giovedì 29 dicembre 2016

Addio alla regina madre



«Voglio solo stare con Carrie.....». I genitori non dovrebbero mai sopravvivere ai figli. Il cuore di Debbie Reynolds non ha retto che un giorno, dopo che quello della figlia aveva ceduto. Queste sono state le sue ultime parole, prima di spegnersi mentre la ricoveravano nello stesso ospedale in cui stava organizzando il funerale di sua figlia.

Di Carrie Fisher abbiamo detto e sappiamo tutto. Di sua mamma Debbie ci sarebbe altrettanto da dire. Chi ha un'età se la ricorda in Cantando sotto la pioggia o nella Conquista del West, kolossal cinematografici della sua epoca come Guerre Stellari lo sarebbe stato di quella della figlia.
Se ne vanno insieme, dunque, e alla nostra, di epoche, resta sempre più un senso di vuoto.
Restano gli effetti speciali, e basta. La magia è finita.
 
Debbie Reynolds (1/4/1932 - 28/12/2016)



Debbie Reynolds in "La conquista del West - A home in the meadow"

mercoledì 28 dicembre 2016

Addio Principessa




Nella scena finale di Rogue One, ultimo capitolo in ordine di tempo della saga di Star Wars della Lucasfilm - Disney attualmente sugli schermi, i ribelli all’Impero Galattico consegnano i piani della Morte Nera nelle mani della principessa Leia Organa.
Carrie Fisher con Harrison Ford e Mark Hamill in Guerre Stellari (1977)
E’ un cerchio che si chiude, dopo quasi quarant’anni. Vecchi e nuovi spettatori della saga hanno rivisto la principessa giovane, bella e carismatica com’era in quei giorni del 1977, quando apparve per la prima volta al grande pubblico assieme agli altri protagonisti di quello che si sarebbe rivelato il film che più di ogni altro avrebbe fatto epoca nella storia del cinema: Guerre Stellari.
L’hanno rivista, grazie alle nuove tecniche computerizzate che ormai inseguono da vicino quelle – favolose e fino a poco tempo fa favolistiche – immaginate dagli sceneggiatori di Star Wars, nella scena che precede nella narrazione appunto la prima del celebre film d’apertura della saga, o franchise come si dice adesso. Quell’Episodio IV in cui la principessa inseguita dagli Imperiali guidati da Lord Darth Vader si china sul piccolo droide C1-P8 per affidargli quei piani conquistati a caro prezzo, affinché li porti in salvo.
«Aiutami Obi Wan Kenobi….. sei la mia unica speranza…»
Con queste parole, diventate nel corso degli anni una citazione cinematografica cult, Carrie Frances Fisher cominciò la sua carriera, breve ma intensa come poche altre, di diva del cinema. Una carriera che, assieme alla sua vita terrena, si è conclusa ieri al Ronald Reagan UCLA Medical Center di Los Angeles. Ultima vittima in ordine di tempo di quello che sarà ricordato come l’anno più maledetto di sempre per il mondo dello spettacolo, Carrie Fisher non ha superato le conseguenze di un infarto con conseguente arresto cardiaco subiti mentre era in volo verso Los Angeles.
Carrie Fisher nel Risveglio della Forza
Da ieri sera, la principessa Leia Organa ha dunque seguito il comandante Han Solo, ricongiungendosi alla Forza. E così, suo fratello Luke Skywalker, ultimo dei cavalieri Jedi, non è destinato a ritrovarla in Episodio VIII.  A meno che.... Gli ologrammi creati dai computer ormai fanno miracoli. Rogue One lo sta insegnando in questi giorni, avendoci riconsegnato la povera principessa Leia ringiovanita e Peter Cushing (il governatore della Morte Nera Tarkin) addirittura resuscitato.
Chi vivrà vedrà, è il caso di dire. Intanto i fan della saga stellare sono a lutto. Carrie Fisher aveva dato vita ad uno dei personaggi simbolo della favola futuristica ambientata in una galassia molto lontana.
Il suo cuore non ha retto alle sollecitazioni di una vita forse ancora più travagliata di quella del personaggio che le aveva dato celebrità. Eppure, la Forza era potente in questa donna. Figlia d’arte, la mamma era stata una star del cinema hollywoodiano del dopoguerra. Mary Frances Reynolds in arte Debbie, un titolo su tutti: Cantando sotto la pioggia, a fianco di Gene Kelly. Il padre, Eddie Fisher, cantante di successo nell’epoca precedente all’esplosione del rock and roll, aveva dato vita ad uno dei primi scandali dello show business americano proprio divorziando da Debbie Reynolds per diventare il secondo di otto mariti della di lei ex migliore amica, Elizabeth Taylor.
Carrie Fisher con la mamma Debbie Reynolds in una foto recente
Carrie aveva allora due anni e forse fu uno dei primi colpi che accusò da una vita che più tardi sarebbe stata funestata anche dall’insorgere di un disturbo bipolare. Ma in quei giorni in cui George Lucas visionava una serie di giovanotti e giovanotte assolutamente sconosciuti per trovare i protagonisti principali del cast di Star Wars, Carrie – che si presentò da absolute beginner senza ricorrere all’ascendenza materna – era veramente la principessa che poi, una volta prescelta ai provini, incarnò. Anche se, narrano le cronache dal set, Lucas dovette un po’ lavorare su di lei. «Lucas doveva sempre rammentarmelo: Stai su! Sii una principessa! E io mi comportavo invece come una principessa di strada, ciondolando e masticando chewing gum».
La storia della principessa guerriera ricalcava incredibilmente quella sua personale. Figlia di un padre scomparso alla sua nascita  (nella fiction, Anakin Skywalker/Darth Vader), separata dal fratello (Luke, come il vero fratello Todd che nella realtà aveva seguito il padre Eddie). Incapace di stabilità sentimentale malgrado i suoi grandi amori (Han Solo nella saga, il cantante Paul Simon nella realtà).
Carrie Fisher in The Blues Brothers (1980)
Carrie Fisher, Mark Hamill e Harrison Ford divennero qualcuno con Star Wars, ma solo Ford riuscì a rimanere aggrappato al successo anche negli anni seguenti. Hamill ha speso la sua vita professionale successiva al Ritorno dello Jedi come doppiatore. La Fisher, dopo la parte della fidanzata abbandonata e vendicativa di John Belushi nei Blues Brothers e la conclusione dell’epopea galattica, aveva visto la sua carriera interrotta dall’abuso di droghe, la maledizione dello star system hollywoodiano, e dalla recrudescenza del suo disturbo bipolare.
Era sopravvissuta, riuscendo anche a trarre dalla sua esperienza travagliata uno splendido romanzo semiautobiografico, Cartoline dall’inferno, portato con successo sullo schermo da Meryl Streep. Lei non aveva quasi più recitato, limitandosi a sceneggiare successi altrui.
Il mondo si era dimenticato della principessa Leia, che sopravviveva solo nel ricordo dei fans della saga originaria, invecchiati insieme a lei. Finché la Disney, rilevando la Lucasfilm, aveva dato il via al progetto di un Episodio VII, che immaginava un futuro negli anni della maturità degli eroi che avevano sconfitto Darth Vader e l’Impero.
L'ultima interpretazione di Carrie Fisher (2015)
Il Risveglio della Forza ci aveva restituito finalmente una principessa Leia resa più saggia e posata (nonché immalinconita) dagli anni trascorsi, ma non per questo meno bella e carismatica, anche se la scomparsa del suo partner Han Solo lasciava prefigurare – con il senno di poi – un destino tragico anche per lei.
Per uno di quei brutti scherzi che si diverte a fare la vita, ancor più della finzione scenica cinematografica, è toccato all’anziana madre Debbie Reynolds, tutt’ora viva e vegeta, dare l’annuncio della scomparsa della figlia, «Grazie a tutti coloro che hanno abbracciato i doni ed i talenti della mia amata e meravigliosa figlia». Lo ha fatto insieme alla nipote Billie Lourd, la figlia che Carrie aveva avuto dal matrimonio con l’agente teatrale Brian Lourd, e che aveva recitato con lei nel Risveglio della Forza.
Alla fine, il commento più efficace alla tragedia che chiude – si spera – l’anno maledetto dello spettacolo e indirizza probabilmente la saga di Star Wars verso sviluppi forse imprevedibili l’ha fatto Mark Hamill con un tweet: «Non ho parole #Devastato”.
Il suo Luke Skywalker è rimasto solo ad affrontare la minaccia dell’Impero che risorge. Che la Forza ci conservi almeno lui.

