venerdì 28 ottobre 2016

Je suis Gorino



Diceva Silvio Berlusconi, presidente dell’ultimo governo della repubblica scaturito da un voto popolare, che in Italia la sinistra che si richiama alla tradizione comunista o post-comunista non ha mai vinto né mai vincerà una libera elezione, ma ha comunque stabilito una egemonia culturale determinante, impadronendosi di quasi tutti i mezzi di informazione con una operazione analoga a quella che sbarca migranti sulle nostre coste quotidianamente. Un bel giorno, i nostri media si sono svegliati, e la maggior parte dei loro addetti ai lavori erano in quota alla sinistra, sbarcati in vario modo nelle testate giornalistiche da quello scafista della politica che è il partito democratico.
Barricate a Gorino (FE)
Difficile dargli torto, anche a posteriori. La levata di scudi modello testuggine antica romana contro i fatti di Gorino ed i reprobi che li hanno provocati parla chiaro. Non c’è telegiornale o testata cartacea o web degna di questo nome (o forse, a questo punto, sarebbe meglio dire indegna) che non punti il dito contro quei cattivi soggetti che in provincia di Ferrara – udite, udite – hanno fatto le barricate contro dodici donne (di cui una incinta) ed otto bambini.
I fatti ormai sono noti a tutti. La requisizione dell’Ostello Amore e natura per ospitarvi la pattuglia di migranti destinata a quell’angolo di ferrarese, l’insurrezione del paese, la strumentalizzazione politica e soprattutto mediatica, le gravissime affermazioni di Ministro dell’Interno e Prefetto territorialmente competente.
L’Italia è ormai un paese che si avvia al disastro né più e né meno di come le accadde in occasione della Peste Nera del 1348. Il popolo fuori a combattere contro il morbo assassino, la casta dei potenti chiusa nei suoi palazzi, con i menestrelli a cantare i loro madrigali compiacenti e asserviti.
Non c’è giornale o opinionista - se non quelli in quota alla destra e pertanto tacciati a prescindere di fascismo, leghismo, egoismo, tutti gli ismi di cui l’informazione di regime è capace di imputare a chi rifiuta quell’unico ma fondamentale ismo di cui essa stessa è viziata, il post-comunismo affarista cattolico-democratico – che si fermi un attimo ad ascoltare e cercare di comprendere le ragioni degli abitanti di quel paesino che, forse primi nella storia d’Italia (ma a quanto pare già capaci di fare scuola e tendenza), sono scesi per strada a sbarrarla alle stesse forze dell’ordine con le barricate, per non subire la loro quota di immigrazione forzata.
Angelino Alfano Ministro dell'Interno
E’ sintomatico che nella vicenda sia coinvolto un gruppo di donne e bambini migranti. La realtà a volte si diverte a superare la fantasia, e sembra uno scoop confezionato apposta per l’informazione filogovernativa. Nelle foto con cui si accompagnano e si aprono i servizi giornalistici ci sono del resto quasi sempre donne e bambini, sono loro i primi a sbarcare dagli scafi scortati dalle motovedette europee alle nostre coste, sono loro a figurare in prima linea davanti all’obbiettivo delle macchine da presa che sfornano i contributi dei nostri telegiornali.
Chissà perché poi a giro per le nostre città vediamo tutt’altro: giovani maschi in perfetta forma fisica, che non sfigurerebbero né nella finale olimpica dei 100 metri piani né come testimonial di griffes di abbigliamento o di prodotti hi-tech. Vai a dare torto a quell’abitante di Gorino che ti dice: «….. si sa come vanno queste cose, dicono undici donne e subito dopo ci mandano i maschi, avranno pur dei mariti, e così diventa una invasione».
L’Italia scoppia, come era facile prevedere anche a non essere Nostradamus. E comincia dalla provincia, dove forse è più difficile stemperare buonismo, carità pelosa e progressismo di facciata, con il ricorso al fondoschiena degli altri.
Come al tempo della Peste, le Autorità (o presunte tali) si nascondono dietro le mura del palazzo, e da lì sbeffeggiano il popolo che fuori rumoreggia, o in alternativa semplicemente muore.
L’aspetto più grave, neanche sfiorato dall’informazione preconfezionata, è probabilmente quello implicato dalle gravissime dichiarazioni di Angelino Alfano, Ministro dell’Interno: «Quella non è Italia!». Detto da uno che ricopre una carica sulla cui attribuzione l’Italia non ha minimamente avuto a che fare, niente male.
Più gravi ancora le dichiarazioni del Prefetto di Ferrara Michele Tortora, doppiate da Mario Morcone, ex Prefetto a sua volta ed attualmente capo del Dipartimento per le Libertà Civili e l’Immigrazione (sic!) del governo nazionale: «Vergogna! Episodio che non fa onore al nostro paese!…..vadano in Ungheria!». Con evidente riferimento alla posizione assunta dal governo magiaro da tempo in materia di immigrazione, nonché alla polemica di recente scoppiata tra i due paesi e rinfocolata ieri dal ministro Paolo Gentiloni, preoccupato di conciliare la politica dell’accoglienza indiscriminata con le nuove direttive renziane di voce grossa con l’Europa.
Tendopoli sfollati a Camerino (MC)
Se si può in qualche modo accettare (ricomprendendole nelle prerogative parlamentari, che prevedono evidentemente anche il diritto di dire sciocchezze senza vincolo di mandato) le parole del ministro Alfano – in attesa di chiedergliene conto in eventuali future elezioni -, le parole di Tortora e Morcone sono inaccettabili tout court, e dovrebbero configurare la possibilità di sanzione immediata.
Che dei burocrati (l’equivalente francese, Grand Commis d’Etat, ingentilisce troppo nella traduzione la funzione e soprattutto chi la assolve) si permettano di rivolgersi così al popolo in nome del quale esercitano il loro ufficio, che è o dovrebbe essere quello di ottemperare silenziosamente a direttive governative, la dice lunga sullo stato di degrado a cui siamo arrivati.
Oggi ricorre il novantaquattresimo anniversario della Marcia su Roma, e non è un caso neanche che questa ricorrenza passi sotto silenzio. Le grandi produzioni del passato a volte sono oggetto di remake, e non vorremmo che fosse proprio questo il caso, in alternativa alla Peste Nera.
Tornano alla mente le profetiche parole di Oriana Fallaci: «….m’indigno, e indignata chiedo a che cosa serva essere cittadini, avere i diritti dei cittadini.  Chiedo dove cessino i diritti dei cittadini e dove incomincino i diritti degli stranieri. Chiedo se gli stranieri abbiano il diritto di avanzare diritti che negano i diritti dei cittadini, che ridicolizzano le leggi dei cittadini, che offendono le conquiste civili dei cittadini. Chiedo insomma se gli stranieri contino più dei cittadini. Se siano una sorta di supercittadini, davvero i nostri feudatari. I nostri padroni» (La Forza della Ragione).
Sfollati terremoto Amatrice
Una prima risposta agli interrogativi epocali di Oriana Fallaci la fornirà peraltro lo stesso governo italiano in occasione dell’adozione dei provvedimenti per far fronte all’emergenza causata dal terremoto che nel frattempo si è abbattuto nuovamente sull’Italia centrale. Si è potuto constatare infatti che nelle categorie di necessità ed urgenza che legittimano il ricorso alle procedure di esproprio rientra di diritto l’esser migranti. Gli italiani a cui il terremoto ha reso inagibile la casa sono da ritenersi parificati?
Per adesso ci risulta che passino la notte in tenda, ed è già la seconda.
Noi siamo Gorino. Ed anche Camerino. Viva l’Italia, si vergogni chi la sta riducendo così.

