domenica 31 luglio 2016

Storia delle Olimpiadi: Il nuovo secolo (2000 – 2004)

Deborah Compagnoni in azione a Nagano
A Nagano, nell’isola giapponese di Honshu, nel febbraio 1998 Deborah Compagnoni vinse la sua terza medaglia d’oro in altrettante Olimpiadi. Ancora in Gigante, come a Lillehammer. Niente SuperG, a differenza di Albertville, ma in compenso in Speciale finì a soli sei centesimi da Hilde Gerg. Un bellissimo argento a conclusione di una bellissima carriera, per quanto sfortunata. Furono, insieme all’oro di Huber e Tartaglia nel Bob a due, le ultime medaglie olimpiche dell’Italia nel ventesimo secolo. Bjorn Daelie vendicò Lillehammer portando a dodici le sue medaglie complessive. Herminator  Hermann Maier per poco non si ammazzò in Discesa Libera, per poi andare a vincere SuperG e Gigante in scioltezza.
Due anni dopo, il braciere olimpico doveva accendersi nuovamente nel Pacifico. Le Olimpiadi moderne entrarono nel loro terzo secolo di vita a Sidney, in Australia. I Giochi tornavano nel Quinto Continente per la seconda volta dopo Melbourne, nel 1956.
La scelta del C.I.O. era suggestiva. Non soltanto perché, come ha raccontato il compianto professor Umberto Eco in uno dei suoi romanzi più fortunati, da quelle parti il sole sorge un giorno prima. E in quell’anno Duemila era lì che cominciavano – prima che altrove, appunto - un nuovo secolo, un nuovo millennio, e la fragile illusione che questa sarebbe stata un’era di pace e di prosperità. Sembrava giusto che l’evento sportivo internazionale dai connotati simbolici più potenti ed evocativi andasse in scena laggiù, lungo il meridiano zero, dove si festeggia per primo il Capodanno. L’ultimo dei mondi nuovi scoperti dall’uomo. Down Under, il continente australiano, la terra più a sud del globo.
Il porto di Sidney durante la cerimonia d'apertura
In realtà, la scelta del C.I.O. era motivata dalla necessità di mandare in scena un’edizione esente da polemiche e dove tutto funzionasse alla perfezione. Il precedente di Melbourne era incoraggiante. Il paese dei canguri si sarebbe rivelato da questo punto di vista un’ottima scelta, tanto da far dire al segretario dimissionario del C.I.O. Juan Antonio Samaranch (che lasciò la carica proprio dopo Sidney 2000) che quelle australiane erano state le migliori Olimpiadi di sempre.
Per la verità, anche in questo caso – come per il precedente tra Atene ed Atlanta – si era trattato di una scelta spinosa, foriera di polemiche e di scontentezze. Sidney aveva superato di stretta misura la forte candidatura di Pechino. Il governo cinese aveva deciso di aprire la Repubblica Popolare al mondo moderno. Dopo aver recuperato Hong Kong dalla Gran Bretagna, dopo aver lanciato la sua campagna per il capitalismo di stato (crescete ed arricchitevi), la corsa alla candidatura olimpica era un altro veicolo pubblicitario del nuovo corso adottato dall’ultima grande potenza nominalmente comunista.
A Pechino, la notizia della sconfitta nella nomination olimpica sembrò provocare disordini. Gli studenti furono trattenuti a stento dal manifestare pesantemente di fronte all’ambasciata americana. I servizi segreti americani riportarono l’intenzione del governo cinese, per effetto di quella sconfitta diplomatica, di riprendere i test nucleari in violazione della moratoria internazionale. Pare inoltre che il boicottaggio cinese della XXVII^ Olimpiade fosse scongiurato per poco.
Alla fine, il mondo fu ben felice di ritrovarsi nella città più moderna e importante di quella grande isola del giorno prima che avrebbe accompagnato le Olimpiadi nel nuovo secolo, rimandando la questione pechinese a data da destinarsi assieme a quella ateniese. La New York australiana dette il benvenuto a ben 199 nazioni, segno della ormai larghissima dimensione che aveva raggiunto il movimento olimpico a livello planetario. La cifra avrebbe potuto essere tonda se l’Afghanistan non fosse stato bandito dai Giochi a causa – tra le altre cose - della politica discriminatoria verso le donne adottata dal governo dei Talebani.
Il 15 settembre 2000 il governatore William Deane dichiarò aperti i Giochi della XXVII^ Olimpiade. L’anziana regina Elisabetta II non ripeté questa volta il viaggio fatto in Canada nel 1976 in ottemperanza delle sue prerogative reali in quanto sovrana di quel Commonwealth di cui l’Australia faceva parte. Ma una regina fu comunque presente alla inaugurazione di Olimpia.
Cathy Freeman era un’atleta australiana tra le più promettenti. Era di origine aborigena, cioè appartenente a quella etnia verso cui il subcontinente in cui è nata sente di dover pagare un debito storico e morale pari a quello che gli Stati Uniti d’America hanno con gli Indiani. Fu lei a portare la fiaccola nell’ANZ Stadium di Sidney e ad accendere il braciere come ultimo tedoforo. Fu lei, con la sua successiva vittoria nei 400 metri femminili, a passare alla storia di quelle Olimpiadi come il miglior spot contro il razzismo.
Non fu l’unico grande personaggio, dentro e fuori il campo di gara, di quelle due settimane australiane. Sidney 2000 portò all’Italia le prime storiche medaglie d’oro nel Nuoto. Domenico Fioravanti nei 100 e 200 rana e Massimiliano Rosolino nei 200 misti cancellarono uno zero in quella casella che durava da troppo tempo per un paese circondato dall’acqua per tre quarti dei suoi confini. Paola Pezzo ripeté il successo di Atlanta nella Mountain Bike, così come Antonella Bellutti nel Ciclismo, Antonio Rossi nel K2 stavolta con Beniamino BonomiJosefa Idem arrivò all’oro nel K1 femminile, Agostino Abbagnale vinse con il Quattro di coppia nel Canottaggio prolungando la leggenda di famiglia, Giuseppe Maddaloni nel Judo e Antonella Sensini nella Vela Classe Mistral furono le piacevoli sorprese. La conferma, grandissima, venne dalla nostra scuola di Scherma. Il Fioretto femminile dove Valentina Vezzali aveva raccolto il testimone da Giovanna Trillini, e la Spada a Squadre maschile. Ancora argento Fiona May nel Lungo, e tanti altri che non possiamo ricordare per ragioni di spazio. Bene la Pallavolo con la medaglia di bronzo dietro Russia e Jugoslavia. Malino Basket e Pallanuoto, relegate a finali di consolazione.
Cathy Freeman