sabato 24 dicembre 2016

Natale all'italiana

E’ un’Italia dalle contraddizioni sempre più accentuate quella che si appresta a celebrare il Santo Natale 2016. La spaccatura tra il popolo e la casta che lo governa ha raggiunto dimensioni importanti, forse irreversibili. Che fanno pensare paradossalmente per la prima volta alla possibilità di un futuro diverso. Un futuro che le generazioni più giovani hanno detto a chiare lettere di volere con tutte le loro forze, senza necessariamente essere costrette ad andare a cercarselo all’estero.
Sergio Mattarella
Venti giorni fa, sono stati proprio i giovani a dire di andare a casa ad un governo che voleva stravolgere il loro migliore passato ma soprattutto il loro migliore futuro. In quel venti per cento che ha fatto la differenza tra le ambizioni di Renzi e la voglia di normalità e di ripresa del paese, i giovani sono stati determinanti in una misura che era soltanto possibile sognare, fino alla vigilia del voto.
Il popolo, giovane e meno giovane, si è espresso. La casta lo ha ignorato. Un presidente che non è stato eletto dal popolo e al popolo non risponde, ma solo alle consorterie che l’hanno messo dov’è a fare esattamente quello che fa, ha rinominato quel governo così come si cambia copertina ad un libro o custodia ad un DVD e l’ha rimandato alle Camere, e soprattutto in faccia al Paese.
Alla leggenda controversa della famiglia Mattarella si è aggiunto un nuovo brutto capitolo, ma non è questo il punto. Il parlamento italiano ormai assomiglia a quel Palazzo d’Inverno che 99 anni fa fu preso d’assalto dalla folla affamata e inferocita a San Pietroburgo in Russia. Non è più tempo – grazie a Dio – di Bolscevichi, né siamo alla fame come i sudditi dell’ultimo Zar, ma Mattarella, GentiloniBoldrini & C si comportano ormai come Nicola II RomanovRasputin, la Zarina Alessandra, e corrono incontro ad un destino personale sicuramente non altrettanto tragico ma egualmente ignominioso.
Giuliano e Manuel Poletti
Nel frattempo, ai giovani elettori quel governo fa sapere di poter fare tranquillamente a meno di loro. In Italia, finora è il governo a licenziare il popolo. Il ministro Giuliano Poletti, con delega al lavoro (sic!), dichiara che la fuga dei giovani cervelli all’estero è in realtà la fuga di zavorre di cui l’Italia può solo beneficiare a liberarsi. Rincara la dose il figlio Manuel, giornalista romagnolo a cui vogliamo pensare che il cognome paterno non sarà stato di alcuna utilità per farsi strada nella vita. Scuse goffamente offerte dal ministro, ed esposto-denuncia del figlio minacciato sui social network non servono a rimediare al danno (non solo) d’immagine fatto. Dalle parti dell’ineffabile Manuel si dice, pegio el tacon del buso. La toppa messa sulle sciocchezze dette non funziona mai, eppure i nostri governanti dovrebbero saperlo, per lauta esperienza personale.
Ma il regalo di Natale più beffardo da parte della propria classe dominante arriva agli italiani nell’immediata vigilia. A Berlino, l’ennesimo psicopatico addestrato dall’Isis (o da chi per essa) compie una strage. Si scopre che era stato recluso in Italia, dove era arrivato via Lampedusa e dove aveva fatto subito danni. Scontata la pena, era a piede libero in attesa dei documenti dalla Tunisia che avrebbero dovuto consentire la sua espulsione verso quel paese.
C’è qualcosa che non funziona nella Magistratura italiana, e nel Codice Penale che è chiamata ad applicare. Lo sosteniamo da tempo. Ma lasciare libero in circolazione un soggetto del genere, quale che sia la giustificazione formale, non ha giustificazioni sostanziali. Se dobbiamo modificare il Codice, modifichiamolo. Se dobbiamo preparare in un altro modo (sicuramente migliore, ci vuole poco) i nostri magistrati, facciamolo.
Non saremo sempre così fortunati come stavolta. Da una possibile reprimenda da parte della Germania ferita a morte (ma nel computo delle vittime, salite a 18, c’è anche una ragazza italiana, una di quelle la cui fuga all’estero era stata appunto salutata come sopra detto dal ministro Poletti), ci ritroviamo con una insperata nota di ringraziamento.
Succede che due agenti di polizia in servizio a Sesto San Giovanni intercettino nella notte Anis Amri, l’assassino di Berlino. Che invece dei documenti tira fuori la pistola e spara. Un agente viene ferito, l’altro riesce ad abbattere il terrorista, dopo essersi preso di bastardo, supponiamo in nome di Allah. L’agente ferito non è grave, e il prestigio dell’Italia balza alle stelle, come il titolo Mediaset dopo la guerra tra Berlusconi e Vivendi.
Marco Minniti
Non si fa in tempo però a gioire. Il ministro dell’Interno Marco Minniti, che ha sostituito nella carica il predecessore Angelino Alfano e che dimostra subito di essere al suo pari in quanto a inadeguatezza, non trova di meglio che annunciare in conferenza stampa urbi et orbi i nomi dei due agenti. Che invece che da una onorificenza al merito, si ritroveranno a questo punto gratificati da una vita sempre a guardarsi le spalle, come pentiti della criminalità organizzata sotto programma di protezione. I loro nomi adesso sono appesi in bacheca in tutte le centrali terroristiche islamiche del mondo.
E’ un’Italia chiamata a sopportare tutto questo, quella che si accinge a santificare il Natale del 2016. Ad un popolo dalla pazienza infinita, auguriamo di trovare sotto l’albero da parte di Babbo Natale un regalo solo: la fine di quella pazienza.

Buon natale a tutti.