lunedì 24 ottobre 2016

La volpe e i leoni del deserto



Nella notte tra il 23 ed il 24 ottobre 1917, nella zona del fronte nordorientale compresa tra Caporetto e Tolmino, un giovane tenente dell’esercito del Kaiser di Germania, alla guida dei suoi Fallschmirjaeger, gli alpini del Wurttemberg, sfondò le linee italiane riuscendo con 500 uomini a catturare oltre 9.000 dei nostri soldati e dando il via a quella che è stata conosciuta come la rotta di Caporetto. La rotta che fu arrestata soltanto sulla celebre linea del Piave.
Venticinque anni dopo esatti, divenuto Feldmaresciallo dell’esercito del Terzo Reich, Erwin Johannes Eugen Rommel nella notte tra il 23 ed il 24 ottobre 1942 aspettava sulla spianata di El Alamein l’attacco dell’Ottava Armata guidata dal generale britannico Bernard Law Montgomery. La battaglia che stava per cominciare, durata dieci giorni, sarebbe risultata decisiva per le sorti della guerra in Nord Africa. L’ultima battaglia dell’Impero Britannico, la prima vittoria alleata sulle forze dell’Asse, poco prima che sbarcassero in Nordafrica le truppe americane.
Tra queste due date, in questi venticinque anni esatti si dispiega la carriera di colui che è stato definito il più grande comandante della storia moderna. Rommel riuscì a ritardare la vittoria di Montgomery per dieci giorni, e ci riuscì anche grazie al valore di reparti d’elite italiani come la Folgore, il Btg. Bezzecca dei Bersaglieri ed altri. Molto meno attrezzati dei colleghi tedeschi, furono gli ultimi a cedere ed a ritirarsi dai campi di battaglia di El Alamein, spesso lasciati indietro dai “camerati” germanici che nella rotta (rovinosa né più e né meno di quella che ci avevano inferto a Caporetto) pensarono bene di badare soltanto a se stessi.
Rommel si guadagnò l’appellativo di Wustenfuchs, Volpe del Deserto, prima di volare via ad assumere il comando del Vallo Atlantico, la fortificazione opposta dai nazisti allo Sbarco in Normandia nel giugno 1944. Un’altra impresa disperata in cui il suo genio non poteva sopperire al sottonumero ed alle carenze organizzative dell’esercito tedesco rispetto agli Alleati.
I nostri, che lasciarono sul suolo egiziano 5.200 soldati e 232 ascari libici, si meritarono la targa che testimonia tutt’oggi del loro valore, al km 111 da Alessandria d’Egitto, il punto di massima avanzata a cui arrivarono dopo la vittoria di Tobruk nel giugno 1942. E quella frase lapidaria che vi è scritta sopra, e che riassume in poche parole un’epopea: “Mancò la fortuna, non il valore”.
Non possiamo rammaricarci dell’esito del secondo conflitto mondiale, così come del primo, perché l’alternativa sarebbe stata assai peggiore, per il nostro paese e per il mondo intero. Ma possiamo e dobbiamo ricordare per sempre il valore del nostro esercito, sul Piave e sulle sabbie del deserto libico-egiziano.
Dobbiamo davvero inchinarci davanti ai resti di quelli che furono i Leoni della Folgore!
(Winston Spencer Churchill)
“Il soldato tedesco ha stupito il mondo. Il soldato italiano ha stupito il soldato tedesco
(Erwin Johannes Eugen Rommel)

martedì 18 ottobre 2016

Le ragioni del NO: vedi alla voce ATAF



Basterebbe la vicenda degli spot pubblicitari per il SI sugli autobus dell’ATAF a orientare la scelta dell’elettorato in merito alla riforma della Costituzione. Tutto legale, tutto regolare, per carità. Ma se la sensibilità istituzionale di chi ci governa ed amministra è questa, teniamoci la vecchia Costituzione. Che perlomeno – sulla scorta di precedenti e tragiche esperienze - aveva architettato un sistema per non dare troppo potere a chi c’era la possibilità che ne facesse cattivo uso.
Da oltre un mese, da quando cioè il Governo ha sciolto la riserva sulla data del voto referendario aprendo nel contempo la campagna per il SI ed il NO, circolano per il capoluogo toscano autobus recanti una esplicita propaganda a favore della riforma della costituzione che va sotto il nome di Decreto Boschi: Cara Italia, vuoi leggi più semplici? Vota SI al referendum costituzionale.
Per molto meno, in termini di sostanza, maggioranze di governo precedenti a quella attuale furono messe sulla graticola, e si aprì in Italia la lunga e tormentata stagione della par condicio e del conflitto di interessi da regolare con legge. La maggioranza attuale, la stessa che governa a Roma, a Firenze e presumibilmente anche all’ATAF, non pare investita da analoghi moti di popolo e di pensiero. O i tempi sono cambiati, o sono cambiate – mentre eravamo distratti – le norme.
Interpellati in proposito da alcune segnalazioni di cittadini, infatti, i vertici dell’Azienda di Trasporti fiorentina si sono limitati a ribadire quanto prescrive la legge, ed è una affermazione ineccepibile anche se – appunto – limitata e limitante. Il committente degli spot è un privato (afferente, presumiamo, ai Comitati per il SI) e come tale in possesso di regolare contratto per l’occupazione di spazi pubblicitari sottoscritto con ATAF. E’ - dice l'Azienda - una legittima operazione commerciale come qualunque altro tipo di pubblicità.
Fin qui la norma, e la sua applicazione, ribadiamo, ineccepibile. Da qui in poi (o forse era meglio farli intervenire prima), buon gusto, buon senso, e senso di opportunità e rispetto per le istituzioni.
In un caso in certo qual modo analogo, anni fa una pubblicità di un marchio di moda che recitava "Mi chiamo Maria, non sono vergine e ho un forte senso di spiritualita'", fu prontamente rimossa a seguito del proverbiale - e molto italiano - insorgere da parte di indignados, in questo caso bipartisan: le femministe e/o post femministe che lamentavano il refrain della mercificazione del corpo femminile, ed il fronte non certo contiguo dei cattolici, sempre sensibili a questioni di vera o presunta blasfemia.
Con buona pace di Maria e della casa di moda, non è il loro caso che ci interessa, quanto il puntualizzare il fatto che nel caso dello spot referendario non si dimostri altrettanta sensibilità. La legge ammette lo spot, pecunia non olet, soprattutto quella che gira comunque in ambito di Partito Democratico.
Ma forse la Costituzione valeva più di alcuni capi di abbigliamento, per quanto graziosamente confezionati. E forse la sensibilità di governanti e governati (non diamo sempre tutte le colpe alla Casta, ogni popolo ha il governo che in fondo si merita, diceva un vecchio adagio) richiedeva maggior rispetto ed attenzione per una questione assai più importante della verginità di Maria (absit iniuria verbis).
Ecco, queste sono le ragioni profonde del NO. Chi tra il 1946 ed il 1947 scrisse l’art. 70 Cost. e i seguenti, che una classe dirigente ineffabile si é proposta di demolire, piuttosto che modificare, aveva in mente proprio una classe dirigente come questa di adesso. E non era lungimiranza, bastava volgersi lo sguardo dietro le spalle, e di poco, per capire a che rischi si andava incontro, e si sarebbe di nuovo puntualmente andati, o prima o dopo.
Mettere in mano a una simile classe dirigente, che ci ha già regalato norme come quelle che consentono di ridurre il dibattito costituzionale ad una pubblicità merceologica qualsiasi, un Parlamento ridotto ad un bivacco di manipoli (di qualunque colore) come nemmeno a Mussolini era riuscito a fare, almeno nei primi tempi, è un peccato mortale. Non nei confronti della Costituzione. Di noi stessi.
Dice che se vince il SI andremo in Europa più velocemente. Magari per scoprire che da questa Europa (che ha favorito la degradazione di questa Italia) nel frattempo sono venuti via tutti. E per ritrovarsi a cenare al lume di candela con frau Merkel, dopo aver scroccato un’ultima cena ad Obama prima che chiudesse il gas, la luce e se ne andasse finalmente a casa.

