. Finì 5-4 per la nazionale balcanica.
Nello stesso momento, a Marsiglia, l’URSS regolava 3-0 la pur forte nazionale cecoslovacca, che di lì a due anni avrebbe fatto vedere i sorci verdi in finale mondiale a Santiago del Cile al Brasile di Amarildo & C. A Parigi il 10 luglio scesero dunque in campo per la finalissima Unione Sovietica e Jugoslavia, dopo che la sera prima i cechi avevano tolto anche la medaglia di bronzo ai delusissimi padroni di casa.
URSS - Jugoslavia era anch’esso un match carico di significati extracalcistici. La prima volta dell’Est era un’impresa a cui ambivano entrambe le squadre come gratificazione di un orgoglio nazionale che dalla seconda Guerra Mondiale in poi era cresciuto a dismisura. I due paesi, apparentemente accomunati dalla filosofia comunista a cui le proprie istituzioni erano improntate, erano separati dagli interessi nazionali. Dal 1948, il maresciallo Tito aveva rotto con il Patto di Varsavia e la guida sovietica, ed era diventato il leader principale dei “non allineati”.
La finale fu la sublimazione di un nuovo calcio, basato sulla prestanza fisica, la corsa, la tattica ed una dose fino a quel momento insospettabile di talento. I giovani jugoslavi riuscirono a passare in vantaggio alla fine del primo tempo con Galic, che riuscì a bucare colui che stava diventando un mito del calcio mondiale, il portiere Lev Jascin, il Ragno Nero, l’unico portiere della storia a vincere poi il Pallone d’Oro (nel 1963, con la Dinamo Mosca).
Ma il calcio danubiano riveduto e corretto degli jugoslavi lentamente fu eroso da quello meno brillante forse ma altrettanto solido dei sovietici, che pareggiarono ad inizio ripresa con il forte attaccante Metreveli e chiusero i conti ai supplementari con Ponedel’nik. L’ultimo atto della presidenza UEFA di Pierre Delaunay, figlio di quell’Henri che aveva inventato il trofeo, fu quindi quello di consegnarlo per la prima volta non al proprio paese come aveva sognato, lì davanti alla platea del Parco dei Principi, ma alla rappresentativa su cui non avrebbe scommesso probabilmente nessuno. Gli uomini del mister Gavril Kachalin erano riusciti là dove quelli di Stalin avevano fallito.
Anche nel calcio, come nella politica internazionale, l’ostracismo verso l’Unione Sovietica seguito alla Rivoluzione d’Ottobre e durato fino alla Guerra Fredda sembrava finito per sempre, mentre Igor Netto, il capitano della squadra con la scritta CCCP sulla maglia sollevava la coppa di Chobillon nella notte di Parigi.