venerdì 16 dicembre 2016

50 anni senza Walt Disney



Il Natale del 1966 arrivò velato di tristezza. I bambini di allora avrebbero ricordato a lungo quel disegno in cui compariva colui che era diventato il loro principale beniamino, l’eroe di cartone preferito, con una lacrima che gli solcava il volto.
Mickey Mouse, Topolino, così dette l’annuncio al mondo della scomparsa di Walt Disney, il suo creatore, il 15 dicembre 1966. E quel Natale che da qualche anno non sembrava più Natale se non era accompagnato dall’uscita di qualche magica creazione cinematografica di Disney, con i bambini che prendevano d’assalto le sale portandosi dietro genitori altrettanto entusiasti, d’improvviso non sembrò più lo stesso. Come se qualcuno avesse rapito per sempre lo stesso Babbo Natale.
Walt Disney era nato il 5 dicembre 1901 a Chicago, nei giorni in cui il cinema muoveva i suoi primi passi. Disegnatore e cineasta di talento, fu uno tra i primi ad intuire le potenzialità del nuovo mezzo, utilizzandolo per liberare la sua fantasia, la sua abilità di cantastorie.
Nel 1928, con il cartoon Steamboat Willie, aveva già creato il suo character forse più famoso ed importante, quel Mickey Mouse che avrebbe pianto per primo la sua morte 38 anni dopo. Anche se forse il personaggio più amato in assoluto si sarebbe poi rivelato quel Donald Duck, Paperino, arrivato il 9 giugno 1934.
Walt Disney avrebbe saccheggiato il mondo della fantasia rivoluzionandolo per sempre. Fiabe popolari entrate nell’immaginario collettivo da tempo immemorabile non sarebbero più state le stesse dopo essere passate per le sue mani. Da Biancaneve alla Bella Addormentata nel Bosco, da Bambi alla Spada nella Roccia, da Cenerentola ai più ostici – perché provenienti da culture completamente diverse da quella nordeuropea o anglosassone – Pinocchio e Pierino e il Lupo.
Grandi classici come il Libro della Jungla di Rudyard Kipling, che fu l’ultimo lungometraggio apparso al cinema prima della sua scomparsa, nel 1966, o grandi innovazioni come Fantasia, il più riuscito tentativo di sempre di dare forma visiva alla grande musica classica. E poi Dumbo, Lilli e il Vagabondo, La Carica dei 101, e quegli Aristogatti che uscirono soltanto dopo che la Factory era ormai passata nelle mani del nipote Roy.
Attraverso i suoi capolavori Walt Disney si immedesimò con il cinema che era diventata nel frattempo la decima arte. Di più, Walt Disney diventò l’America, il paese che stava intitolando a suo nome il ventesimo secolo, conquistando il mondo con la sua prorompente vitalità. Topolino e Paperino erano andati a combattere Hitler insieme ai G.I., e furono loro a dare per primi speranza e serenità ad un mondo che doveva poi essere ricostruito da cima a fondo.
I detrattori dissero che Disney incarnava l’America anche nei suoi aspetti peggiori, accusandolo di aver sostenuto il maccartismo e la sua caccia alle streghe. Disney certamente era anticomunista, erano pochi negli U.S.A. a non esserlo nei primi anni della Guerra Fredda.
La sua scomparsa arrivò come un fulmine a ciel sereno, per il mondo a cui aveva insegnato a sognare di nuovo. Nell’estate del 1966 gli fu diagnosticato un tumore al polmone sinistro, a dicembre chiuse gli occhi per l’ultima volta. Le sue spoglie mortali non riposano a Disneyland, il primo e più famoso parco a tema della storia da lui creato, ma al Forest Lawn Memorial Park a Glendale, California, nella terra dei sogni realizzati che era diventata la sua patria adottiva.
La Disney è la detentrice del primato di maggior numero di Premi Oscar vinti, 22 a fronte di 59 nominations. Anche Roy jr., nipote di Walt e figlio del suo fratello maggiore Roy Oliver, nel frattempo è andato a raggiungere i suoi familiari in quei cieli che la sua famiglia ha popolato di così tanti sogni e personaggi, poco prima di poter assistere alla nascita del nuovo universo allestito dalla Factory di Burbank grazie all’acquisizione della Lucasfilm.
Con l’ingresso di Guerre Stellari nella più importante fabbrica di avventure per l’infanzia e anche per l’umanità più cresciuta, il nome di Walt Disney e dei suoi successori è destinato a risplendere di fama per il tempo a venire, fino nelle galassie più lontane.

mercoledì 14 dicembre 2016

Lo spirito del Natale

La storia che ho da raccontare è una di quelle che tolgono fiducia nel genere umano (ad averla), ma soprattutto in quella parte di esso che, nel 2016, continua a dare in appalto la propria coscienza – la propria intelligenza, starei per dire – ad una qualsiasi religione. Nel caso specifico, la nostra, che partendo da quelle che sembravano le basi migliori ha sviluppato le più grandi ipocrisie.
Apri i telegiornali e ti confortano nello spirito del Natale con afflato dickensiano storie come quella della “mamma migrante di Gorino”, che ha partorito malgrado le crudeli angherie subite (il messaggio dei giornalisti è questo) il suo bambino in cattività. E adesso “perdona” gli abitanti di Gorino. Ci mancano solo il bue e l’asinello, ma forse qualcuno – da una qualsiasi delle due sponde romane del Tevere, tanto per queste cose coincidono – sta già pensando a fornirglieli. Magari quella persona di biancovestita che di recente ha paragonato le “sofferenze dei nostri fratelli migranti” a “quelle di Gesu Bambino”.
Attingo frenetico alle – per fortuna – poche e vaghe reminiscenze del catechismo di infanzia. No, di sofferenze di Gesu Bambino non se n’era mai parlato, casomai i genitori avevano avuto qualche traversia (in ogni caso non più di quelle che toccano attualmente ad una normale famiglia italiana), ma lui è sempre apparso bello pasciuto la sera del 24 dicembre nella mangiatoia, affiancato dal bue e dall’asinello, appunto. Pasciuti anche loro (a proposito, il Nuovo Testamento non dice mai che fine abbiano fatto, la cosa è inquietante, trattandosi di animali dalla carne commestibile….).
Ordunque, l’uomo di biancovestito che quando parla sembra l’imitazione di Zanetti dell’Inter o di Maradona, ha detto una sciocchezza. Oooopppssss, ma….è il Santo Padre!!!!!! Guai a dirlo, al TG o anche per la strada. Questo è un paese laicizzato solo quando fa comodo, anche se i reati di blasfemia non esistono più si è comunque orrendamente perseguibili quando si vanno a toccare le cose di religione. Anche perché sono quei baciapile dei nostri concittadini i primi ad andarti a denunciare. Popolo di delatori e di penitenzieri.
La religione è l’oppio dei popoli. Mi dispiace che l’abbia detto Marx (odiosissimo), preferisco ricordare John Lennon (odioso anche lui, ma almeno orecchiabile) che ribadì efficacemente il concetto. Stare a sentire uno che parla come Zanetti dell’Inter e che dice più sciocchezze che nell’intera serie di Mai Dire Gol non fa bene al cervello. Farlo notare al prossimo, può fare peggio alla salute. La mia.
Meglio limitarsi a raccontare quella storia di cui parlavo all’inizio. Mia madre è da sei anni in casa di riposo. E’ una struttura di proprietà della Misericordia di Firenze. Entri là dentro e respiri carità e – appunto – misericordia. La retta è alta (nel Vangelo si dice di dare a Cesare…..o era Dio?.....), meno che altrove ma sempre alta. Sempre meno persone ce la fanno a pagarla, senza i contributi dell’assistenza pubblica che come certi valori delle funzioni matematiche alle Superiori ormai sono “tendenti allo zero”, malgrado le affermazioni di “certi Governatori di Regione”.
Quando non ce la fai più, a pagare la retta, che succede? Interviene la Sacra Scrittura? Il catechismo di Santa Romana Chiesa? Ama il prossimo tuo, ecc…ecc…?
Macché. Ti dicono di cercarti un’altra sistemazione. Vai a cercare freneticamente tra gli scritti dei Padri della Chiesa. Questa proposizione non c’é. Eppure, è così che ti dicono. Vai a leggere l’elenco delle istituzioni che sovrintendono alla Misericordia e a quella struttura. Il primo nome che trovi è quello dell’arcivescovo di Firenze. Diretto discendente – se non sbaglio, le reminiscenze sono sempre più lontane e vaghe – da uno degli Apostoli di Gesù. Alle dirette dipendenze – sempre se non sbaglio, il diritto canonico lo levai subito dal piano di studi universitario – di quel signore biancovestito che si è voluto chiamare nientemeno come San Francesco.
C’è qualcosa che non torna? Intanto cercati un’altra sistemazione, poi se ne ragiona. E’ successo alla compagna di stanza di mia madre, a 95 anni e con problemi di salute notevoli, ovviamente italiana di razza bianca. Dopo 4 anni di convivenza felice con mia madre. Ad entrambe, il Santo Natale 2016 è stato annunciato con un foglio dell’Arcivescovado con cui si dava la lieta novella. La signora 95enne sbattuta a morire altrove, liberando il posto per qualcuno più danaroso o più “amico degli amici”, e pazienza se la pensione maturata in una vita di lavoro non le è bastata ad assicurarle una morte fra mura e persone amiche soltanto di lei.
La mia mamma è disperata perché al di là della vicenda in sé le portano via uno degli affetti più importanti di questi suoi ultimi anni di vita, con modalità tra l’altro che forse non aveva più visto dai tempi della guerra, da ragazzina. Stavo per dirle: mamma, mi piace pensare che codesta disperazione coinvolga anche la consapevolezza di aver buttato via parte della tua vita intellettuale prestando fede ad una Chiesa…… posso dire’ lo dico: ABBIETTA. COME LA RELIGIONE CHE PREDICA. COME TUTTE LE RELIGIONI (denunciatemi pure, e vaffanculo).
Poi mi sono fermato, sarebbe stata cattiveria gratuita da parte mia. Credo che mia madre qualche pensiero del genere ce l’abbia per conto suo, ed è comunque abbastanza triste. Inutile e – appunto – cattivo sarebbe rincararle la dose.
Ecco, questa è la storia. Chiudo con due immagini. Anni fa assistei ad un colloquio tra un esponente della Misericordia ed uno dei miei assessori (un comunistone dei tanti che si sono succeduti da queste parti, che faceva finta di essere laico come Marat, Danton e Robespierre messi insieme). L’uomo vestito di nero chiuse la bocca a quello vestito di rosso: “Caro assessore, voi siete qui da neanche 40 anni, noi ci siamo da 750. E ci saremo ancora quando di voi non sarà rimasto nemmeno il ricordo”.
Vengono da lontano, guardano lontano, noi siamo soltanto pecore, bruscoli, incidenti. Mi vengono in mente, per parafrasarle, le parole di Giovanni XXIII:
“Quando tornate a casa, e trovate qualcuno dei vostri cari che sta alla televisione ad ascoltare i discorsi dell’omino biancovestito o a perdere tempo e cervello dietro a qualunque altra cosa che venga da quella sponda romana del Tevere, dategli un ceffone. E ditegli che questo è un ceffone da parte mia, di uno che si è rotto il cazzo di questo bel paese di merda che vi piace tanto essere”.
La pace ed il Santo Natale siano con tutti voi.
P.S. Di “certi Governatori di Regione” parliamo un altro giorno, non ho ancora fatto testamento. Dei migranti, meglio che non dica nulla.

