martedì 31 maggio 2016

Storia degli Europei di calcio: 2004 Il ritorno degli Argonauti



Nel 2004 toccava alla fiamma olimpica tornare a casa. Atene l’aveva spuntata per tornare a organizzare i Giochi per la prima volta dopo l’edizione inaugurale del 1896. Aveva perso l’occasione del centenario non potendo competere con i meno suggestivi ma più influenti bigliettoni verdi della Coca Cola, che aveva dirottato la fiamma verso Atlanta. Nel 2004 il board del C.I.O. non era sottoposto a particolari pressioni da nessuna multinazionale, e fu libero di riparare al torto subito dagli eredi di Olimpia e di De Coubertin.
Era un anno in cui tutto era possibile, quel 2004. Anche che gli Europei di calcio toccassero ad un paese ai margini dell’Europa, dalla grande storia ma del tutto sconosciuta al resto del continente. Dalle grandi tradizioni calcistiche, che però non erano mai culminate in una vittoria di prestigio, almeno a livello di Nazionale.
L’antica provincia romana della Lusitania aveva dovuto lottare duramente per diventare l’odierno Portogallo, affrancandosi prima dalla dominazione dei Mori e poi dall’influenza ingombrante della vicina Hiberia, che nel frattempo stava diventando l’odierna Spagna. Il piccolo Portogallo era diventata una potenza coloniale di prim’ordine, al pari dell’altrettanto piccola Olanda. Aveva scoperto la rotta per le Americhe prima di Colombo, fermandosi però al Mar dei Sargassi. Aveva poi conteso alla Spagna ogni lembo di terra scoperto dai rispettivi navigatori e conquistadores a giro per l’orbe terracqueo.
Il Portogallo aveva poi affrontato una decadenza parallela a quella spagnola che l’aveva posto al di fuori della storia d’Europa allo stesso modo della Spagna e per un tempo ancora più lungo. La dittatura di Salazar aveva rivaleggiato con quella di Franco, superandola per durata (50 anni) ed eguagliandola per brutalità, soprattutto in fase di dismissione coloniale.
In quel difficile momento storico, terminato con la Rivoluzione dei Garofani che il 25 aprile 1974 aveva restaurato nel paese la democrazia, il calcio era stato un mezzo di riscatto e di recupero di prestigio internazionale, nonché fonte di gioia per un popolo che altrimenti ne aveva ben poca. Il Benfica aveva rivaleggiato con il Real Madrid e gli altri grandi club europei per la conquista della Coppa dei Campioni.
La nazionale lusitana aveva sfiorato l’impresa ai mondiali inglesi del 1966, arrendendosi soltanto ai padroni di casa destinati alla vittoria finale. La stella di Eusebio aveva oscurato quella di chiunque altro in quella circostanza. La pantera nera, soprannome datogli come contraltare alla perla nera, quel Pelé che era stato il grande assente al torneo del ‘66, aveva compiuto il percorso dai sobborghi di Maputo, capitale della allora colonia portoghese del Mozambico, alle giovanili del Benfica, il club principale di Lisbona. Aveva vinto tutto, dal Pallone d’Oro alla Scarpa d’Oro, contribuendo a rendere il palmares del suo club prestigioso più di chiunque altro prima e dopo.
La carriera di Eusebio si era chiusa senza l’acuto in Nazionale. Il testimone era stato affidato a qualche generazione successiva. Per una di quelle combinazioni che la storia – non solo del calcio – a volte si diverte ad offrire, quando per il football europeo era venuta l’ora di giocare a ritmo di fado, per il futebol portoghese era arrivata alla ribalta una nuova generazione di fenomeni.
Estadio da Luz di Lisbona
Nel 1991 il Portogallo aveva organizzato e vinto il Mondiale Under 20. Nella formazione che aveva alzato quella coppa, giocavano alcuni giovanotti di belle speranze dai nomi seguenti: Luis Figo, Manuel Rui Costa, Nuno Gomes, Fernando Couto, Helder Postiga, Maniche. Gente che nel decennio successivo avrebbe fatto la fortuna dei propri club e la gloria del proprio movimento calcistico. Più di dieci anni dopo era con questo squadrone che il Portogallo si presentava al via della manifestazione lungamente attesa e finalmente ottenuta da disputare in casa propria. Ma non era tutto, in quella formazione ormai di veterani si era accesa la stella destinata a brillare più di tutte, a dare ombra un giorno addirittura al più grande, il mitico Eusebio. Un ragazzino con una strana pettinatura e dal nome ancora più strano: Cristiano Ronaldo.
Insomma sembrava la volta buona per fare di Lisbona la capitale europea del calcio. E anche per riprendersi dalla pessima esperienza vissuta dal football a Corea-Giappone, il mondiale esotico e cogestito che nel 2002 aveva laureato il Brasile pentacampeon, Luis Nazario de Lima detto Ronaldo il miglior giocatore del pianeta e la FIFA come il peggior baraccone che mai avesse gestito manifestazioni sportive internazionali.
Testimonial principale di questo pessimo spot per il calcio era stata proprio l’Italia. La nazionale azzurra portata da Giovanni Trapattoni in oriente era sulla carta una delle più forti di sempre, con Totti e Vieri straripanti e un livello tecnico medio forse addirittura più alto di quella che quattro anni dopo avrebbe vinto a Berlino. Ma come in Cile e in Inghilterra con la Corea del Nord, aveva sbattuto contro ostacoli che le avevano reso impossibile far valere la propria supremazia tecnica. Byron Moreno aveva eclissato l’arbitro inglese Ken Aston e la Corea del Sud quella del Nord nella galleria degli orrori della Federcalcio. Dopo di noi, era stata la Spagna a spaccarsi la testa con i coreani, allo stesso modo. Un mondiale complessivamente da dimenticare, prima possibile.
Le qualificazioni a Euro2004 si erano svolte secondo un nuovo sistema, resosi necessario per il proliferare di squadre iscritte grazie alla metastasi sovietica ed jugoslavia: dieci gironi da cinque squadre, le prime qualificate, le seconde a fare gli spareggi. L’Italia aveva prevalso facilmente su Galles e Serbia. Negli altri gironi, Francia, Danimarca, Rep. Ceca, Svezia, Germania, Grecia, Inghilterra, Bulgaria e Svizzera. Dagli spareggi si erano salvate Olanda, Croazia, Russia, Lettonia e Spagna. Lo spettacolo poteva cominciare. Solita formula, quattro gironi da quattro, due qualificate ai quarti.
I pronostici saltarono subito. La gara inaugurale vedeva di fronte il Portogallo e la matricola Grecia, alla sua seconda partecipazione dopo Italia 80. Arrivata agli Europei in sordina, fece saltare subito il banco sconfiggendo i padroni di casa per 2-1. I lusitani passarono lo stesso, battendo poi la Russia e vincendo il derby peninsulare con la Spagna. I greci prevalsero sugli spagnoli come secondi, per differenza reti.
Negli altri gironi, tutto facile per Francia e Inghilterra e per la Rep. Ceca, mentre una modesta Olanda sopravanzò un ancor più modesta Germania. Ma fu il girone dell’Italia a riservare la sorpresa di uno psicodramma che nessuno poteva prevedere. Nella prima giornata, quell’Italia doveva fare un sol boccone di quella Danimarca. Ma il mister Morten Olsen, consapevole di doversi inventare qualcosa, pensò bene di piazzare su Francesco Totti il mastino Christian Poulsen. Che lo fece morbido, senza che l’arbitro spagnolo Mejuto Gonzales battesse ciglio. Lo batté poi quando il fuoriclasse romano reagì scompostamente all’ennesimo fallo, sputando – a causa di una incontrollata esasperazione - su Poulsen. Rosso diretto.
Inaridita prima ed eliminata poi la fonte del gioco azzurro, la Danimarca portò in fondo uno 0-0 che complicava la vita agli azzurri, costretti a vincere la gara successiva contro un’ostica Svezia che nel frattempo aveva travolto 5-0 la Bulgaria. In vantaggio con Cassano, l’altro talento romanista che aveva sostituito lo squalificato Totti, gli azzurri furono ripresi da una carambola incredibile di Ibrahimovic. 1-1 e verdetto rimandato alla terza partita.
Alle due formazioni scandinave bastava il pareggio con due reti per parte per passare insieme ed eliminare l’Italia. I giornali italiani si divisero in due correnti: quelli che le squadre del nord queste cose non le fanno e quelli che vedrai se non le fanno, eccome. Le fecero, addomesticando un 2-2 che per l’alternanza di situazioni ebbe anche la pretesa di essere spettacolare. Nel vocabolario del calcio trovò consacrazione un neologismo, la parola biscotto. Italia fuori, tra i lazzi scandinavi e di mezzo mondo. Cassano, che si era caricato la nazionale sulle spalle e aveva battuto la Bulgaria praticamente da solo al ’90, in lacrime amare per aver visto tutto vanificato dall’antisportività altrui, dalla sfortuna e dall’ingenuità dei suoi compagni.
Il torneo proseguì ai quarti senza una delle favorite. Svezia e Danimarca mostrarono il loro reale (scarso) valore cedendo rispettivamente a Olanda e Rep. Ceca. La Francia campione in carica allungò l’elenco delle sorprese facendosi eliminare da una Grecia che sorpresa a quel punto non lo era più. Il Portogallo vendicò la semifinale del 1966 eliminando l’Inghilterra che proprio aveva i calci di rigore sullo stomaco. In semifinale, ancora un’impresa della Grecia, 1-0 alla Rep. Ceca e prima finale della sua storia. Facile vittoria portoghese sull’Olanda, che non era più quella di quattro anni prima.
Il gol decisivo di Charisteas
All’Estadio da Luz di Lisbona, il 4 luglio 2004 scese in campo un Portogallo che oltre ad essere il padrone di casa era anche strafavorito dal proprio tasso tecnico e dal favore di ogni pronostico. Era il momento di scrivere la storia per Figo, Ronaldo, Rui Costa. In tribuna Eusebio attendeva il suo successore ed il primo trionfo del suo paese. Era destinato a chiudere gli occhi, dieci anni dopo, senza aver avuto quella soddisfazione.
Dall’altra parte era scesa in campo non una squadra ma una nazione intera. A cui nessuno aveva dedicato uno straccio di pronostico favorevole. Che già si dibatteva nelle prime avvisaglie di una recessione economica che un giorno sarebbe diventata una crisi spaventosa. Come la Danimarca del 1992, la squadra che nessuno avrebbe aspettato sul podio e nessuno tantomeno avrebbe voluto premiare. Ma la squadra che a quel punto meno di chiunque altra avrebbe voluto mollare.
Quando al ’57 il centravanti greco Charisteas la buttò alle spalle del portiere lusitano Ricardo, a Lisbona dal fado si passò alle streghe. Non era possibile, i greci avevano già vinto il match di apertura, che era sembrato un evento irripetibile. Si stava ripetendo. Il coach tedesco Otto Rehagel aveva trasformato un pugno di calciatori greci senza nome in una squadra di Argonauti che aveva agguantato il Vello d’Oro dell’UEFA e lo stava riportando a casa, con un nostos degno del poema epico di Omero.
Era davvero un anno in cui tutto era possibile, quel 2004.