Furono le Olimpiadi dell’addio di Michael Johnson, con l’ultima medaglia d’oro nei 400. Maurice Greene vinse i 100 e la staffetta 4x100, preludio a una carriera che sembrava brillante e durante la quale invece avrebbe lottato più che altro con la sfortuna. Marion Jones, tra le donne, sembrava destinata ad analoghi orizzonti di gloria. Le sue cinque medaglie di Sidney (tre d’oro: 100, 200 e staffetta 4x400; due di bronzo: Lungo e staffetta 4x100) sarebbero state però in seguito revocate dal C.I.O. a seguito della sua ammissione di aver fatto uso di doping. La carriera della Jones si concluse nel 2008 con l’affidamento al servizio sociale disposto dal tribunale penale americano sempre per la stessa vicenda.
Gli Stati Uniti, comunque, vinsero il Medagliere anche senza l’apporto della Jones, davanti a Russia e Cina. Le superpotenze sportive si erano schierate ai blocchi di partenza del ventunesimo secolo. Quarta l’Australia, sesta l’Italia che aveva ripetuto l’ottimo risultato di Atlanta con 13 ori e 34 medaglie complessive.
Nel 2002, l’intermezzo invernale a Salt Lake City confermò che l’Italia aveva ritrovato feeling con gli sport della neve e del ghiaccio. Stefania Belmondo ripeté l’impresa di Albertville a dieci anni di distanza, oro, argento e bronzo. Gabriella Paruzzi riuscì a starle davanti nella 30 km di Fondo, vincendo l’oro. Daniela Ceccarelli non fece rimpiangere Deborah compagnoni vincendo il SuperG, mentre nello Slittino singolo Armin Zoeggler cominciò la sua leggendaria carriera. 13 medaglie complessive azzurre, un’ottima annata.
Due anni dopo, le Olimpiadi tornavano a casa. Il C.I.O. aveva pagato il suo debito principale con l’opinione pubblica internazionale, assegnando alla Grecia la XXVIII^ Olimpiade. Nella votazione finale, Atene batté la forte candidatura di Roma, ma nessuno se la sentì di recriminare più di tanto. Il torto del 1996 perpetrato dalla Coca Cola ai danni di Olimpia era ancora ben presente nella mente di tutti.
La fiaccola tornava al Pireo, il percorso più breve per i tedofori, sulle strade di casa. Ma quanta differenza con la volta precedente, 108 anni prima. Allo Stadio Panathinaikos si erano ritrovate nel 1896 14 nazioni rappresentate da 241 atleti, tutti maschi e tutti dilettanti. Stavolta, nel nuovo Stadio Olimpico dedicato a Spiridion Louis (lo storico vincitore della prima maratona moderna) a Maroussi erano presenti 201 nazioni (praticamente tutte quelle che avevano un comitato olimpico nazionale) con 10.625 atleti, dei quali oltre il 40% erano donne e tutti più o meno professionisti dichiarati.
Massimiliano Rosolino
La Cerimonia d’apertura allo Spyros Louis fu sapientemente evocativa delle ragioni del perché il mondo si era ritrovato lì, il 13 agosto 2004. La Grecia celebrò degnamente se stessa, la nascita e la diffusione di quella civiltà che a partire dall’Impero Romano aveva trasmesso al resto del mondo. Nello stadio era stato ricavato un enorme bacino idrico, simboleggiante quel Mar Egeo su cui erano salpate le navi greche per diffondere la fiaccola della civiltà presso i feros victores sulle sponde del Mediterraneo prima e del resto dei mari poi.
Tra i paesi di nuova accessione, Timor Est sopravvissuta ad una spaventosa guerra civile, l’Afghanistan finalmente liberato dalla dittatura sanguinosa dei Talebani, la Serbia riammessa (come Serbia e non più come Jugoslavia, essendo il Montenegro diventato indipendente) dopo la guerra del 1999 che aveva concluso la lunga tragedia balcanica.
La partecipazione italiana ai Giochi greci fu ottima, sul trend delle ultime Olimpiadi. 32 medaglie con 10 ori, e la consacrazione di vecchi e nuovi personaggi. Igor Cassina si impose al mondo nella Ginnastica Artistica alla Sbarra, brevettando il celebre movimento Cassina che molti avrebbero poi cercato di imitare. Paolo Bettini riportò in auge il Ciclismo toscano vincendo la corsa in linea su strada. Andrea Benelli sparò per l’oro nel Tiro a Segno SkeetIvano Brugnetti si laureò degno erede di Maurizio Damilano nella 20 km di Marcia. Marco GaliazzoAldo Montano e Valentina Vezzali tirarono di Scherma da par loro e nella tradizione della scuola italiana, che si confermò anche nel Fioretto maschile a squadre. Sempre in tema di squadre, la Pallanuoto femminile vinse il primo oro della sua storia. Altrettanto arrivarono ad un passo dal fare la squadra maschile di Basket, che rinverdì l’argento di Mosca, e quella di Pallavolo, che rinverdì quello di Atlanta. Argenti a conferma di Josefa Idem, Rossi e Bonomi, Giovanna Trillini e tanti altri.
Tra gli eventi epocali di quei Giochi, la sconfitta della staffetta 4x100 U.S.A. di Greene e Gatlin (vincitore dei 100) per mano di quella della Gran Bretagna e la prima vittoria di un cinese in Atletica, Liu Xiang nei 110 ostacoli. Nel Calcio, prima vittoria e prima medaglia d’oro assoluta nella storia olimpica per l’Argentina, con l’Italia al terzo posto. Tra le donne, vittoria degli U.S.A. a conferma della bontà della scuola del Women’s Soccer. Il secondo oro olimpico argentino arrivò a sorpresa dal Basket, dove i biancocelesti superarono nientemeno che i favoriti gringos nordamericani, per poi battere in finale i nostri PozzeccoMyers & C.
Nel nuoto, si affacciò al medagliere olimpico con il suo primo argento una campionessa che avrebbe fatto in seguito la storia di questo sport. Federica Pellegrini arrivò seconda nei 200 stile libero dopo aver condotto quasi interamente la gara e aver subito nell’ultima frazione il recupero della rumena Camelia Potec, che le finì davanti per soli 19 centesimi. La nostra portacolori a Rio2016 aveva iniziato così una carriera che ancora non vede la fine.
Tutto questo era molto, per un’Italia che aveva nobilitato un’Olimpiade storica ma senza grandi acuti. Era molto, ma non era tutto. Restava l’ultima gara. Quella che per tradizione concludeva il programma olimpico, e che quella volta si sarebbe corsa sul tracciato originario, quello su cui Filippide aveva corso a perdifiato per portare al senato ateniese la notizia della vittoria a Maratona.
Stefano Baldini come Filippide
Il 29 agosto la XXVIII^ Olimpiade aspettava dunque la maratona per chiudere i Giochi, spegnere il braciere e consegnare la bandiera dei Cinque Cerchi alla città che l’avrebbe riacceso nel 2008. Era la maratona più prestigiosa di sempre, quella che – a vincerla – avrebbe avuto per sempre un gusto ed un significato particolare nella memoria. Quando il brasiliano Vanderlei De Lima al 36° km subì un infortunio a causa di un tifoso che lo mise fuori gara per la vittoria mentre era ancora in testa, dietro rimasero un americano, Mebrahtom Keflezighi, e un italiano, Stefano Baldini da Castelnovo di Sotto (RE), undicesimo di undici fratelli, con la passione per la maratona di cui era già recordman italiano.