lunedì 12 dicembre 2016

Quel buco nella Repubblica



La bomba scoppiò alle 16,37, nel bel mezzo dell’emiciclo della sede milanese della Banca Nazionale dell’Agricoltura, in Piazza Fontana a Milano. Quarantasette anni dopo, la giustizia italiana non è stata ancora capace di stabilire chi ce la mise. Di tutti gli insuccessi collezionati dall’apparato giudiziario della Repubblica, Prima e seguenti, Piazza Fontana era e rimane quello più importante, più clamoroso. Il buco nero più grosso.
Quarantasette anni. Dopo tre processi ed una serie rocambolesca di condanne, assoluzioni, annullamenti e rifacimenti altrettanto improduttivi, e per finire le sempre provvidenziali prescrizioni, lo Stato Italiano ha mandato assolti tutti. Eppure, il giudice Guido Salvini che riaprì le indagini alla fine degli anni Novanta sembrava avere le idee assai chiare, e le prove per sostenerle: Strage di Stato, responsabile come esecutore il gruppo neofascista Ordine Nuovo, quanto ai mandanti, quelli individuati già a mezza voce fin dall’indomani dell’attentato: i servizi deviati.
Fu un neologismo entrato nell’uso corrente proprio dopo Piazza Fontana. La strage fu l’inizio ufficiale della cosiddetta Strategia della Tensione. Coincidente con quel lungo periodo pluridecennale che è andato sotto il nome di Anni di Piombo, durante il quale i cosiddetti opposti estremismi si contesero a suon di bombe e agguati terroristici la vita politica e civile del nostro paese, orchestrati – sulla base di quanto è stato ricostruito da processi che per quanto mai giunti a sentenze efficaci ed effettive hanno chiarito molte cose a chi voleva leggere tra le righe di quelle sentenze - addirittura da spezzoni dello Stato, delle sue istituzioni che avrebbero dovuto garantirne invece la sicurezza e l’ordine pubblico.
Erano gli anni della recrudescenza della Guerra Fredda tra Est e Ovest, dopo la breve stagione illusoria di Kennedy e Kruscev. Alla fine degli anni Sessanta, il vento della contestazione sessantottina aveva dato nuovo impulso a tutto ciò che di antisistema si opponeva allo status quo uscito fuori dagli Accordi di Yalta, alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Il Mediterraneo era una zona di confine. Di un confine dove la guerra da fredda spesso e volentieri si trasformava in calda, tra Blocco Sovietico e N.A.T.O., tra Cristianità ed Islam, tra Nord e Sud, Est ed Ovest.
Di quel confine, l’Italia era il punto cruciale, l’anello forse in quel momento apparentemente più debole. Delle tre penisole che si allungavano nel Mediterraneo, la Spagna era sotto il controllo del dittatore Francisco Franco, la Grecia era sotto il regime dei Colonnelli. Restava l’Italia, con la sua fragile democrazia riconquistata faticosamente nel 1945 grazie alla V^ Armata alleata ed ai Partigiani, con il suo Partito Comunista che era il più grande ed il più forte dell’intero mondo occidentale, con la sua conformazione fisica di portaerei e di punto di approdo naturale che non facilitava le cose ad una classe politica che si barcamenava fra osservanza atlantica, tentazioni filoarabe e vecchi balletti d’altri tempi tra cancellerie europee.
Nel 1964 un tentativo di colpo di stato militare - non si è mai saputo quanto serio, ma lo si è sospettato –, il Piano Solo del generale comandante dell’Arma dei Carabinieri Giovanni De Lorenzo, aveva cercato di precorrere i tempi, tentando a Roma quello che sarebbe riuscito ad Atene tre anni dopo. La storia, che in questo caso ha confini tutt’ora incerti con la leggenda, riporta dell’intervento deciso di Giuseppe Saragat e Aldo Moro, i due leader più autorevoli del governo di allora, a stroncare non solo quelle trame (il tintinnio di sciabole) ma anche e soprattutto la presidenza della Repubblica di Antonio Segni, che era sembrata più che simpatizzare per l’ipotetica svolta a destra del paese.
Cinque anni dopo, la bomba di Piazza Fontana spazzò via l’illusione che la Penisola fosse in realtà un isola, e per di più felice, in un mondo in cui si stava radicalizzando la lotta tra destre e sinistre di ogni ordine, grado e genere. Ordine Nuovo era giustappunto una delle tante sigle terroristiche rosse o nere che stavano nascendo nell’Italia post-sessantottina. Tutte – per quanto schierate su fronti opposti – con un minimo comune denominatore: l’essere infiltrate ed in qualche modo controllate da quella parte delle istituzioni e degli apparati governativi che vedevano di buon occhio il cosiddetto giro di vite. Alla greca, alla spagnola, o come sarebbe successo più tardi, alla cilena.
Trait d’union, i Servizi. Ai quali veniva aggiunto l’aggettivo deviati ogni volta che la loro azione si spingeva in un territorio in cui i veri committenti di quelle azioni, in ambito governativo o sottogovernativo, non erano in grado di seguirli più, sconfessandoli.
La storia che cominciò a Piazza Fontana, e che si concluse apparentemente alla fine degli anni Ottanta con gli ultimi attentati ad personam delle sedicenti Brigate Rosse, fu una storia di sangue e di lacerazioni interne come nessun altro paese ha conosciuto, almeno tra quelli considerati nel cosiddetto novero delle nazioni civili. A ripensarci oggi, pare un miracolo che l’Italia salvasse la forma ed in parte anche la sostanza della democrazia a cui erano ispirate le sue istituzioni politiche e civili in virtù della Costituzione del 1947, che non ha mai conosciuto sospensioni, de jure o de facto.
Sia stato da ascrivere alla saldezza di nervi di coloro che ressero la cosa pubblica in quegli anni, degli stessi cittadini che non arrivarono mai a chiedere – per quanto sconvolti e feriti profondamente fossero da bombe e attentati – sospensioni di diritti e misure normative draconiane, oppure come vorrebbe una certa vox populi al sostanziale benessere raggiunto dalle nostre Forze Armate al pari del resto della società italiana che tolse ad esse ogni velleità di partecipazione a sostanziali disegni eversivi da dentro o fuori lo Stato facendole schierare invece in sua difesa, qualunque cosa sia stata portò l’Italia fuori dagli Anni di Piombo profondamente cambiata, ma in meglio e sostanzialmente illesa. Con istituzioni repubblicane e civili rafforzate e leggi addirittura migliorate, malgrado per le strade non si riparasse a lavare via il sangue copiosamente versato.
Il Commissario Luigi Calabresi, additato dalle sinistre come "assassino" di Giuseppe Pinelli
Resta, a distanza di quarantasette anni, quella scia di sangue per la quale non è quasi mai stata fatta sufficiente giustizia. Quella teoria di nomi che affollò i nostri giornali e telegiornali per un lungo periodo, a cominciare da quello dell’anarchico Giuseppe Pinelli che volò dalla finestra della Questura di Milano dove veniva interrogato a due giorni soltanto di distanza dall’attentato, lasciandosi dietro i veleni di mille supposizioni mai comprovate ed un altro nome da additare a vendette pubbliche e private, quello del Commissario Luigi Calabresi, vittima successiva anch’egli di quegli Anni di Piombo.
Quando le indagini sembrarono imboccare la pista che a tutt’oggi sembra rimanere quella giusta, quella dei neofascisti ordinovisti Franco Freda e Giovanni Ventura, molte cose ormai erano deviate, non soltanto quei Servizi che ormai apparivano chiaramente aver influenzato, se non addirittura orchestrato, tutto quanto. Quando i processi arrivarono in fondo, era già tempo di Cassazione (ammazzasentenze), se non di prescrizione.
Quel buco apertosi quarantasette anni fa nelle nostre coscienze, oltre che nell’emiciclo della sede milanese della Banca Nazionale dell’Agricoltura a Milano, aspetta ancora di essere chiuso. Assieme a tutti gli altri che si è portato dietro.

