mercoledì 22 febbraio 2017

Gli ultimi giorni del PD



Michele Emiliano resta, Enrico Rossi va. Alla fine lo Scisma si consuma, ma ha ben poco di drammatico e molto di farsesco. I protagonisti aspirerebbero forse a recitare un ruolo tragico, shakespeariano, in questa vicenda. Il Governatore della Toscana probabilmente si sente un novello Macbeth, quello della Puglia un Amleto dei giorni nostri. Pierluigi Bersani, uno dei numi tutelari di questa fine ingloriosa di un partito che era finora sopravvissuto a ben altri drammi e scissioni, probabilmente vaga sconsolato per i meandri della propria mente sconvolta come un Riccardo III  Duca di York. E chissà, a proposito di menti, se quella di Massimo D’Alema ormai è tormentata dagli stessi incubi di un Re Lear.
Ma Shakespeare è lontano dalla sede del PD, non siamo sull’Avon ma sul Tevere le cui acque hanno visto scorrere anche questa, mentre fuori della sede di quello che era il partito di maggioranza urlano i tassisti inferociti contro la legge Bersani e il Milleproroghe di Gentiloni, qualcuno alza il braccio destro in un saluto romano che da queste parti è sempre fortemente evocativo, ed i Cinque Stelle di lotta e di governo non trovano di meglio che cavalcare questa tigre inaspettata, trattenendo a stento il grido di carica! e l’irruzione nella sede dello psicodramma del partito democratico.
Shakespeare, dicevamo, non abita qui. I personaggi in cerca di riposizionamento, più che di autore, assomigliano più a quelli della commedia goldoniana o dei pupi siciliani. Baruffe chiozzotte e finte mazzate,  scene da consultorio di igiene mentale alternate a sussulti di straordinaria lucidità e autoconsapevolezza sul letto di morte.
Già, perché l’unico dato certo è che il partito che una volta si chiamava comunista e adesso democratico non riuscirà quasi certamente a bissare la ricorrenza del centenario che riuscì di celebrare al partito socialista, poco prima di dissolversi nella bufera di Mani Pulite. Il 21 febbraio, giorno in cui ricorre il 169° anniversario della pubblicazione a Londra da parte di Karl Marx e Friedrich Engels del Manifesto del partito comunista, il PCI – PDS – DS – PD vede certificata la sua entrata in coma irreversibile e si appresta a lasciare la scena che ha calcato per tutto il dopoguerra nel nostro paese.
A differenza di Craxi, bersaniani e/o renziani non riusciranno a soffiare sulle cento candeline che avrebbero dovuto essere accese il 21 gennaio 2021, e chissà in che condizioni arriveranno alla ricorrenza della rivoluzione d’ottobre, il 7 novembre prossimo, secolare anniversario del suo evento fondante principale, la rivoluzione bolscevica russa.
Ma per quanto lunga, più o meno drammatica (è dal 1956 all'incirca che il principale avversario degli esponenti e dei militanti di questo partito è la coscienza, prima ancora che l’intelligenza), più o meno condivisibile o esecrabile, la lunga storia della cosa rossa finisce appunto in farsa, in tragicommedia.
E’ lo stesso segretario uscente Matteo Renzi a confermarlo: «Fuori di qui, ci prendono per matti». E meno male, viene da aggiungere, non a selciate, come è toccato a tanti malcapitati che ieri a Roma si sono imbattuti o trovati sulla strada dei manifestanti anti-Uber. O a monetine, come toccò a Craxi all’uscita dell’Hotel Rafael quando Mani Pulite lo detronizzò togliendogli il partito socialista, dimenticando poi di fare la stessa cosa con i dirimpettai comunisti.
C’è la sensazione appunto che questo appuntamento con la storia sia stato ritardato - con quali danni per l’Italia chissà quando finiremo di apprezzarlo e di quantificarlo - di venticinque anni circa. E che alla fine si ritorni comunque al celebre aforisma di Karl Marx, secondo cui la storia si ripete sempre due volte, la prima in tragedia, la seconda in farsa. O magari, nell’accezione di Indro Montanelli, secondo cui in Italia si riesce sempre a trasformare la tragedia direttamente in farsa, saltando – è sottinteso – il primo passaggio.
E così, mentre chi sogna un’Italia senza PD dovrà rassegnarsi a ringraziare paradossalmente Matteo Renzi, l’uomo che ce la sta facendo a distruggerlo, restano sul palco, o a terra, le comparse. Michele Emiliano fa un dribbling degno di Lionel Messi e scarta tutti, compagni ed avversari. «Questa è casa mia», dice, annunciando la candidatura anti-renziana. «Se vinco, riunirò di nuovo il PD». Più facile annullare lo Scisma del 1054 con la Chiesa Ortodossa o la Riforma Protestante, ma non è questo che interessa al funambolico fantasista pugliese. Emiliano è il vero erede di Walter Veltroni, con i suoi ma anche. Sto fuori, ma anche dentro. Provate a prendermi, se vi riesce.
Bersani si aggira sconsolato per la landa desertica dei suoi collegi elettorali, una volta orgogliosamente bulgari nelle loro percentuali, farneticando di recupero di posizioni tra i giovani e scrivendo sonetti in vernacolo ad Elsa Fornero. D’Alema si è imbarcato sul suo brigantino, e veleggia verso chissà quale porto. Forse il suo destino è quello dell’Olandese Volante, tra Capalbio e Gallipoli le sue urla e le sue maledizioni risuoneranno terrorizzando gli scismatici fino alla notte dei tempi.
Ma il destino più incerto, per gli amanti del genere thriller, è quello di Enrico Rossi. Malgrado schiere di legulei e di filosofi del diritto siano già all’opera per dimostrare il contrario, da ieri sera il transfuga convinto di essere l’unica e ultima speranza dei lavoratori italiani non ha più maggioranza in Consiglio Regionale. La sua Giunta reggerà fino al 15 marzo, data in cui il congresso del suo ex partito sancirà verosimilmente la riconferma di Renzi a segretario e, tra le altre cose, il passaggio dei suoi 28 consiglieri ad altro referente. Da quel momento (che peccato aver riformato lo Statuto e la legge elettorale giusto qualche anno fa......), decorrono sei mesi oltre i quali – a prescindere da come avranno luogo le doverose dimissioni di presidente ed assessori – c’è soltanto la conclusione anticipata (per la prima volta dal 1970) della legislatura regionale, dopodiché  nuove elezioni.
A quel punto, una candidatura al parlamento europeo, sdegnata da Rossi due anni fa e adesso agognata come unica ancora di salvezza della sua carriera politica, sarà assai improbabile, se conosciamo Matteo Renzi come abbiamo imparato a conoscerlo in questi anni.
Poi resterà un uomo solo al comando. Fino alle elezioni politiche. La storia cominciata a Livorno finisce a Rignano.

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