Fu lui ad entrare nello stadio Spyros Louis nella posizione che tutti sognavano. Per primo, con l’americano staccato di 36 secondi ed il brasiliano di un minuto e mezzo. 2 ore, 10 minuti e 55 secondi per ripetere le imprese di Flippide, Dorando Pietri e Gelindo Bordin. Ancora una volta, toccava all’Italia togliersi all’ultimo tuffo la soddisfazione più grande.

venerdì 29 luglio 2016

Storia delle Olimpiadi: Il mondo nuovo (1992 - 1996)



All’indomani del crollo del Muro di Berlino, qualcuno si affrettò a dire che il mondo era giunto nientemeno che alla Fine della Storia. Se Hegel aveva avuto ragione, il progressivo alternarsi di tesi, antitesi e sintesi nelle idee e nelle vicende umane sembrava aver raggiunto un prodotto definitivo, non più migliorabile, emendabile. Il venir meno del Comunismo aveva lasciato sul campo un Capitalismo finalmente costretto a prendere in considerazione le cosiddette istanze sociali, e senza più alibi per continuare a non farlo. Il mondo ideale insomma che soltanto i più fervidi utopisti avevano saputo sognare, fino a quel momento.
L'Anello Olimpico di Calatrava a Barcellona
Nel 1992, quando le nazioni si radunarono sotto i Cinque Cerchi a Barcellona, questa illusione idealista era già abbondantemente in crisi. Il Blocco Sovietico si era sbriciolato dall’oggi al domani come una fetta biscottata maneggiata con poca cura. Ma la Prima Guerra del Golfo aveva già chiarito a tutti che la Storia continuava, eccome. Ed era la solita storia. Quella che aveva costretto gli Antichi Greci ad immaginarsi almeno un periodo di tregua, all’ombra del più celebre dei templi dedicati a Dei che di costringere altrimenti la razza umana a progredire realmente ed a rinunciare ai propri istinti più feroci non sembravano interessati granché.
Fatto sta, comunque, che l’8 febbraio di quell’anno, quando Michel Platini accese la fiamma olimpica ad Albertville, in Alta Savoia, e Francois Mitterand dichiarò aperti i XVI^ Giochi Olimpici Invernali, i vecchi atlanti geografici erano già finiti tutti nella spazzatura, al pari di tante vecchie certezze. Il mondo era irrimediabilmente cambiato. La prova più eclatante era quella bandiera sotto cui sfilava la squadra di quella federazione che una volta si era chiamata Unione Sovietica. Dal 1° gennaio 1992 si chiamava Comunità degli Stati Indipendenti, ed era diretta da Boris Eltsin, l’eroe dello sventato golpe di Mosca contro il riformatore Gorbaciov.
Il C.I.O. aveva ammesso la C.S.I. sotto la dizione di Squadra Unificata, con la bandiera dei Cinque Cerchi in luogo della vecchia bandiera rossa con la falce ed il martello. In quei giorni, si cominciava inoltre a sparare anche in Jugoslavia per spartirsi l’eredita di Tito e Milosevic. La questione avrebbe richiesto molti più anni e molto più sangue rispetto all’U.R.S.S. per essere risolta. Più di una Olimpiade, e non solo, ne sarebbe stata influenzata.
Ad Albertville, l’Italia festeggiò il suo momento di grazia negli Sport Invernali con Alberto Tomba che bissò la vittoria in Gigante di Calgary mettendo in fila i migliori del mondo, da Aamodt a Girardelli, mentre in Speciale si fermò – si fa per dire – all’argento dietro al norvegese Finn Christian Jagge. Ma in compenso altre buone notizie vennero dalle donne.
Debora Compagnoni da Bormio si impose all’attenzione del Circus dello Sci Alpino come la Tomba al femminile, dominando il Supergigante. Il giorno dopo, in Gigante, sembrava lanciata verso una splendida conferma quando il ginocchio le cedette in occasione del primo dei gravi infortuni che avrebbero condizionato la sua altrimenti leggendaria carriera.
A impinguare il medagliere ci pensarono Josef Polig, vincitore in Combinata, e soprattutto la piemontese Stefania Belmondo con una splendida tripletta nel Fondo: oro nei 30 km, argento nei 15 km e bronzo in staffetta, dove si mise in luce per la prima volta anche la promettente Manuela Di Centa.
Cinque mesi dopo, la fiamma olimpica arrivò sulle Ramblas. Sulle note di Barcelona, l’ultimo regalo del compianto Freddy Mercury al mondo cantata assieme alla soprano catalana Montserrat Caballé, un tedoforo paralimpico, l’arciere iberico Antonio Rebollo, accese il braciere mentre Re Juan Carlos dichiarava aperti los Juegos de la XXV Olimpiada.
Freddy Mercury e Montserrat Caballé cantano Barcelona
La Spagna li attendeva da tempo, e con ragione. Barcellona 1992 fu per la nazione iberica che stava riacquistando il proprio posto nel consesso delle nazioni più avanzate a grandi balzi, quello che Roma 1960 era stato per una nazione italiana a quel tempo in condizioni non dissimili. Il motore ed insieme il simbolo di un boom economico e sociale con pochi eguali nella storia.
La capitale della Catalogna, alla cui designazione non era stata secondaria l’influenza del concittadino illustre Juan Antonio Samaranch allora presidente del C.I.O., fu rimessa a nuovo per l’occasione grazie all’opera di architetti di fama mondiale come Calatrava e Isozaki, che lasciarono in eredità post-olimpica alla città capolavori come l’Anello Olimpico del Montjuic, il Palau San Jordi, l’Estadi Olìmpic, la Torre de telecomunicaciones.
A Barcellona, il mondo festeggiò la fine dei Blocchi anche in ambito sportivo. Non soltanto la Spagna, che con i suoi 13 ori e 22 medaglie complessive registrò il miglior risultato di sempre, e la Germania riunificata due anni prima, che si attestò al terzo posto del Medagliere dietro Squadra Unificata e U.S.A., beneficiarono di un clima apparentemente nuovo e meno dopato in tutti i sensi.
Carl Lewis non era più il Figlio del Vento nei 100 e 200, ma era ancora il migliore nel Salto in Lungo (terzo oro consecutivo) e con lui nei ranghi la staffetta americana 4 x 100 tornò a volare. Nei 100 metri, si mise in luce invece il britannico Linford Christie, mentre nei 200 una intossicazione alimentare mise fuori gioco l’astro nascente Michael Johnson, che lasciò via libera al connazionale Michael Marsh.
Nel nuoto, Alexander Popov cominciò la sua splendida carriera olimpica, che avrebbe continuato come atleta della Russia dopo la dissoluzione definitiva della federazione. Tra le donne, si misero in luce per la prima volta a sorpresa le cinesi, che consentirono al loro paese un quarto posto finale nel Medagliere. Altri personaggi in luce, il leggendario canottiere britannico Steve Redgrave alla terza conferma olimpica, l’algerina Hassiba Boulmerka nei 1.500.
Il Dream Team americano di Basket
La Spagna vinse il torneo di Calcio, che presentò una innovazione significativa. Per rimediare ad un equivoco storico ormai non più sostenibile, il C.I.O. aveva messo definitivamente da parte il dilettantismo obbligatorio aprendo in tutti gli sport ai professionisti. Nel Calcio, ciò avrebbe significato però creare un doppione o un pericoloso concorrente dei Mondiali, e fu stabilito pertanto di porre ai partecipanti un limite di età. In pratica, finirono per partecipare ai Giochi Olimpici a partire dal 1992 le Nazionali Under 21 di ciascun paese. L’Italia era campione europea in carica, ma nei quarti lasciò via libera ai padroni di casa concedendo loro proprio la rivincita dell’Europeo di categoria.