venerdì 14 ottobre 2016

Il Nobel per la Letteratura da Dario Fo a Bob Dylan



How does it feel? Come ci si sente?
Per una di quelle coincidenze che sembrano tanto scherzi del destino, nel giorno in cui arriva la notizia della scomparsa del Premio Nobel per la Letteratura più eterodosso della storia, Dario Fo, la notizia immediatamente successiva è quella del conferimento dello stesso premio, in maniera apparentemente ancor più eterodossa, a Robert Allen Zimmermann, in arte Bob Dylan.
Bob Dylan negli anni 80
Fosse il Nobel per la Musica, nessun dubbio. Il Menestrello è stato ed è il più grande folk singer di tutti i tempi, secondo la rivista Time il più grande musicista in assoluto dopo i Beatles. Ma siccome la categoria è quella della Letteratura – istituita ai tempi di Alfred Nobel alla fine dell’Ottocento, in un’epoca cioè in cui la classificazione delle Arti e delle branche dello scibile umano era assai più rigida di adesso -, ecco che allora le menti che possiamo definire più scolastiche (senza voler offendere nessuno) avranno sicuramente da obbiettare, come lo ebbero ai tempi del Nobel al compianto Dario Fo.
Il fatto è che ormai alla voce letteratura possiamo rubricare una quantità molto più vasta rispetto a prima di espressioni testuali e/o poetiche, e per di più prodotte con sistemi multimediali. Anche un sms ormai può contenere della poesia o della prosa che toccano corde educate al gusto letterario, e di strada dai tempi della penna d’oca prima e a sfera poi ne è stata fatta tantissima.
Malgrado sia almeno dai tempi di Shakespeare tuttavia che le pièce teatrali vengono annoverate tra la produzione letteraria, molti storsero la bocca quando il commediografo Fo fu insignito del prestigioso (ed assai invidiato) Premio che ai primi di dicembre viene assegnato ogni anno dalla Fondazione Alfred Nobel presso la Kungliga Konserthuset Halle di Stoccolma, la Sala Concerti della Corona svedese.
La bocca storta in quell’anno di grazia 1997 era dovuta non soltanto alle passioni non sopite del secolo che andava a concludersi e che come nessun altro aveva visto l’Arte condizionata dalla Politica, ma anche ad una desuetudine generalizzata con il Teatro come forma artistica rispetto ai tempi antichi, quando a Commedia e Tragedia erano intitolate almeno due delle Nove Muse.
Bob Dylan negli anni 60
A teatro non va più nessuno, o molto meno rispetto ai tempi andati, quando per un ragazzo delle scuole superiori uno dei traguardi più ambiti era il conseguimento dell’età per la cosiddetta ETI 21, la tessera dell’Ente Teatrale Italiano che dava diritto a forti riduzioni sui biglietti. Tra le tante vittime della televisione (che peraltro fino ad una certa epoca si era accollata l’onere di produrre in proprio le rappresentazioni teatrali), c’è stato anche quel nostro piccolo mondo antico. A cui Dario Fo aveva appartenuto né più e né meno come noi.
Diverso il discorso per Dylan, anche se già c’è chi grida allo scandalo a neanche ventiquattr’ore dalla nomination del Menestrello di Duluth. Anche qui, motivi politici e generazionali spingono menti scolastiche (in senso lato, perché a scuola in fin dei conti ci sono andate poco e male) ad insorgere. Dalla Rivoluzione all’Accademia, è la critica più garbata rivolta al folk singer americano, dimenticando che Dylan non ha mai chiesto premi, così come cinquant’anni fa non aspirava a fare rivoluzioni, se non quelle del costume. Se c’è un uomo che ha messo a dura prova la giustizia americana, molto più di un John Lennon per esempio, è stato lui, eppure non ha mai avuto a che fare con quella giustizia, e questo vorrà pur dire qualcosa.
Diceva Winston Churchill, non essere di sinistra da giovani significa essere senza cuore, non essere di destra da vecchi significa essere senza cervello. Senza voler generalizzare in questo senso, si potrebbe evitare di molestare insensatamente un signore di ormai 75 anni a cui una istituzione di accademici di età probabilmente altrettanto avanzata ha inteso conferire un premio prestigioso, sicuramente carico di significato, altrettanto sicuramente oggetto di invidie, ma tutto sommato innocuo. La motivazione stessa è innocua, e ineccepibile tra l’altro: «per aver creato nuove espressioni poetiche all’interno della grande tradizione della canzone americana»
Bob Dylan oggi
Bob Dylan le sue rivoluzioni le ha fatte, fin dove poteva e voleva farle. La sua arte sta tra le Nove Muse al pari del Teatro, fin dall’antichità. I suoi testi non hanno nulla da invidiare a quelli di poeti affermati e classificati in senso più ortodosso, i cosiddetti scrittori che adesso insorgono. Quanto al pubblico, se il Nobel fosse andato al nostro compianto Fabrizio De André, nessuno avrebbe avuto da eccepire, alzi la mano chi non riconosce la poesia nelle sue strofe. E allora perché scandalizzarsi per il De André americano, che magari ai suoi tempi ha reso anche qualche servizio alla collettività pronunciando parole pesanti (e pericolose per lui) contro la Guerra del Vietnam e l’Apartheid in patria e all’estero?
Nel 1975, quando il premio fu conferito ad Eugenio Montale, ci fu chi storse la bocca anche allora. Poeta indiscusso, che usava mezzi e stili propri della letteratura tradizionale, eppure qualcuno obbiettò con la boccuccia storta che quell’Ermetismo non era vera poesia, era metrica spigolosa, era una fuga dalla realtà, dall’impegno sociale, dalla stessa arte. Adesso Montale se la sta ridendo assieme a Dario Fo su quella nuvoletta sulla quale da ieri stanno discutendo assieme a proposito della stupidità umana e dell’atteggiamento scolastico che l’alimenta da sempre.
Sperando di incontrarli lassù il più tardi possibile, Bob Dylan canta ancora le sue canzoni in giro per il mondo con il suo Never Ending Tour probabilmente riflettendo anch’egli sul genere umano e su quanto poco i tempi siano cambiati, rispetto a quello che sperava scrivendo il testo della sua celebre canzone.