La gioia degli Argonauti



lunedì 30 maggio 2016

CONTROCORRENTE. Premiata Ditta Cialtroni dal 1921



E’ una sindrome incurabile, che proviene da lontano. A “compagni” e “post-compagni” adesso rode enormemente il fegato e brucia consistentemente il fondoschiena alla vista di Latorre e Girone che tornano a casa. Ogni pretesto è buono per criticare: ma la Pinotti non doveva abbracciarlo, ma lui non doveva fare quel gesto, ma perché non c’era anche Latorre, ma perché non c’era Renzi, ma perché c’era Renzi, ma perché il processo non si fa in India, ma perché non si fa la Coppa UEFA…..
Negli anni settanta, la polizia era fascista per definizione. I compagni avevano sempre ragione anche quando sbagliavano. E magari, sbagliando, uccidevano. All cops are bastards, l’unico poliziotto buono è quello morto, e via dicendo. In quarant’anni, la premiata ditta fondata nel 1921 a Livorno non è cambiata. Non può cambiare (aveva ragione Eltsin e torto Gorbaciov). Non cambierà.
Per quella ditta, valeva la pena che un funzionario dello stato si facesse ammazzare per liberare un personaggio francamente equivoco e sordido come Giuliana Sgrena, una doppiogiochista senz’altra patria che il suo immondo partito e le sue oscene amicizie. Mai sentita una parola di cordoglio su Callipari, dai suoi amici. Tanto ci sono gli americani a cui dare la colpa di tutto, dal Buco dell’Ozono alla eliminazione della Fiorentina al primo turno della Coppa Italia. E’ un altro must, americani ed ebrei sono altre bestie nere storiche, lasciate in eredità dal fascismo al comunismo senza soluzione di continuità (ma del resto il 25 aprile molti avevano la camicia rossa già pronta sotto quella nera).
Per quella ditta, l’ideale sarebbe stato che Latorre e Girone fossero stati trucidati sul posto dai pirati del Kerhala. Come facevano i tagliatori di teste Dayakhi di Salgari con le giubbe rosse della Compagnia delle Indie. Altro che giusto processo, sono gli stessi che se non ti fermi ad un posto di blocco ed il poliziotto (giustamente) ti spara come da consegna chiedono l’incriminazione del poliziotto. Per questi pirati della Malesia nostrani e moderni, i compagni indiani hanno ragione a prescindere e Latorre e Girone sono due bastardi assassini, per i quali era accettabile far sì che non rivedessero mai più la loro casa e le loro famiglie.
L’ho detto tante volte, lo ripeto a costo di venire a noia. Chi ha fatto il servizio militare con un minimo di presenza di spirito, sa che cosa è successo ai due marò quella mattina sulla Enrica Lexie. Sa che sbagliarono in tanti, dal comandante al ministro della difesa, ma non loro due. Un militare in regolare servizio in quel momento ha una consegna e delle regole di ingaggio da rispettare. Nient’altro.
La signora ministro Pinotti che abbraccia Salvatore Girone sulla pista di Ciampino è un politico che per una volta rappresenta tutto un popolo, in questo disgraziato paese. Io mi sono commosso, e avrei voluto abbracciare personalmente Salvatore. Sono contento che l’abbia fatto la signora ministro, al posto mio. Come fui contento – si fa per dire in quel caso – che il presidente Ciampi appoggiasse le sue mani sulle bare di quei poveri morti a Nasyriya, sulla stessa pista di Ciampino.
Magari anche allora la premiata ditta Cialtroni dal 1921 era contenta di quei morti, una grande vittoria dei compagni combattenti irakeni, ora e sempre resistenza, sul sentiero di Ho Chi Mihn. Io no, mi onoro di appartenere a quella – credo – maggioranza del popolo italiano che vorrebbe ancora stringersi attorno ai propri ragazzi in divisa, quando tornano vivi e quando tornano morti. Che magari si arrabbiano come belve quando la polizia commette un sopruso (perché quando ha una pistola al fianco una mela marcia può fare danni irreparabili), ma che comunque stanno con lo Stato perché non possono fare altro. Perché fuori, non c’è altro. Right or wrong, my country.
Credo che per una volta il MIO Stato abbia fatto il SUO dovere riportando a casa i Fucilieri della NOSTRA Marina. Gliene sono grato.
Da domani si ricomincia, ma oggi a questo governo mi sento soltanto di dire grazie.

domenica 29 maggio 2016

Un uomo solo al comando

Un uomo solo al comando. Credevamo che fosse ormai sport e letteratura d’altri tempi. Altro ciclismo, altri campioni, ammantati di quell’aura di leggenda che pervadeva qualsiasi impresa ai tempi in cui era la radio il nostro unico legame con il mondo, e che si era dissolta irrimediabilmente, inesorabilmente quando la televisione era giunta a portarci in casa tutto il mondo minuto per minuto, nei più infinitesimali dettagli.
Il suo nome era Fausto Coppi. La leggenda sembrava finita con lui e con Gino Bartali. Per sempre. E invece no. L’eroe è tornato. E’ un uomo sempre più solo, in questo ciclismo – in questo sport – fatto sempre di più di personaggi costruiti in laboratorio, che devono alla chimica quello che non possono più chiedere al cuore ed alle gambe. Ed è di nuovo al comando, sessant’anni dopo. Il suo nome è Vincenzo Nibali.
Chissà quanto tempo dovrà passare prima che qualcuno delle prossime generazioni possa raccontare un’impresa simile a quella che il corridore messinese ha messo a segno ieri, a conclusione di una due giorni di quelle che sconvolgono il mondo. Domenica scorsa, la rottura della bicicletta di Vincenzo aveva fatto il paio – un paio mestissimo – con quella della moto di Valentino. Per gli appassionati italiani che cercano nello sport quegli eroi, quegli esempi che ormai non trovano più da nessun’altra parte, era stato un segno degli Dei. Non c’è strada per il paradiso, non per il tricolore.
Tre o quattro giorni fa, Nibali meditava il ritiro, per non dover sfilare oggi a Torino da sconfitto, lui che secondo pronostico questo Giro se lo doveva mangiare, come lo squalo di cui porta il soprannome. Alla partenza da Pinerolo per la terzultima tappa, due giorni fa, soltanto il suo smisurato orgoglio – pari esclusivamente alla sua classe -  lo tenevano in corsa, almeno teoricamente. Sul colle dell’Agnello, quando il destino ha deciso di risarcirlo tutto insieme, la sua buona scorza siciliana l’ha fatto trovare più che pronto. Risorto in un attimo, dal nulla.
Kruijsvijk va lungo nella neve, e lascia in terra la maglia rosa. La raccoglie Chaves, ma Nibali che alla partenza aveva quasi cinque minuti di distacco si ritrova a soli quaranta secondi dal nuovo leader. Vincenzo si mangia sia la Cima Coppi (la vetta più alta di questo 99° Giro d’Italia) che l’arrivo a Risoul. All’arrivo il siciliano di granito scoppia in un pianto liberatorio. L’aveva fatto anche alla tappa decisiva del Tour 2014. Anche questi sono segni del destino. La crisi è come se non ci fosse mai stata.
Il giorno dopo, alla partenza da Guillestre tutti sanno che è solo questione di sfruttare il momento e l’occasione giusta. La tappa è la penultima, e la più dura del Giro. E’ oggi o mai più. Quarantaquattro secondi sono tutto e sono niente. Sulla salita della Lombarda, l’uomo si stacca e torna solo al comando. Da quel momento pedala sulle ali della leggenda. Nei 4 km che lo separano dal Gp della Montagna la maglia rosa passa sulle sue spalle. Adesso va soltanto difesa.
Nella discesa della Lombarda, Nibali è uno stukas che plana in picchiata. Al Santuario di Sant’Anna ha già un minuto e mezzo di vantaggio. Per il povero Chaves non c’è più niente da fare. Non contro la leggenda che gli pedala davanti. Al traguardo di Sant’Anna di Vinadio e del 99° Giro d’Italia, il distacco definitivo tra primo e secondo è 1’36”.
Su quel traguardo accade l’incredibile. Questo ciclismo malato di doping e business estremo forse ha ancora qualche speranza di tornare quello che più di ogni altro sport ci affascinava da ragazzini. Ai tempi della radio e di una televisione che essendo ancora in bianco e nero ci nascondeva tante brutture. Appena Vincenzo taglia il traguardo, i primi ad abbracciarlo sono i genitori di Chaves, che erano lì per festeggiare il figlio e con il loro gesto invece riscattano non solo questo sport ma tutto lo sport in generale. Chapeau, signori Chaves, e i migliori auguri che la prossima volta tocchi a vostro figlio.
Oggi passerella a Torino. Ieri a Sant’Anna è stata apoteosi, come al fischio finale di una finale mondiale. Oggi sarà la sfilata del pullman che porta in giro la Coppa del Mondo. Ma forse, più che alle metafore calcistiche, conviene ricorrere alla vecchia letteratura radiofonica. L’uomo oggi sfila in gruppo, assieme a compagni ed avversari. Ma rimarrà per sempre da solo, al comando. Con i suoi due Giri vinti, il suo Tour, la sua Vuelta e quel Mondiale perso a Firenze per una scivolata sul bagnato. Con i suoi due giorni, le sue otto ore e poco più di pedalata che hanno sconvolto il ciclismo mondiale.