L’apertura al professionismo portò conseguenze epocali soprattutto in un altro torneo. Le Olimpiadi del 1992 si ricordano principalmente per il Dream Team. Gli Stati Uniti poterono finalmente schierare una selezione allestita impiegando i migliori giocatori dell’N.B.A., e non più ricorrendo a studenti universitari per quanto promettenti. Michael Jordan, Magic Johnson, Larry Bird, Scottie Pippen sono nomi che non hanno bisogno di commento e che tutti gli appassionati di Basket hanno impressi nella memoria. Come per il Brasile di Pelé nel calcio, probabilmente nella Pallacanestro non sarà dato di rivedere all’opera una squadra dei sogni come questa. In finale, la Croazia che rappresentava la prestigiosa scuola jugoslava fu scherzata dagli americani, finendo sotto di ben 30 punti.
Nella Pallavolo, il Dream Team sarebbe stato quello italiano, la generazione di fenomeni che a quel tempo mieteva un successo dietro l’altro con facilità apparentemente irrisoria. Nei quarti di finale di un torneo olimpico che sembrava non poterle sfuggire, l’Italia incontrò però per la prima volta la sua bestia nera, quella Olanda che le avrebbe sbarrato la strada anche in seguito. Il torneo fu vinto dal Brasile proprio sull’Olanda.
La finale di Pallanuoto Italia - Spagna
Per l’Italia, si confermò nel Medagliere una posizione a ridosso del decimo posto con 19 medaglie complessive di cui sei ori. L’ultimo dei quali, come a Seul, arrivò nelle battute finali, grazie al Settebello. Nella Pallanuoto, gli azzurri non vincevano da Roma 60 e prima ancora da Londra 48. In finale, nella nuovissima piscina Bernat Picornell, avevano la Spagna favoritissima e tradizionale avversaria, ma riuscirono a prevalere in una partita drammatica conclusasi al terzo tempo supplementare per 9-8. Da Canoa, Ciclismo (con la partecipazione straordinaria del povero Fabio Casartelli, che avrebbe incontrato un tragico destino al Tour de France due anni dopo) e Scherma le altre soddisfazioni azzurre.
Quando si spense il braciere olimpico il 9 agosto 1992, il sipario calò su una delle più belle edizioni dei Giochi. Il vecchio mondo era andato in mille pezzi e alle gare avevano partecipato ben 169 nazioni, tra vecchie e nuove. 9.356 atleti, di cui 6.652 uomini e 2.704 donne.
I tempi del barone de Coubertin sembravano ormai lontanissimi, come se risalissero alla preistoria. E tuttavia, in occasione del primo centenario delle Olimpiadi moderne che cadeva nel 1996, la cosa più giusta da fare sembrava proprio quella di omaggiare la figura del loro inventore assegnando ad Atene la ventiseiesima edizione dei Giochi. Quella appunto del Centenario, una scelta che il barone avrebbe sicuramente approvato. Sul tavolo del C.I.O. c’erano due candidature: quella di Atene, appunto, forte della suggestione della Storia, e quella di Atlanta, forte del peso economico della Coca Cola, la bevanda che dagli inizi del secolo era diventata lo sponsor principale delle Olimpiadi e la cui fabbrica aveva appunto sede nella capitale della Georgia.
Inutile dire che gli Dei di Atlanta risultarono meno suggestivi ma più potenti di quelli di Olimpia, rimontandoli all’ultima votazione. L’opinione pubblica internazionale stigmatizzò il torto fatto ad Atene, ma lo fece comunque tenendo in mano la consueta lattina di coke.
L’antipasto invernale degli ultimi Giochi del ventesimo secolo aveva avuto luogo nel 1994. Il C.I.O. aveva infatti deciso di sfalsare le due sessioni olimpiche per riempire un vuoto nel calendario degli anni pari. A Lillehammer in Norvegia, due anni dopo Albertville, Alberto Tomba aveva confermato l’argento dello Speciale a pochi secondi dal vincitore Stangassinger. Manuela Di Centa era esplosa nel Fondo femminile vincendo tutte e cinque le gare in cui era iscritta.
Ma l’evento che rimase memorabile di quelle Olimpiadi fu l’arrivo della Staffetta 4x10 km maschile. La Norvegia del fuoriclasse Bjorn Daelie sembrava strafavorita, ma De Zolt, Albarello e Vanzetta tennero fino all’ultima frazione, permettendo a Silvio Fauner da Sappada di ingaggiare uno spettacolare testa a testa con Daelie nel rush finale. Davanti a 120.000 scandinavi ammutoliti, Fauner vinse quel leggendario sprint entrando nella storia del suo sport.
Mohamed Alì accende il braciere olimpico
Il 19 luglio 1996 al Centennial Olympic Stadium di Atlanta il presidente Bill Clinton aprì i Giochi della XXVI^ Olimpiade, mentre il braciere veniva acceso da un tedoforo d’eccezione. Mohamed Alì sapeva dal 1984 di soffrire di morbo di Parkinson, ma vederne i segni progressivi sul suo volto e su quel corpo che una volta aveva rivaleggiato con le farfalle nello sport più violento che esista commosse il mondo più di quanto avessero fatto le più grandi delle sue vittorie. Alì affrontò la prova con il consueto coraggio. Il C.I.O. lo premiò restituendogli quella Medaglia d’Oro vinta a  Roma, che lui aveva gettato per rabbia nel fiume Ohio a Louisville, dove viveva ed era tornato dopo la vittoria soltanto per scoprire che il razzismo era ancora tutto da affrontare e sconfiggere.
Atlanta passò alla storia come un capolavoro di disorganizzazione, che acuì il rimpianto per la mancata designazione di Atene. Ma dal punto di vista dei risultati fu una buona Olimpiade. Non solo per l’Italia, che eguagliò quasi il successo di Los Angeles con 13 medaglie d’oro (mancò la quattordicesima la nazionale di Volley che sbatté per la seconda volta contro l’Olanda, in finale). In compenso, Yuri Chechi si riprese ciò che la sorte gli aveva negato a Barcellona. Paola Pezzo impose la sua classe ed il suo decolleté nella Mountain Bike, che esordiva ai giochi. Agostino Abbagnale rinverdì i fasti di Giuseppe e Carmine nel Canottaggio, mentre Antonio Rossi insieme a Daniele Scarpa si prese la Canoa per la prima volta.
Yuri Chechi
Poi, la solita messe di medaglie da Ciclismo, Scherma, Tiro. In Atletica, l’attesissima Fiona May – l’inglese che aveva scelto l’Italia per amore – si fermò all’argento nel Salto in Lungo. Dove tra i maschi, Carl Lewis entro nella ulteriore leggenda sportiva come uno dei tre che erano riusciti a trionfare in quattro Olimpiadi diverse, dopo il discobolo Al Oerter e il velista Paul Elvstrom. Josefa Idem, tedesca naturalizzata italiana anche lei per amore, si fermò al bronzo nella Canoa.
Michael Johnson aveva già superato nei Trials pre-olimpici lo storico e longevo record del mondo del nostro Pietro Mennea, ottenuto nel 1979 a Città del Messico in altura. Ad Atlanta, Johnson disintegrò ulteriormente il proprio limite portandolo ad uno strepitoso 19’’32. Dopodiché si aggiudicò anche i 400 metri. La francese Marie-José Perec fece la stessa doppietta tra le donne, stabilendo anch’essa un primato (sui 400) che avrebbe resistito a lungo, 48’’25.
Nel torneo di Basket, nuova vittoria statunitense stavolta sulla Jugoslavia (ovverosia le superstiti della vecchia federazione, Serbia e Montenegro), ma il Dream Team non era stato rimesso in campo. Nel calcio, vittoria della sorprendente Nigeria sulla favorita Argentina. Nel Tennis, vittoria del superfavorito André Agassi su Sergi Bruguera. Avrebbe potuto benissimo essere la finale di un torneo da Grand Slam. Anche questo era un segno dei tempi. Lo sport professionistico aveva conquistato definitivamente Olimpia. Bevendo Coca Cola.
Michael Johnson