domenica 11 dicembre 2016

Il Gentiloni che non ti aspetti. O sì?

E adesso tutti su Wikipedia a vedere chi è Paolo Gentiloni. Pronti a leggere la biografia del nulla. Del resto, chi erano Mario MontiEnrico Letta e Matteo Renzi prima di ricevere la fatal chiamata dal Colle? Il nulla appunto. Che un bel giorno il Sistema ha elevato a se stesso.
C’era un motivo se Giorgio Napolitano insisté tanto sul nome di Sergio Mattarella come suo successore, e se Matteo Renzi si dette tanto da fare per farlo eleggere, in un Parlamento già allora riottoso. Non era il cursus honorum dell’uomo (peraltro da sempre discutibile e discusso) a raccomandarlo, quanto la sua fedeltà al sistema. Che era stato determinante a perpetuare in passato (ricordate il Mattarellum, in barba al referendum sul maggioritario ed al popolo sovrano che l’aveva approvato?), e che sarebbe – se ci fosse stato bisogno – stato pronto a perpetuare di nuovo. Come uno di quei seguaci di Baden Powell tanto cari al presidente del consiglio uscente. Estote parati.
Il giorno è venuto, e dopo la consueta promenade di consultazioni più o meno inutili, Sergio Mattarella – presidente pro-tempore, grazie a Dio, di questa disgraziata Repubblica – ha chiamato al Colle il quarto nulla, Paolo Gentiloni, per conferirgli l’incarico del quarto governo istituzionale consecutivo. Nel senso che per la quarta volta, le Istituzioni hanno fatto come pareva loro. Con buona pace del popolo sovrano, che neanche una settimana fa si era illuso di aver ritrovato giustappunto la sua sovranità.
Dice: ma se volevi una Costituzione diversa da quella che c’è, perché non hai votato quella di Renzi? Perché, caro amico immaginario, nel novero degli universi paralleli dev’essercene un terzo, oltre a quello di una Carta che ha sempre avuto un solo difetto (giustificabile nel 1947, un po’ meno negli anni più recenti): quello di favorire le manovre della Casta rispetto alle scelte del popolo; ed a quello proposto da Renzi, che avrebbe eliminato definitivamente il popolo lasciando soltanto la Casta, una bella semplificazione.
La Casta il potere non lo molla, popolo o non popolo. Nella storia, le Caste il potere non lo mollano mai, volontariamente. Sono i popoli che devono insegnare loro, con le buone ma più spesso fatalmente con le cattive, a mollarlo quand’è il momento. Il nostro, di popoli, ha fatto un bel passo in avanti domenica scorsa. Ma la Casta gli ha subito ricordato che ne deve fare ancora chissà quanti altri, prima di spuntarla. Ammesso che succeda.
E così, Paolo Gentiloni. Recita Wikipediadiscendente della famiglia dei conti Gentiloni Silveri, nientemeno. Imparentato con quell'Ottorino Gentiloni che si fece promotore circa un secolo fa di un celebre ed omonimo Patto grazie a cui i cattolici entrarono nella vita politica italiana (ché prima ne erano esclusi a pena di scomunica dai tempi di Pio IX), ed ancora siamo a domandarci se fu un bene o un male, viste le conseguenze a lungo termine.
Ma soprattutto, come tanti rampolli della nobiltà e dell’alta borghesia, membro militante della sinistra extraparlamentare negli anni della contestazione, assieme ad altri fuoriclasse del ramo come Chicco Testa ed Ermete Realacci. Poi autore di una marcia più lunga di quella di Mao, verso la Margherita e poi verso la casa comune finale di tutti i peccatorum del rifugium, il Partito Democratico che non farà mai abbastanza danni a questo paese.
Dceva Winston Churchillchi non è stato di sinistra da giovane non aveva cuore, chi non è di destra da vecchio non ha cervello. A tutto c’è un limite, è c’è da giurare che il grande statista inglese lo ponesse ben prima di Gentiloni e della sua congrega. C’è anche da giurare altresì che nemmeno per lui Pierpaolo Pasolini avrebbe modificato il proprio giudizio, a proposito di proletari veri e figli di papà. Al giudizio di Iosif Vissarionovič Džugašvili detto Stalin a proposito di simili figure evitiamo di far riferimento, per non incorrere in querele.
Ministro degli Esteri del precedente governo, si è distinto per l’assoluta assenza di presenza e di iniziativa. Acquiescente al Premier, acquiescente alla Unione Europea, acquiescente a tutto (sarà per questo che il suo nome si è imposto così prepotentemente all’altro acquiescente per antonomasia che risiede al Colle?). Verrebbe da ascrivergli almeno un merito, quello di aver condotto a soluzione la vicenda dei Marò detenuti illegalmente in India. Se non sapessimo che detta conclusione è frutto soltanto del gran lavoro della nostra diplomazia condotto attraverso – e malgrado - ben tre governi, ognuno dei quali era pronto a prendersene il merito. E’ toccato a Gentiloni, ed al ragazzo fortunato che fino a una settimana fa era Matteo Renzi.
A quest’uomo è chiesto adesso di portare a termine una missione più delicata ancora di quella a cui assolse brillantemente – dal suo punto di vista – il suo mentore Mattarella più di 20 anni fa. Vanificare una precisa espressione della volontà popolare. Mentre la Consulta deciderà con tutto comodo a proposito dell’Italicum, mentre qualcuno - sempre dei paraggi governativi - consegna alla storia la dichiarazione I governi non sono come lo yogurth, non hanno scadenza, a Gentiloni l’ardua sentenza. Far sì che di tutto quanto in ballo, ai posteri non arrivi nulla.