Marco Pantani, ci sia consentito dirlo, è abbondantemente vendicato.

Come vi piace

Se n’è andato all’età di novantadue anni. Non possiamo dire “l’ultimo dei giganti del teatro fiorentino ed italiano”, perché il maestro Franco Zeffirelli è ancora vivo e vegeto. Ma Firenze e l’Italia piangono oggi una perdita che va ben oltre la vicenda umana terrena di Giorgio Albertazzi.
Con l’estremo saluto a quest’uomo che si è spento ieri a Roccastrada, nella Villa Tolomei di proprietà dell’ultima compagna della sua vita, si chiudono varie epoche della nostra storia. Albertazzi ha attraversato il ventesimo secolo con tutte le sue luci e le sue ombre. Le stesse luci ed ombre che hanno dovuto attraversare tutti coloro che hanno voluto seguirne ed apprezzarne l’opera.
Giorgio Albertazzi, in un paese in cui l’egemonia della cultura è dal dopoguerra appannaggio di una certa sinistra, non si era mai liberato dell’etichetta di “fascista” incollatagli addosso in gioventù a causa delle sue scelte. Nel 1943, in piena guerra civile successiva all’8 settembre, aveva scelto di aderire alla Repubblica Sociale Italiana. Come molti giovani di allora, si era trovato a vivere in un’epoca che non ammetteva di chiamarsi fuori da una scelta drammatica. Lui aveva scelto la parte che la storia aveva dichiarato poi essere sbagliata.
I suoi motivi ideali – aveva poi raccontato dopo essere stato amnistiato dal Ministro della Giustizia Togliatti nel 1947 (era stato accusato di aver fatto fucilare dei partigiani, ma lui si era sempre dichiarato innocente da quella accusa) – erano quelli di un fascismo eroico, delle origini. Ettore Muti, Italo Balbo, la Folgore ad El Alamein. Fosse nato vent’anni prima, sarebbe stato un giovane futurista. Una specie di fascista di sinistra, come lo erano stati tanti altri, che non a caso dopo la Liberazione erano confluiti nelle forze politiche che si richiamavano al socialismo, all’anticlericalismo, al repubblicanesimo quando non addirittura all’anarchismo.
Giorgio Albertazzi nella maturità si era scoperto anarchico prima e radicale poi, tanto da avvicinarsi all’altro grande scomparso di questi giorni, Marco Pannella, e da sposarne le più famose ed importanti battaglie di civiltà. Ma per l’intellighenzia dominante, “fascista” era stato e “fascista” rimaneva. E con lui chiunque avesse inteso poterne ammirare l’arte di recitazione in santa pace, e invece si ritrovava magari a dover affrontare durissime contestazioni di strada. Chi scrive, ricorda perfettamente una sera in cui da ragazzo – si era nel pieno dei roventi anni settanta – per entrare al teatro Niccolini a vederlo recitare per poco non rischiò le botte.
Ma Giorgio Albertazzi valeva la pena. Con le sue maschere variopinte che ne hanno fatto uno degli autori shakespeariani per eccellenza. Era solito dire che Shakespeare, il suo autore preferito, era il genio del teatro che sapeva saltare dalla commedia alla tragedia alla farsa a qualsiasi altro genere con estrema facilità e versatilità. In quel Globe ideale che contiene ed ospita tutti coloro che si sono cimentati con le rappresentazioni sceniche dei capolavori del grande drammaturgo inglese, Albertazzi occupava un posto d'onore.
Nel 1964, in occasione del 400º anniversario della nascita di Shakespeare, aveva debuttato al teatro Old Vic di Londra con Amleto, diretto da Franco Zeffirelli e con protagoniste femminili la sua compagna Anna Proclemer e Anna Maria Guarnieri. Lo spettacolo era rimasto in cartellone per due mesi, e lo stesso attore era stato premiato con una foto nella galleria dei grandi interpreti shakespeariani del Royal National Theatre, unico attore non di lingua inglese. Mentre qui in Italia si discuteva se Albertazzi era stato un feroce fascista o meno, all’estero già gli tributavano onori degni di un Lawrence Olivier.
Dr, Jekyll e Mr. Hyde
Albertazzi aveva tenuto a battesimo anche la televisione, che nei suoi primi anni di vita dava grande importanza nei palinsesti alle riduzioni ed alle sceneggiature di grandi opere letterarie. Nel 1969 era stato un magistrale dottor Jekyll nella trasposizione televisiva del celebre romanzo di Robert Louis Stevenson, lo strano caso del dottor Jekyll e mr. Hyde. Chi meglio di lui, maschera teatrale per eccellenza, poteva incarnare l’uomo bipolare che si sdoppia per effetto della droga trasformandosi da perfetto gentiluomo ed intellettuale vittoriano in energumeno bestiale criminale che sguazza nei sordidi bassifondi di Londra?
Perde molto Firenze, ora che si mette in fila per tributare le onoranze funebri a quest’ultimo esponente di un primato culturale che ormai non esiste più. La città in cui lui non viveva più da tanto tempo non ha più nulla di quella che poteva vantarsi, dalle Giubbe Rosse alla Pergola al Comunale a ogni circolo culturale anche di periferia, di ospitare ed allevare quanto di meglio la razza italiana producesse in ambito culturale. Ormai è una città che procede per stereotipi, secondo una moda inaugurata proprio quarant’anni fa, quando per assistere alle rappresentazioni del maestro Albertazzi si rischiava il linciaggio secondo le parole d’ordine di una sinistra che allora come ora non era neanche capace di scriverle senza errori ortografici.
Ciò che frana nel sottosuolo a due passi dal Ponte Vecchio, frana anche nelle nostre coscienze non più nutrite da quell’humus in cui una volta germogliava il Genio. Le sia lieve la terra, maestro. Lei non era credente, ma qualunque cosa sia successa quando era giovane, lassù l’aspettano per far pace. E godersi in tranquillità la sua splendida, unica, irripetibile recitazione.

Ad aprirle i cancelli del cielo, troverà nientemeno che William Shakespeare.

Tornando a casa

Il lungo abbraccio con la signora Ministro per la Difesa Roberta Pinotti è uno di quei momenti in cui un governo può dirsi veramente rappresentativo del suo popolo. E’ anche la fine di un incubo interminabile, per quel popolo ma soprattutto per Salvatore Girone e per la sua famiglia.
Sono le 18 circa quando l’aereo che riporta in patria, a casa, il fuciliere di marina Salvatore Girone atterra a Ciampino. L’India è lontana, un bruttissimo sogno lasciato dietro le spalle. Ma prima di riabbracciare l’Italia – o perlomeno quell’Italia che non ha mai smesso di sperare e di chiedere la sua liberazione – c’è da riabbracciare la famiglia. La moglie, i due figli ed il padre di Girone salgono a bordo. Questo primo momento sul suolo italiano è solo per loro, com’è giusto che sia.
Poi, l’abbraccio con la Pinotti e la stretta di mano al ministro degli esteri Gentiloni ed a tutte le altre autorità presenti. Nessuno rilascia dichiarazioni, tutti sono consapevoli che il momento che stanno vivendo è stato reso possibile da un lavoro delicatissimo svolto sul filo di un rasoio affilatissimo. Non è il caso di urtare suscettibilità a malapena sopite. Ma per un breve istante il marò Salvatore alza le braccia al cielo. “Ce l’ho fatta”, sembra dire. Sì, ce l’ha fatta. Ce l’abbiamo fatta. I nostri soldati sono a casa.
Massimiliano Latorre è da tempo convalescente dall’ictus che lo colpì mentre era agli arresti nell’ambasciata italiana a Nuova Delhi. Quando sembrava che il suo permesso speciale fosse al termine, è giunta a maturazione la complessa opera diplomatica svolta con brillante successo dalla Farnesina, che si è sostanziata nella sentenza del tribunale internazionale di arbitrato. Una sentenza, c’è da credere scritta più a Roma che all’Aja, ma che sostenuta opportunamente e finalmente con adeguata forza dalla comunità internazionale con le proprie istituzioni, ha obbligato la Corte Suprema Indiana a concedere ai due marò italiani di attendere a casa loro le risultanze di un processo che comunque è ben lontano dal potersi celebrare.
Tecnicamente, la vicenda non può dirsi conclusa. Moralmente, politicamente, sostanzialmente, si tratta della svolta che non solo in Italia si auspicava ma che toglie dalle mani dell’India il principale strumento di pressione in ordine a questa questione internazionale che era andata ben oltre i fatti specifici. Crediamo di non dire niente di scandaloso ritenendo che l’attuale o il prossimo governo italiano si comporteranno in maniera assai diversa da quel governo Monti che acconsentì all’ordine di rientro in India per i due marò in occasione della prima licenza per il Natale 2012.
La soluzione è stata trovata brillantemente nelle stanze del corpo diplomatico italiano ed europeo. E probabilmente non verrà mai scritta in tutta la sua interezza sui libri di storia. Ci basta l’abbraccio tra la ministro Pinotti ed il fuciliere di Marina Girone, sulla pista di Ciampino. E’ stato – finalmente – un bel vedere.