Quante volte un uomo dovrà ancora sollevare lo sguardo, prima che possa vedere il cielo? La risposta, amici miei, è perduta nel vento.

Recensione "Un soffio di vento alla fermata dell'autobus" per Ibiskos



Conosco Domenico Garaffa da trent’anni. L’avevo perso un po’ di vista negli ultimi ventinove, per la verità. Ma a conti fatti, al netto del mancato godimento dell’amicizia profonda che ci lega, devo dire che sotto un certo punto di vista è stato un bene. Quel bene che qualunque lettore si ritrovi adesso con questo suo libro in mano può commisurare di persona.
La letteratura scorre potente in quest’uomo, mi viene da dire prendendo a prestito una delle citazioni più cult dei nostri tempi moderni. L’avevo lasciato alle prese con una sensibilità e intelligenza non comuni, che riuscivano ad affascinare invariabilmente chiunque avesse a che fare con lui per questioni di lavoro o di vita, oppure per il semplice trascorrere del tempo in amicizia e conversazione.
Lo ritrovo adesso a padroneggiare l’arte di trasfondere quella sensibilità e quell’intelligenza, nel frattempo sublimate da una vita pienamente vissuta, nella pagina scritta. Cominciammo insieme, per hobby. Lui è arrivato a saper sciogliere in versi nientemeno che la nostra esistenza.
Il volume a cui mi ha chiesto, onorandomi, di premettere queste mie righe (non una prefazione, ma semmai una decantazione delle sensazioni e dei sentimenti intensi e coinvolgenti suscitatimi dalle sue parole in prosa e versi, ciò che auguro ed auspico a chiunque mi seguirà nella lettura) è la sua seconda fatica. Senonché per lui comporlo non è stato fatica, ma piuttosto estro che si libera semplicemente, naturalmente come lo scorrere di un fiume, il galoppo di un cavallo selvaggio.
E’ una vicenda tra lui e la matita, ciò che “accade quando entrambi pensierosi duelliamo”, come racconta lui stesso, primo in assoluto a dedicare un’ode alla sua migliore compagna dei momenti di ispirazione poetica.
E’ una vicenda tutta particolare, quella raccontata nelle pagine che seguono, che lui stesso tratteggia a perfezione quando fa dire al suo personaggio più centrale: “sei un selvaggio, ma con stile. Riesci a mettere in pratica pensieri divergenti con piacevole semplicità ed estrema raffinatezza”.
Domenico Garaffa è la natura selvaggia, carica di profondità, gentilezza e riserbo che attendono di essere sollecitati nel modo adeguato, tipica della sua terra d’origine e della gente che la abita. Da lì parte, e lì ritorna sempre, avendo percorso le strade del mondo in cerca di individui e popoli affini.
Nella sua prima raccolta di poesie, Le lacrime di Apache, aveva trovato il suo microcosmo congeniale nell’epopea dei Nativi Americani, cantata con uno struggimento secondo soltanto alla tragicità del reale destino dei pellirosse che ben conosciamo.
Stavolta, poesia e prosa si mescolano, a seconda dell’estro e della suggestione del momento. A seconda del passo che richiede la narrazione, o il semplice affiorare di un sentimento, di una suggestione. Domenico li padroneggia tutti, e come un funambolo del football sceglie d’istinto, leggendo la partita che sta disputando, se il palleggio insistito o il gioco di prima.
Domenico è il catalizzatore di un potente flusso letterario e poetico. Ma ciò che entra nel suo cuore e nella sua mente, esce dalla sua matita uguale solo a se stesso. La sua personalissima rivisitazione di Billy Wilder e Marylin Monroe in Un soffio di vento alla fermata dell’autobus, brano che dà il titolo alla raccolta, è in realtà una delicatissima rappresentazione intimista. Pane e panelle ci avvince e ci strugge come una novella di Camilleri, ma qui c’è di più, e di suo: la nostalgia incanaglita della giovinezza dell’autore, che riesce a superare la barriera dialettale e a trasformarsi in quella di ciascuno di noi. Gioiosi saluti di luglio è uno Stephen King in salsa nostrana, uno Stand by me ambientato in quel Mediterraneo perduto che solo chi c’è nato in riva può rimpiangere appieno.
Gabbiani sembra scritto in un pub irlandese o triestino, gli stessi dove Domenico avrebbe potuto tenere testa a James Joyce, nelle bevute e nelle corse a perdifiato dentro l’anima e le visioni, senza il fastidio di convenzioni letterarie o punteggiatura.
Poi Firenze. La città che tutti idealizzano e che a tutti si offre sfrontata, a chi c’è nato o a chi si è fatto adottare. Domenico ci ritorna spesso, e ogni volta è uguale e diverso. Gioie e drammi prendono il via volentieri dalla città di Lorenzo il Magnifico, o ad essa riportano. Come alla Sicilia, gioie e drammi sono connaturati a Firenze. Tutto sta a saperli trasformare in poesia.
E infine la principessa, che apre e chiude la raccolta. Il ritorno all’essenza più profonda della vita. Al suo principio. Alla sua ragione stessa. Sull’ultima corsa, sull’ultima carezza della principessa non può che stringersi il cuore di chiunque abbia mai dedicato versi a ciò che ha di più caro. Di chiunque lo abbia vissuto veramente.
Buona lettura a tutti.

Recensione "La sconfitta del Mediterraneo" per IBS



Nei decenni successivi la scoperta dell'America, il Mediterraneo cessò di essere il centro del mondo e fu ridotto per la prima volta ad un mare interno, per quanto sempre di importanza cruciale per lo snodo dei traffici marittimi e lo scontro per la supremazia navale tra le grandi potenze. 
La lotta per il predominio economico e militare si spostò sugli oceani, mentre il ruolo del Mare Nostrum fu ridimensionato dalle rotte alternative scoperte dai navigatori portoghesi per aggirare il controllo dell'Islam sul Vicino Oriente, sul Mar Rosso e sulle vie di terra aperte da Marco Polo. 
Dopo la Battaglia di Lepanto, la Repubblica di Venezia e le potenze cristiane da un lato e l'Impero Ottomano dall'altro sembrarono rendersi conto che continuare una politica di espansione militare era inutile (poiché nessuna delle due parti possedeva risorse belliche tali da poter sopraffare l'altra) quando non dannoso, ottenendo soltanto di ridurre il Mediterraneo ad uno scacchiere geopolitico dal ruolo sempre più marginale.
Fino alla metà del XVII secolo le due sponde del Mediterraneo parvero dunque aver appreso la lezione impartita loro dal secolo precedente. Poi, con la Guerra di Candia, l'improvvisa ripresa delle ostilità che sarebbe durata fino all'Assedio di Vienna ed avrebbe avviato al declino inarrestabile tanto Venezia e l'ex Impero di Carlo V su cui non tramontava mai il sole, quanto la Sublime Porta, l'Impero Ottomano che aveva ereditato quello Bizantino e ne aveva rinverdito i fasti. 
Leonardo Sampoli, diplomatico ambasciatore d'Italia e profondo conoscitore del Mediterraneo orientale avendo annoverato Ankara ed Atene come sedi di servizio, propone una inedita lettura di quel periodo cruciale che vide il baricentro della storia spostarsi inesorabilmente dall'Europa e dal Mare Nostrum verso altri continenti ed altri mari, con il declino di imperi millenari ed il protrarsi di altrettanto millenari scontri di civiltà. Fino alla sconfitta di quelle civiltà stesse.