Di questo passo e con questa gente, viene da pensare sicuramente che è difficile arrivi una nazione italiana, ai posteri.

martedì 6 dicembre 2016

LEGENDS




Il giorno dopo, freddati gli entusiasmi suscitati dalla storica difesa della Costituzione antifascista, arrivano le conferme di quanto si temeva. La Casta il potere non lo molla, Mattarella è un vecchio arnese del trasformismo democristiano, e farà di tutto – quanto e più di Napolitano – per difenderne posizioni e privilegi. Renzi è congelato fino alla legge di bilancio, poi ci sarà la legge elettorale, poi qualche pubblica calamità (è inverno, non mancano). Insomma, di riffa o di raffa, il calcolo è di tirarla per le lunghe per superare – come altre volte – il momento difficile.
Magari stavolta il calcolo non torna. Hanno un bel dire i renziani che il 40% dell’elettorato espressosi è con loro. Se avessero studiato qualcosa sui banchi di scuola, saprebbero che in Italia il perdente ha perso e sparisce un attimo dopo la sua sconfitta. Il 24 aprile 1945 erano tutti con Mussolini, il 25 nessuno lo conosceva più ed erano tutti con Baffone.
Chi ha votato Si, lo ha fatto in parte per interesse (e quindi sta già cercando cavalli più sicuri da cavalcare, se non glieli hanno già indicati le sue appartenenze, diurne e notturne), in parte per ignoranza (nel senso che ignorava di cosa si parlasse, o per aver sprecato il tempo passato su quei banchi di scuola, o per essersene dimenticato), in parte per servilismo verso un padrone (e in analogia alla prima fattispecie ne sta già cercando un altro, riposizionandosi in fretta e furia ma comunque sempre a 90°), in parte per consapevolezza: che se il PD va ai maiali è finita una pacchia che dura dagli anni 70, dai tempi del Movimento Studentesco, quella in cui la politica ha consentito a tanti di sbarcare il lunario facendo tutto fuori che lavorare.
E’ tutta gente che sta risalendo in rotta le chine che aveva orgogliosamente disceso, per dirla con il generale Armando Diaz. Del resto questo è un Bollettino della Vittoria, la citazione ci sta. E’ gente in fuga, magari piena di livore vendicativo, e ritirandosi farà danni, compirà razzie, distribuirà altro male.
Come già Monti prima di lui, Matteino è tentato di fondare il suo partito, il ridotto renziano della Valtellina. Scoprirà quello che hanno scoperto personaggi di spessore comunque ben superiore al suo. Un attimo dopo aver lasciato Palazzo Chigi, del suo esercito non resterà più un solo uomo.
Al PD lo aspettano per la resa dei conti a lungo rimandata. Se ti metti contro un D’Alema (per dirne uno), prega di vincere alla prima, perché non ti lascerà il tempo di sparare un secondo colpo. Sei una vipera che attacca un Black Mamba, auguri. Per chi è comunque spettatore esterno e interessato soltanto alla liberazione di questo Paese dalle camicie rosse, che si ammazzino tra loro, e con loro tutti questi orfani improvvisi della sinistra le cui magnifiche sorti e progressive questo Paese l’hanno condotto quasi alla rovina. Per quanto mi riguarda, mi stava sulle scatole Enrico Berlinguer, figuriamoci se posso avere umana comprensione e simpatia per questi scazzabubboli che ne aspirano all’eredità. A cominciare da quell’altro Enrico che si è candidato alla successione di Renzi ancora prima che questi cominciasse il suo discorso di annuncio delle dimissioni.
Il vecchio Berlusca l’ha indovinata anche questa volta: lasciate che quelli restino dove sono, e si ammazzino fra sé. In questo senso fanno gioco anche l’arbitraggio alla Damato di Sergio Mattarella e la stessa sicumera dei democrats superstiti che vedono quel 40% di voti così come Mussolini vedeva quei famosi otto milioni di baionette.
Dice: ma toccherà votare Grillo. Cari signori, c’è da buttare giù un regime, chi salì sul Muro di Berlino il 9 novembre 1989 non stette a chiedersi chi votare dopo Honecker. Sono il primo ad essere perplesso a proposito dei Cinque Stelle, avendoli praticati, ma qui ci sono loro, come disse quel sergente delle Giubbe Rosse. Soltanto loro. E se si mettono per una volta d’accordo con le altre opposizioni (Berlusconi, Salvini, Meloni) forse riescono davvero a liberarci da questa pietra al collo che è stato il partito comunista e post-comunista per 50 anni, di cui gli ultimi 20 drammatici.
Che poi una Raggi sia peggio di un Nardella o un Di Maio peggio di Renzi raccontatevelo per consolazione e raccontatelo ai vostri nipoti come favola della buona notte, se almeno loro vi stanno a sentire. Quanto a Grillo, è stato un utile idiota, come avrebbe detto quello Stalin che è ancora segretamente nei cuori di tanti votanti del SI. Utile perché senza le sue piazzate e i suoi vaffanculo staremmo ancora qui a discutere se il prossimo incarico darlo a Fassino piuttosto che a Veltroni, ma anche alla Serracchiani.
C’è da dire vaffanculo adesso,e  forse Grillo è ancora utile, poi il Movimento dovrà andare avanti con altre gambe, o sparire a sua volta come altri prima di lui.
Intanto, la Costituzione del 1947 permette a Mattarella di fare i suoi giochi di prestigio, ma anche a chi di quei giochi non ne può più di preparare scenari futuri diversi. Se avesse vinto quel 40% che adesso rivendica una surreale maggioranza assoluta all’italiana, non sarebbe stato così.
Un giorno, anche quelli del SI ringrazieranno chi ha votato NO. Viva l’Italia, viva la Costituzione.