L’incubo è finito. Bentornati a casa, ragazzi.

giovedì 26 maggio 2016

Storia degli Europei di calcio: 2000 Toujours la France



Il calcio moderno era entrato nel suo terzo secolo di vita, da quando degli studenti di college inglesi avevano riscritto le regole del gioco inventato nella Firenze di Lorenzo il Magnifico. E ormai la sua casa era tutto il mondo.
Nell’ultimo mondiale prima del nuovo millennio, la Francia aveva finalmente coronato il suo sogno di applicare la grandeur al football. Zidane aveva superato Platini (malgrado qualche intemperanza a cui avrebbe anche in seguito dimostrato di essere incline) portando i bleus sul tetto del mondo. L’avversaria più tosta sulla strada che portava la Coppa FIFA sugli Champs Elysées si era rivelata l’Italia di Cesare Maldini, l’uomo che aveva rilevato il celebratissimo Arrigo Sacchi sulla panchina azzurra dopo il secondo disastro inglese della storia del calcio italiano. Cesarone era reduce da tre Europei vinti con i ragazzini, gli under 21 di cui – al pari degli atleti olimpici – la patria si ricordava solo quando riportavano a casa qualche medaglia.
Cesare Maldini non aveva verbi da predicare. La sua intensità veniva da lontano, da un calcio semplice e tuttavia vincente che aveva issato l’Italia ai gradini più alti del palmares calcistico fin dai tempi eroici di Vittorio Pozzo. L’ultimo eroe della generazione del Piave aveva fatto tremare Zidane & C. mandando Roberto Baggio a sfiorare il golden gol ai supplementari di un Italia – Francia che per poco non aveva ripetuto quello del 1938. Sconfitto ai rigori, la maledizione dell’Italia di quegli anni, Maldini aveva dato le dimissioni, uno dei pochi italiani a farlo in assoluto.
Sulla panchina azzurra si era andato a sedere un altro mostro sacro. Dino Zoff era uno degli eroi di Madrid. Nel 1982 il francobollo commemorativo che ritraeva le sue mani che innalzavano la Coppa del Mondo era diventato più celebre e pregiato di un quadro di Modigliani o di De Chirico. Come Maldini, Zoff si era rivelato allenatore senza pretesa di predicazione di nuove religioni calcistiche, ma saggio e capace come pochi. Una nuova generazione di campioni si stava affermando, con alla testa punte di diamante come Francesco Totti e Christian Vieri.
Era di nuovo tempo di Europei, nell’anno 2000. La FIFA e l’UEFA, consapevoli della importanza che stavano assumendo le competizioni internazionali per rappresentative nazionali e le difficoltà organizzative che comportavano, aveva introdotto una innovazione significativa consentendo a due paesi di consorziarsi per ospitare quegli eventi. Così, il primo mondiale del terzo millennio era previsto nel 2002 in joint venture tra Corea del Sud e Giappone. Il primo europeo era stato assegnato a Belgiolanda.
Tecnicamente, titolari della manifestazione erano i Paesi Bassi, la finale essendo prevista per il 2 luglio di quell’anno a Rotterdam. Di fatto, l’undicesima edizione della Coppa Delaunay aveva due paesi ospitanti, e quindi due squadre di casa. Sufficientemente forti per ambire al trionfo finale. Due nazionali quindi erano qualificate di diritto, i posti a disposizione nelle qualificazioni scendevano a quattordici.
L’Italia per una volta disputò un girone di qualificazione senza patemi, senza infamia e senza lode. Prese subito il largo su Danimarca e Svizzera, tirando poi i remi in barca a qualificazione acquisita. Dietro gli Azzurri si piazzarono i danesi, costretti poi agli spareggi con Israele come peggiori seconde.
Negli altri gruppi, Norvegia e Slovenia, Germania e Turchia, Francia e Ucraina, Svezia e Inghilterra, Spagna e Israele, Romania e Portogallo, Jugoslavia ed Eire, Repubblica Ceca e Scozia. Passavano direttamente le prime e la migliore delle seconde, il Portogallo. Le ultime quattro uscirono dagli spareggi, dove appunto la Danimarca surclassò Israele, l’Inghilterra vinse il derby britannico con la Scozia di misura, la Slovenia sempre di misura superò l’Ucraina e la Turchia prevalse sull’Eire in virtù del gol segnato fuori casa.
La fase finale anche a Belgiolanda 2000 prevedeva quattro gironi da quattro squadre ciascuno. Quattro teste di serie, Germania campione in carica, Belgio e Olanda come paesi organizzatori, Spagna in virtù del ranking mondiale. L’Italia fu sorteggiata nel gruppo del Belgio, assieme a Svezia e Turchia. I tedeschi pescarono inglesi, portoghesi e rumeni. L’Olanda ebbe Francia, Rep. Ceca e Danimarca, mentre alla Spagna toccarono Norvegia, Jugoslavia e Slovenia.
Euro2000 fu, in quella prima fase, una specie di cimitero degli elefanti. Un ecatombe di campioni e finaliste delle precedenti edizioni. Cominciò la Germania, che aveva vinto l’edizione precedente per bravura ma anche e soprattutto sfruttando diverse circostanze favorevoli. I tedeschi pareggiarono con la Romania, persero seccamente con il Portogallo e concessero all’Inghilterra una rivincita della semifinale del 1996. Un 1-0 assolutamente inutile anche per gli inglesi, che avendo perso a loro volta con portoghesi e romeni tornarono a casa insieme ai rivali di sempre. Il gruppo A si chiudeva con l’eliminazione delle strafavorite.
Nel gruppo B, l’Italia si prese una rivincita sul Belgio che aspettava da diverse occasioni passate. Con le vittorie su turchi e svedesi gli azzurri chiusero al primo posto nel girone. Al secondo posto a sorpresa la Turchia, mentre Svezia e Belgio, protagoniste in varie edizioni precedenti, tornavano a casa. O per meglio dire, nel caso del Belgio, restavano a casa, a guardare gli altri giocare.
Nel gruppo C, la Spagna tentò di complicarsi la vita perdendo il match d’avvio con la Norvegia, che già aveva fatto vedere i sorci verdi all’Italia al mondiale francese. Gli spagnoli si ripresero regolando di misura la Slovenia e battendo 4-3 la Jugoslavia, che passò il turno accodandosi a loro avendo pareggiato per 3-3 il derby balcanico con gli sloveni.
Nel gruppo D, l’Olanda sembrava tornata il rullo compressore delle due generazioni di fenomeni precedenti. 1-0 ai cechi finalisti del ’96, 3-0 ai danesi vittoriosi nel ’92, 3-2 ai francesi campioni del mondo nel ’98. Gli orange sembravano tornati quelli che avevano incantato il mondo, ed il loro gioco spettacolare e veloce sembrava destinato a sfruttare positivamente l’occasione del torneo organizzato in casa. Dietro di loro, si qualificò una Francia appannata rispetto a due anni prima ma comunque capace di tenersi insieme, superando ed eliminando Rep. Ceca e Danimarca.
Nei quarti, Francia ancora di misura sulla Spagna grazie all’estro di Zidane e Djorkaeff. Italia senza problemi con la Romania grazie all’estro di Totti e di Inzaghi. Portogallo sul velluto con la Turchia grazie al talento di Nuno Gomes, imbeccato da fuoriclasse come Figo e Rui Costa. Olanda a valanga sulla Jugoslavia per 6-1. Impressionante.
Mo je faccio er cucchiaio....
La bella Italia di Dino Zoff non godeva affatto i favori del pronostico quando scese in campo ad Amsterdam il 29 giugno del 2000 per disputare la semifinale contro i padroni di casa. L’andamento del match confermò quel pronostico almeno per tutto il tempo regolamentare ed i supplementari, con gli azzurri che riuscirono a tenere inchiodati allo 0-0 gli orange in virtù di circostanze che ebbero quasi del miracoloso.
L’arbitro tedesco Merk dopo mezz’ora espulse Zambrotta, lasciando l’Italia in dieci contro un’Olanda che sembrava una pattuglia di Spitfire che attaccava in picchiata, a folate. Zenden, De Boer, Kluivert sembravano incontenibili. Un primo fallo in area costò il calcio di rigore che Toldo riuscì a parare a De Boer al ’40. Un secondo rigore fu fischiato in favore degli olandesi al ’62, e stavolta fu Kluivert a spedirlo sul palo.
Ma non era tutto. Scongiurata una conclusione al golden gol, si andò ai tiri dal dischetto. E si confermò che quel giorno gli dei che sovrintendono ai calci di rigore avevano maledetto l’Olanda. Per primo andò a tirare Di Biagio, l’uomo che aveva condannato la sua squadra a Saint Denis due anni prima. Stavolta Gigi non sbagliò, mentre fu de Boer a fallire il secondo penalty di giornata. Pessotto fece 2-0 per gli azzurri, un 2-0 che rimase tale per l’errore di Stam.
Toccava a Totti. Francesco decise di scrivere quel giorno una delle pagine più significative della sua leggenda calcistica. Mo’ je faccio er cucchiaio, sibilò ai compagni avviandosi verso il dischetto del rigore. E così fu. Van der Saar da una parte e palla a cucchiaio irridente sopra di lui. 3-0, Totti nella leggenda e Toldo con il primo match ball sui guantoni. Segnò Kluivert, sbagliò Paolo Maldini, ma due errori erano troppi da recuperare per gli olandesi, che quel giorno non erano grati agli dei. L’ultimo rigore di Bosvelt volò alto. L’Italia era in finale per la prima volta dal 1968, l’Olanda era in ginocchio.
Nell’altra semifinale, la Francia aveva prevalso su un bel Portogallo per 2-1, impressionando per solidità più che per il gioco. Zidane guidava una legione straniera che era meno brillante rispetto a due anni prima, ma che come la Germania quattro anni prima era difficilissimo battere.
Gli azzurri volevano e cercarono la rivincita di Saint Denis. E sembrarono riuscire ad averla per quasi 93 minuti di gioco. Al ’55 Del vecchio portò in vantaggio l’Italia, che poi sembrò poter gestire grazie ai piedi buoni di Totti & c. Al terzo minuto supplementare, Zidane riuscì per un attimo a liberarsi dalla gabbia che i compagni di squadra bianconeri gli avevano allestito e servì Wiltord, che con un tiro senza troppe pretese pareggiò. Qualcuno paragonò il gol preso da Toldo a quello preso da Galli da Maradona a Mexico 86, un errore di valutazione. Comunque fosse, la sorte aveva voltato le spalle agli azzurri a pochi centimetri dal traguardo.
Ai supplementari, l’Italia era stanca e forse anche un po’ scossa nel morale. L’occasione del golden gol toccò a David Trezeguet, che come Oliver Bierhoff quattro anni prima non sbagliò, dando la vittoria alla squadra meno bella forse ma più solida. Al secondo posto del palmares europeo con due vittorie contro le tre tedesche ci andava dunque la Francia, mentre l’Italia doveva rimandare un appuntamento atteso 32 anni.
Al ritorno in patria, siparietto inusuale con il Presidente del Consiglio Berlusconi che attaccò il Commissario tecnico Zoff criticando aspramente la sua improvvida decisione di non far marcare a uomo Zinedine Zidane. Zoff la prese malissimo rassegnando dimissioni immediate. L’opinione pubblica restò con l’impressione che le cose fossero andate più al di là del merito della questione e dello spirito del momento, sottintendendo che la ruggine affiorata tra i personaggi coinvolti avesse radici magari diverse e più lontane.
Come Valcareggi nel 1970, Dino Zoff pagò dunque un secondo posto di extralusso, anche se stavolta nessuno gli tirò i pomodori all’aeroporto. Sulla sua panchina andò a sedersi Giovanni Trapattoni, che quei pomodori li aveva quasi presi in faccia a Firenze, reo secondo la tifoseria locale di non aver vinto nulla con quella che sarebbe rimasta come la miglior Fiorentina per tanto tempo a venire.