mercoledì 27 luglio 2016

Storia delle Olimpiadi: Il Figlio del Vento è tornato (1984 - 1988)

James Cleveland Owens detto Jesse, l’uomo che aveva messo di malumore Adolf Hitler battendo sotto il suo naso tutta la Razza Ariana nella corsa veloce e nel salto in lungo, morì a Tucson in Arizona il 31 marzo 1980. Aveva atteso per tutta la vita di ricevere un riconoscimento dalla Casa Bianca per quanto aveva fatto in quei giorni leggendari dell’agosto del 1936. Ignorato quasi da Franklin Delano Roosevelt, aveva dovuto aspettare Gerald Ford 40 anni dopo per vedersi conferire la Medaglia Presidenziale della Libertà.
Carl Lewis
Quando il Figlio del Vento fu portato via da un male incurabile, Frederick Carlton Lewis detto Carl non aveva neanche 19 anni. Come Jesse, anche Carl era originario dell’Alabama. Come Jesse, anche Carl era stato portato via dall’Alabama in tenera età da genitori in cerca di una vita migliore. Birmingham nel 1961 non era poi tanto migliore di Oakville nel 1913, a quanto pare, per dei ragazzi di colore.
Come JesseCarl si vide aprire le porte del mondo universitario grazie alla velocità che era in grado di raggiungere in pista. Quando Carl fu selezionato per la squadra statunitense che doveva gareggiare alle Olimpiadi di Mosca del 1980, Jesse non c’era più. Il Figlio del Vento al vento era ritornato. Il vento aspettava qualcun altro in grado di domarlo. Ma non l’avrebbe trovato a Mosca, perché gli U.S.A. boicottarono i giochi in casa di quell’U.R.S.S. che aveva appena invaso l’Afghanistan e Carl dovette rimandare il suo appuntamento con l’eredità più prestigiosa che ci fosse in Atletica. Il suo momento arrivò nel 1984.
L’anno più atteso del ventesimo secolo da quando George Orwell aveva scritto il suo omonimo capolavoro era arrivato con tutte le apparenti intenzioni di voler mantenere le previsioni di un destino comunque apocalittico. Nel 1983 l’abbattimento di un aereo di linea civile coreano da parte dell’aviazione sovietica aveva portato il mondo sull’orlo di un baratro che non aveva più conosciuto dal 1962, al tempo dei missili a Cuba. Un anno dopo, infuriava lo scontro frontale tra la superpotenza americana rinvigorita da Ronald Reagan e quella sovietica indebolita dalla incerta leadership dei successori di Leonid Breznev, con Gorbaciov ancora di là da venire.
La scelta del C.I.O. di riaffidare a Los Angeles l’organizzazione dei Giochi per la seconda volta dopo il 1932 involontariamente finì per risultare come benzina gettata su un fuoco che già divampava. L’U.R.S.S. optò subito per la restituzione del trattamento resole dagli U.S.A. nell’80. E così la XXIII^ Olimpiade fu la terza ed ultima consecutiva ad essere caratterizzata da un massiccio boicottaggio. Stavolta da parte di tutto il Blocco Sovietico, con l’unica eccezione della Romania dell’eretico sui generis Nicolae Ceausescu.
In inverno, i Giochi sulla neve si erano disputati in quella Jugoslavia che aveva perso da poco il suo dittatore, l’altro eretico sui generis Josip Broz detto Tito. A Sarajevo, dove erano ancora lontani ed inimmaginabili gli orrori della guerra civile post-comunista, l’Italia aveva riportato due medaglie d’oro prestigiose: il carabiniere altoatesino Paul Hildgartner al secondo trionfo nello slittino dopo Sapporo 1972, la bergamasca Paoletta Magoni vincitrice dello slalom speciale femminile.
Los Angeles Memorial Coliseum
Della mancata partecipazione di ben 14 delle nazioni del campo cosiddetto comunista (con le eccezioni ricordate di Romania e Jugoslavia e quella della Repubblica Popolare Cinese), l’Italia sarebbe risultata una delle maggiori beneficiarie finendo quinta nel medagliere con 14 ori, record assoluto fino a quel momento. Il 28 luglio 1984 il Los Angeles Memorial Coliseum, opportunamente restaurato e rimesso a nuovo, riaprì le sue porte alla fiamma olimpica e alle nazioni in gara esattamente 52 anni dopo la volta precedente. Ad oggi Los Angeles è una delle quattro città che hanno visto ripetersi l’onore di ospitare i Giochi, insieme ad Atene, Londra e Parigi.
Di quella cerimonia di apertura, caratterizzata dallo sfarzo celebrativo della superpotenza americana (proprio ciò che la propaganda avversaria aveva addotto come pretesto per il boicottaggio, sottolineandone i sentimenti sciovinisti e l’isteria anti-sovietica), si ricorda soprattutto l’esecuzione per la prima volta della Fanfara Olimpica del celebre compositore John Williams, seguita dall’Inno alla Gioia di Ludwig Van Beethoven. Una colonna sonora sicuramente suggestiva per dei giochi che si rivelarono memorabili soprattutto dal punto di vista tecnico.
Quelle Olimpiadi si ricordano principalmente perché il titolo di Figlio del Vento fu riassegnato. Carl Lewis rinnovò per quanto possibile la leggenda di Jesse Owens, vincendo 100, 200, staffetta 4x100 e salto in lungo. A quell’epoca, aveva 23 anni, proprio come Owens.
Ma i comprimari di Lewis furono tanti, a cominciare da Edwin Moses che dopo aver emozionato il mondo con la propria di emozione nel leggere il giuramento olimpico nella cerimonia d’apertura vinse la sua seconda medaglia d’oro nei 400 ostacoli, consecutiva senza contare l’assenza forzata del 1980 a Mosca. Nella stessa specialità al femminile, Nawal El Moutawakel fu la prima donna proveniente da un paese arabo (il Marocco) a vincere. Marocchino fu anche il vincitore dei 5.000, Said Aouita. Il portoghese Carlos Lopes vinse a 37 anni la maratona. Il tedesco Michael Gross detto l’Albatross, stabilì il proprio dominio nel nuoto, e l’americano Greg Louganis fece altrettanto nei tuffi. Nei tornei a squadre, vittoria a sorpresa della Francia sul Brasile nel calcio, degli U.S.A. nella pallavolo sempre a sorpresa e sempre ai danni del Brasile. Per nulla a sorpresa fu la vittoria americana nel basket, che si ricorda soprattutto perché nella squadra che vinse l’oro militava un giovanissimo Michael Jordan, ai suoi ultimi giorni da dilettante prima di cominciare la sua carriera nei Chicago Bulls.
Giuseppe e Carmine Abbagnale ed il timoniere Peppino  Di Capua
Le medaglie italiane annoverarono l’argento di Sara Simeoni, gli ori di Alberto Cova nei 10.000; di Gabriella Dorio nei 1.500; di Alessandro Andrei nel lancio del peso, di Vincenzo Maenza nella lotta greco-romana; di Luciano Giovannetti al bis nel Tiro Fossa Olimpica, degli spadaccini, dei ciclisti e dei pentathleti guidati da Daniele Masala; di Maurizio Stecca nel Pugilato Pesi Gallo, mentre a Francesco Damiani fu impedito da una giuria di parte di ripetere l’impresa di Patrizio Oliva a Mosca contro Tyrrell Biggs; di Norbert Oberburger nel sollevamento pesi; dei fratelli Abbagnale, che cominciarono proprio a Los Angeles la loro grande carriera.
Come a Mosca, gli assenti ai Giochi di Los Angeles finirono per aver torto e non dimostrare niente. Quattro anni dopo la fiaccola si spostava nuovamente in Asia: a Seoul, nella capitale della parte Sud di quel paese che al pari della Germania simboleggiava la divisione del mondo in blocchi: la Corea.
Quattro anni dopo, il mondo aveva voglia più che mai di superare quella divisione in blocchi, che ormai era logora nello spirito prima ancora che nei fatti. L’U.R.S.S. stava subendo i profondi cambiamenti imposti dalla perestrojika di Gorbaciov, ed era ormai solo ad un anno dal suo disfacimento definitivo. Gli U.S.A. erano alla fine della presidenza Reagan, indebolita nel secondo mandato dagli scandali Iran-Contras, con annessi e connessi.
Quando la fiamma olimpica fu riaccesa a Calgary, in Canada, per i Winter Games il 13 febbraio 1988 (sulle celebri note della Fanfare for the Common Man di EmersonLake e Palmer), non mancava più nessuno. Nessuno aveva voglia più di mancare. Nessuno si perse la straordinaria performance di un ragazzone italiano venuto fuori quasi dal nulla, che nella stagione in corso stava contendendo la Coppa del Mondo di Sci Alpino al più quotato svizzero Pirmin Zurbriggen. E che a Calgary divenne il Figlio del Vento che Soffia sulla NeveAlberto Tomba da San Lazzaro di Savena si impose nello Slalom Gigante prima e nello Speciale poi, riportando il suo sport in auge in un paese orfano da tempo della Valanga Azzurra e dando il via ad una carriera decennale che l’avrebbe portato nel firmamento delle grandi stelle italiane dello Sci, assieme a Zeno Colò e a Gustav Thoeni.
Alberto Tomba
Il 17 settembre il braciere fu riacceso a Seoul. Anche stavolta, il protagonista più atteso era e doveva essere lui, il nuovo Figlio del Vento. Ma su Carl Lewis e i suoi sostenitori si era abbattuta una bufera, quella del canadese Ben Johnson, che a Roma ai Mondiali dell’anno precedente aveva stracciato il rivale statunitense con un mostruoso 9’83’’. Seoul doveva essere il teatro della rivincita, che apparentemente invece non ci fu. Johnson ripeté la sua prestazione monstre, Lewis si fermò a 9’92” e poi, come intristito, finì secondo anche nei 200 ed eliminato in staffetta nelle batterie. L’erede di Owens sembrava dover tornare a casa con la sola medaglia d’oro del Lungo, quando accadde l’incredibile. Johnson fu trovato positivo nel più clamoroso caso di doping dell’epoca, la sua vittoria revocata, il suo tempo cancellato. I 100 andarono a Lewis il cui 9’92” rimase come record mondiale effettivo.
A Seoul, Unione Sovietica e Germania Est conquistarono per l’ultima volta il primo e secondo posto del medagliere. Nessuno poteva immaginare che di lì a poco sarebbero diventate vestigia di un passato morto e sepolto. E che il dilettantismo di stato, sconfinato spesso e volentieri nel doping di stato, non sarebbe confluito nel patrimonio sportivo delle nazioni sorte dal loro disfacimento.
Altre grandi figure di quella Olimpiade furono sempre il tuffatore americano Greg Louganis, mentre nel nuoto il suo connazionale Matt Biondi prese il posto che era stato dell’Albatross Michael Gross.  Tra le donne, exploit della nuotatrice tedesca orientale Kristin Otto, e della velocista americana Florence Griffith – Joyner, destinata purtroppo a breve scadenza ad un tragico destino. Nel tennis, riammesso alle Olimpiadi per la prima volta dopo sessant'anni, trionfo della tedesca Steffi Graf che rese così golden il Grande Slam conseguito proprio quell'anno.
Negli sport di squadra, successi a sorpresa ancora degli U.S.A. nella pallavolo e soprattutto dell’U.R.S.S. nel basket, con gli U.S.A. al terzo posto per effetto di un dilettantismo che non aveva più ragione di esistere e a cui si sarebbe ovviato a partire dall’edizione successiva. Successo anche nel calcio di un U.R.S.S. al canto del cigno, ancora ai danni del Brasile.
Per l’Italia, un decimo posto finale nel Medagliere con sei ori vinti, un piazzamento senz’altro più veritiero complessivamente di quelli di Mosca e Los Angeles. Ma la soddisfazione più grande di tutte, almeno per chi ama le Olimpiadi nella loro vera essenza. Il 2 ottobre 1988 nello Stadio Olimpico di Seoul dove si concludeva – come da tradizione – l’ultima gara del programma olimpico, la maratona, fu l’italiano Gelindo Bordin a fare il suo ingresso solitario in testa sulla pista dove l’Italia attendeva quel trionfo da ottant’anni, da quando la sorte aveva voltato le spalle beffarda a Dorando Pietri a Londra.