lunedì 5 dicembre 2016

Il giorno del Ciaone



«Non credevo che la gente mi odiasse così». Non è neanche la mezzanotte, i seggi sono chiusi da poco, quando arriva il primo exit poll referendario. 66% di affluenza alle urne, non succedeva più dai tempi di un altro referendum, quello storico sul divorzio, che consegnò il popolo italiano all’età moderna, iscrivendolo nel novero delle nazioni civili. Prima ancora, forse, bisognava andare al referendum Monarchia - Repubblica, ed alle votazioni – ma guarda un po’ – per la Costituente del 1946.
E’ una giornata altrettanto storica. Quando si tratta della sua Carta e dei suoi diritti fondamentali, il popolo italiano si ricorda finalmente chi era, e risponde all’altezza della situazione. Quarant’anni dopo, si ripresenta alle urne in massa e fa sentire forte e chiara la sua voce a colui che come il Fanfani del 1974 aveva personalizzato quella che doveva essere soltanto una battaglia tra opposte visioni giuridiche. Ne ha fatto invece una di civiltà. Finendo per perdere se stesso e quella battaglia.
A mezzanotte e mezzo, lo sconcertato premier Matteo Renzi è già dimissionario. Il suo ministro per le riforme Maria Elena Boschi piange in disparte, anche lei sconvolta dal risultato che la travolge in prima persona. Il D.D.L. che porta il suo nome insieme a quello di Denis Verdini va in archivio per sempre. La costituzione democratica del 1947 è salva. Chi vorrà cambiarla dovrà ripartire da zero, e fare le cose stavolta coinvolgendo un popolo e non sdegnandolo.
Con una forbice clamorosa, 60 a 40, gli elettori italiani respingono la riforma di Renzi e le pressioni dell’unica vera Casta esistente nel paese, quella di un partito andato al potere per investitura regia (grazie ad uno stravolgimento de facto proprio della Costituzione) e non per mandato popolare, e che si era fatto nel frattempo portatore degli interessi più retrivi e francamente odiosi tra quanti ne circolano in Europa e nel mondo attualmente. Quelli delle Banche, delle Agenzie di Rating, delle consorterie d’affari diurne e notturne che vedono di buon occhio lo scardinamento di una Costituzione sorta dall’antifascismo, che concedeva e concede troppi diritti al popolo ed alle classi lavoratrici. Il filo nero che va dalla Loggia di Propaganda 2 a J.P.Morgan, dal Trattato di Maastricht alla trojika ObamaMerkelJunker è spezzato. Dopo la Brexit e la vittoria dell’outsider Trump in America, con questo NO a completamento riannodarlo non sarà semplice.
L’Europa dei ricatti assiste impotente allo spettacolo di un popolo che si riprende i suoi diritti, mandando a casa tra l’altro alla prima occasione utile un premier tra i più impopolari dell’intera storia nazionale. Matteo Renzi ha ragione, l’odio suscitato nella popolazione che credeva di rappresentare malgrado non ne avesse avuto il mandato ed in nome della quale credeva di agire come l’ennesimo Unto del Signore, era imprevedibile ed incalcolabile almeno fino a queste dimensioni.
Sono passate da poco le 24 quando inizia il discorso con cui annuncia le dimissioni, tentando di recuperare in extremis un fair play che non ha mai avuto durante i suoi mille giorni di governo. Mille è un numero fatidico, il Kennedy di Rignano se ne va abbattuto da schede elettorali più letali delle fucilate di Dallas. In quantità tale da destituire di fondamento qualunque polemica o timore di brogli che si era diffusa nell’immediata vigilia del voto.
E’ la notte che introduce il giorno di San Nicola, nel nord-est che tanta parte ha avuto, insieme al sud, nella sconfitta di Renzi e del Fronte del SI è in pratica il giorno di Babbo Natale. E il regalo che gli elettori trovano sotto l’albero è quello in cui forse non speravano più ma che si sono ampiamente meritati.
E adesso? Il fronte del NO – l’accozzaglia, come l’aveva definita improvvidamente lo stesso premier dimissionario – ha creato un fronte di opposizione così ampio che per trovare uno schieramento di forze politiche equivalente bisogna anche in questo caso risalire indietro nel tempo fino alla Resistenza ed alla Costituente. E’ un capitale da non disperdere, in un momento che è e resta difficile. Sarebbe auspicabile che da esso partisse una vera riforma del sistema politico nella sostanza, prima ancora che nella Carta fondamentale. E’ da credere intanto come assai probabile che nel partito democratico abbia luogo quella resa dei conti da troppo tempo rimandata. Chissà se all’ex premier basterà il sostegno della sua Firenze (riconfermato con il 56% dei voti) per salvare almeno la leadership del partito.
Nel frattempo, a norma della Costituzione non riformata, la palla passa al Presidente della Repubblica, con l’auspicio che vorrà farsi interprete, senza spazio alcuno a fraintendimenti, della volontà popolare espressa a chiare note da uno dei pronunciamenti e degli esiti più netti e clamorosi della storia elettorale non solo italiana ma europea.

sabato 3 dicembre 2016

Il silenzio degli innocenti

Non vado mai ai comizi, né per sostenere, né per contestare. Non è l’aspetto della democrazia che mi entusiasma di più. Le piazze si riempiono sempre di troppa adrenalina, come gli stadi. Quasi mai ne esce, nell’un caso e nell’altro, qualcosa di positivo.
Non sarei andato alla kermesse finale di Matteo Renzi in Piazza Signoria a Firenze nemmeno se fosse rimasto l’ultimo luogo dotato di ossigeno respirabile sul Pianeta Terra. Un mio amico l’ha fatto, e mi ha riferito della sua esperienza. Ecco il suo allucinato racconto, spero di trasmettervi la sottile inquietudine che lui ha trasmesso a me.



Ore 19 …... Pian piano due ali di poliziotti in borghese con tanto di stemma metallico in bella vista si aprono a cerchio... Li per li  fa un certo effetto, vengono da ognuno di noi e con gentilezza ci chiedono di abbandonare la piazza perché debbono bonificarla..
Io chiedo cosa significa questa pagliacciata…..
"Signore, le diciamo di lasciare la piazza..  per cortesia non opponga resistenza.….”

Me li immagino. Solerti servitori dello Stato, li avrei definiti una volta. Adesso non so più. Troppe volte li sto vedendo schierati a difesa della Casta, del privilegio, della sopraffazione di chi non può difendersi. Né dalle manganellate, né dalla legge, che arriva dopo e fa ancora più male. 
La Casta, si'...... Quella che a parole vorrebbe abbattere il Lider Maximo che tra poco salirà sul palco. Quella di cui lui per primo fa parte. E questi, sulla base delle inevitabili reminiscenze scolastiche, somigliano tanto ai Bravi di Don Rodrigo……

Piano piano mi incammino.. Mi fermo a scattare qualche foto.. Nel frattempo il cordone si fa più stretto dietro di me..
Forse hanno capito che non sono una pecora renziana e mi dedicano maggiore attenzione……..
Dopo Rivoire, iniziano anche a dare piccole spinte per velocizzare il mio allontanamento…..
Ok, ok, non toccatemi! So camminare da solo!

Occhi dallo sguardo di ghiaccio, con un sottofondo di cattiveria mitigata da pochissimi scrupoli. Voci rauche e taglienti che sibilano, impartendo ordini con quel minimo vagamente ipocrita di cortesia istituzionale, risultando ancora più gelide dello sguardo……
Vengono in mente altre piazze. Piazza Syntagma, ad Atene, primi anni settanta. Plaza de Mayo, a Buenos Aires, pochi anni dopo….. Chissà se anche li' cominciarono cosi’, con dei poliziotti, o agenti di qualche Servizio, a spingere fuori con gelida, letale cortesia la gente dalle piazze….
Ricordo negli stessi anni, ero un ragazzino e quelli erano gli Anni di Piombo, le occasioni in cui qualche membro della Casta di allora capitava qui a Firenze. Giovanni Leone, l’odiatissimo presidente della repubblica, Aldo Moro, Giulio Andreotti, gli odiatissimi presidenti del consiglio di allora. Non c’era nessun poliziotto a spintonarti, allontanarti, farti capire che rischiavi brutto soltanto a stare li'…… e Dio sa se allora ne avrebbero avuto ragione…..
Pensavo di essere fortunato a vivere in un paese democratico. Forse la fortuna è finita……

Arrivati all’ingresso di via Vacchereccia si mettono a mo’ di sbarramento.. .Altri “addetti” sguainano le inferriate e le transenne del Comune e preparano gli ingressi, riducendoli rigorosamente ad imbuto.. Per controllare una persona per volta. Hanno delle facce che fanno spavento……
Dicono che è per ripulire e bonificare la piazza da eventuali attentatori. Lo spiegamento di forze in campo è impressionante. “La gente sarà la mia scorta”, disse il Lider Maximo all’atto della sua investitura. E questi??? Una follia pazzesca. Un costo enorme per la collettivita…..
Deluso e sconcertato torno a casa lasciando la piazza a fanatici di ogni genere. Ho provato anche a scambiare due parole in merito al referendum. Ma, sembra incredibile, nessuno parla di questo. Sono tutti li ad assistere alla beatificazione dell’Uomo di Rignano...
Deluso e sconcertato.…… Una serata che ricorderò per molti anni.

Non vado mai ai comizi, e ora so di aver fatto bene. Il racconto del mio amico è sufficiente. Le sue sensazioni sono diventate le mie. Il suo timore del ricordo di questi giorni per lunghi anni a venire, come l’inizio di qualcosa che poteva essere fermato a prescindere dai temibili servitori dello Stato schierati a difesa di questa piazza, è diventato il mio.