CONTROCORRENTE: BUCA TORRIGIANI, CHI PAGA



Da vecchio navigatore della pubblica amministrazione, faccio una previsione su come andrà a finire questa vicenda del Lungarno Torrigiani. Ricapitoliamo, nessun morto o ferito, ma cinque milioni di danni stimati, a pochissimi passi da un Ponte Vecchio alla cui destabilizzazione nessuno vuole neanche pensare. Il sindaco Nardella tuona: “Errore umano, chi ha sbagliato pagherà!
Ecco, appunto. Caro sindaco, non pagherà nessuno. In questo sistema, che l’ha promossa ai vertici della politica e che la ricomprende, non paga mai nessuno. E’ un sistema autoreferenziato, si sale e si scende (rarissimamente, e mai di stipendio) non per meriti personali reali, ma per logiche d’altro genere. Di partito, di loggia, di consorteria o corporazione.
In Italia, è così. In Toscana, a Firenze, più che altrove. Sappiamo quanto contino da queste parti logge, corporazioni, e partiti. O per meglio dire, partito. Perché qui da vent’anni a questa parte ce n’è uno solo.
Chi è funzionale a questo sistema, non paga mai. Al massimo, come l’arrocco negli scacchi, viene spostato ad altro incarico, da Publiacqua all’ARPAT, all’ATAF, all’ANAS, all’AISCAT, alla Società Autostrade, da qualche altra parte dove potrà continuare a fare danni imperterrito, mentre i suoi vecchi danni saranno continuati – al vecchio posto – da qualcun altro. Sicuramente altrettanto inqualificato e inqualificabile di lui.
Funziona così. Lo sa Nardella, lo sa chiunque lavori nel “pubblico”, lo sa chiunque stamattina si affanni, a vario titolo, ad arrampicarsi sugli specchi per fornire una versione di comodo, per archivio. Un qualcosa che acquieti il momentaneo bisogno del popolino di veder impiccato, squartato e bruciato qualche “colpevole”. Bisogno che peraltro dura poco, tra una settimana al massimo sarà crollato o sventrato qualcos’altro. Qualcuno avrà fatto qualche altra cazzata madornale. E della Buca Torrigiani non se ne parlerà più.
In un paese normale, stamattina Publiacqua e gli altri soggetti implicati nella vicenda avrebbero un bel da fare per arrampicarsi su quegli specchi, con i loro addetti stampa ed i loro funzionari indignati ma nello stesso tempo non in grado di rispondere all’opinione pubblica perché c’è un disturbo nell’audio, un ritorno in cuffia.
Ma noi un paese normale non lo siamo mai stato. Ora meno che mai. Sono almeno quindici anni che il sistema governativo nazionale e regionale e quello delle autonomie locali non fanno più nulla per mantenere il ben di dio che le passate generazioni ci hanno lasciato in eredità. E che noi vorremmo passare intatto ai nostri figli e nipoti. Sarà dura, perché il tempo passato nell’incuria, nella negligenza quando non nello spreco, nell’abuso, nell’omissione e nel furto è stato tanto e i segni che ha lasciato sono profondi. E chissà se reversibili.
Genova non ha più la sua Lanterna, Pompei perde pezzi quotidianamente in mondovisione. Non vogliamo neanche pensare ad una certa eventualità per i nostri monumenti più cari, quel Ponte attraversato da Lorenzo il Magnifico per andare da “casa” a “ufficio”, quel Battistero dove Dante aveva ricevuto i sacramenti. Non vogliamo pensarci, c’è un limite all’orrore immaginabile. Ma purtroppo sappiamo almeno a livello inconscio che è nel novero delle possibilità. Un dysaster movie anni 70 ambientato nella nostra città ormai è più che verosimile.
Mi rendo conto che parlo come un vecchio, di quelli che scuotono la testa sconsolati appena mettono il naso fuori di casa, al solo vedere che cosa è diventato il “loro” mondo. Quando lo facevano il mio nonno, il mio babbo, non capivo. Ero un ragazzo, mi sembrava il migliore dei mondi possibili. Il nonno aveva ritirato su il paese dalle macerie della Guerra, il babbo da quelle dell’Alluvione. E il mondo che stavano vedendo cambiare mentre invecchiavano non piaceva più loro. Ora che sto raggiungendo anch’io quella fase della vita, dico che il babbo ed il nonno non avevano ancora visto nulla.
Caro Nardella, non pagherà nessuno. Quanto all’errore umano, sono sempre gli elettori i primi a commetterlo. La volta scorsa furono il sessanta per cento. La prossima volta, chissà. Ma almeno gli elettori, i cittadini, pagano. Sulla loro pelle. Sempre.

mercoledì 25 maggio 2016

CONTROCORRENTE: Firenze anno zero




Il giornalista stamani ha scritto (pubblicato su www.bloogger.it)