L'arrivo di Gelindo Bordin a Seoul
E noi ce lo ricordiamo come fosse oggi scandire le ultime falcate verso la medaglia d’oro più prestigiosa con l’accompagnamento delle parole dello scomparso Paolo Rosi, che proprio quel giorno realizzava la sua ultima telecronaca per la R.A.I. Parole non dissimili da quelle, immaginiamo, che avevano degnamente celebrato la prima impresa di quel genere compiuta da Filippide nel 490 a.C.

lunedì 25 luglio 2016

Storia delle Olimpiadi: Gli anni del boicottaggio (1976 - 1980)



A Innsbruck nel 1976 i Winterspiele, Giochi Invernali, furono teatro dell’ultimo acuto della Valanga Azzurra. Pierino Gros, piemontese di Sauze d’Oulx in Val di Susa, l’unico italiano capace di interrompere il predominio di Gustav Thoeni nel 1973 vincendo la Coppa del Mondo assoluta di Sci Alpino, gli finì davanti anche nello Slalom Speciale disputato nella località austriaca, che valse all’Italia l’unica medaglia d’Oro di quella edizione.
Il podio di Innsbruck, Piero Gros, Gustav Thoeni, Willi Frommelt
Fu il canto del cigno della gloriosa squadra azzurra. Nuovi attori si erano affacciati alla ribalta internazionale. In Discesa il beniamino di casa Franz Klammer, negli Slalom il fuoriclasse svedese Ingemar Stenmark che avrebbe spadroneggiato per il resto degli anni Settanta e oltre. Thoeni vinse anche la Combinata, confermandosi ancora il più versatile degli sciatori azzurri oltre che il più forte in assoluto, ma quella specialità nel 1976 non assegnava più medaglie olimpiche, solo piazzamenti valevoli per la Coppa del Mondo. Che finì per la prima volta nelle mani di Stenmark. Tra le donne, la tedesca Rosi Mittermaier andò vicina ad uno storico en plein, vincendo Discesa e Speciale e arrivando a soli 12 centesimi di secondo dalla terza medaglia d’Oro, in Gigante.
In estate, la fiamma partì da Olimpia per la ventunesima volta. Direzione Nordamerica. Negli anni Settanta il Canada era già un’isola felice, in mezzo a quell’Oceano dalle acque burrascose a cui assomigliava sempre di più il resto del mondo. Spiccava ancor più questa sua condizione se paragonata a quella del vicino con cui confinava a sud, gli Stati Uniti d’America che tentavano di riprendersi faticosamente dalla batosta subita in Vietnam e di far fronte all’offensiva sovietica che stavano subendo un po’ in tutto il mondo.
Come tutte le isole felici, anche il Canada si era conquistato questa felicità a caro prezzo, anche se ormai pagato a distanza nel tempo. Ex colonia francese, era passato dalla metà del Settecento sotto la Corona britannica, alla quale formalmente ancora apparteneva come membro del Commonwealth. Fu infatti la Regina Elisabetta II ad aprire i Giochi della XXI^ Olimpiade il 17 luglio del 1976 nello Stadio Olimpico di Montreal. O Montréal, capitale dello Stato del Quebec, la più grande comunità francofona sopravvissuta alla conquista inglese. In omaggio ai difficili equilibri interni canadesi, furono due i tedofori che portarono la fiaccola nello stadio fino al braciere olimpico. E per la seconda volta dopo Mexico 68 si trattò di donne: la francofona Stephane Prefontaine e l’anglofona Sandra Henderson.
Tutto sommato, le problematiche relative ai rapporti tra le due comunità canadesi suscitavano quasi tenerezza rispetto a quelle ben più a tinte fosche che agitavano il resto del mondo. Montreal 76 avrebbe potuto essere veramente una tregua salutare in un’isola felice come lo era stata l’antica Olimpia. Lo fu solo in parte, perché quella edizione dette il via all’Età dei Boicottaggi.
A metà degli anni Settanta la questione sudafricana era esplosa ormai in tutta la sua complessità e virulenza. Il simbolo più odioso del razzismo perdurante nel mondo era l’Apartheid sudafricano, con Nelson Mandela che languiva da più di dieci anni a Robben Island e con la sua gente confinata nelle baraccopoli come Soweto da una minoranza bianca che non si faceva scrupolo ad usare ogni mezzo per perpetuare il proprio potere.
Il volo di Nadia Comaneci, il primo 10,00 della storia
Il Sudafrica era ormai al bando da qualsiasi organismo internazionale, meno che da quelli sportivi. Nel 1974 aveva vinto la Coppa Davis del tennis, primo paese a spezzare il quadripolio USA, Gran Bretagna, Australia, Francia, grazie ai ritiri di chi doveva affrontarlo (tutti meno l’Italia, che perse meritatamente sul campo in semifinale). Nel 1976 il C.I.O. lo dichiarò non ammissibile ai Giochi canadesi, ma non squalificò gli All Blacks neozelandesi del Rugby (sport peraltro da tempo fuori dal programma olimpico) che andarono a giocare in tournée contro gli Springbocks sudafricani. La decisione pilatesca del C.I.O. provocò l’insurrezione dell’Africa, che disertò in massa i Giochi, compromettendo il livello tecnico almeno di buona parte delle discipline dell’Atletica.
Al boicottaggio del Continente Nero si aggiunse quello di Taipei, o Cina nazionalista con sede a Formosa. L’isola dove si era rifugiato Chang Kai Shek con il Kuomingtang superstite alla rivoluzione di Mao Tze Tung era rimasta orfana del suo leader da un anno ma non aveva deposto le armi nel rivendicare davanti al mondo la propria esistenza come unica Cina legittimamente riconoscibile. Anche il Grande Timoniere era alla fine dei suoi giorni, ma il mondo – dopo l’apertura di qualche anno prima operata da Richard Nixon verso di lui e verso la marea rossa della Repubblica Popolare Cinese – non se la sentiva più di escludere un paese dove bene o male abitava un quarto dell’umanità di allora (ed era un utile contraltare all’U.R.S.S., visti i pessimi rapporti tra i due compagni). Taipei la prese male, e restò a casa.
Le Olimpiadi di Montreal furono le prime in cui il Comitato organizzatore ammise di essere andato incontro ad un disastro economico. Come sarebbe successo al nostro paese per Italia 90, la municipalità di Montreal fu costretta a imporre tasse ai propri cittadini per i successivi 30 anni per coprire il pagamento dei costi della XXI^ Olimpiade.
Edwin Moses dopo l'arrivo a Montreal