giovedì 13 ottobre 2016

Maggie



Nei momenti critici di una lunga storia spesso vissuta ai margini e nell’ostilità di un continente che non l’ha mai amata ed ha sempre segretamente desiderato di sottometterla ed annientarla, l’Inghilterra non ha mai avuto paura di affidare le sue sorti ad una donna. La resistenza dei Celti all’invasore romano ai tempi di Cesare era stata guidata da una regina, Boadicea, raffigurata dalla celebre statua posta a Westminster. La resistenza all’Invencible Armada ed al cattolicesimo della Controriforma era stata guidata da un’altra regina, la Grande Elisabetta, che aveva dato il via al destino imperiale della nazione nell’età moderna. Altre due grandi regine detengono il record di longevità, Vittoria di Hannover ed Elisabetta II Windsor. Il paese di Francis Drake e di Horatio Nelson ha spesso avuto come comandante in capo una donna. Non se n’è mai fatto un problema, e non se n’è mai pentito.
Margaret Hilda Roberts era di umili origini, e lo sarebbe rimasta anche dopo il 1990, a differenza di tutte quelle figure che l’avevano preceduta nel pantheon femminile britannico e malgrado il titolo di duchessa di Kesteven ricevuto da una sovrana che non l’amava, ma che non poteva che ringraziarla così per i servigi resi. Elisabetta II la chiamava la figlia del droghiere, intendendo sprezzantemente sminuirla ai propri occhi prima che a quelli dell’opinione pubblica. In realtà Margaret Roberts coniugata Thatcher era l’unica donna, anzi l’unico essere inglese vivente, in grado di stare al suo pari come personalità e prestigio, se non addirittura di sovrastarla.
Era nata il 13 ottobre 1925 a Grantham, nel Lincolnshire, Midlands Orientali, figlia appunto del droghiere locale nonché pastore metodista della comunità. Cresciuta nel mito di Winston Churchill come tutti gli inglesi della sua generazione, aveva la passione della politica nel sangue ed era inevitabile che per cultura ed estrazione sociale esercitasse quella passione nel Partito Conservatore, i cosiddetti Tories. Alla politica si affacciò ufficialmente alle elezioni politiche del 1951, a Dartford nel Kent – paese che sarebbe diventato famoso un giorno per aver dato i natali alla rockstar Mick Jagger -, dove si era trasferita per lavoro. Il distretto era tradizionalmente in mano al Labour Party, ma la giovane Roberts per poco non riuscì nell’impresa di rovesciare le sorti del seggio parlamentare. In quell’anno divenne Mrs. Thatcher, sposando il collega di partito Denis. Nel 1953 le nacquero due gemelli, il turbolento Mark (che le avrebbe dato non pochi grattacapi) e Carol.
L’elezione alla House of Commons le arrivò nel 1959, e due anni dopo aveva già un incarico di sottosegretario nel Governo di Harold McMillan, poi travolto dal celebre scandalo Profumo. Negli anni sessanta, Maggie – che un giorno sarebbe diventata la donna più odiata da liberal e laburisti - si sarebbe imposta all’attenzione dell’opinione pubblica per il sostegno a provvedimenti controversi ma decisamente progressisti, come la depenalizzazione dell’omosessualità maschile e dell’aborto. Nel 1970, con il ritorno dei conservatori al potere con Edward Heath, sarebbe diventata Ministro per l’Istruzione, fino alla caduta di quel governo nel 1974. La sua leggenda avrebbe preso il via allora, Thatcher the milk snatcher, la ladra di latte, così soprannominata per la sua decisione di sospendere la distribuzione di latte gratuito ai bambini nelle scuole del Regno.
Nel 1975 raccolse l’eredità di Heath diventando la prima donna segretario del Conservative Party britannico. Nel 1979, quando il governo Labour di Wilson andò in crisi, lei era pronta a guidare il partito alle elezioni, ed a vincerle. Per la prima volta nella storia di Albione, una sovrana donna conferì l’incarico a formare il governo ad un Primo Ministro donna.
Per undici anni, Maggie rubò la scena a tutti, dalla sua Regina alla principessa triste Lady Diana che di lì a poco avrebbe sposato l’erede al trono, al presidente americano Ronald Reagan che avrebbe cambiato la storia della Guerra Fredda e del mondo, al Papa di Roma che avrebbe favorito più di tutti quel cambiamento, Giovanni paolo II.
Come Boadicea, prese in mano il comando delle operazioni – e con successo – sia nella crisi degli ostaggi all’ambasciata iraniana di Londra che nella Guerra delle Falklands – Malvinas dichiarata contro l’Inghilterra dalla Junta militare argentina di Leopoldo Galtieri, dove non si fece scrupolo di utilizzare i buoni rapporti con un’altra Junta, quella cilena di Augusto Pinochet (“Chi si trova in guerra, non si può far distrarre da complicazioni diplomatiche, deve superarle con ferrea volontà”, una frase storica degna del suo modello ideale W. Churchill).
Come la Grande Elisabetta, affermò il principio che il Governo di Sua Maestà non si fa ricattare da nessuno. Sulla volontà metallica della Iron Lady andarono ad infrangersi sia i tentativi delle Trade Unions, i sindacati inglesi che le sollevarono contro i minatori e gli autotrasportatori in scioperi generali rimasti epici, sia i militanti dell’Irish Republican Army, l’I.R.A., i cui provisionals detenuti nelle carceri inglesi inscenarono uno sciopero della fame per il recupero dello status di prigionieri politici (anziche delinquenti comuni) a cui Maggie non cedette, lasciandoli morire ad uno ad uno – a cominciare dal capo storico Bobby Sands – prima di acconsentire ad una mediazione di compromesso.
La Thatcher e la regina Elisabetta nel 1979, al momento del primo governo
Allo stesso modo dei golpisti argentini e dei provisionals irlandesi, mise in ginocchio gli hooligans del calcio che dopo la strage dell’Heysel a Bruxelles avevano ridotto ai minimi termini l’immagine dell’Inghilterra, una volta culla dello sport e della civiltà moderna. In cinque anni favorì una campagna di ammodernamento degli impianti sportivi e di restringimento delle misure di sicurezza i cui benefici durano ancor oggi.
Dette avvio ai lavori del Tunnel sotto la Manica, fino a quel momento più una figura mitologica che un progetto destinato a realizzare un’impresa epocale, unire l’Inghilterra al Continente per via di terra. Dette avvio alla privatizzazione delle maggiori imprese pubbliche del paese, a cominciare dalla British Airways e dalla British Telecom. Riformò lo Stock Exchange, la storica Borsa di Londra tornando ad attirare capitali da tutto il mondo come ai tempi gloriosi dell’Impero.
Trattò la restituzione di Hong Kong alla Cina e del mantenimento alla ex colonia di uno status comunque privilegiato anche dopo il rientro nello Stato comunista cinese. Trattò a fianco di Ronald Reagan soprattutto il complesso procedimento diplomatico che portò all’ascesa in Unione Sovietica di Mikhail Gorbaciov e la dissoluzione del Blocco Comunista, del Patto di Varsavia, del Muro di Berlino, della Guerra Fredda e di tutto ciò che aveva terrorizzato il mondo intero fino alla sua epoca.
La quale epoca, peraltro, era destinata a finire un attimo dopo la certificazione del suo più grande successo, la sconfitta planetaria della Sinistra Radicale. Nel 1990, pochi mesi dopo la riunificazione delle Due Germanie, il mondo parlava già un linguaggio nuovo, e prefigurava nuovi scenari. Con i quali Maggie non era più adatta a confrontarsi. Come era successo al suo idolo W. Churchill subito dopo la vittoria sul Nazismo, il paese la ringraziò pensionandola subito dopo quella sul Comunismo.
La Thatcher con Reagan, Helmut Khol e la regina Elisabetta
Nel novembre 1990, il Partito le si rivoltò contro. Il motivo fu la poll tax, la riforma fiscale che introduceva la tassazione egualitaria per tutti gli abitanti di un distretto, fossero essi ricchi o poveri. Stavolta, l’establishment parlamentare ed economico andò dietro alla rivolta popolare. Maggie, per quattro voti, fu sfiduciata dai Tories e dovette recarsi a Buckingham Palace a rassegnare le dimissioni nelle mani di una Regina Elisabetta che segretamente gongolava. Lasciando per l’ultima volta quel numero 10 di Downing Street che era stata casa sua per undici anni, con gli occhi velati di lacrime che la stampa non mancò di immortalare, impietosamente.
Il suo posto fu preso, nel partito e nel governo, dall’ex delfino John Major. Ma l’astro nascente era un altro, e cresceva nelle file dei vecchio nemico, il Labour. La Thatcher era sconfitta, ma il thatcherismo rimase in voga, ed il suo interprete principale fu Tony Blair, un ragazzo scozzese che per la prima volta avrebbe avuto il coraggio di imporre al suo partito la mitigazione della nozione di uguaglianza a favore di quella di libertà, codificata una volta per tutte dalla Lady di Ferro.
Non siamo veramente liberi senza libertà economica”, fu il testamento politico della signora Thatcher, la cui onda lunga è arrivata fino alla Brexit votata nel giugno scorso dal popolo inglese, che evidentemente non l’ha dimenticata. Negli anni trascorsi fra la sua caduta e la sua scomparsa, avvenuta al Ritz di Londra la mattina dell’8 aprile 2013, Margaret Thatcher vide nascere e crescere – ed avversò fortemente – l’Europa di Maastricht. Condannò aspramente il governo laburista che vi aveva aderito, mantenendo invece un atteggiamento di singolare simpatia personale per il Premier Blair che lo guidava.
Precedette nella tomba di 10 anni il marito Denis, e di 9 l’ex Presidente U.S.A. Ronald Reagan, insieme al quale aveva dato il proprio nome ad un’epoca. Le sue ceneri sono state sepolte accanto a quelle del marito nel giardino del Royal Hospital di Chelsea a lei intitolato, una casa di  cura e di riposo per veterani dell’esercito inglese. Quell’esercito di cui era stata uno dei più grandi comandanti in capo di sempre.