E’ un’ora maledetta per Firenze. Alle sei di mattina circa la spalletta dell’Arno agli Uffizi cedette lasciando passare l’acqua il 4 novembre 1966. Alle sei e trenta di stamane, la terra ha tremato sul Lungarno Torrigiani, franando e inghiottendo circa 20 auto parcheggiate in sosta nel tratto in prossimità del Ponte Vecchio. Nessun ferito o peggio, data soprattutto l’ora. Solo danni pesantissimi, come hanno già potuto constatare le autorità. E un’immagine della città nuovamente sfigurata, senza possibilità forse di ripristino.
Una delle zone più suggestive d’Italia, il tratto di lungarno che corre attraverso Oltrarno tra Ponte alle Grazie e Ponte Vecchio, dall’altro lato degli Uffizi, è diventato nel giro di pochi istanti un altro emblema di un’Italia che ormai sta franando.
Già avviata, contestualmente all’intervento di Vigili del Fuoco, Polizia Municipale e Protezione Civile, la ricerca delle responsabilità. A provocare il cedimento sarebbe stata la rottura della dorsale dell'acquedotto fiorentino sulla riva sinistra dell'Arno, la conduttura principale a servizio dello stesso Oltrarno.
In conseguenza del guasto, verificatosi intorno alla mezzanotte precedente, i vigili urbani avevano chiuso il lungarno chiedendo l’intervento di Publiacqua, la società che gestisce l'acquedotto fiorentino. La chiusura dell’afflusso dell’acqua da parte del gestore avrebbe causato una sovrappressione su altre tubature, il cosiddetto colpo d'ariete, con conseguente rottura della tubazione principale. In attesa della ricostruzione dei fatti da parte delle autorità competenti, preferiamo sospendere ogni commento.
Stamattina il Lungarno Torrigiani si presentava sconvolto da una voragine di circa duecento metri per sette di larghezza. A destare ulteriore preoccupazione, in mattinata una porzione della strada del lungarno è crollata dentro la voragine apertasi precedentemente. Altri dieci metri di manto stradale precipitatovi dentro. Due palazzi antistanti sono stati evacuati a scopo precauzionale, come provvedimento cautelativo e per effettuare al meglio i controlli: dai rilievi di Vigili del Fuoco e Genio Civile non risultano al momento infiltrazioni nelle cantine dei due palazzi.
I Vigili del Fuoco, la Polizia Municipale e la Protezione Civile sono tutt’ora al lavoro per evitare possibili altri crolli della strada e anche della spalletta nel tratto di lungarno a Firenze interessato dal disastro. Il problema, spiegano i Vigili del Fuoco, è l'acqua che fuoriesce dalla tubatura provocando il dilavamento del terreno e quindi l'erosione. Al lavoro c'è già un'idrovora ed un'altra è in arrivo da Prato. I pompieri a bordo di un gommone stanno compiendo verifiche in Arno.
Il Dipartimento di ingegneria e di geologia sta sistemando in loco un'apparecchiatura radar, come quella utilizzata per la Concordia all'Isola del Giglio per verificare gli eventuali movimenti della spalletta e del muro del Lungarno Torrigiani. Le apparecchiature vengono sistemate sula sponda opposta, sul Lungarno Archibusieri, che corre a fianco della Galleria degli Uffizi.
«Nessun ferito, ma solo danni: danni pesantissimi» - ha commentato il sindaco di Firenze Dario Nardella  accorso sul posto – «è  una voragine molto seria». Il sindaco ha inoltre informato la popolazione con il sistema del Florence System Alert telefonico (messaggi registrati diramati alla cittadinanza in automatico) delle possibili ripercussioni negative sul servizio di erogazione dell’acqua nella zone limitrofe a quella dell’evento.

più di così non si poteva pubblicare, l'opinionista (rompicoglioni) ha poi commentato sul suo profilo facebook:
Io vorrei sapere se per qualcuno è verosimile che frani un lungarno per la rottura di una tubatura. Perché in tal caso si può chiudere bottega. La prossima è credere che l'effetto serra sia colpa degli alieni.
Quello che è certo è che Publiacqua si prenderà tutte le colpe, il che vuol dire che qualche dirigente sarà spostato altrove, come l'arrocco negli scacchi.
P.S. Vediamo il lato positivo: i telefoni funzionano. Nardella ha già telefonato a mezza Firenze che resterà probabilmente senz'acqua.



 

giovedì 19 maggio 2016

Storia degli Europei di calcio: 1996 La Germania conquista l'Inghilterra

Football comes home. Nella primavera del 1996 Londra era completamente tappezzata di manifestini che anticipavano l’imminente disputa della decima edizione della Coppa Europa per Nazioni, e nello stesso tempo rivendicavano il diritto di primogenitura britannico per quello che era stato definito il gioco del secolo.
Trent’anni dopo il mondiale vinto da Hurst e compagni, l’Inghilterra aveva ottenuto nuovamente l’organizzazione di una competizione internazionale. Come trent’anni prima, all’appuntamento casalingo il vecchio leone inglese (non a caso individuato come mascotte della manifestazione) si presentava con il carico di speranze di vittoria finale legittimato dal poter mettere in campo una squadra nuovamente forte, e alimentato da una lunga attesa. La patria del calcio aveva vinto una sola volta il mondiale, e mai l’europeo. Agli ordini del capitano di lungo corso Terry Venables, si erano arruolati campioni come Gascoigne, Shearer, Platt, Ferdinand, Southgate, Pearce, Neville, il portiere Seaman e tanti altri protagonisti del calcio internazionale. La speranza di issare nuovamente la Union Jack sul pennone più alto del podio era più che giustificata.
In realtà, il calcio com’è noto vantava origini ben più antiche. La prima notizia storica di una partita di calcio disputata sul continente europeo risale al 1530. Nella città di Firenze assediata dalle truppe dell’imperatore Carlo V di Spagna, che intendeva reinsediare con le buone o con le cattive la dinastia Medici in quello che ormai considerava come un suo ducato ribelle, i fiorentini non trovarono di meglio che sbattergli in faccia sprezzantemente una bella partita di calcio  giocata con tutti i sentimenti in Piazza Santa Croce. E’ lecito pensare che si trattasse di un gioco diventato popolare da tempo, almeno dal secolo precedente. La Repubblica alla fine cadde, i Medici tornarono come Granduchi imperiali, ma il calcio rimase e circa tre secoli dopo nei colleges di Sua Maestà britannica fu codificato più o meno come lo conosciamo adesso.
Legittimo quindi l’orgoglio inglese, anche se non supportato da adeguati risultati, almeno nel ventesimo secolo. Questa sembrava la volta buona, e Sua Maestà la regina Elisabetta si preparava mentalmente a scendere di nuovo sul prato verde per premiare una nuova generazione di eroi blasonati con lo stemma di Riccardo Cuor di Leone.
Anche il resto del continente europeo, riassestatosi alla meglio dagli sconvolgimenti occorsi a ridosso dell’edizione di quattro anni prima conclusasi con la vittoria dei razziatori danesi, si preparava a dare battaglia agli uomini di Sua Maestà. E ne aveva altrettanto ben d’onde. La Germania riunificata aveva posto alle direttive di una vecchia gloria come Bertie Vogts il meglio che il calcio dell’Est e dell’Ovest aveva prodotto, mixando il tutto in un’amalgama che prometteva di mantenere il calcio tedesco all’altezza delle sue tradizioni. I bianchi non deludevano mai, da trent’anni a quella parte arrivavano sempre in fondo alle manifestazioni  internazionali.