Eppure, dal punto di vista tecnico ed al netto dell’assenza degli africani, furono grandi Giochi, che presentarono al mondo grandi figure destinate a rimanere nella storia. Dalla ginnasta rumena Nadia Comaneci, che incantò tutti con i suoi volteggi e si meritò il primo 10,00 della storia olimpica. Al cubano Alberto Juantorena detto El caballo, capace di vincere per la prima volta 400 e 800 metri piani. Al finlandese volante bis Lasse Viren, che bissò i 5.000 e 10.000 di Monaco. Al francese Guy Drut che tolse i 110 ostacoli agli U.S.A. per la prima volta dopo 20 anni. Al grande Edwin Moses, che vinse i 400 ostacoli con la cadenza record di tredici passi costanti tra un ostacolo e l’altro. Alla saltatrice tedesca Rosemarie Ackermann, che a Montreal riuscì a tenere dietro di sé (una delle ultime volte) la nostra Sara Simeoni, con la quale si sarebbe disputata in seguito l’onore del superamento del muro dei due metri.
Nel nuoto, l’americano John Naber tentò di emulare Mark Spitz fermandosi a 4 ori e un argento. Nel basket, gli U.S.A. si ripresero l’oro dopo la storica sconfitta di Monaco ma persero anche il secondo posto nel Medagliere a vantaggio della Germania Est. Nei tuffi, Klaus Dibiasi emulò se stesso per la terza volta vincendo ancora l’oro dalla piattaforma, mentre nel trampolino Giorgio Cagnotto conquistava l’argento. Fabio Dal Zotto riportò l’Italia a vincere l’oro nel Fioretto dopo 40 anni. Il medagliere azzurro di Montreal, uno dei più scadenti della storia, si fermò a questi due ori.
Il 1° agosto 1976, il mondo si dette appuntamento a Mosca per il 1980. Un evento storico, la prima Olimpiade in un paese comunista, dopo che il calcio era andato a giocare gli Europei in Jugoslavia proprio quell’anno. Un evento che però si prestava a vedersi compromesso per un nonnulla, perché il mondo nei quattro anni successivi conobbe una recrudescenza della Guerra Fredda al cui confronto la Crisi dei Missili di Cuba sembrò ad un certo punto una bazzecola.
La gioia di Sara Simeoni finalmente medaglia d'oro a Mosca
Il 1979 fu l’annus horribilis della presidenza Carter. Nel gennaio, l’Iran passò dal controllo dell’alleato Shah Rezah Pahlevi a quello dell’Imam Ruhollah Khomeini, fin da subito il peggiore dei nemici degli U.S.A dopo l’U.R.S.S.. La quale per parte sua, nel dicembre, attuò la ormai collaudata tecnica dell’aiuto fraterno invadendo l’Afghanistan a sostegno del locale regime filocomunista in difficoltà. Era tempo di reagire per gli Stati Uniti, ma in attesa delle elezioni del novembre 1980 che avrebbero visto il trionfo di Ronald Reagan, tutto quello che poterono fare nell’immediato fu il boicottaggio delle Olimpiadi di Mosca.
L’unico confronto sportivo U.S.A. – U.R.S.S. di quel 1980 fu la leggendaria finale dell’Hockey su Ghiaccio di Lake Placid il 22 febbraio, dove una squadra di dilettanti universitari riuscì sul campo amico a togliere ai sovietici una medaglia d’oro che era loro da quattro edizioni. E’ l’evento sportivo che fu reso celebre dal film della Disney Miracle, con Kurt Russell nei panni del coach Herb Brooks. La gara sarebbe rimasta famosa anche per il drammatico conteggio finale reso nella telecronaca della rete televisiva ABC: "Undici secondi, vi restano dieci secondi, stanno contando alla rovescia in questo momento... Morrow passa a Silk, restano cinque secondi di gioco! Credete nei miracoli? Sì!"
In estate, a Mosca, gli U.S.A. non c’erano. Dei suoi alleati della N.A.T.O., solo la Germania Ovest seguì il loro esempio. Gli altri, Italia compresa, scelsero di partecipare pur esecrando l’invasione dell’Afghanistan, rinunciando a sfilare con la propria bandiera ed il proprio inno e soprattutto con i propri atleti in condizione di militari. Anche la Cina Comunista, nel frattempo ammessa ai Giochi, se ne tenne fuori per protesta contro la politica sovietica. In totale, 65 furono i paesi assenti, 80 quelli a vario titolo partecipanti.
Il 19 luglio 1980 Leonid Breznev aprì i giochi della XXII^ Olimpiade allo Stadio Lenin di Mosca. Lo spirito di Olimpia non aveva toccato mai così il fondo come nella sua prima incarnazione in un paese comunista. Eppure, per quanto menomata e sconvolta dalla politica, anche quella di Mosca fu un’Olimpiade che si lasciò dietro una bella galleria di ritratti.
L'arrivo al fotofinish di Pietro Mennea
Per l’Italia, furono i Giochi della rinascita, con un ritorno al quinto posto del Medagliere e otto Ori complessivi. A cominciare da quello di Pietro Mennea, che al terzo tentativo conquistò l’oro in una drammatica finale dei 200 metri in cui riuscì a stare avanti allo scozzese Alan Wells per due centesimi di secondo. Wells aveva vinto i cento metri, così come i connazionali Sebastian Coe e Steve Owett si erano equamente divisi 800 metri e 1.500. L’etiope Yfter successe a Viren nella doppietta 5.000 e 10.000.
Nell’Alto, Sara Simeoni trasformò in oro l’argento di Montreal dopo aver tolto alla Ackermann nel 1978 anche il primato mondiale con 2,01. Spettacolari anche le vittorie di Maurizio Damilano in una drammatica 20 km di Marcia, di Patrizio Oliva nella finale del Pugilato Superleggeri contro l’atleta di casa Konakbaev, di Ezio Gamba per la prima volta vincitore azzurro nel Judo. Luciano Giovannetti cominciò a Mosca l’epopea della Scuola italiana di Tiro Fossa Olimpica. Federico Roman confermò la bontà di quella di Equitazione. Claudio Pollio fece l’outsider nella Lotta Libera.
Cesare Rubini e Sandro Gamba a Mosca
Nel basket, in assenza degli USA sembrava un discorso tra URSS e Jugoslavia, ma la leggendaria nazionale azzurra di Sandro Gamba entrò nel mezzo con i suoi Meneghin, Marzorati & C. eliminando a sorpresa i padroni di casa in semifinale e cedendo agli jugoslavi di pochi punti in finale.
Eravamo andati a Mosca in tono minore, ne tornammo entusiasti il 3 agosto 1980, dopo che le autorità sovietiche consegnarono la bandiera olimpica al C.I.O. e non a quelle statunitensi che l’avrebbero issata di nuovo quattro anni dopo a Los Angeles. Per quindici giorni ci eravamo dimenticati quasi che il mondo era stato e adesso tornava ad essere in guerra. Fredda quanto si vuole, ma sempre guerra.