Morte accidentale di un teatrante, addio Dario Fo



Era un GiorgioAlbertazzi a rovescio, Dario Fo, figlio di un capostazione della provincia di Varese con l’hobby del teatro popolare, così come la madre. Scomparso stanotte a Milano, ultimo di una lunga lista che fa di questo 2016 un annus horribilis per l’arte e la cultura italiana e mondiale.
Dario Fo, come Albertazzi, dovevi amarlo o detestarlo soltanto per le sue capacità artistiche, lasciando perdere le idee e le posizioni politiche passate e presenti. Come Albertazzi, da ragazzo aveva scelto di rispondere alla chiamata alle armi della Repubblica di Salò. Come Albertazzi, non l’aveva mai nascosto, senza vantarsene né pentirsene. Diversamente da Albertazzi, era poi passato nel campo opposto dopo la Liberazione. Dall’Esercito Nero al Soccorso Rosso, in cui aveva militato fino agli Anni di Piombo.
Le passioni del ventesimo secolo stentano a stemperarsi ancora agli inizi del ventunesimo. Così, nell’ora del cordoglio, infuria ancora la polemica tra il Rosso e il Nero. Fu Oriana Fallaci a riesumare i trascorsi repubblichini di Dario Fo nella Rabbia e l’Orgoglio, nel contesto polemico della sua strenua opposizione alla sinistra di regime che l’aveva messa al bando una volta scopertala non malleabile da parte dell’antiamericanismo e antioccidentalismo imperante. Tra l’altro, Oriana accusò Dario di aver portato nella militanza rossa la stessa violenza (quantomeno verbale) che aveva sfoggiato in quella nera. Il fascista rosso aveva rimpiazzato il fascista nero.
In realtà, Oriana rinverdiva polemiche già scoppiate in modo assai virulento fin dagli anni Settanta, quando l’autore ed attore varesino era stato costretto a ricorrere addirittura alle vie legali per tutelare un nome che stava ritornando importante, dopo il suo rientro in RAI ai tempi di Mistero Buffo intorno al 1975.
Dario Fo era un uomo di teatro. Un guitto, come si definiva lui stesso. Come gli Albertazzi, i De Filippo, i Lawrence Olivier, i Kenneth Branagh. Nessuno ricorda più grazie a Dio come la pensava Shakespeare sugli eventi del suo tempo, se non per quanto attiene alla poetica che emerge dalle sue opere immortali. Un giorno, la quiete del giudizio artistico separato da quello storico personale toccherà anche a Dario Fo.
Nei primi anni cinquanta il giovane Fo incontrò il teatro popolare a cui lo destinava la tradizione di famiglia, compiendo peraltro un rapido excursus dalle Case del Popolo alla RAI. Che tollerò i suoi testi troppo impegnati a sinistra e la sua satira antigovernativa fino a quella fatidica Canzonissima del 1962 che decretò la fine della sua carriera presso la TV pubblica. Nel frattempo, Dario aveva incontrato anche la sua anima gemella, la collega Franca Rame, dalla quale aveva avuto il figlio Jacopo, che un giorno avrebbe incrementato la tradizione artistica familiare.
Franca Rame e Dario Fo ai tempi di canzonissima del 1962
In televisione sarebbe tornato nel 1975. ma prima, avrebbe legato il suo nome a quel Morte Accidentale di un Anarchico che indirizzò fortemente l’opinione pubblica, a proposito della Strage di Piazza Fontana, in senso nettamente contrario alla figura del commissario Luigi Calabresi, da quel momento in poi ritenuto il principale responsabile della morte dell’anarchico Giuseppe Pinelli. Le conseguenze di quella pubblica condanna, purtroppo, sono note a tutti.
Dal Soccorso Rosso, l’organizzazione che forniva sostegno legale ed economico a quei compagni extraparlamentari che militavano nella galassia borderline con il terrorismo degli Anni di piombo, Fo tornò in RAI a furor di popolo con il suo Mistero Buffo. Lo spettacolo che l’ha consacrato come una leggenda del teatro mondiale, issandolo fino al Premio Nobel di vent’anni dopo.
La narrazione delle Cronache medioevali in quel buffo misto di dialetti padani chiamati grammelot e ispirati alla Commedia dell’Arte rinascimentale fu uno degli eventi culturali che fanno epoca, come le commedie dei fratelli De Filippo o il Vajont di Marco Paolini. Il teatro, dopo, non è più lo stesso. Soprattutto il teatro di ispirazione civile.
Dall’Azzeccagarbugli dei Promessi Sposi di Salvatore Nocita al Johan Padan a la descoverta delle Americhe, da quel momento in poi Dario Fo alternò la partecipazione alle grandi produzioni alla continuazione della tradizione teatrale popolare.
La motivazione del Premio Nobel per la Letteratura del 1997 fu: perché, seguendo la tradizione dei giullari medievali, dileggia il potere restituendo la dignità agli oppressi. Quella volta, peraltro, Dario Fo fu più sobrio dei suoi augusti adulatori di Stoccolma (superati soltanto in seguito dagli Accademici della Sorbona di Parigi e dalla Sapienza di Roma), limitandosi ad un lapidario: «Con me hanno voluto premiare la gente di teatro».
Un giorno il pubblico ricorderà la gente, uomini e donne, di teatro per ciò che hanno rappresentato sul palcoscenico, dimenticando le loro passioni mondane e le idee, condivise o meno. Così, delle passioni fasciste, poi di quelle comuniste, poi alla fine – negli ultimi tempi – grilline di Dario Fo, non resterà nulla, com’è giusto che sia.
Fino a quel giorno, ti sia lieve la terra Dario Fo, maestro di grammelot.