Anche l’Italia di Arrigo Sacchi non celava l’intenzione di confermare in sede continentale il brillante – anche se soffertissimo – secondo posto ottenuto al mondiale statunitense di due anni prima. Anche se a ben guardare il morale della truppa italiana era potenzialmente minato dalla consapevolezza che il condottiero non godeva più la fiducia della Federcalcio, dalle polemiche interne tra blocco Milan e resto del campionato, dalla querelle Baggio-SI, Baggio-NO. L’astro di Alessandro Del Piero, grazie anche alla potente sponsorizzazione di un interessato Avvocato Gianni Agnelli, stava offuscando quello del Codino, che alla fine non ricevette la convocazione a England 96. Si disse che Sacchi gli aveva presentato il conto della ruggine insorta tra loro ai tempi del mondiale americano, allorché Baggino sostituito dall’Arrigo lo aveva platealmente mandato a quel paese con appena un po’ più di garbo rispetto a quanto fatto da Chinaglia con Valcareggi 20 anni prima. Se così fosse andata, Arrigo Sacchi aveva presentato in realtà il conto a se stesso.
1996 l'ultima Italia di Arrigo Sacchi
La Francia poteva mettere in campo la sua nouvelle vague, che annoverava campioni emergenti come Zinedine Zidane, Youri Djorkaeff, Didier Deschamps, Lilian Thuram. Anche la Spagna non scherzava, avendo posto le basi per una nuova generazione che a gioco lungo si sarebbe impossessata del calcio europeo e mondiale. Luis Enrique e compagni, essendo stati eliminati dall’Italia nel 1994 per merito di Roberto Baggio e anche di qualche maniera forte, cercavano non vendetta ma rivincita. Russia, Repubblica Ceca e Croazia oltre che soggetti politici del tutto nuovi erano altrettanti punti interrogativi quanto al proprio valore calcistico.
Quella che si sarebbe disputata dall’8 al 30 giugno 1996 prometteva insomma di essere una edizione di lusso. Per tener dietro ai tempi e consacrare lo sport più popolare del mondo come show business puro, l’UEFA aveva introdotto modifiche regolamentari importanti. Le partecipanti alla fase finale diventavano sedici, organizzate in quattro gironi da quattro. Alle vittorie si assegnavano non più due punti ma tre, come avveniva ormai in tutte le competizioni nazionali ed internazionali. Le qualificazioni avevano premiato le prime degli otto gironi, le sei migliori seconde, la vincente dello spareggio fra le peggiori, cioè Olanda ed Eire (2-0 per gli orange), e l’Inghilterra come paese organizzatore. Introdotta per la prima volta la regola del golden gol, ma solo per la finale.
Le innovazioni salvarono la pelle non solo all’Italia (che aveva trovato subito nella Croazia un osso durissimo, perdendoci in casa per 2-1 e pareggiando a Spalato per 1-1), ma anche la Francia (seconda dietro la Romania), la Danimarca campione in carica (superata dalla Spagna), l’Olanda (dietro la Rep. Ceca), l’Eire (dietro al Portogallo) e la Scozia (dietro la Russia), mentre Germania e Svizzera rispettavano il pronostico sopravanzando Bulgaria e Turchia.
Il rigore sbagliato da Zola contro la Germania
L’Italia tornava dunque agli Europei dopo il flop del 1992, senza tuttavia aver chiarito il suo reale valore. La spedizione azzurra partì comunque tra mille polemiche, sembrava di essere tornati indietro di trent’anni, ad un’altra spedizione inglese naufragata in quel di Middlesborough sotto i colpi di un dentista nordcoreano. Il girone che l’attendeva a Liverpool e Manchester non era uno scherzo: Russia, Rep. Ceca e Germania. Gli azzurri cominciarono alla grande contro gli eredi dell’Unione Sovietica, vincendo 2-1 con doppietta del bomber juventino Casiraghi. Poi, mentre la Germania regolava per 2-0 i cechi e all’Italia si presentava quindi il match ball per chiudere subito il girone, Sacchi ne combinò una delle sue: squadra rivoluzionata dal turnover anticipato per evitare affaticamenti. Risultato, Rep. Ceca 2 – Italia 1, inutile il gol di Enrico Chiesa. La Germania ne dette tre alla Russia. Nell’ultima partita all’Old Trafford di Manchester l’Italia – tanto per cambiare – si giocava la sopravvivenza.
Fu una partita a senso unico, come quella che ci era costata i mondiali di Argentina nel 1978. Si giocò praticamente ad una porta sola, quella tedesca. Gli azzurri erano largamente superiori, ma attanagliati da una tensione che era la risultante di tutte le polemiche sofferte nel periodo precedente il torneo. Gianfranco Zola, il terzo a godere fino a quel momento tra i due litiganti Baggio e Del Piero, sbagliò il rigore decisivo. L’Italia uscì di nuovo al primo turno in terra inglese. Arrigo Sacchi seguì il destino del suo conterraneo Edmondo Fabbri. Per come sarebbero andate a finire le cose, col senno di poi, si può dire che gli azzurri erano probabilmente la squadra migliore e persero un’occasione clamorosa.
Negli altri gironi, Inghilterra e Olanda, Francia e Spagna, Portogallo e  Croazia andarono a disputare i quarti di finale. Dove la Francia eliminò un’Olanda in evidente fase di stanca solo ai calci di rigore, la Rep. Ceca superò di misura il Portogallo, la Germania fece altrettanto con la Croazia e l’Inghilterra sempre ai rigori eliminò la Spagna.
Lionheart, la mascotte dell'europeo inglese
In semifinale, da un lato alla Francia emergente fu dato il compito di testare la neonata Repubblica Ceca. Dall’altro la nemesi calcistica ripropose la storica finale del 1966 tra Inghilterra e Germania, quella decisa dal gol fantasma di Hurst. E ancora una volta i calci di rigore la fecero da padrone, in entrambe le partite. I cechi si dimostrarono all’altezza dei loro avi vittoriosi nel 1976, costringendo i bleus di Francia all’errore fatale. Nell’altra partita, l’Inghilterra aveva avuto una supremazia territoriale costellata di diverse occasioni da gol, ma la Germania si era dimostrata una formazione essenzialmente solida, e aveva resistito.
Ai rigori, tra le due c’era un altro precedente, che risaliva a Italia 90. Allora avevano pianto i bianchi d’Inghilterra. Stavolta gli inglesi avevano il conforto di essere già sopravvissuti alla lotteria nei quarti con gli spagnoli. Andarono sul dischetto più self confident. Ma ci andarono anche i tedeschi. Dopo una prima serie di cinque, al primo rigore ad oltranza nel gelo dell’Imperial Stadium di Wembley toccò a Southgate sbagliare. Andy Moeller invece trasformò, in un silenzio di tomba, e corse alla bandierina. Germania in finale, Inghilterra che rincorreva a quel punto l’Italia nella speciale classifica dei negati ai calci di rigore.
Jurgen Klinsmann alza la coppa sotto gli occhi della regina Elisabetta
Ad una compassata ma comprensibilmente delusa regina Elisabetta toccò dunque scendere sul prato di Wembley il 30 giugno a salutare una squadra in maglia bianca che non era la sua, con Jurgen Klinsmann che visibilmente emozionato le faceva da interprete. Per i cechi guidati dall’astro emergente Pavel Nedved, si trattava di un ritorno in finale, pur con ragione sociale diversa, dopo ben vent’anni.
Come vent’anni prima, i cechi sembrarono farcela, andando in vantaggio con un rigore di Berger al 58’. Ma gli dei stavolta banchettavano sulle rive del Reno. La Germania aveva un Oliver Bierhof in stato di grazia. Il bomber dell’Udinese pareggiò al ’73 ed al ‘5 supplementare inflisse agli avversari la morte improvvisa.
Di tutte le rivali, quella che alzò la Coppa Delaunay festeggiando sul prato di Wembley era quella che meno di tutte gli inglesi avrebbero voluto vedere. Il calcio era sì tornato a casa, ma se ne era subito riandato, e verso una direzione decisamente sgradita. Peggio dell’Inghilterra stava solo l’Italia. Quella Germania che adesso vantava nel palmares ben tre titoli europei (uno finalmente senza la specifica Ovest), gli azzurri l’avevano stradominata. E tuttavia, la casa del calcio si stava spostando altrove.