venerdì 22 luglio 2016

Storia delle Olimpiadi: Settembre Nero (1972)



Eravamo un paese di marinai, tra le altre cose, ma non certo di sciatori. Almeno a livello di eccellenza. Questo malgrado la nostra penisola abbia come confine nord le Alpi, che si estendono da ovest ad est per circa 1.200 chilometri, e sia attraversata per tutta la sua lunghezza dagli Appennini, altri 1.200 chilometri da Quarto fin quasi a Marsala.
Gustav Thoeni
Ai Giochi Olimpici invernali, avevamo  gioito soltanto con Zeno Colò nello Sci Alpino e con Eugenio Monti nel Bob. Due fuoriclasse usciti dal nulla, malgrado avessero alle spalle un movimento sportivo non proprio da poco. Due fulmini a ciel sereno. Mancava fino a tutti gli anni Sessanta una scuola, che tenesse in pianta stabile l’Italia ai vertici del medagliere olimpico invernale, così come lo eravamo stati per buona parte del dopoguerra in quello dei Giochi Estivi.
Per uno di quei fenomeni difficilmente spiegabili di cui vive lo sport, nel momento in cui gli Azzurri andavano giù in Atletica e nelle altre discipline estive, in quelle invernali arrivò finalmente la scuola vincente, la generazione dei fenomeni. Di più, arrivò una Valanga. Azzurra.
Dopo aver organizzato brillantemente l’edizione olimpica del 1964 a Tokyo, al Giappone toccò anche quella invernale nel 1972. Sapporo, capoluogo dell’Isola di Hokkaido, è una località sciistica molto nota anche fuori delle isole nipponiche, e fu la prima ad ospitare i Giochi d’Inverno al di fuori del binomio Europa – Nordamerica.
Fu lì che si consacrò Gustav Thoeni, a dispetto del nome, italiano di Trafoi, frazione dello Stelvio. L’uomo che avrebbe dato il suo nome ad un’epoca dello sci, quella compresa tra la carriera di Jean Claude Killy e quella di Ingemar Stenmark. Nei primi anni Settanta c’era solo lui, Gustavo, che quando parlava sembrava sempre sofferente di adenoidi ma quando sciava non ce n’era per nessuno. Fu lui a dare il via alla scuola italiana, e alla Valanga Azzurra che si portò dietro. Grazie a lui ed agli altri campioni azzurri lo sci divenne nella nostra penisola uno sport di massa.
Dopo aver vinto due Coppe del Mondo assolute e di specialità nel 1971 e 1972, a Sapporo Thoeni si mise al collo due medaglie d’oro, nel Gigante e nella Combinata, e una d’argento, nello Speciale vinto dal sorprendente spagnolo Francisco Fernandez Ochoa e dove finì davanti al cugino Roland. Gli sfuggì solo il podio nella Discesa Libera, all’epoca ancora territorio di caccia di svizzeri ed austriaci.
Olympiapark Monaco di Baviera
Si trattava per l’Italia di un successo più che appagante, che avrebbe mitigato la parziale delusione costituita dalla confermata tendenza al ribasso degli Azzurri alle Olimpiadi estive. Le quali nel 1972 erano state affidate ad un’altra nazione che, al pari del Giappone, aveva un conto in sospeso con la storia recente.
The Happy Games. Così la Germania Ovest aveva intitolato i Giochi che le erano stati assegnati per il periodo compreso tra il 26 agosto e l’11 settembre di quel 1972. Era la seconda volta che la bandiera olimpica tornava a sventolare sul suolo tedesco. La volta precedente, a Berlino era andata in scena la volontà di potenza del Terzo Reich, e Leni Reifenstahl aveva documentato la superiorità della razza ariana propagandata da Hitler e Goebbels. La svastica aveva finito per fare ombra a qualsiasi simulacro della vecchia Olimpia.
Stavolta no, la parte di Germania che era ricaduta nella zona di influenza alleata alla fine della guerra mondiale aveva proprio l’interesse a far dimenticare tutto ciò. Ad accreditarsi una volta per tutte come un paese moderno, democratico, felice appunto. Come quattro anni prima in Messico, ai Giochi Olimpici avrebbero fatto seguito i Mondiali di Calcio. Con la speranza per lo sport tedesco di fare un en plein senza più nessuna implicazione razziale, ma comunque con molte implicazioni politiche anche se di segno diverso.
Olympiastadion Monaco di Baviera 1972
Le due Germanie erano avamposti di due sistemi diversi, diametralmente opposti. Quella Ovest proiettava Oltrecortina tutte le luci sfavillanti del capitalismo al massimo del suo splendore. Quella Est rispondeva con l’impressionante dimostrazione di forza del dilettantismo di stato. Una volontà di potenza in versione comunista che volente o nolente aveva ereditato l’approccio propagandistico allo sport che era stato del Nazismo. Entrambe le Germanie ripetevano in scala neanche tanto minore il dualismo tra le superpotenze, USA e URSS.
Nel 1972, Berlino non era più capitale di niente. Era una città divisa in due da un Muro costruito per chiudere l’ultima porta di accesso e/o di fuga tra Est e Ovest. Un simbolo come pochi altri della Cortina di Ferro calata giù a dividere a metà un continente europeo senza più alcuna sovranità. La capitale sostanziale della Germania Ovest era in quel momento Monaco di Baviera. Fu a lei che il C.I.O. concesse di accendere il braciere olimpico il 26 agosto 1972. Fu lì che la Nuova Germania invitò il mondo a giocare e a misurarsi pacificamente. Senza immaginare che proprio lì la tregua olimpica stavolta sarebbe fallita nel modo più drammatico.
Furono Olimpiadi di livello tecnico eccellente, quelle tedesche. Alla fine l’URSS tornò a prevalere sugli USA nel medagliere, e il simbolo di questo avvicendamento fu costituito proprio da quel torneo di basket che dalle precedenti olimpiadi germaniche in poi era sempre stato appannaggio della nazionale a stelle e strisce.
Alexander Belov segna il canestro decisivo per l'URSS
In una partita di finale drammatica, i sovietici superarono gli americani 51 a 50 a tre secondi dalla sirena finale, con Ivan Edesko che pescò Aleksander Belov sotto canestro direttamente dalla rimessa laterale. Il leggendario giocatore russo non sbagliò, depositando a canestro i due punti della vittoria proprio sulla sirena. Gli USA protestarono a lungo per una ripetizione a loro dire discutibile di quella rimessa fatale e infine non andarono a ritirare la medaglia d’argento, ne lo avrebbero fatto mai in seguito. Kenny Davis, cestista statunitense membro di quella squadra (all’epoca alle Olimpiadi per gli USA potevano giocare solo i dilettanti universitari, non i professionisti dell’NBA) lasciò scritto agli eredi che la sua medaglia non avrebbe mai dovuto essere ritirata da nessuno.
Storie sportive drammatiche, testimonianze di una Guerra Fredda che riprendeva quota, sfociando in uno dei suoi momenti più virulenti. Ma non c’era solo lo scontro tra le superpotenze a tenere banco. Se le Olimpiadi del Messico di quattro anni prima erano passate alla storia extrasportiva per il massacro di Tratelolco, quelle di Monaco sarebbero state ricordate per Settembre Nero e la strage della squadra israeliana.
Dopo tre guerre arabo-israeliane, la questione dell’esistenza o meno dello Stato di Israele era stata affidata ad un nuovo attore internazionale, il terrorismo di matrice palestinese. Il gruppo più famoso era quello di Al Fatah, diretto da Yasser Arafat. Ma era molto attivo all’epoca anche il gruppo di fedayn che portava il nome, estremamente indicativo, di Settembre Nero. Un nome un programma, purtroppo.
La celebre foto del terrorista di Settembre Nero affacciato al balcone
Il programma fu attuato il 5 settembre, quando un commando fece irruzione nel villaggio olimpico e sequestrò quasi tutti i componenti della squadra israeliana, chiedendo in cambio del suo rilascio quello di oltre duecento propri guerriglieri detenuti a Tel Aviv. Israele non era disposta a trattare, la salvezza degli atleti della Stella di Davide era tutta nelle mani della polizia tedesca. I Giochi passarono fatalmente in secondo piano, per tutti da quel momento l’immagine a cui rimasero associati non fu quella di nessuno degli atleti in gara, ma piuttosto quella del fedayn con il passamontagna affacciato al balcone di una delle stanze dell’alloggio degli israeliani.
Era destino che, malgrado i tempi mutati, per gli ebrei in terra di Germania non ci fosse salvezza. Mentre si preparavano a salire insieme ai loro sequestratori su un aereo diretto in Medio Oriente per gli sviluppi successivi della trattativa, la polizei tedesca aprì il fuoco in pieno aeroporto di Monaco, falciando sia terroristi che ostaggi. Finì così il Settembre Nero delle Olimpiadi che avrebbero dovuto essere le più felici della storia. Con un nuovo olocausto, mille polemiche e la consapevolezza che in questo mondo diventato così complicato e insanguinato nessuna tregua, olimpica o meno, avrebbe più funzionato.
I Giochi, come ogni spettacolo che si rispetti, andarono avanti, anche se tutti ormai avevano negli occhi soltanto il fotogramma del terrorista con il passamontagna affacciato a quella finestra. A fare giustizia per i 18 morti della squadra olimpica di Israele, ci pensò poi a modo suo Israele stesso, e le relative vicende sono narrate esaurientemente nel film Munich di Steven Spielberg.
Mark Spitz e le sue sette medaglie d'oro
A Monaco intanto venivano battuti record e consacrate nuove leggende. A cominciare da quella di Mark Spitz nel nuoto, sette medaglie d’oro in otto giorni. Sempre nel nuoto, Novella Calligaris vinse la prima storica medaglia della squadra italiana, un argento nei 400 stile libero. Klaus Dibiasi confermò l’oro di Città del Messico dalla piattaforma. Il russo Valery Borzov si prese l’oro nei 100 e 200 metri piani, rimandando l’esplosione definitiva del nostro talento emergente, Pietro Mennea. Il finlandese Lasse Viren si prese invece 5.000 e 10.000 rinfrescando la leggenda di Paavo Nurmi. Nei 400 metri piani, gli americani Vince Matthews e Wayne Collett fecero primo e secondo, ma soprattutto fecero il bis del saluto delle Pantere Nere di Smith e Carlos a Mexico City. Solo che il clima era cambiato dopo l’avvento di Nixon, e stavolta ricevettero molti fischi e l’esclusione dalla squadra olimpica statunitense.
Il salto "d'oro" di Ulrike Meyfart
Furono le Olimpiadi del fenomeno ugandese Akii-Bua, fenomenale recordman nei 400 ostacoli, della altrettanto fenomenale ginnasta sovietica Olga Korbut, che finì in lacrime per un errore il concorso alle Parallele Asimmetriche ma si rifece subito vincendo due ori negli attrezzi singoli. La più che fenomenale tedesca Ulrike Meyfart a soli 16 anni sbaragliò le avversarie nel salto in alto, la più giovane medaglia d’oro di sempre. Antonella Ragno chiuse una brillante carriera con l’oro nel Fioretto, una delle cinque medaglie d’oro che valsero agli Azzurri il decimo posto nel medagliere.
Tanti campioni e campionesse, tante grandi storie sportive, tanti record battuti. Ma alla fine, una sola immagine impressa negli occhi di tutti. Un uomo armato, con il volto nascosto da un passamontagna, affacciato ad un balcone nella zona del villaggio olimpico riservata alla squadra di Israele. Quella che non sarebbe tornata a casa.
L’illusione del mondo di poter giocare e basta, almeno per quindici giorni, morì per sempre il 5 settembre 1972.