Londra scheda, Roma protesta, it's all rubbish



Gli inglesi sono nel loro pieno diritto quando schedano gli studenti stranieri che frequentano le loro strutture deputate alla pubblica istruzione. Soltanto un popolo attento alla forma e mai alla sostanza come il nostro può risentirsi, e mandare il proprio ambasciatore a fare le sue ridicole rimostranze.
La Regina Elisabetta e l'ambasciatore d'Italia Pasquale Terracciano
Dovrebbe urtare molto di più la nostra suscettibilità italiana (non meridionale, italiana) il fatto che sempre più nostri ragazzi siano costretti a studiare nelle scuole straniere, se vogliono coltivare le speranze di un barlume di futuro decente. La scuola italiana fa schifo, anche se a parole accoglie tutti secondo i dettami del politically correct e del solidarismo peloso, ma non soddisfa nessuno. Quella inglese non sarà il massimo su questo pianeta, ma oltre a farci il favore di investire su nostri ragazzi che non è detto che restituiscano i proventi di quell’investimento sul suolo della nazione che lo eroga, si preoccupa di sapere almeno chi si trova di fronte, ad usufruire delle proprie istituzioni. Quali sono i bambini che a settembre ogni maestro/a, ogni professore si ritroverà in classe. E con quale linguaggio e approccio culturale hanno bisogno che si parli loro. Niente male per un paese che potrebbe limitarsi a crogiolarsi nella superbia, per aver imposto la sua lingua a tutto il mondo.
Ci riempiamo la bocca di parole senza senso, di slogan. Così, la pubblica istruzione degli anni Duemila non istruisce più, ma fornisce una offerta formativa. Usiamo termini presi dal marketing, che analogamente alla Sanità a giudizio di chi scrive è qualcosa che non dovrebbe avere nemmeno a che fare con la Pubblica Istruzione, al pari dell’aziendalismo. E poi ci inalberiamo se qualcun altro almeno quel marketing lo applica correttamente. Oppure se, più semplicemente, continua la tradizione del sistema scolastico britannico, classista quanto si vuole ma da sempre preoccupato di fornire istruzione reale a tutti, a ciascuno realisticamente secondo le proprie possibilità ed estrazione sociale.
Dicono le autorità britanniche, stigmatizzando la suscettibilità italiana (l’unico paese al mondo, a quanto risulta, ad aver sollevato questa questione di lana caprina, gli altri badano al sodo e ringraziano le scuole di Sua Maestà per l’offerta formativa che a casa loro si sognerebbero): guardate che l’estrazione sociale, la provenienza, contano; non è vero che siamo tutti uguali, non è così che funziona.
Come in Sanità è importante sapere – come dimostrano appositi studi – che la manifestazione del dolore è assolutamente diversa da un italiano a, per esempio, un indiano, perché altrimenti si rischia di far morire l’indiano abituato a lamentarsi molto meno di noi, così a scuola è importante sapere da che parte di mondo viene un bambino, perché magari anche in questo caso l’italiano manifesta bisogno formativo o anche semplicemente disagio in modo differente dal pakistano o dall’urdu.
Il problema a ben vedere ce l’avremmo anche noi in casa nostra, che dopo cinquant’anni non abbiamo ancora imparato a parlare con il dovuto e differente linguaggio all’italiano (adulto o bambino) del nord, del centro, del sud e delle isole. Figurarsi un paese che fronteggia questo problema a livello planetario. Perché Londra, con buona pace di chi si aspettava che dopo la Brexit scomparisse dalla carta geografica, è la capitale di un impero politico, economico e sociale più adesso che ai tempi della Regina Vittoria.
Nessuno metterà stelle gialle o rosa ai cappotti dei bambini italiani o di altre etnie, nelle scuole di Sua Maestà britannica. Più facile che il Provveditore locale si premunisca di offrire alla domanda formativa dei bambini presenti nel Regno Unito insegnanti adeguati. L’italiano all’italiano, il pakistano al pakistano, per esempio.
Non come qui, che ad insegnare ad una classe a prevalenza Uruk-Hai ci mandano gli Elfi, per di più appena usciti da Gran Burrone ed appena diplomati in magia. Quelal che dovrebbe servire a tenere insieme classi che sembrano Armate Brancaleone.