domenica 15 maggio 2016

Storia degli Europei di calcio: I ragazzi di Cesare

Negli anni 80 e 90 il calcio italiano arrivò ad un passo dal poter essere considerato il più forte del mondo. Di sicuro, il campionato italiano si meritava l’appellativo di più bello in assoluto, gli assi stranieri facevano la fila per venire a giocare in Italia, i club italiani dominavano in Europa e nel mondo ottenendo vittorie in serie. Nel 1990 all’ultima riunione del board dell’UEFA prima del mondiale italiano, Antonio Matarrese fu accolto da un applauso scrosciante, poiché le tre competizioni continentali – Coppa CampioniCoppa Coppe e Coppa UEFA – si erano concluse con altrettanti successi di nostre squadre, rispettivamente MilanNapoli e Juventus, che aveva prevalso tra l’altro su un’altra italiana, la Fiorentina.
Cesare Maldini con Enzo Bearzot a Spagna 82
Nel decennio successivo, la musica – almeno a livello di club – sarebbe cambiata poco. Fu un’Età dell’Oro per l’Italia del calcio, di cui però negli Albi d’Oro delle competizioni per rappresentative nazionali rimane poco o nulla. Tra la vittoria mondiale dell’82 e quella del 2006, la Nazionale azzurra conquistò soltanto una finale europea, nel 2000. Per il resto, golden gol e calci di rigore fecero sì che se non mancò il valore mancò di sicuro la fortuna.
Tre mondiali consecutivi, 90, 94 e 98, conclusi dal dischetto (con una sola sconfitta nei tempi regolamentari, contro l’Eire a New York), un altro negli ottavi (in Corea, arbitro l’ineffabile Moreno) a causa della morte improvvisa, la stessa che nel 2000 beffò a Rotterdam i ragazzi di Zoff al cospetto di Trezeguet & soci. Due volte non qualificata agli Europei (Francia e Svezia), una volta fuori nel girone dei quarti (Inghilterra), una volta sola in semifinale (Germania). Troppo poco. Due generazioni di campioni in azzurro rimaste a bocca asciutta, almeno fino a Berlino 2006.
Negli stessi anni, l’accademia del calcio si dilaniava sul dibattito filosofico tra fautori del calcio all’italiana e fautori di quello all’olandese. Il calcio totale aveva vissuto una seconda giovinezza proprio in Italia, grazie al successo di Arrigo Sacchi e del suo Milan a trazione olandese. Il movimento era stato fortemente tentato, come già negli anni 70, di riconvertirsi al verbo orange, ma molti erano restii ad abbandonare certezze tecnico-tattiche che risalivano ai tempi gloriosi di Vittorio Pozzo.
Lo stesso Sacchi, trapiantato in Nazionale, aveva destato più perplessità che entusiasmi. Chiamato da Matarrese a far meglio di Vicini, si era fermato sugli ostacoli che per Vicini erano stati insormontabili, malgrado tutta la sua intensità e le sue ripartenze, malgrado il divieto di pronunciare parole come contropiede e difesa. Il calcio italiano con lui non aveva aggiunto nulla al suo palmares, alle tre stelle mondiali ed all’unica singola europea, che dal 1968 brillava sola soletta sul labaro azzurro.
Demetrio Albertini capitano della Under 21 vittoriosa nel 1992
A tenere alto il prestigio nazionale, in quel periodo, ci aveva pensato il vivaio, che come da tradizione continuava a sfornare campioni a getto continuo. E soprattutto ci aveva pensato un vecchio condottiero, un vecchio arnese da calcio che si era formato alla scuola di Nereo Rocco, il leggendario paron milanista secondo cui o palla o gamba, meglio se palla.
Cesare Maldini era stato una colonna di un grande Milan, prima di intraprendere la carriera di allenatore proprio in rossonero come vice di Rocco. Nel 1980 fu scelto dalla F.I.G.C. per affiancare Enzo Bearzot sulla panchina della Nazionale. Come vice del friulano Bearzot, il triestino Maldini alzò la Coppa del Mondo nell’82. Come vice, accompagnò il vecio anche nella sconfitta. Nel 1986 in Messico il ciclo mundial si concluse definitivamente. Bearzot a casa, Vicini – allenatore di una splendida Under 21 finalista all’Europeo di categoria – al suo posto sulla panchina della Nazionale maggiore. A Cesare toccò l’Under 21.
Per dieci anni, Maldini scrisse con i ragazzi la storia che colleghi molto più trendy di lui in quel momento non riuscivano a scrivere con i grandi. Il torneo Under 21 esisteva a livello europeo fin dagli anni 60. Con poche eccezioni, era stato fino a quel momento territorio di caccia delle rappresentative dell’est europeo, evidentemente più favorevoli ad investire in modo sistematico sui propri vivai. Quando Maldini prese in mano l’Under, la competizione funzionava ad eliminazione diretta, con partite di andata e ritorno, finale compresa.
LA vittoria del 1994
L’Italia si era affacciata alla ribalta nel 1986 per la prima volta. I Vicini boys, destinati di lì a poco ad essere trapiantati in Nazionale maggiore, avevano ceduto ai rigori ai ninos di Luisito Suarez, dopo che andata e ritorno si erano concluse con lo stesso risultato, 2-1 per i padroni di casa. A Valladolid era andata male, Vicini si era dato il cambio con Maldini sulla panchina della Nazionale che intraprendeva il cammino verso Italia 90.
Cesare Maldini si mise a lavorare con la costanza, la capacità e la riservatezza propria della gente della sua terra. A riflettori spenti, costruì pezzo dopo pezzo una Under 21 che non aveva nulla da invidiare a quella del predecessore. I primi due assalti si conclusero con onorevoli piazzamenti. Nel 1988, gli azzurrini si arresero alla Francia nei quarti (2-1 e 2-2), confortati almeno dal fatto di aver perso di misura con la squadra che avrebbe vinto il titolo. Nel 1990 toccò ad una Jugoslavia alla sua ultima uscita prima del disfacimento fermare ancora l’Under italiana, stavolta in semifinale, 0-0 nei Balcani e 2-2 di qua dall’Adriatico. Jugoslavi poi finalisti, sconfitti da un URSS anch’essa praticamente alla sua ultima apparizione.
Nel 1992 prese il via l’epopea di Cesare Maldini e dei suoi ragazzi terribili. Gianluca SordoRenato BusoAlessandro MelliFrancesco AntonioliDemetrio Albertini sono alcuni nomi di quella Under che uscita fuori da un girone di qualificazione che comprendeva URSS, Norvegia e Ungheria (malgrado un clamoroso 6-0 rimediato ad Oslo), si prese la soddisfazione di battere nei quarti la Cecoslovacchia sia in casa (2-0) che fuori (2-1). Stesso trattamento riservato alla Danimarca in semifinale, 1-0 ad Aalborg e 2-0 a Perugia. La finale opponeva agli azzurrini la Svezia, che finì anch’essa sotto il rullo compressore. A Ferrara fu un comodo 2-0, a Vaxjo gli svedesi si portarono in vantaggio nella ripresa ma gli azzurrini tennero. Assieme alla prima Coppa Europa Under 21 della loro storia, si portarono via anche la qualificazione alle Olimpiadi di Barcellona, dove sarebbero stati fermati dalla Spagna per 1-0 nei quarti.
Era già tanto, per un tecnico considerato ai margini del calcio che contava. Ma nel 1994, mentre Arrigo Sacchi tentava la sua chance mondiale in USA con Baggio & c., Maldini decise di rubargli ancora la scena. Con una rappresentativa ancora più forte grazie all’esplosione di VieriInzaghiToldoPanucci solo per dirne alcuni, i campioni in carica iniziarono la difesa del titolo dominando un girone a cinque comprendente PortogalloSvizzera Scozia e Malta. Giocate 8, vinte 7, persa una sola, in Portogallo. Nei quarti, ancora la Cecoslovacchia. Gli azzurrini chiusero subito il discorso con un bel 3-0 casalingo. In Boemia, sconfitta su rigore all’ultimo minuto, assolutamente ininfluente.
La vittoria del 1996
Il regolamento nel frattempo era cambiato. Il torneo adesso proseguiva sulla falsariga di quello delle prime edizioni della Coppa Delaunay. Venne designato un paese ospitante, dove le quattro superstiti si sarebbero date battaglia in semifinale e finale. Agli azzurrini toccarono i bleus padroni di casa, tra i quali spiccavano i nomi di gente come ZidaneBlancDugarry. A Montpellier furono 120 minuti di battaglia, conclusi sullo 0-0. I rigori, che nello stesso periodo costarono alla Nazionale maggiore il secondo mondiale consecutivo, qui sorrisero all’Italia che andò in finale grazie all’errore decisivo di Makelele. In finale, l’Under trovò i coetanei portoghesi, gente che si chiamava Rui CostaFigoJoao Pinto. Partita tattica, che si trascinò ai supplementari a reti bianche. Finché Orlandini, entrato a rilevare uno spento Inzaghi, non indovinò un gran tiro all’incrocio dei pali. Era il golden gol, che in futuro avrebbe fatto piangere gli azzurri ad europei e mondiali quanto e più dei rigori. Qui sorrise Cesare Maldini, e con lui i suoi ragazzi autori di un clamoroso bis.
Qualcuno cominciava ad accorgersi di questo allenatore che parlava poco e raccoglieva tanto. Tutto il contrario del CT della nazionale maggiore, quell’Arrigo Sacchi che era arrivato sì ad una finale mondiale con il Brasile ma attraverso un percorso travagliatissimo, e che al pari di tanti suoi predecessori subito dopo non era stato capace di far disputare agli Azzurri un Europeo all’altezza. Nel 1996, mentre l’Italia maggiore sbatteva il muso per la seconda volta in terra inglese, come 30 anni prima, Cesare partiva per la Spagna con i suoi bicampeones, ai quali si era aggiunta linfa nuova. Un nome su tutti: Francesco Totti.
Con il figlio Paolo in Nazionale maggiore
L’Italia era uscita da un girone a sei costellato di nazionali nate dall’esplosione del pianeta URSS. Nei quarti, il Portogallo sperava di vendicare la sconfitta di due anni prima. A Lisbona, sembrò porre le basi della vendetta, l’1-0 illuse i lusitani che due settimane dopo a Palermo invece soccombettero per 2-0. Si andava dunque in Spagna, e il sorteggio ci mise subito di fronte un’altra squadra in cerca di vendetta, la Francia di CandelaVieiraWilthord. Un gol di Totti infiammò Barcellona e gelò l’entusiasmo ai francesi. In finale ci andava ancora l’Italia, ma stavolta era dura perché dall’altra semifinale erano usciti i padroni di casa spagnoli.
Qui, il conto aperto ce lo avevamo noi, dal 1986. Ancora una volta dovevamo saldarlo fuori casa. Ma malgrado la cantera spagnola avesse già cominciato a sfornare campioni come MorientesDe la PenaRaul, gli azzurrini non tremarono. In vantaggio con Ametrano, raggiunti da Raul, ai calci di rigore stavolta non sbagliarono se non il primo con Panucci. Pagotto parò su de La Pena e Raul. La Coppa restava in Italia, Maldini entrava nella leggenda.
Chissà dove sarebbe arrivato Cesarone con la sua striscia di vittorie se alla fine di quel 1996 la F.I.G.C. non lo avesse chiamato a prendere il posto di un Arrigo Sacchi che da profeta del calcio era ridotto a quel punto ad oggetto ingombrante ed insopportabile per i vertici federali. Maldini senza battere ciglio traslocò in Nazionale maggiore, portò Zola e compagni a sbancare Wembley e due anni dopo a far tremare di nuovo la Francia al mondiale che essa aveva organizzato in casa. Stavolta i rigori non gli sorrisero, l’errore decisivo fu di Gigi Di Biagio. Più della sua stella personale, aveva potuto la strana maledizione che per la terza volta ci eliminava senza essere stati battuti da un mondiale a cui ci eravamo presentati pieni zeppi di campioni.
Con Marco Tardelli, suo successore alla Under 21
L’Italia maggiore non avrebbe ritrovato il sorriso neppure dopo l‘addio di Maldini, fermata ancora dalla Francia in finale nel 2000 e negli ottavi dalla Corea nel 2002 con due morti improvvise. Nessuno immaginava allora come potesse essere il cielo sopra Berlino, ma nel frattempo c’erano i ragazzini a rasserenare l’ambiente portando a casa il quarto e quinto titolo Under 21. Nel 2000 fu Marco Tardelli a mettere in campo il gruppo che capitanato da Andrea Pirlo avrebbe inaugurato un nuovo ciclo. Uscita da un girone di qualificazione a sei e da uno di semifinale a quattro che ricordava quello di Argentina 78, la Under regolò nella finale di Bratislava la Repubblica Ceca con una doppietta di Pirlo.
Nel 2004 invece in panchina c’era Claudio Gentile, un altro che come Maldini concedeva poco all’estetica e molto alla sostanza. In quella Under che lui portò in Germania ad assaporare un ricco antipasto del mondiale di due anni dopo, c’era gente come Alberto Gilardino e Daniele De Rossi. Che segnarono due dei tre gol alla Serbia che dettero all’Italia il primato (a tutt’oggi) di vittorie nel campionato europeo di categoria. Cinque contro le quattro della Spagna (l’ultima delle quali ottenuta nel 2013 proprio contro l’Italia per 4-2 in una specie di bis della finale maggiore europea di Kiev dell’anno prima). Una sola della Germania.

Fino a 21 anni siamo, o eravamo, i più forti d’Europa. Il nome di Cesare Maldini da solo brilla a imperitura testimonianza del prestigio del nostro calcio giovanile che fu. E che speriamo un giorno sia ancora.