Andate a votare, giovani e meno giovani. Non è detto che ci ritocchi presto.

venerdì 2 dicembre 2016

A coloro che erediteranno l'Italia



Cari ragazzi dell’età di mio figlio, tra poche ore verrete chiamati al seggio elettorale, chi per la prima, la seconda o la terza volta. Stavolta è diverso, non c’è da eleggere un Parlamento, un Consiglio Regionale o Comunale. Stavolta c’è da esprimere un parere.
Non si parla di acqua, di nucleare, di caccia, di divorzio o di aborto. Tutte cose importanti. Ma stavolta si parla della cosa più importante di tutte.
Non per nulla si chiama Costituzione. L’atto costitutivo di una comunità organizzata, com’è il paese, la nazione in cui anche voi siete nati e di cui – che vi piaccia o no – fate parte.
Non c’è cosa più importante, da essa deriva tutto il resto, e la possibilità di regolarlo e viverlo come più ci piace.
Tra poche ore, vi chiederanno se la vecchia Costituzione del 1947 debba essere cambiata, nel modo che propone il partito che sta oggi al governo, oppure se debba rimanere com’é.
Per sei mesi, i comitati del SI e del NO vi hanno – e ci hanno - bombardati di discorsi, spiegandovi da un lato perché bisogna cambiare per diventare più efficienti, dall’altro perché bisogna lasciare le cose come stanno, perché chi vuole cambiare non vuole l’efficienza, vuole solo più potere. Sottinteso, per usarlo male.
Per sei mesi, avete reagito – forse anche giustamente – smorzando il volume, cambiando canale, facendo una palla di giornali e opuscoli informativi o pseudo – tali. Con l’insofferenza tipica della vostra età (che tutte le altre età non possono che invidiare, non date retta alle critiche interessate), avete alzato le spalle passando ad altro, e sperando che questo ennesimo polverone e questa gran cagnara imbastiti come al solito dagli adulti si depositino e si acquietino presto.
Nessuno ha saputo parlarvi con un linguaggio a voi comprensibile. Spiegandovi magari perché potete anche saltare la votazione per un Parlamento, un Consiglio Regionale o Comunale, perfino per un referendum importante come quelli che ci sono caduti sulla testa a pioggia negli ultimi anni. Ma questa a cui sarete chiamati fra poche ore, no, forse non è il caso che la saltiate.
Forse è il caso che stavolta ci andiate, a quel benedetto seggio elettorale. E forse è addirittura il caso che stiate ben attenti a quale delle due caselline andrete a barrare. A differenza dei videogames con cui vi abbiamo lasciato crescere, qui non ci sono vite supplementari, il gioco non è resettabile, è un gioco terribilmente serio, gli sbagli si pagano e salati, nel corso della vostra vita e di quella di coloro che un giorno saranno i vostri figli e nostri nipoti.
Non abbiamo saputo darvi una grande educazione, e questo è colpa nostra. Cresciuti a nostra volta in un’epoca in cui una facile rivoluzione dei costumi ha portato a confondere menefreghismo con libertà, siamo risultati forse dei pessimi genitori. Forse adesso è tardi per cercare di recuperare il tempo perso, e tentare di spiegarvi in queste poche ore rimaste perché questo è un momento cruciale, importantissimo, e non si può non rispondere alla chiamata.
Perché chi vi invita a votare SI perché l’Italia cambi con voi e per voi non necessariamente vi vuole bene. Perché chi vi chiede, in qualche caso vi supplica, di fare la vostra parte votando NO non è necessariamente un vecchio approfittatore di “casta”, che si mangia il vostro futuro. Magari è soltanto qualche genitore svegliatosi un po’ tardi che ha una paura fottuta che non lo avrete, quel futuro che sognavamo per voi quando vi abbiamo messo al mondo.
Chi vi dice di votare spensieratamente per il SI, vi fa credere che modificare una Costituzione sia un gioco – appunto – da ragazzi. Non lo é. Le regole del gioco una volta cambiate non si resettano, se non a prezzo di sacrifici enormi, e sanguinosi. Non si tratta di accelerare il processo di formazione delle leggi, né di aumentare la competitività del Sistema Italia, o di soddisfare richieste che ci vengono dall’Unione Europea a cui apparteniamo. Queste sono tutte sciocchezze, spesso enunciate anche in malafede.
Si tratta semplicemente – per chi ha promosso la modifica - di scardinare il vecchio, in qualche modo efficace, equilibrio dei poteri. Di far si che chi li detiene abbia sempre più influenza sulle nostre vite, e a noi sia lasciata sempre meno possibilità di contrastare quell’influenza.
I ragazzi del 1945
La vecchia Costituzione è del 1947. Noi, i vostri genitori, non eravamo nati. I vostri nonni erano bambini, al limite avevano giusto la vostra età di adesso.
I vostri nonni e bisnonni erano ragazzi come voi, con i vostri stessi sogni e la vostra stessa insofferenza alle costrizioni. Un bel mattino si svegliarono dentro una guerra che non avevano voluto, sotto una dittatura feroce. E per recuperare la pace, la libertà, la stessa sopravvivenza, dovettero imbracciare un fucile, anziché impugnare una matita copiativa come quella che vi verrà consegnata domenica ai seggi.
Per questo, chi di loro sopravvisse, nel 1947 fece molta attenzione a quello che scriveva nella Costituzione della nuova repubblica. Per questo raccomandò alle generazioni successive di fare attenzione a quei cambiamenti che sarebbero stati da fare negli anni successivi. Perché nessun ragazzo delle generazioni seguenti si trovasse più a dover riprendere in mano un fucile, come era toccato a loro.
Chi vi chiede di votare NO vi chiede di ripensare alla storia dei vostri nonni e bisnonni, che noi genitori vi abbiamo raccontato poco e male. Nati nel benessere anche noi, lo abbiamo dato per scontato senza riuscire a trasmettervi il senso di quello che invece a noi era stato insegnato. La libertà, diceva una grande giornalista del passato, Oriana Fallaci, non è per sempre, non si conquista mai una volta per tutte.
Sono passati tanti anni da quando fu fatta la Costituzione della repubblica di cui siete cittadini. E di nuovo spirano venti gelidi di sopraffazione, di riduzione di diritti che sembravano imperituri, di peggioramento di un tenore di vita che sembrava stabilito per sempre. Non siamo più abituati a lottare per i nostri diritti, voi forse lo siete ancor meno e – ribadisco – la colpa è solo di noialtri, i vostri genitori.
La Costituzione non è tutto, bisognerà cambiare piuttosto la testa dei cittadini e rimettersi ad affrontare le cose come facevano i nonni e i bisnonni. Ma le regole del gioco intanto sono importanti. Adesso ci tolgono una delle Camere, domani con la stessa spregiudicatezza ci toglieranno anche l’altra. E magari sarà tardi perché qualcuno possa raccontarvi cosa si fa in questi casi. Dove sono finiti, in quale soffitta, il vecchio fucile da partigiano del nonno, la bandiera delle Brigate Garibaldi, la copia della vecchia Costituzione per riscriverne un'altra simile se e quando la nuova resistenza sarà finita. E finita bene.
Ci sono all’opera poteri ancora più oscuri dell’Oscuro Signore che minacciava quella Terra di Mezzo che conoscete molto bene. Ancora è possibile fermarli con una croce barrata sulla casella giusta. Quella del NO.
I NO aiutano a crescere, dicevano quei pedagogisti che non abbiamo voluto ascoltare al momento di educarvi, credendo di rendervi la vita più facile.
I ragazzi del 2016
Non fate come noi, assicurate davvero un futuro ai vostri figli, migliore di quello che siamo stati capaci di assicurare noi a voi. Lasciate arrivare fino a loro una vecchia ma funzionale Costituzione che avrà avuto anche tanti difetti, ma non quello di permettere a nuovi prepotenti, bulletti del centro e della periferia e clarette petacci d’occasione, di costringervi a rimettere o prima o dopo una camicia nera.
Per sopravvivere nel mondo moderno, una sana e robusta Costituzione – come si diceva una volta – è essenziale. Noi ce l’abbiamo, grazie a chi ce l’ha lasciata in regalo, con preghiera di maneggiarla con cura. Difendiamola, come ci chiese una volta di fare il vecchio presidente Pertini, uno che l’aveva scritta prima con le pallottole da partigiano e poi con la penna da deputato alla Costituente. Almeno fino a che non avremo trovato qualcosa di meglio, se esiste.
Forza ragazzi, è venuto il vostro momento. E’ il vostro futuro quello per cui andate a votare domenica.