martedì 4 ottobre 2016

Laudato sie mi Signore



Era la prima festa comandata del calendario scolastico, fino al 1977. Il 1° ottobre, San Remigio, si tornava a scuola. Il 4 si restava subito a casa, era la festa del Patrono d’Italia, San Francesco. Non si poteva fare altrimenti, in un paese che cercava ancora faticosamente di completare il suo percorso di laicizzazione delle proprie istituzioni e della propria vita sociale.
Il poverello d’Assisi era stato proclamato patrono nazionale nel 1939 da papa Pio XII, insieme a Santa Caterina da Siena. Erano nomine politiche, da parte di un Papa politico come pochi altri. La santa di Fontebranda aveva riportato il Papato a Roma, lasciando in eredità al paese di cui la Città Eterna era poi diventata capitale un legame indissolubile (nel bene e nel male) con la Chiesa cattolica. Il santo di Assisi aveva probabilmente salvato la Chiesa cattolica stessa dal crollo, nel suo periodo storicamente più difficile, quello delle Eresie.
Francesco di Bernardone (nato Giovanni, Francesco fu il nome che assunse spogliandosi di tutto, dell’eredità paterna in senso materiale ed anche genetico) è probabilmente il santo più amato dal popolo cattolico per le implicazioni spirituali del suo messaggio, consistente in sintesi nel ritorno al Cristianesimo delle origini. Dopo Gesu Cristo stesso, infatti, si può considerare la figura più significativa e carismatica dell’iconografia e del catechismo cristiano.
Francesco d’Assisi fu colui che riportò lo stile di vita cristiano alla predicazione di Cristo, senza se e senza ma. All’inizio del tredicesimo secolo, era proprio ciò che il mondo cristiano desiderava di più, disgustato da una Chiesa che attraverso il Medioevo si era sempre più distanziata dalla dottrina che era alla base della sua stessa esistenza e dal gregge che intendeva amministrare in nome di Dio.
Graham Faulkner, il San Francesco di Franco Zeffirelli
Francesco d’Assisi avrebbe potuto essere il fondatore della più potente di quelle che la Chiesa Cattolica bollava sprezzantemente (e perseguiva ferocemente) come Eresie. Avrebbe probabilmente seguito la sorte di altri movimenti come quello – molto affine nella predicazione – dei Catari, che predicavano il ritorno anch’essi allo stile di vita di Gesu e degli Apostoli. Quella comunione dei beni e di tutto ciò che si possedeva dentro e fuori di se stessi che era stata codificata dai primi cristiani e poi abbandonata dalla Chiesa che aveva ereditato il potere temporale dell’Impero Romano.
La Chiesa avrebbe potuto perseguirlo, dopodiché avrebbe potuto perdere se stessa, finendo travolta ben prima e ben più di quanto sarebbe in effetti poi successo con la Riforma Protestante. La grandezza di Innocenzo III, il Papa che invece di condannarlo lo autorizzò a fondare e dirigere l’Ordine dei Frati Minori – o come si chiamarono da subito, i francescani – fu proprio questa. Salvare le energie spirituali e materiali migliori prodotte dal Cattolicesimo, ed in ultima analisi salvare la Chiesa stessa.
Come Cristo, Francesco era una figura che definire carismatica è fortemente limitativo. Incantava tutti coloro a cui rivolgeva la parola, dal Lupo di Gubbio, al Sultano da cui si recò per convincerlo a terminare la persecuzione dei cristiani, al Papa di Roma da cui si recò non tanto per rispondere alle accuse di eresia, quanto per convincerlo a riportare la sua organizzazione, la Chiesa, negli argini in cui l’aveva incanalata Cristo stesso consegnandola al primo dei suoi predecessori, Pietro.
Judi Bowker, Santa Chiara di Franco Zeffirelli
Francesco d’Assisi era una figura che andava al di là dei suoi tempi. Fu in pratica il primo a stabilire – e non era cosa da poco, se i Padri della Chiesa ancora ci dibattevano sopra – che la donna aveva un’anima, ritenendola capace di spiritualità pari a quella dell’uomo. Fu lui a regalare alla Chiesa Santa Chiara e l’Ordine delle Clarisse, rompendo di fatto un monopolio maschile che durava dai tempi di San Benedetto.
Come ha raccontato Franco Zeffirelli nel suo magistrale Fratello Sole Sorella Luna, nella chiesetta restaurata di San Damiano dove poi le Clarisse presero la loro prima dimora nacque probabilmente la Chiesa cattolica moderna, capace di resistere – pur tra tante derive rispetto alla dottrina originaria – alle formidabili sollecitazioni dei secoli successivi.
Francesco fu anche, forse inconsapevolmente, un grande artista. Sua è l’invenzione della più suggestiva, toccante e popolare rappresentazione della dottrina cristiana che ancora oggi replichiamo nelle nostre case e che va sotto il nome di Presepe. Sua è la prima composizione che ormai tutti gli studiosi unanimemente considerano come il testo poetico più antico in lingua volgare italiana che si conosca, il Cantico delle Creature.
Anzi, la storia della letteratura italiana parte da esso, in anticipo di almeno mezzo secolo sulla scuola siciliana e lo stil novo toscano che ne avrebbero costituito più tardi l’avvio ufficiale. Quel Laudato sie, mi' Signore, cum tucte le tue creature, inoltre, da un punto di vista spirituale segna la data di fine del Medioevo, con quel suo contemptus mundi, disprezzo e distacco dal mondo visto come regno del peccato che aveva reso così complicata e mortificante la vita dei suoi contemporanei.
San Francesco parla con gli uccelli
Fu anche animalista Francesco d’Assisi. In un’epoca in cui la vita umana valeva meno di niente, figurarsi quella delle creature definite come animali. Francesco che parla agli uccelli è forse l’immagine più bella tra tutte quelle evocate dalla religione cristiana fin dai suoi albori. Francesco che parla al Lupo di Gubbio è il più potente messaggio di pace della storia umana. Non esiste belva che non possa essere condotta a placarsi dalla parola ispirata da Dio, non esiste belva che non abbia in sé - come ogni altra creatura - il seme dello spirito civile, il cosiddetto divino.
L’uomo che più di ogni altro si era avvicinato a Cristo due anni dopo la sua morte avvenuta nel 1226 era già stato canonizzato santo, tanto era stato l’impatto della sua predicazione e del suo esempio sui contemporanei. Un impatto che ha mantenuto il suo vigore anche per le generazioni successive, fino alla nostra.
Quando la Chiesa cattolica si è trovata ad affrontare un altra aetas horribilis, un’altra epoca oscura, è stato a lui che l’ultimo successore di Pietro ha pensato inevitabilmente nella scelta del nome. Che sia riuscito nel suo intento o meno, Jorge Mario Bergoglio ha scelto di chiamarsi Francesco per ripetere il miracolo di una Chiesa che torna verso il gregge disperso da troppe concessioni alle tentazioni di Satana.
In quel miracolo, il poverello d’Assisi è già riuscito una volta. Dante Alighieri nell’XI Canto del Paradiso descrive efficacemente le nozze mistiche di Francesco con la sposa di Cristo, Madonna Povertà che « ...privata del primo marito millecent'anni e più dispetta e scura fino a costui si stette senza invito ».
Non è necessario avere a cuore le sorti della Chiesa, quello di oggi non è un santo del calendario qualunque.